Cancellare Ponti…

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“Innovazione, sostenibilità, rispetto dei contesti” questi, apprendiamo da quanto si legge, sarebbero gli “asset” che hanno guidato Allianz Real Estate nel progetto di “riqualificazione” della sua sede di Corso Italia 23 a Milano.
Belle parole, peccato che l’edificio in questione fosse la ex palazzo RAS disegnato da Gio Ponti e Fornaroli in collaborazione con Piero Portaluppi.

Ecco che allora tutte queste parole diventano ancora una volta l’irritante supercazzola con la quale si racconta l’ennesima offesa alla storia dell’architettura di questo paese, al patrimonio (solo immobiliare a quanto pare) del Novecento.

Ancora una volta siamo costretti a leggere le banalità più ritrite, condite con gli immancabili aggettivi che fanno tanto “finanza internazionale” e che strizzano l’occhio ad una opinione pubblica sempre accondiscendente e mai critica.
Frasi imbarazzanti come “(il progetto) si avvarrà di nuovi standard tecnologici e di sostenibilità che permetteranno di superare le barriere architettoniche esistenti e di ottimizzare il risparmio energetico attraverso l’utilizzo di pannelli solari e nuovi materiali per le facciate che ridurranno la dispersione di calore del 60%” nascondendo la violenza inaudita di un progetto che cancellerà letteralmente un dignitosissimo ed elegante edificio di tre progettisti tra i più importanti del secolo passato.

Alla faccia dell’innovazione e della valorizzazione.

Andrea Bentivegna

https://milano.repubblica.it/cronaca/2019/10/02/news/milano_palazzo_gio_ponti

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11 ottobre 2019|convegno|La storia del Foro Italico. Le passeggiate nell’architettura moderna|ore 14:00-19:00

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Centro Studi Giorgio Muratore al seminario “Archivi per l’Architettura. Archivi privati di architetti” / presentazione della rivista AR Magazine

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Presentazione standard di PowerPoint

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LABORATORIO MODIGLIANA 2019 A. A.

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LA SECONDA VITA DELLA SARACENA, ALLA SCOPERTA DEL RESTAURO CHE HA SALVATO IL CAPOLAVORO DI LUIGI MORETTI

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Convegno Arquata Futura

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23 settembre 2019|seminario|Archivi privati di architetti|ore 14:00-18:45|Casa dell’Architettura

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Claudio D’Amato. Un’eredità necessaria

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Claudio D’Amato è una figura quanto mai complessa, nello stesso tempo molteplice e unitaria. Nutrito di spirito classico, da sempre interessato a un rapporto creativo tra architettura e archeologia, pervaso da meditate intenzioni trattatistiche, si era formato studiando a fondo l’architettura moderna, analizzata nelle sue tematiche e nei suoi protagonisti con uno sguardo storico-critico. In questo contesto ha dedicato anni ai lavori  di Mario Ridolfi, sulla cui opera aveva curato, assieme a Francesco Cellini, un’esauriente pubblicazione dei disegni presenti nell’Accademia Nazionale di San Luca. Dopo aver ricevuto qualche anno addietro il Premio Presidente della Repubblica su segnalazione della stessa Accademia, ne era divenuto successivamente membro. Come architetto l’autore della Facoltà di Agraria nell’Università Mediterranea di Reggio Calabria – un grande edificio acropolico –  aveva una forte attitudine alla speculazione teorica, nella quale una rara chiarezza di pensiero si affiancava a convinzioni nelle quali la profondità delle riflessioni concettuali conviveva con una visione aperta e anticonvenzionale dell’architettura. Alla propensione alla teoria egli sapeva unire una notevole capacità organizzativa, dimostrata nella fondazione della Facoltà di Architettura del Politecnico di Bari, la città in cui era nato, una scuola da lui resa nel corso degli anni un importante avamposto della didattica e della ricerca. Essa ha dato luogo tra l’altro a un Dottorato tra i migliori a livello nazionale e internazionale, il cui esito è stato una fioritura di studi fondamentali su figure e momenti dell’architettura del Novecento. Il suo carattere era deciso, autorevole, a volte autoritario, ma sempre a servizio della missione della sua vita, ovvero l’insegnamento come finalità assoluta, rispetto alla quale subordinare ogni altra scelta. Nel 2018 aveva fatto dono alla Facoltà della sua ricca biblioteca, che ha costituito il nucleo fondativo di quella del Dipartimento di Ingegneria Civile e Architettura. Prima della sua scomparsa, dovuta a una malattia che aveva contrastato per anni con un coraggio ammirevole, continuando ogni giorno, fino all’ultimo, il suo lavoro, aveva appena pubblicato un libro, La scuola di architettura in Italia 1919-2012, che rimarrà come una delle testimonianze più ampie e coerenti della storia dell’insegnamento dell’architettura nel nostro Paese. Si tratta di una straordinaria lezione su come leggere il passato considerandolo traccia vitale di un futuro dell’architettura più adeguata ai nuovi e spesso poco esplorati orizzonti della disciplina. Ai primi di giugno, con una sorprendente forza di volontà, aveva animato il Convegno “Didattica e ricerca” presso l’Accademia Nazionale di San Luca. Nonostante la dedizione costante alla scuola e la sua critica radicale al progettare moderno e contemporaneo basato su una durata relativa del manufatto – un’idea che ricordava l’identificazione che Baudelaire affermava tra modernità ed effimero – Claudio D’Amato non rifiutava il confronto dialettico con altre posizioni. Anche se sosteneva che l’architettura dovesse nascere da una comprensione attiva della sua storia, seguendo la lezione di Paolo Portoghesi, e per questo non amasse le approssimazioni o la mancanza di solide appartenenze a precisi orientamenti, sapeva infatti valutare, approfondire e apprezzare punti di vista diversi, anche quando erano molto lontani dal suo mondo architettonico, costruire in pietra all’insegna di una nuova idea di stereometria. Un’idea che trovava in una assidua sperimentazione digitale risorse in grado di renderla operante, nonché ancora attuale. La mostra da lui concepita per la Biennale di Architettura di Venezia, del 2006, rimane un punto fermo di questo suo appassionato e produttivo impegno didattico e scientifico, un manifesto ideale della sua visione dell’architettura, sostenuta in lui dalla necessità di un costruire più consapevole, in accordo con la natura e i luoghi, alimentato da una tecnica nutrita di umanesimo, priva per questo di quella totalizzazione futurista e di quella mitologia mediatica della tecnologia, divenuta nell’età digitale un fine e non più uno strumento. Chi scrive è convinto che l’eredità culturale di Claudio D’Amato non sarà limitata solo ai ricordi di coloro che lo hanno conosciuto e frequentato, perchè la sua opera, nel suo insieme, sarà nei prossimi anni sempre più necessaria per un miglioramento progressivo dell’abitare.

Franco Purini

Agosto 2019

nella foto: Lo studio di via Adda nel 1967. Da sinistra Mario Spada, Franco Cervellini (in ginocchio), Sergio Petruccioli, Claudio D’Amato, Enzo Cera, Sergio Petrini.

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