BARLUMI DI SPERANZA … ANDALUSA …

Schermata 2015-11-03 alle 19.42.21COSE DA UN ALTRO MONDO … Rafael Manzano Martos Award 2015 a Donald Gray … “Un architetto straordinario la cui architettura vernacolare è poesia pura … Un’architettura senza tempo dove vivrei senza rimpianti … Un architetto anticonformista che, grazie al suo amore per l’architettura e l’artigianato, è stato silenziosamente in grado di far rinascere alcune pratiche artigianali meravigliose – mettendo su una vera e propria scuola – generando delle realtà urbanistico-architettoniche semplicemente meravigliose … Inutile sottolineare come le riviste patinate di tutto il mondo lo abbiano opportunamente ignorato in questi quasi 60 anni di onorevolissima carriera” …

“Grazie ad Ettore Maria Mazzola che ci schiude barlumi di speranza nei confronti di architetture non presuntuose e poetiche. L’allusione va alla chiesa armena, e ora all’architetto Donald Gray. E’ così difficile raccogliere segnalazioni in positivo …..Potremmo versare un euro perche’ tu prosegua in questa mansione, forse anche qualcosa in più”.

Sandro Ranellucci

Schermata 2015-11-03 alle 19.47.51El arquitecto australiano Donald Gray es premiado …

y recoge el galardon …

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PURINI … “TRE ERRORI MODERNI” …

Schermata 2015-11-02 alle 15.55.59“Ripercorrendo le vicende dell’architettura moderna, che convenzionalmente si fa iniziare con la nascita delle avanguardie storiche, è possibile constatare come il tessuto teorico e operativo che si è definito nel corso di più di un secolo sia caratterizzato non solo da tesi valide e da analisi ancora oggi valide e operanti, ma anche dall’intreccio di contrapposizioni dialettiche, di equivoci, di
sovrapposizioni, tematiche, di assenze argomentativ e su aspetti centrali dell’abitare e di veri e propri errori. Ciò configura un paesaggio problematico, labirintico, nel quale i percorsi conoscitivi in qualche caso si interrompono, in altri si affiancano con leggere diversioni. Un paesaggio che vede zone confuse confinare con spazi dal disegno semplice e chiaro. La lettura di alcuni aspetti particolarmente evidenti di questa condizione complessa e contraddittoria è un tentativo parziale e provvisorio di pervenire a una visione dell’architettura del Novecento e dei primi anni del nuovo secolo più aderente alla realtà. Una visione critica meno legata a quell’insieme di interpretazioni ideologiche che hanno segnato in profondità e condizionato sensibilmente la storiografia dell’architettura moderna, rendendo il territorio del progetto ancora più impervio e indeterminato di quanto non lo sia per la sua stessa natura.”
Franco Purini, 23 ottobre 2015
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COSE DA UN ALTRO MONDO … Rafael Manzano Martos Award 2015 a Donald Gray … “Un architetto straordinario la cui architettura vernacolare è poesia pura … Un’architettura senza tempo dove vivrei senza rimpianti … Un architetto anticonformista che, grazie al suo amore per l’architettura e l’artigianato, è stato silenziosamente in grado di far rinascere alcune pratiche artigianali meravigliose – mettendo su una vera e propria scuola – generando delle realtà urbanistico-architettoniche semplicemente meravigliose … Inutile sottolineare come le riviste patinate di tutto il mondo lo abbiano opportunamente ignorato in questi quasi 60 anni di onorevolissima carriera” …

Schermata 2015-10-31 alle 23.23.37donald gray

Da Ettore Maria Mazzola: …

“Caro Professore,

di ritorno da Madrid, dove ho partecipato allo splendido convegno Arquitectura y Humanismo (per chi fosse interessato il mio intervento si intitolava “Designing the sense of belonging”, e la paper è pubblicata su Academia.edu

https://www.academia.edu/16896588/_Designing_the_Sense_of_Belonging_Theory_and_Didactic )

sento di dover condividere con tutti i colleghi italiani seguaci di Archiwatch la gioia di aver scoperto un architetto straordinario del quale fino a qualche mese fa ignoravo l’esistenza.
Se avete una decina di minuti da spendere, vi consiglio di vedere il video dedicato al vincitore del Rafael Manzano Martos Award 2015, l’architetto Donald Gray.
Un architetto straordinario la cui architettura vernacolare è poesia pura.
Un’architettura senza tempo dove vivrei senza rimpianti
Un architetto anticonformista che, grazie al suo amore per l’architettura e l’artigianato, è stato silenziosamente in grado di far rinascere alcune pratiche artigianali meravigliose – mettendo su una vera e propria scuola – generando delle realtà urbanistico-architettoniche semplicemente meravigliose.

… Inutile sottolineare come le riviste patinate di tutto il mondo lo abbiano opportunamente ignorato in questi quasi 60 anni di onorevolissima carriera.

Peccato!

… ma, come si suol dire, non è mai troppo tardi!
Godetevi il brevissimo documentario realizzato in occasione di questo premio che è stato conferito all’anziano architetto australiano/spagnolo lo scorso 28 ottobre presso la Real Academia de Bellas Artes de San Fernando di Madrid, durante una cerimonia splendida alla quale non mi era mai capitato di aver l’onore di partecipare

http://www.telecinco.es/informativos/sociedad/Donald_Gray-Premio_Rafael_Manzano_Martos_2015_2_2068005041.html

Donald Gray: Premio Rafael Manzano Martos 2015 – YouTube

Ciao”

Ettore

Schermata 2015-10-31 alle 23.21.13

Grazie Donald …

Grazie Ettore …

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DELITTO ALL’IPPODROMO … I MISTERI DI TOR DI VALLE …

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Poi arriverranno i soliti cialtroni …

a piangere il monumento inopinatamente “caduto” …

e giù saggi … pubblicazioni … ricorrenze … centenari …

lapidi … convegni … crediti e stronzate varie …

ma adesso lo vogliono “morto” …

se il “caso” Marino assomiglia al caso Ceausescu …

il “caso” Tor di Valle assomiglia al caso Moro …

che ci sia dietro ancora la CIA? …

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VERAMENTE … SAREI ANCH’IO … UN “PARABOLOIDE” … E PER DI PIU’ … “IPERBOLICO” …

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Roma, Ippodromo Tor di Valle, Julio Lafuente, 1957-1959

P A R A B O L O I D I …

Non fatemi fare boom …

BOOOM …

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MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” … (7) … “QUELLO CHE UN GIOVANE ARCHITETTO NON VUOL SENTIRSI DIRE” …

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 QUELLO CHE UN GIOVANE ARCHITETTO NON VUOL SENTIRSI DIRE

Brutta bestia l’esuberanza giovanile. La conosciamo bene per averla vissuta in prima persona. Quella brutta bestia che ti fa confondere il maturo con l’obsoleto, che ti fa considerare un rompipalle un qualunque padre prodigo di buoni consigli, che t’inganna con una ingenua consapevolezza di poter spaccare il mondo. E su quest’ultima illusione quasi tutte le generazioni hanno battuto la testa. Ho messo le mani avanti per prevenirmi qualche esuberante vaffanculo per quello che seguirà. Provo infatti, a mio rischio e pericolo, a dare qualche sconsiglio alla generazione che vive ora la bestia dell’esuberanza. I consigli invece li lascio ai pulpiti dei tanti soloni di mestiere che non vogliono bene al futuro ma soltanto alla conservazione del loro presente.

Partiamo dal presupposto, spero condivisibile, che forse la costruzione di un architetto non avviene quasi mai solo sui banchi di scuola. Anzi, il più delle volte avviene proprio al di fuori e dopo i banchi dell’università e molto lentamente. Quindi almeno per alcuni anni postlaurea sarebbe il caso che il giovane architetto volasse basso, molto basso e si ricordasse di aver tanto da imparare da un suo coetaneo geometra. Certe volte frequentare muratori, geometri e capocantieri non fa chic ma fa esperienza. Cercando anche di ricordarsi,

Che forse, dovrebbe evitare di darsi troppe arie, ci sarà sempre qualcuno più bravo. E poi in quanto a boria basta e avanza gran parte della mia generazione, quella intorno ai cinquantanni ed oltre che ultimamente, avendo poco da fare, passa il tempo a guardarsi allo specchio ed a sopravvalutarsi. Una generazione di personaggiuncoli che hanno sempre mirato ad essere primi in una mattonella – ma Ugo Tognazzi usava un’altra parola – piuttosto che secondi nel mondo. Se questi maestri per autoproclamazione avessero ambito a rimanere allievi, forse l’architettura ne avrebbe guadagnato.

Che forse, dovrebbe evitare le esperienze lavorative in quegli studi tristemente noti per lo sfruttamento giovanile o in quelli che fanno troppi concorsi. Dai primi non apprenderebbe né prenderebbe un soldo, dai secondi imparerebbe solo ad affidarsi troppo all’illusione. E comunque, dopo l’inevitabile calo dell’entusiasmo iniziale sarebbe costretto – per mangiare – ad abbandonare lo studio di grido e tentare di essere accolto in uno studio normale, magari di provincia. Di quelli che costruiscono, insomma di quelli poca fuffa e tanta sostanza. Solitamente, però, il titolare di questo studio normale (per niente afflitto dai complessi d’inferiorità) che non ha mai dato priorità alle pubblicazioni rispetto alle costruzioni e che non ha sciupato la vita per rincorrere la notorietà, guarderà con sospetto proprio quella parte di pedigree dove si sbandiera l’esperienza nello studio di grido. Lo scafato architetto normale sa benissimo che il ragazzotto, nello studio di grido, avrà imparato, se va bene, solo un po’ di rendering e forse la piegatura delle tavole.

Che forse, dovrebbe evitare di confondere le Aspirazioni con le Ispirazioni, non sempre le prime diventano le seconde – anche se in casi eccezionali coincidono – nel ricercare il progetto da pubblicazione o in stile grandi firme come quelli che ha visto su qualche rivista. Il rendering, poi, farebbe meglio ad usarlo distrattamente solo alla fine del progetto, tanto così com’è rappresentato non sarà mai costruito.

Che forse, dovrebbe evitare di non chiedersi mai se abiterebbe un suo progetto (domanda fondamentale che anche molti vecchi architetti evitano di farsi). In caso di dubbio alla risposta conviene strappare il progetto per non rovinare troppe vite. Giuro, non è un allusione a Gregotti.

Che forse, dovrebbe evitare la ricerca di visibilità, evitare di spendere più energie nell’Apparire che nell’Imparare o di cadere nel solito vizio italiano di quelli che fanno la minima stronzata e subito sentono l’esigenza di pubblicarla. Calma, tanto prima o poi i cinque minuti di notorietà toccano a tutti, basta però non sciupare una vita per cercarli. Anzi, per essere originale, forse, anziché partecipare all’urlìo farebbe bene a lavorare in silenzio.

Che forse, dovrebbe evitare di cadere nella bramosia dell’insegnamento post-laurea. Sarebbe solo la sindrome dello studente che vuol sentirsi professore, in realtà non avrebbe niente da insegnare. Non farebbe altro che danni ai suoi quasi coetanei perdendo inutilmente il suo prezioso tempo. Dovrebbe tener sempre presente che i creativi non hanno mai come loro prima prerogativa quella di insegnare, bensì quella di imparare.

Che forse, potrebbe anche mandarmi affanculo ma che almeno rifletta su queste bischerate di un anti-intellettuale.

( tratto da: “Mauro Andreini. L’ARTE DEL CAZZEGGIO E’ L’UNICA MATERIA IN CUI MI SENTO PREPARATO” )

MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” … (1) … MAMMA NATURA …

MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” (2) … PER ESSERE ALLA MODA …

MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” (3) … L’INTELLETTUALE ED IL BAR SPORT …

MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” … (4) … LETTERA AD UN PROFESSORE …

MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” … (5) … SE I PROFESSORINI …

MAURO ANDREINI … BISCHERATE … (6) … PER TUTTI I “PEPPINI” …

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MAURO ANDREINI … BISCHERATE … (6) … PER TUTTI I “PEPPINI” …

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PER TUTTI I “PEPPINI” DEL MONDO

C’è chi l’ha preso come caso emblematico dei tempi moderni, chi come millantatore, chi come genio della comunicazione.

Radiografato e poi diagnosticato in malo modo soprattutto dalle menti invidiose, forse per i suoi cinquemila seguaci su facebook o per le interviste radiofoniche o per la sua fama ultranazionale perché, come si sa, gli architetti italiani tra loro si invidiano la notorietà e i likes, non certo la bravura. Ma a tuttoggi non si capisce bene cosa abbia fatto di male, il nostro, se non usato i mezzi virtuali della modernità per autopromuoversi.

?ltra parte voglia d’ttate nella draga. e.Ingannevole? ma quale inganno.

Lo sarebbe allora anche gran parte degli architetti italiani, compresi quegli studi “ à la mode”, con i loro websites impostati come sono più sul virtuale che sul reale, straboccanti di progetti di concorso, di renderings, di fotomontaggi, di progetti proposta e di ben poche costruzioni.

Ce n’è in giro così tanta di fama costruita sul potenziale e sull’ipotetico che prenderne di mira una sola è proprio da manichei. Eppoi una propensione all’autoesagerazione, per la verità, coi tempi che corrono non dovrebbe affatto scandalizzare, basta girare sul web per imbattersi in attricette, scrittoruncoli, pittori della domenica che a legger le biografie sembrano tutti in procinto di candidarsi all’oscar, allo strega o prossimi ad una personale al MoMa.

Peppino si è inventato i progetti, si è progettato case e palazzi senza luogo, funzione e committente, anzi, il committente era lui stesso ?

Imbroglio ? ma quale imbroglio.

I disegni, i collages, i fotomontaggi, i renderings sono solo un divertente e utile allenamento in attesa della costruzione. E siccome di questi tempi di costruzioni non se ne vede l’ombra, allora tutti giù a scarabocchiare, incollare e renderizzare. E non lo può fare anche Peppino? Ma certo.

Se tutto questo gli procurerà un importante incarico vero, una occasione vera per costruire, una casa vera per un committente vero, funzioni vere per una vita vera, ben venga. Suoneremo le campane al suo talento.

 “Peppino, fin qui tutto bene e come vedi sono dalla tua parte, se non altro per quella comune goliardia che ci accomuna. Ora però ascoltami, facci vedere qualcosa di vero. Siamo ormai tutti prevenuti, lo sai, siamo sgamati sul pericoloso passaggio dal rendering alla costruzione, per farci ammaliare da una seppur perfetta, artistica e realistica simulazione virtuale.

Vedi Peppino, solitamente anche in tempi di grama come questi, l’architettura, quella vera, si giudica dal costruito, si giudica nel vederla, nel viverla, nel toccarla, nell’annusarla. Tutto il resto è contorno.

Ora, ti prego, smentisci questa dicerìa moderna che siamo quello che si appare quando invece dovremmo apparire quello che siamo”.

 Ma da toscano dispettoso e poco interessato alle seriosità ( tra le quali l’architettura ) mi piacerebbe pensare che Peppino abbia voluto emulare i tre discoli buontemponi livornesi che presero per il deretano il mondo dell’arte con le false teste del Modì, scolpite di notte e gettate nella draga. Quella si che fu un’opera d’arte.

Se così fosse, per me Peppino sarebbe già un mito. E gli chiederei senz’altro l’autografo, senza il bisogno di aspettare le sue costruzioni.

( tratto da “Mauro Andreini. L’ARTE DEL CAZZEGGIO E’ L’UNICA MATERIA IN CUI MI SENTO PREPARATO”

MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” … (1) … MAMMA NATURA …

MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” (2) … PER ESSERE ALLA MODA …

MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” (3) … L’INTELLETTUALE ED IL BAR SPORT …

MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” … (4) … LETTERA AD UN PROFESSORE …

MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” … (5) … SE I PROFESSORINI …

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EUR … PALAZZO LAGERFELD …

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waferboards su: UN POPOLO DI ABUSIVI …

Da Andrea Bentivegna: … “Dicono sia un allestimento temporaneo per un evento” … …………………… Comunque sia …

“Le immagini del Palazzo della Civiltà e del Lavoro e del suo nuovo, sconcertante, roof garden stanno facendo discutere. E non potrebbe essere altrimenti.

Si è tentato di giustificare la cosa in modi piuttosto goffi.

La prima argomentazione, assolutamente falsa, recita più o meno la solita cantilena..”beh si tratta di un privato che mette a disposizione dei soldi e quindi deve anche avere un ritorno”

Sfatiamo il mito del privato, Fendi in questo caso, che fa un favore a Roma. Piuttosto è il contrario perché se è vero che si investono dei soldi per recuperare l’edificio (sulla qualità dell’intervento discuteremo poi) è assolutamente innegabile il ritorno d’immagine che un edificio simile possa garantire al marchio. Incalcolabile.

In seconda battuta dovrebbe essere ribadito che, l’investimento di una qualsiasi somma di denaro, qualunque essa sia, non può rendere legale una prassi assolutamente non consentita.

Se si ha a cuore un’architettura, se si vuole investire dei soldi per il suo recupero, dovrebbe essere Fendi (es.) il primo difensore della sua integrità e della sua storia.

Il secondo tentativo di difesa è ancor più subdolo. Si ci si trincera dietro un concetto che sta devastando lentamente quest’epoca ovvero il “si tratta solo di un’ istallazione temporanea”.

Intanto una doverosa precisazione.

L’intervento in questione non sarà temporaneo, viene infatti descritto così dai progettisti:

“Altri interventi hanno interessato a rendere fruibile il terrazzo in copertura (dalle particolari valenze panoramiche) con l’inserimento di due ascensori realizzati in vetro e acciaio, che permettono sia il raggiungimento della terrazza sia la vista di allestimenti previsti all’interno dell’edificio. Nell’ambito del progetto di ristrutturazione dell’edificio, è stata infatti recuperata sia l’idea di una terrazza panoramica (Roof garden) sulla copertura, sia l’idea di creare un ristorante che diventi punto di riferimento della cucina tradizionale delle Regioni italiane, anche se l’allestimento degli spazi non costituisce oggetto del presente appalto.”

Poi riguardo all’effimero diciamo qualcosa in più.

Per prima cosa con il serrato susseguirsi di questi eventi “temporanei”, quasi quotidiani, stiamo lentamente perdendo la bellezza di angoli sempre più grandi di questa città.

Ma poi sembra sempre più che la parola “temporaneo” sia un cavallo di troia non diverso dalla parola “emergenza” in nome della quale, ad esempio, abbiamo assistito agli orribili scandali della Protezione Civile. Il “temporaneo” va oggi in deroga a tutto.

In secondo luogo vorrei analizzare come l’evento effimero e la sua filosofia si siano “guastati” nel corso degli anni.

C’era un tempo in cui Nicolini si inventò, proprio a Roma, l’Estate Romana che segnò un epoca di rinascita per questa città che attraverso eventi effimeri appunto innescò una serie di dinamiche che la rigenerarono.

Eppure ci sono delle differenze con l’effimero odierno.

Per prima cosa, aspetto fondamentale, nell’avventura dell’Estate Romana erano coinvolti grandi intellettuali e, non dimentichiamolo, grandi architetti che progettarono, con esiti più o meno fortunati, grandi eventi e spazi entusiasmanti. Oggi l’architettura è sparita. la storia dei luoghi viene ignorata e umiliata. Il vetro e l’acciaio nei casi più esosi, container e tendoni quando invece la disponibilità è limitata, hanno imposto un non linguaggio architettonico.

Infine l’effimero di allora era una iniziativa pubblica, per la gente, per la città. Oggi l’effimero “valorizza” l’investimento privato e la sua visibilità. Non voglio rispolverare ideologie di stampo socialista o cosa, ma questo aspetto fa tutta la differenza del mondo.

Allora Roma era la protagonista, oggi Roma è la scenografia che fa da sfondo alle foto. Non si restaura il colosseo quadrato perché edificio simbolo, quinta conclusiva di una scenografia urbanistica, ma si usa come terrazza per eventi dalla quale, dei privilegiati, osserveranno la città dall’alto.

Che poi..questo edificio sarebbe stato perfetto e piuttosto economico per essere trasformato in museo dell’arte italiana, magari del novecento che non ce ne sono..era già bello che pronto..e invece abbiamo preferito il MAXXI” …

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UN POPOLO DI ABUSIVI …

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“Dicono sia un allestimento temporaneo per un evento” …

……………………

Comunque sia …

è una puttanata pazzesca …

e, per di più …

per “valorizzare” il Palazzo …

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MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” … (5) … SE I PROFESSORINI …

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SE I PROFESSORINI LASCIASSERO L’UNIVERSITA’

Ho fatto un sogno.

Ho sognato che i professorini a contratto, soprannominati cultori della materia, come d’incanto tutti insieme e uniti, finalmente colti da orgoglio e dignità, avevano rinunciato ai loro contratti a costo zero nelle facoltà di architettura italiane.

Così, come d’incanto tutti insieme e uniti avevano pensato che prestare opera gratuita o comunque a minimo di rimborso spese ledeva calvinisticamente la propria coscienza e la propria etica professionale. Avevano pensato che, senza un possibile futuro, continuare ad illudersi di sola ricerca per conto terzi, continuare a fare gli inutili gregari per giorni interi a vantaggio dei cattedratici e dei bilanci sgangherati delle facoltà, solo per il gusto di sentirsi chiamare professore o per poterlo scrivere sul bigliettino, non aveva più senso. Era troppo umiliante.

Allora, tutti insieme avevano acquisito consapevolezza che questo stato di schiavitù non era più sopportabile. “Senza di noi – si chiesero – chi fa lezioni, revisioni, esami ? e i professoroni come faranno a dedicarsi alle loro attività private se noi ce ne andremo ? Se ci vogliono che ci paghino , perdìo!” .

Così, come d’incanto tutti insieme e uniti, finalmente abbandonarono l’università.

Tutte le facoltà italiane caddero in preda al panico, abituate com’erano a essere rette dal volontariato dei professorini senza compenso. Alcune di queste, soprattutto quelle superflue di provincia, proliferate negli ultimi anni, furono chiuse per mancanza di corpo docente. Tanti professoroni, incavolati come matti, dovettero tornare in massa in facoltà a rispettare i programmi e gli orari didattici, a fare lezioni, a fare revisioni, a fare esami anche nelle torride giornate d’estate. Insomma a meritarsi lo stipendio. Il tutto a discapito delle proprie attività private, tanto da non avere più a chi far scrivere i libri a loro nome. Il Ministero dell’Università, per risolvere l’urgenza, proclamò lo stato di calamità didattica.

Mi sono svegliato.

Ho visto i pedigree accatastati nelle segreterie dei dipartimenti delle già troppe facoltà, e tutti in fila in fervente attesa di un affidamento gratuito in qualche modulo o laboratorio, ognuno con la sua buonaparoladi da giocarsi. Tutto come prima del sogno. Facoltà di architettura mandate avanti didatticamente dai professorini, dai trentacinquenni ai cinquantenni. Contrattisti schiavizzati senza rispetto ma contenti di esser chiamati “prof” e del tutto incapaci di far esplodere una bomba micidiale che non si sono accorti di avere in mano. Basterebbe ricordarsi che Einstein ha scritto la teoria della relatività seduto in un ufficio brevetti, non facendo il professorino, che Borges ha cambiato il mondo facendo il bibliotecario e che Renzo Piano non è mai stato un infelice ordinario in qualche università italiana, preferendo essere un felice disordinario, per convogliare altrove il loro talento. Se non altro dove rende qualcosa, dove rende rispetto. Ma forse sarebbe una scelta troppo disordinaria.

Certo però potevo anche sognare qualcosa di più verosimile.

( tratto da “Mauro Andreini. L’ARTE DEL CAZZEGGIO E’ L’UNICA MATERIA IN CUI MI SENTO PREPARATO” )

MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” … (1) … MAMMA NATURA …

MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” … (2) … PER ESSERE ALLA MODA …

MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” … (3) … L’INTELLETTUALE ED IL BAR SPORT …

MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” … (4) … LETTERA AD UN PROFESSORE …

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