Antonio Michetti … due Lezioni …

INTR. A

Sono contento e commosso perché mi sembra un’occasione importante per riflettere su alcune questioni fondamentali della nostra scuola, della nostra storia più o meno lunga per ciascuno di noi all’interno di queste mura, e per cercare di riprendere i fili di un discorso che gli architetti negli ultimi anni mi sembrano avere smarrito. Si parla forse troppo di architettura in questi tempi, forse è diventato un oggetto di consumo, un allegato ai quotidiani e ai settimanali di architettura, è diventato un oggetto che si brucia nello spazio di pochi secondi, di una lettura affrettata, del tutto consumistica, un aspetto legato al mercato quotidiano. Il guaio è che tutto ciò si riflette sulla nostra scuola, sul nostro lavoro di tutti i giorni e sul senso che diamo a questo lavoro. Sono troppi anni che sono qui per non rendermi conto di quanto oggi sia necessario riprendere i fili di un discorso di base. Oggi di architettura forse si parla in maniera troppo complessa, troppo complicata, astratta, un po’ fumosa. Mi piacerebbe riuscire a riprendere un ragionamento sull’architettura in termini più concreti, più normali, più semplici, e credo che questo piccolo ciclo di lezioni che il prof. Michetti si è accollato l’onere di fare per noi, servano a questo, per dire che si può ripartire da qui.

La nostra Scuola ha una tradizione importante; la Scuola di Architettura di Roma che nasce da una costola di una scuola più antica, quella di Ingegneria, importantissima, che ha una tradizione straordinaria da cui sono usciti nomi importanti, personalità che hanno segnato la storia dell’architettura di parecchi decenni. Negli ultimi anni tutto questo si è un po’ sfumato, si è un po’ alleggerito, si è un po’ confuso. É il caso di riprendere molto modestamente questa traccia, fare un ragionamento elementare, che ci porti a riflettere su alcune questioni essenziali della conoscenza del nostro mestiere. Mestiere che non è quello del geometra o del parrucchiere, dello stilista o del tappezziere, come tante volte viene confuso negli ultimi anni, ma è una cosa diversa, una cosa estremamente sofisticata, dove l’estetica si unisce con la funzionalità, con la struttura, con la statica, che sono tutti elementi fondamentali senza i quali l’architettura non è niente, è un disegno, un pupazzo, un cartoccio, come quelli che si fanno comunque stare in piedi attraverso l’uso strumentale e un po’ ottuso, di un computer.

Di fatto, però, oggi, questa scuola sta diventando soltanto un allevamento di tecnici addetti al cad, una specie di nursery per disegnatori che andranno a poche lire a lavorare presso dei grandi studi di grandi geni, di grandi star che non si sa bene poi per quale motivo siano considerati tali.

È quindi il caso che si riprendano in mano gli strumenti del lavoro in maniera seria, ma un lavoro non solamente manuale, ma anche intellettuale. Tornare ad usare il cervello umano ed abbandonare il cosiddetto cervello elettronico, perché effettivamente, sarà un passo avanti l’abbandono di questo strumento che poi è sostanzialmente stupido, basato su una logica talmente elementare da rincretinire di conseguenza anche una buona parte di coloro che lo usano in maniera tanto indiscriminata.

Occorre fare un piccolo passo indietro rispetto ad una situazione di obiettivo degrado nel quale tutti purtroppo ci muoviamo in questi ultimi anni. Riprendere il filo di un ragionamento che, personalmente, per quanto mi riguarda, faccio risalire lontano nel tempo, quando avevo una professoressa di matematica che si chiamava Emma Castelnuovo, figlia del grande matematico al quale è intitolata la scuola di matematica di Roma, quella progettata da Giò Ponti, nella Città Universitaria. Mi ricordo che ci spiegò la geometria, la matematica, l’algebra, con degli strumenti semplici, che erano uno spago, due chiodi, una tavoletta, ma in maniera talmente complessa e sofisticata che mai più, nel corso della mia ormai lunga vicenda accademica, mi è capitato di trovare. Ho trovato poi cose confuse, complicate, trattati, cose più o meno mistificate in teorie astratte quando poi non si riusciva nemmeno a verificare quello che si poteva fare con due chiodi in prima media, al Tasso, con Emma Castelnuovo.

Castelnuovo e Michetti sono due segni della cultura romana che non sono mai stati seguiti da folle acclamanti, dai media. Hanno, però, sempre riscosso uno straordinario successo soprattutto nel mondo di coloro che si conoscevano e lavoravano insieme nella scuola. Ambedue hanno avuto l’occasione di essere seguiti in maniera anche affettuosa da migliaia di studenti che forse hanno visto in questa serietà della loro ricerca un antidoto alla confusione e alla volgarità del mondo contemporaneo.

G.M. 05.06.07

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INTR. B

L’altro giorno, abbiamo assistito ad una straordinaria comunicazione sui temi fondamentali della geometria e dell’algebra elementare, cioè di quegli strumenti che poi sono assolutamente essenziali, oggi come ieri, per ragionare in termini concreti sull’architettura, sulla costruzione, sulla “fabbrica” in generale. Oggi parleremo di cose molto più concrete, di due oggetti esemplari nella storia dell’architettura della nostra città: forse il monumento antico e più famoso e il monumento moderno altrettanto più famoso. Parliamo del Pantheon e della chiesa di Meier, due oggetti apparentemente distanti, diametrali, incomunicanti, che invece sono stati in qualche misura connessi, non tanto da un artificio accademico, e neppure ideologicamente.

Di fatto, tramite il lavoro straordinario e anche un po’ spericolato di Antonio Michetti, che inventa, scopre, sperimenta, rischia quotidianamente, e in questo caso l’ha dovuto fare in una situazione, non dico di emergenza e di pericolo, ma quasi, perché si è trovato di fronte a un cosiddetto “maestro”, ad un’“archistar”, addirittura. Forse di fronte al più grande architetto, almeno era stato selezionato in quanto tale, che doveva lasciare un segno imperituro per il Giubileo del Duemila.

Un architetto nel quale il Vaticano nutriva un’aspettativa fondamentale come verso i grandi del passato, i maestri, Bramante, Michelangelo, che hanno segnato la storia della chiesa della nostra città. Meier era da queste parti anche per un’altra avventura, anche un po’ più infelice, quella dell’Ara Pacis. Per la Chiesa di Meier, la procedura era stata anche più normale, era stato bandito un concorso internazionale, vennero chiamati degli architetti importanti. Uno di questi era risultato vincitore. Nulla da eccepire. Meier risultava quindi vincitore con quel progetto.

Ma Meier ha una certa difficoltà a modificare a perfezionare la sua proposta: fa un progetto un po’avventuroso e poi pretende che qualcuno lo faccia stare in piedi. Questo è un po’ un suo limite, però anche una sua caratteristica. Mi interessa sottolineare un aspetto, cioè quanto questa grande personalità dell’architettura contemporanea sia stata anche vittima, forse, di un metodo d’insegnamento che si pratica dalle sue parti. Per lui la forma prevale sul significato funzionale e strutturale dell’edificio. Questa è un’eredità squisitamente “accademica”, nel senso negativo del termine, ovviamente, che Meier si porta appresso fin da quando faceva le sue prime cose, e più l’oggetto cresce, più il progetto diventa complesso e più complessi diventano i problemi da risolvere, soprattutto, dal punto di vista strutturale. Trovandosi a Roma e di fronte ad un argomento che non aveva, di fatto, mai affrontato prima, come quello di una chiesa così importante e significativa da dover diventare simbolica di un’epoca, evidentemente, ha fatto uno sforzo ulteriore e forse eccessivo rispetto alle sue abitudini precedenti di progetto. Nel fare questo forse si è spinto anche un po’ in là, tanto era fiducioso che qualcuno, probabilmente la solita Arup Engineering, l’avrebbe fatta stare in piedi perché il motto di quell’azienda è: “Qualsiasi cosa voi architetti facciate, noi siamo in grado di farvela reggere”.

Questo significa “reggersi” apparentemente, per un certo periodo di tempo, reggersi in un certo modo che è quello, in fondo effimero, che viene richiesto oggi all’architettura, un’architettura che poi è sostanzialmente réclame, pubblicitaria, vetrina di se stessa.

Credo che Meier si sia trovato proprio di fronte a queste contraddizioni, aporie determinanti e poi di fronte ad un committente che non era soddisfatto di questo tipo di prodotto, evidentemente, i Papi romani, i Pontefici sono abituati ad altri tempi, non sono i 50/70 anni di obsolescenza di un normale edificio contemporaneo a essere consentiti per una città come questa e per un monumento del genere. Quindi di fronte a questo piccolo banale problema spazio-temporale, quel progetto è “crollato” logicamente e quindi è dovuto intervenire, ancora una volta, il nostro maestro romano: Antonio Michetti.

G.M. 08.06.07

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P.S. resta l’auspicio di vedere, prima o poi, pubblicate queste due straordinarie lezioni di Antonio Michetti, …

ma, alla luce delle ultime pubblicazioni della facoltà, …

sembra che i nostri docenti siano in tutt’altre faccende, affaccendati …

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Una risposta a Antonio Michetti … due Lezioni …

  1. Alberto Casciaro ha detto:

    Ci ha lasciato un GRANDE,
    ricordo ancora le sue lezioni di tecnica delle costruzioni, il suo fare sanguigno, la sua schiettezza… era verace e vero come quando all’esame si alzò con in mano il mio libretto esclamando: ” è mezzogiorno ed all’orale ne è passato solo uno!!!!!”.
    Ciao Antonio, Ingegnere che faceva sognare gli architetti!

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