
Da Ettore Maria Mazzola …

Da Ettore Maria Mazzola …

SVEGLIAMOCI TOSCANI, TORNIAMO MALEDETTI
Toscani, sveglia.
Avrete letto che da un po’ di tempo su quotidiani, blogs, talk shows e ogni altra diavoleria mediatica circola un certo snobismo critico nei nostri confronti. Roberto sarebbe un comico che vuol fare l’intellettuale e vuol parlare di cose serie con affermazioni banali e scontate. Matteo sarebbe un politico rampante che cavalca lo sdegno comune, con concetti troppo semplicistici e promesse disattese. Il Lorenzo, a testi impegnati e impegnativi legherebbe quasi sempre musica didascalica ed il solito accordino di chitarra. Edoardo non avrebbe meritato lo Strega perché il suo racconto sarebbe una cronistoria e non un romanzo.
In architettura, poi, non ne parliamo nemmeno. Anche qui, maltrattati o forse malmessi come qualcuno vorrebbe far credere. Eh, lo so. Purtroppo Adolfo, l’ultimo maestro, si è un po’ appartato ed è snobbato dal globalismo di maniera. Il mio amico Pietro, da vero poeta, si è messo a costruire in silenzio proprio in questi tempi dove urlatori, ciarlatani ed esibizionisti avrebbero bisogno di qualche bella lezione di modestia e discrezione. Marco, per il momento, non possiamo più averlo come portabandiera. Tutti gli affezionati di piazzale Loreto, a urlargli “dagli all’untore” dopo averlo prima lisciato ed ossequiato per ottenerne favori (e pubblicazioni soprattutto).
Toscani, sveglia.
Non facciamoci venire il dubbio di essere in piena crisi d’identità o di rappresentanza.
E freghiamocene di esser descritti per luoghi comuni.
Come amanti irrecuperabili della gnocca a prescindere (anche se questo, personalmente, più che un difetto mi sembrerebbe un gran pregio).
Come quelli che ridono anche della morte.
Come quelli che ridicolizzano le cose serie (in realtà è la seriosità che ci fa ridere).
Come quelli che prendono in giro anche la loro ombra e che se ne fottono dell’intellighenzia ostentata e dei ragionamenti complicati (anche questo mi sembrerebbe un vanto).
Come bestemmiatori incalliti.
Come ereditieri del paesaggio più bello del mondo, con il quale poter campare di rendita, ma bisognosi però di un tutore, perché da soli non sarebbero capaci di conservarlo.
Come vecchi tradizionalisti che non pensano al futuro. Troppo burloni, ruvidi, eloquenti e troppo scansonati per essere credibili.
Toscani, sveglia.
E’ l’ora di ribellarsi, bisogna ridiventare maledetti.
Iniziamo a rifiutare i radicalchic che vengono in Toscana e la chiamano Tuscany, facendoci imbufalire più che mai. Si, perché chiamandola Tuscany dimostrano di non capirne niente della nostra cultura e della nostra civiltà autarchica.
Smettiamo di leggere le belle menti filosofiche che dal sole di Capalbio ci vorrebbero impartire lezioni di paesaggio.
Blocchiamo una volta per tutte gli inglesi pittoreschi che da quasi mezzo secolo vengono a rovinarci il patrimonio architettonico rurale, ribattezzandolo con sfrontatezza Chiantishire, con restauri vernacolari da casa del mulino bianco, firmati da geometri di paese. Quelli del muro in pietra laccata e delle ruote del carro appese nel soggiorno.
Buchiamo le gomme alle fuoriserie dei russi che ricercano il neoclassico nelle ville di Forte dei Marmi.
Mandiamo al confino gli architetti rinnegati che vergognandosi del loro localismo ed in nome di un non ben definito “current style” riempiono i luoghi di forme incomprensibili.
E che se ne vadano anche le vecchie rockstars e gli intellettuali del “buen retiro” che dalle loro estates milionarie vorrebbero insegnarci come fare il vino, l’agricoltura biologica e come conservare il territorio e magari tra un po’ anche come parlare il toscano.
Ridiamo a squarciagola dei vari criticuncoli forestieri (che vengano da nord o da sud, pari sono) che intendono interpretare il nostro presente architettonico, culturale e paesaggistico, pensando di averlo conosciuto durante un fine settimana in un agriturismo, gestito da altoatesini.
Toscani, sveglia.
Riprendiamoci la nostra toscanità e freghiamocene che sia felix. O vogliamo continuare a farci rappresentare da Roberto Cavalli, da Alberto Asor Rosa e da Carlo Conti ?
Svegliamoci, toscani. Torniamo maledetti.
( tratto da “Mauro Andreini. L’ARTE DEL CAZZEGGIO E’ L’UNICA MATERIA IN CUI MI SENTO PREPARATO” )
MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” … (1) … MAMMA NATURA …
MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” (2) … PER ESSERE ALLA MODA …
MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” (3) … L’INTELLETTUALE ED IL BAR SPORT …
MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” … (4) … LETTERA AD UN PROFESSORE …
MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” … (5) … SE I PROFESSORINI …
MAURO ANDREINI … BISCHERATE … (6) … PER TUTTI I “PEPPINI”
MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” … (7) … “QUELLO CHE UN GIOVANE ARCHITETTO NON VUOL SENTIRSI DIRE” …
“Grazie ad Ettore Maria Mazzola che ci schiude barlumi di speranza nei confronti di architetture non presuntuose e poetiche. L’allusione va alla chiesa armena, e ora all’architetto Donald Gray. E’ così difficile raccogliere segnalazioni in positivo …..Potremmo versare un euro perche’ tu prosegua in questa mansione, forse anche qualcosa in più”.
Sandro Ranellucci
El arquitecto australiano Donald Gray es premiado …
y recoge el galardon …
“Ripercorrendo le vicende dell’architettura moderna, che convenzionalmente si fa iniziare con la nascita delle avanguardie storiche, è possibile constatare come il tessuto teorico e operativo che si è definito nel corso di più di un secolo sia caratterizzato non solo da tesi valide e da analisi ancora oggi valide e operanti, ma anche dall’intreccio di contrapposizioni dialettiche, di equivoci, diDa Ettore Maria Mazzola: …
“Caro Professore,
di ritorno da Madrid, dove ho partecipato allo splendido convegno Arquitectura y Humanismo (per chi fosse interessato il mio intervento si intitolava “Designing the sense of belonging”, e la paper è pubblicata su Academia.edu
https://www.academia.edu/16896588/_Designing_the_Sense_of_Belonging_Theory_and_Didactic )
sento di dover condividere con tutti i colleghi italiani seguaci di Archiwatch la gioia di aver scoperto un architetto straordinario del quale fino a qualche mese fa ignoravo l’esistenza.
Se avete una decina di minuti da spendere, vi consiglio di vedere il video dedicato al vincitore del Rafael Manzano Martos Award 2015, l’architetto Donald Gray.
Un architetto straordinario la cui architettura vernacolare è poesia pura.
Un’architettura senza tempo dove vivrei senza rimpianti
Un architetto anticonformista che, grazie al suo amore per l’architettura e l’artigianato, è stato silenziosamente in grado di far rinascere alcune pratiche artigianali meravigliose – mettendo su una vera e propria scuola – generando delle realtà urbanistico-architettoniche semplicemente meravigliose.
… Inutile sottolineare come le riviste patinate di tutto il mondo lo abbiano opportunamente ignorato in questi quasi 60 anni di onorevolissima carriera.
Peccato!
… ma, come si suol dire, non è mai troppo tardi!
Godetevi il brevissimo documentario realizzato in occasione di questo premio che è stato conferito all’anziano architetto australiano/spagnolo lo scorso 28 ottobre presso la Real Academia de Bellas Artes de San Fernando di Madrid, durante una cerimonia splendida alla quale non mi era mai capitato di aver l’onore di partecipare
Donald Gray: Premio Rafael Manzano Martos 2015 – YouTube
Ciao”
Ettore
Grazie Donald …
Grazie Ettore …

Poi arriverranno i soliti cialtroni …
a piangere il monumento inopinatamente “caduto” …
e giù saggi … pubblicazioni … ricorrenze … centenari …
lapidi … convegni … crediti e stronzate varie …
ma adesso lo vogliono “morto” …
se il “caso” Marino assomiglia al caso Ceausescu …
il “caso” Tor di Valle assomiglia al caso Moro …
che ci sia dietro ancora la CIA? …

QUELLO CHE UN GIOVANE ARCHITETTO NON VUOL SENTIRSI DIRE
Brutta bestia l’esuberanza giovanile. La conosciamo bene per averla vissuta in prima persona. Quella brutta bestia che ti fa confondere il maturo con l’obsoleto, che ti fa considerare un rompipalle un qualunque padre prodigo di buoni consigli, che t’inganna con una ingenua consapevolezza di poter spaccare il mondo. E su quest’ultima illusione quasi tutte le generazioni hanno battuto la testa. Ho messo le mani avanti per prevenirmi qualche esuberante vaffanculo per quello che seguirà. Provo infatti, a mio rischio e pericolo, a dare qualche sconsiglio alla generazione che vive ora la bestia dell’esuberanza. I consigli invece li lascio ai pulpiti dei tanti soloni di mestiere che non vogliono bene al futuro ma soltanto alla conservazione del loro presente.
Partiamo dal presupposto, spero condivisibile, che forse la costruzione di un architetto non avviene quasi mai solo sui banchi di scuola. Anzi, il più delle volte avviene proprio al di fuori e dopo i banchi dell’università e molto lentamente. Quindi almeno per alcuni anni postlaurea sarebbe il caso che il giovane architetto volasse basso, molto basso e si ricordasse di aver tanto da imparare da un suo coetaneo geometra. Certe volte frequentare muratori, geometri e capocantieri non fa chic ma fa esperienza. Cercando anche di ricordarsi,
Che forse, dovrebbe evitare di darsi troppe arie, ci sarà sempre qualcuno più bravo. E poi in quanto a boria basta e avanza gran parte della mia generazione, quella intorno ai cinquantanni ed oltre che ultimamente, avendo poco da fare, passa il tempo a guardarsi allo specchio ed a sopravvalutarsi. Una generazione di personaggiuncoli che hanno sempre mirato ad essere primi in una mattonella – ma Ugo Tognazzi usava un’altra parola – piuttosto che secondi nel mondo. Se questi maestri per autoproclamazione avessero ambito a rimanere allievi, forse l’architettura ne avrebbe guadagnato.
Che forse, dovrebbe evitare le esperienze lavorative in quegli studi tristemente noti per lo sfruttamento giovanile o in quelli che fanno troppi concorsi. Dai primi non apprenderebbe né prenderebbe un soldo, dai secondi imparerebbe solo ad affidarsi troppo all’illusione. E comunque, dopo l’inevitabile calo dell’entusiasmo iniziale sarebbe costretto – per mangiare – ad abbandonare lo studio di grido e tentare di essere accolto in uno studio normale, magari di provincia. Di quelli che costruiscono, insomma di quelli poca fuffa e tanta sostanza. Solitamente, però, il titolare di questo studio normale (per niente afflitto dai complessi d’inferiorità) che non ha mai dato priorità alle pubblicazioni rispetto alle costruzioni e che non ha sciupato la vita per rincorrere la notorietà, guarderà con sospetto proprio quella parte di pedigree dove si sbandiera l’esperienza nello studio di grido. Lo scafato architetto normale sa benissimo che il ragazzotto, nello studio di grido, avrà imparato, se va bene, solo un po’ di rendering e forse la piegatura delle tavole.
Che forse, dovrebbe evitare di confondere le Aspirazioni con le Ispirazioni, non sempre le prime diventano le seconde – anche se in casi eccezionali coincidono – nel ricercare il progetto da pubblicazione o in stile grandi firme come quelli che ha visto su qualche rivista. Il rendering, poi, farebbe meglio ad usarlo distrattamente solo alla fine del progetto, tanto così com’è rappresentato non sarà mai costruito.
Che forse, dovrebbe evitare di non chiedersi mai se abiterebbe un suo progetto (domanda fondamentale che anche molti vecchi architetti evitano di farsi). In caso di dubbio alla risposta conviene strappare il progetto per non rovinare troppe vite. Giuro, non è un allusione a Gregotti.
Che forse, dovrebbe evitare la ricerca di visibilità, evitare di spendere più energie nell’Apparire che nell’Imparare o di cadere nel solito vizio italiano di quelli che fanno la minima stronzata e subito sentono l’esigenza di pubblicarla. Calma, tanto prima o poi i cinque minuti di notorietà toccano a tutti, basta però non sciupare una vita per cercarli. Anzi, per essere originale, forse, anziché partecipare all’urlìo farebbe bene a lavorare in silenzio.
Che forse, dovrebbe evitare di cadere nella bramosia dell’insegnamento post-laurea. Sarebbe solo la sindrome dello studente che vuol sentirsi professore, in realtà non avrebbe niente da insegnare. Non farebbe altro che danni ai suoi quasi coetanei perdendo inutilmente il suo prezioso tempo. Dovrebbe tener sempre presente che i creativi non hanno mai come loro prima prerogativa quella di insegnare, bensì quella di imparare.
Che forse, potrebbe anche mandarmi affanculo ma che almeno rifletta su queste bischerate di un anti-intellettuale.
( tratto da: “Mauro Andreini. L’ARTE DEL CAZZEGGIO E’ L’UNICA MATERIA IN CUI MI SENTO PREPARATO” )
MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” … (1) … MAMMA NATURA …
MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” (2) … PER ESSERE ALLA MODA …
MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” (3) … L’INTELLETTUALE ED IL BAR SPORT …
MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” … (4) … LETTERA AD UN PROFESSORE …
PER TUTTI I “PEPPINI” DEL MONDO
( tratto da “Mauro Andreini. L’ARTE DEL CAZZEGGIO E’ L’UNICA MATERIA IN CUI MI SENTO PREPARATO”
MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” … (1) … MAMMA NATURA …
MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” (2) … PER ESSERE ALLA MODA …
MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” (3) … L’INTELLETTUALE ED IL BAR SPORT …
MAURO ANDREINI … “BISCHERATE” … (4) … LETTERA AD UN PROFESSORE …