Riceviamo da Tom Muirhead: …
“Non è troppo tardi. Occorrono molte firme per salvare questo vero capolavoro!”
Tom
salviamo il complesso architettonico di a. mazzoni a s. m. novella …
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Grazie Tom …
questi delle Ferrovie sono dei veri animali …
Riceviamo da Tom Muirhead: …
“Non è troppo tardi. Occorrono molte firme per salvare questo vero capolavoro!”
Tom
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Grazie Tom …
questi delle Ferrovie sono dei veri animali …
Andrea Di Martino su: SERVIZI PUBBLICI …
“Bella testimonianza, quella di Sergio 43, al quale auguro lunga vita. Una testimonianza di un tempo ormai lontano, legato alla memoria di un “servizio pubblico” che forse non c’è più, indipendentemente da quella gentilezza e disponibilità che potremmo attribuire anche a tanti docenti di oggi (e che naturalmente è ancora più apprezzabile, visto il sovraffollamento delle attuali facoltà). E’ evidente che la capacità di trasmettere non dipende solo dal proprio bagaglio culturale (che nel caso di un docente si presume sia sempre altissimo), ma anche (e soprattutto) dall’esperienza acquisita sul campo, variabile da docente a docente, ma sempre indispensabile al fine di integrare tutta una serie di nozioni teoriche con altre nozioni che potremmo definire pratiche, ovvero le uniche che fanno sì che le stesse nozioni teoriche siano immediatamente utilizzabili a livello operativo, al fine di evitare tutti quei problemi che insorgono nel passaggio dalla teoria dei modelli alla realtà della costruzione. In tal senso, la disponibilità a trasmettere serve a poco, quando si ha poco da trasmettere (bella scoperta, direte voi), ma il fatto saliente è che serve ancora meno in tutti quei casi in cui manca perfino la coerenza verso quel poco che si vorrebbe (o si potrebbe) trasmettere. Mi viene in mente il predecessore di R. Lenci alla cattedra di composizione 3: quel M. Rebecchini che amava ripetere: “Sfogliate le riviste”: un concetto che ho sentito ripetere più o meno ossessivamente da altri docenti e assistenti, quasi che le succitate riviste fossero la panacèa di tutti i mali (beninteso, di apprendimento). Ancora mi viene da ridere se penso che lo stesso Rebecchini ebbe modo di raccogliere tutte le sue lezioni in un saggio (“Architetti italiani: 1930-1990”), il cui scopo, almeno per chi sa leggere tra le righe (visibili sul retro di copertina), era quello di prevenire il disorientamento derivante dalle “molte dispersive tendenze dell’architettura contemporanea”, ossia proprio quelle che, secondo le succitate righe, trovano così ampio spazio sulle “taumaturgiche” riviste. Vi confesso che ogni volta che sfoglio quel libro (scomparso dalle bibliografie ufficiali nel 2007, quando l’anziano Rebecchini cedette la cattedra al giovane Lenci), mi rendo conto dell’ingiustizia che devo aver subìto ogni volta che ho dovuto rinunciare a qualsiasi modanatura e/o cornicione, sia pure in forma stilizzata, solo perchè vietata in quanto “ornamentazione applicata”, e quindi incompatibile con una qualsivoglia “immagine di contemporaneità”, non solo agli occhi degli assistenti di Rebecchini (con uno di loro feci le mie revisioni di composizione 3, prima di dare l’esame con Lenci), ma addirittura agli occhi dello stesso Rebecchini (malgrado la fama di “passatista” che pure si era guadagnato, non foss’altro per la stesura di quel libro in odore di “eresia”)…Eppure, se ce fate caso, qualsiasi intervento residenziale a Venezia (da De Carlo a Zucchi, passando per Gardella), presenta quantomeno le modanature stilizzate attorno alle finestre…Pare che lì, pe’ esse “contemporanei”, bastino gli (arbitrari) sfalsamenti tra le stesse, come nel caso di Zucchi, appunto, il cui intervento in laguna fu proiettato a suo tempo al mio corso di tesi in quanto “tipico esempio di contemporaneità” (malgrado il tabù delle succitate modanature)…Insomma, a Venezia sì, nel resto della penisola no…Valli a capì ‘sti docenti de oggi…Sarebbero stati un mistero perfino pe’ Freud…”
……………
“ … Ogni cosa visibile comunica con noi per la sua superficie. E il discorso o il canto di una superficie di architettura … si concentra … nelle modanature. La forma delle cornici convoglia le ragioni di una facciata e le rivela con più forza … Le cornici sono gli spazi di un’architettura ove la massima realtà si addensa … ”.
L.M.
Ildo Avetta, Giulio Sciascia : Cappella del Corpus Domini, 1966; Roma, Via delle Sette Chiese 91
Negli anni in cui si celebrava la perdita di ogni tipo di centro nella marcia in avanti dello spirito del tempo, c’era chi, senza sentirsi meno contemporaneo, sperava contro ogni speranza che invece quel centro avesse una sua durata. Una modernità “antisimmetrica” può forse fare finta che tutto vada bene e scantonare il centro, girarci intorno, ma non può negare fino in fondo quell’aspirazione tutta umana a ritrovarne uno. Qualcuno confidava in quel Centro con la solidità di un linguaggio architettonico apparentemente semplificato e cercava di tenergli fede nel modo più perfetto possibile. D’accordo: “perfezione” è una parola imbarazzante. Ho provato a filtrarla per rispettare la nostra intelligenza che non sopporta più termini così confusi, ma i risultati mi sono sembrati ancora più stupidi e non corrispondenti ai tentativi di Avetta e Sciascia.
Notata quasi per scherzo, scoprendo a Canazei delle coincidenze tra quella sua architettura in montagna e l’apparato simbolico dei santi pittori di icone, non faccio che inciampare in continue conferme della fissazione di Avetta (probabilmente è una proiezione mia ma non possiamo venirne a capo in questa sede) di identificare il proprio lavoro con la sua vocazione di credente.
Partendo dalla profezia di Luigi Gedda che “vedeva Ildo destinato ad una luminosa carriera professionale vissuta da cattolico” (così Antonio Cerino sul sito della Società Operaia) per arrivare all’ultima chiesa a Cafarnao degli anni ’80, si passa anche per questa chiesa del 1966, forse considerata da Avetta stesso quale suo capolavoro: qui si sono svolti i suoi funerali e sto scrivendo queste righe nella ricorrenza del secondo anniversario della sua morte.
Sempre aperta di giorno (escluso all’ora di pranzo) la cappella è dedicata al Ss. Sacramento alla cui adorazione perpetua sono chiamate le suore dell’istituto adiacente, anche questo progettato da Avetta e Sciascia, di cui occorre segnalare almeno la transenna in cemento armato in facciata che da sola meriterebbe una delle nostre sfornate.
In un testo del 1955 Avetta lamenta di essere costretto spesso a ripiegare su materiali dozzinali (vedi le finestre di Vitinia) per la parsimonia dei fondi a disposizione per l’edilizia sacra e denuncia la difficoltà di realizzare un progetto come si deve. Per questo tabernacolo a scala urbana (un’aula di circa 24 x 12 x 12 metri) i soldi però non devono essere mancati: l’edificio è curato fino al minimo dettaglio.
Salendo il sagrato (anche questa chiesa è sopraelevata per ricavare spazi archeologici al piano inferiore) si è costretti a guardare dove mettere i piedi e, con gli occhi abbagliati dal travertino che riveste la scala, si varca la soglia. L’interno è molto buio. Ogni apertura è chiusa da vetrate colorate che proiettano sulle plissettature della volta “piana” aurore boreali dai colori troppo tenui per illuminare adeguatamente il silenzioso spazio sacro.
Il corpo di Cristo è nell’ostensorio sull’altare che, come quello, è su un unico sostegno: ne risulta esaltato l’asse verticale centrale. L’abside è decorato da una stella in marmo verde su fondo amaranto screziato da costellazioni di mosaico dorato che come proiettori puntano la loro luce di nuovo verso il centro. A quello stesso centro portano, in alto, le intersezioni delle crociere sul soffitto.
Basta. Non rimane che abbassare le palpebre fin quando il respiro non sarà tornato regolare e nel frattempo avvertire come tutto, e tu che ci sei dentro, si stringa su quell’unico asse orientato che ordina lo spazio.
Ma, nel riaprirle, poco dopo, tutto sarà differente. La vista si è adeguata alla penombra e il travertino che riveste le pareti da cima a fondo sembra emanare adesso una luminescenza che prima non aveva. La chiesa è diventata una lanterna magica. Eppure niente è cambiato. E’ fisicamente cambiato il mio corpo, il mio modo di vedere il mondo.
La prima lezione che questo piccolo templum spiega indirettamente è quella di Wittgenstein: «Non come il mondo è, è il Mistico, ma che esso è»; la seconda lezione è diretta, esplicita: nel tempo che uno si concede al suo interno, insieme a cosa può significare il “mondo è”, si può intuire quali siano le conseguenze luminose del saperlo “contemplare”.
Gian Carlo :Galassi
[duepuntig@gmail.com]
sergio 43 su: “FUORI DI QUESTO VI E’ SOLO CATTIVA LETTERATURA” …
“Sono sicuro, Maurizio, che ognuno dei suoi allievi conserva il ricordo delle sua disponibilita’ e attenzione, specialmente quelli con qualche difficolta’. L’anno 1968 era trascorso da poco. Il mese di ottobre di quell’anno terribile, con il decesso improvviso del mio papa’, scomparse ogni velleita “comunarde”, mi avevano posto di fronte alla necessita’ di lavorare. Per finire mi mancavano solo gli esami scientifici, “Scienza”, “Tecnica”, un altro paio, che non essendo un genio, avevo lasciato per ultimi. Ero entrato come semplice lucidatore nel nuovo mondo degli studi professionali che non mi lasciava tempo per gli studi. Erano passati un paio d’anni, la coscienza comincio’ a rimordermi e riuscii a ritagliare il tempo per tornare come studente lavoratore in Facolta’. Mi ero arrugginito di molto, prendevo disperatamente appunti del Corso di Michetti che poi non trovavo il tempo di approfondire e ripassare a casa. Un tardo pomeriggio, uscito dalla lezione, ero particolarmente abbattuto. Mi ero avviato tristemente alla fermata d’autobus di Viale Buozzi e, mentre aspettavo, vidi arrivare il Professore e fermarsi anche lui in attesa. Mi ritrassi un po’ intimidito, trovandomelo cosi’ vicino. Si senti’ osservato, mi guardo’ e fece un cenno con il capo, evidentemente aveva riconosciuto uno degli anonimi volti che vedeva dalla cattedra, azzardai un sorriso, mi feci coraggio e cominciammo a parlare. Alla fine, l’autobus tardava riuscii ad esporgli le mie difficolta’. Mi dette appuntamento nel suo studio, parlammo di tante cose, mi sciolse alcuni concetti per me inestricabili del suo corso. Mi alzai rincuorato dalla sua semplice e disinteressata generosita’. Prima di andar via mi guardai intorno, affascinato dall’elegante e ordinato ambiente del suo lavoro. Mi colpi’ la nuova lampada “Tizio” dell’Artemide che illuminava il suo tavolo. Mi accompagno’ alla porta, dopo un po’ feci il suo esame, voto medio perche’ non puoi estrarre il sangue da una rapa,misi da parte qualche soldino e mi comprai anche io la “Tizio”. Quella lampada ancora sta sulla mia scrivania e io so bene chi mi ricorda.”
sergio 43 su: FINALMENTE …
“Quando ne avverto l’opportunita’ non rinuncio a ricordare due grandi professori (veramente li ricordo tutti con gratitudine): Michetti e Sergio Musmeci, uno di una precisione e semplicita’ da orologiaio svizzero, l’altro immaginifico e in lotta con la materia come un discolo. La superiore capacita’ di Michetti di estrarre le soluzioni piu’ appropriate come nelle vele della chiesa di Meier e l’altrettanto superiore capacita’ inventiva di Musmeci come nel ponte sul Basento e nel piccolo e generoso episodio del ponte ferroviario sull’Appia Antica. Anche io ricordo una lezione di Michetti che, con pochi calcoli sulla lavagna, dimostrava l’incapacita’ dei refoli d’acciaio a disposizione di poter sostenere il Ponte sullo Stretto ma ho ben presente l’elegante bellezza e sostenibilita’ del Ponte inventato da Musmeci….Capitani! Miei Capitani!”
“Antonio Michetti è nato nel 1927 e si è laureato in Ingegneria a Roma nel ’54; ha iniziato giovanissimo la sua attività all’interno della Facoltà di Architettura di Valle Giulia collaborando con Pier Luigi Nervi, Gaetano Minnucci e Carlo Cestelli Guidi presso la cattedra di “Tecnica delle costruzioni”, insegnamento che terrà ininterrottamente fino ad oggi.
Tecnico di eccezionale talento ha collaborato a definire il volto dell’architettura italiana contemporanea contribuendo in maniera determinante alla concreta realizzazione di ogni tipo di edificio, dal più semplice al più complesso, da quelli di civile abitazione a quelli commerciali, dalle scuole agli ospedali, dagli edifici per lo sport a quelli per il culto, dalle grandi strutture al restauro.
Antonio Michetti, per gli architetti della mia generazione (e non solo per loro), è sicuramente ”il più amato degli ingegneri romani”; tantè che hanno voluto, e alla fine ci sono riusciti, riconoscendolo come maestro, che diventasse uno di loro (ed è per questo che siamo qui). Attraverso un vero e proprio plebiscito (scaturito dalla proposta che Adriano Capo fece nel giugno di due anni fa al nostro Consiglio di Facoltà) sono stati in centinaia ad aderire, in questa formula inconsueta e al fondo irrituale, a questo evento accademico che ci vede qui riuniti per festeggiare un collega e un amico al quale siamo tutti, per qualche motivo, debitori e riconoscenti.
Per quanto riguarda la scuola e la professione Antonio Michetti si è quindi sempre attenuto con coerenza e determinazione alla lezione del suo maestro Pier Luigi Nervi per il quale, come sappiamo:
“La progettazione … si può definire in senso vasto come la invenzione e lo studio dei mezzi necessari a raggiungere un determinato scopo con la massima convenienza.” (nel senso latino, vitruviano, “simmetrico” appunto del termine, naturalmente … )
E secondo il quale: “… La più alta prerogativa dell’artista è quella di poter sintetizzare naturalmente, e direi quasi involontariamente, i sentimenti caratteristici del proprio tempo e tradurli in forme eloquenti per tutti. (In questo processo) assume particolare importanza la sensibilità statica che deve permettere una impostazione e definizione sufficientemente approssimata dell’organismo resistente, indipendentemente dall’uso dei veri e propri calcoli di stabilità e con l’ausilio di semplici conteggi orientativi o di formule largamente approssimate. …
… L’ideazione di un sistema resistente è atto creativo che, solo in parte, si basa su dati scientifici; la sensibilità statica che lo determina, se pure necessaria conseguenza dello studio dell’equilibrio e della resistenza dei materiali, resta, come la sensibilità estetica, una capacità puramente personale o per meglio dire il frutto della comprensione ed assimilazione, compiutesi nello spirito del progettista, delle leggi del mondo fisico. …
In sostanza, la progettazione statica presenta gli stessi caratteri di quella più specificatamente e strettamente architettonica.”
Ove si evince con chiarezza una certa radicata diffidenza, da un lato, nei confronti di astratte e verbose teorie tanto spesso appannaggio di un comporre sterile e meramente formalista, delle mode più passeggere, come pure di altrettanto artificiose formulazioni teorico-strutturali.
Una pratica scettica del dubbio da coltivarsi soprattutto nei confronti dell’ultima e devastante deriva merceologico-informatica rispetto alla quale troppo pochi allarmi sono, fin qui, stati fatti scattare di fronte al pericolo di un definitivo e irreversibile immiserimento concettuale delle nostre discipline di progetto.
La diffidenza di Antonio Michetti nei confronti di un uso improprio, deviante e intossicante dell’informatica volgare è noto e proverbiale e meriterebbe un’attenzione seria e capace di mettere in discussione e quindi di innescare una più rigorosa vigilanza nei confronti del dilagare mercantile di un’informatica mono-dimensionale ove gli elementi di logica, di invenzione e di creatività sono ormai quasi del tutto esclusi e il progetto si risolve, quindi, proprio nella negazione radicale dei suoi aspetti più evolutivi.
Anche in campo teorico il suo contributo è stato di particolare rilievo e, oltre ai numerosi studi sul cemento armato, vanno qui ricordate le sue affascinanti ricerche sugli organismi a cupola di Roma antica e sul tema specifico della “commodulatio”, della “sezione aurea” e del “triangolo diofantino”; tutti argomenti ove la dimestichezza con l’essenza logica e strutturale dell’edificio e le sue straordinarie esperienze “sul campo” gli hanno consentito sensazionali risultati. La sua consumata esperienza gli ha così fatto maturare una capacità di lettura dell’edificio storico che va ben oltre una sterile rilettura filologica del manufatto e della manualistica (cosa che purtroppo avviene nella maggior parte della recente ricerca storiografica) consentendogli una penetrazione ben più intima del testo architettonico, una conoscenza tecnica e teorica, materiale e progettuale, insieme, degli etimi più riposti della costruzione antica. Argomenti, questi, che poi sono risultati ancora utilissimi per risolvere i più spinosi problemi di tanti cantieri, di tante ultime fabbriche contemporanee ove sono venuti utilmente in soccorso, addirittura, i suggerimenti delle tecniche più remote, quelle degli antichi lapicidi e la sofisticata sapienza statico-grafico-analitica codificata nei manuali classici di geometria e di stereometria a conferire senso architettonico e sostanza strutturale ad alcuni di quelli che senz’altro resteranno come taluni dei più significativi “monumenti” romani di fine millennio.
Per alcuni di questi, questa specie di Padre Pio dell’architettura romana ha fatto letteralmente “miracoli” … dal più elementare edificio del più sconosciuto e modesto dei suoi allievi fino alle più cervellotiche richieste delle star internazionali, Antonio Michetti, non ha mai lesinato risposte ad alcuno, e si è impegnato sempre per rispondere ai bisogni di ciascuno con la consapevolezza che il suo apporto sarebbe comunque stato indispensabile per conferire credibilità ad una forma, senso e significato ad un gesto e a un’idea di architettura …
… e non è certo un caso che sia riuscito a far “stare” letteralmente “in piedi”, anche, le cupole giubilari di Richard Meier …
Tra le sue numerosissime collaborazioni vanno ricordate, almeno, quelle con gli architetti: Ventura, Giani, Busiri-Vici, Paniconi, Pediconi, Passarelli, Coronelli, Sartogo, Chiarini, Lambertucci, Valle, Pellegrin, Berarducci, Pineschi, Racheli, Anselmi, Pasquali, … solo per citarne alcuni che, come potete vedere appartengono ad almeno tre generazioni di architetti romani …
… e, naturalmente, il già citato Richard Meier (e conviene qui, ancora, ricordarlo … per il quale sarebbe potuto ben valere l’antico adagio romano: “Chi impiccia la matassa se la sbrogli …”) … con il quale ha recentemente collaborato per la messa a punto degli aspetti tecnici e strutturali della nuova chiesa del Giubileo a Tor Tre Teste risolvendone i più complessi e fondamentali aspetti, non tanto e non solo strutturali, quanto, anche e soprattutto, sostanziali, concettuali, sintattici ed espressivi. Quell’edificio, senza l’apporto di Antonio Michetti sarebbe stato diverso, molto, molto diverso … avrebbe avuto … un’anima, diversa.
La Laurea Honoris Causa in Architettura gli verrà quindi conferita con la seguente motivazione:
“Per aver unito le sue riconosciute capacità di tecnico ad una sensibilità architettonica capace di interpretare al meglio le qualità di ogni progetto; per il suo impareggiabile impegno didattico che ha consentito ad intere generazioni di architetti di impadronirsi dei segreti della scienza e dell’arte del costruire; per la passione e l’intelligenza nel comprendere e risolvere i piccoli e i grandi problemi dell’architettura e di un mestiere sempre inteso al generoso servizio della collettività.” Sarà questo quindi una specie di tardivo risarcimento conferito a chi ha dedicato una vita di studi e di impegno all’Università intesa nei suoi significati più alti ed è piuttosto imbarazzante per noi rappresentare, qui e oggi, proprio quell’istituzione che non ha saputo apprezzare e riconoscere, quando avrebbe dovuto e potuto, i suoi straordinari meriti accademici e che, avendo perso, a suo tempo, l’occasione di “mettere in cattedra” Antonio Michetti, gli conferisce, oggi, questa “Laurea” ad Honorem.
Una “laurea” quindi che vale ben più di una “cattedra” e che viene conferita ad Antonio Michetti anche con la stima e l’affetto che si hanno e che sono dovuti ai Maestri più cari, a coloro che, oltre che a farci condividere il gusto per una scienza e per un mestiere, ci hanno trasmesso il rispetto degli altri e la capacità di ascoltare i loro desideri e i loro bisogni, ci hanno insegnato anche e soprattutto a “vivere”, dignitosamente, la nostra professione.
Un’occasione quindi per un abbraccio e una stretta di mano a chi tra noi ha sempre lavorato onestamente e spesso in solitudine per una scuola che fosse, come dovrebbe sempre essere, regno della ricerca, della libertà e della verità, un’autentica comunità scientifica e non soltanto un comitato di affari (come troppe volte è, purtroppo, accaduto anche in tempi recenti).
Ci piace quindi concludere con le parole che, pochi mesi prima di morire, Aldo Rossi scrisse, nel luglio del ’97 introducendo un libro che riteneva indispensabile per qualsiasi studente di architettura, per qualsiasi architetto, un libro che gli aveva sempre dato anche “la speranza … di una nuova scuola”, quel, già citato, Scienza o Arte del Costruire: caratteristiche e possibilità del cemento armato, che Pier Luigi Nervi aveva dato alle stampe nel 1945, per i tipi delle Edizioni della Bussola, nella collana “panorami di cultura contemporanea” diretta da Marcello Piacentini e che crediamo sia stato una specie di Vangelo anche per Antonio Michetti, un vero e proprio livre de chevet per il nostro “laureando”.
Scriveva, allora e piuttosto imprevedibilmente, Aldo Rossi (memore certo anche della lezione di Loos):
“… la bellezza dell’architettura è legata alle leggi della statica, ai materiali, alla sua vita interna …
… l’opera architettonica non è tale se non quando è diventata realtà vivente di materiali …
Le costruzioni hanno una loro vita e questo dipende dalla sanità e robustezza dei componenti e, come diceva Palladio, la forma è più importante della materia nel senso che la forma trae la sua bellezza dalla statica e dalla concezione costruttiva.
… Fuori di questo vi è solo cattiva letteratura.”
G. M. Roma 3.3.03
Giovanni Michelucci: Chiesa dell’ Immacolata, 1966-1982
Gianni Avon, Francesco Tentori, Marco Zanuso: Cimitero a Muda Maè, 1966-1972
Ci eravamo preparati per tempo per il cinquantenario del Vajont, poi siamo andati in settimana sabbatica per sovresposizione da web e dopo, per venti giorni, le altre cose che avete visto ci erano più presenti e ci hanno portato altrove.
Ma per liberarmene, devo davvero condividere con voi, anche se con un mese di ritardo, questa sensazione di lutto monumentale elaborato, mi sembra, in maniera cinica da due capolavori dell’architettura italiana.
Il problema risiede nel fatto che la tragedia del Vajont è già architettonicamente sullo sfondo di tutta Longarone rendendo superfluo il sovraccarico di significati simbolici che gli architetti hanno dato al loro lavoro. La diga è ancora e per sempre lassù. Del resto l’impianto idroelettrico per cui è stata fatta mi pare funzioni ancora. Orrida sull’orrido. Inutile metafora di se stessa. Tragicamente fortissima. Titanic dell’edilizia. Sovrabbondante in monumentalità. Eccessiva in memoria.
Per ricordarla le due architetture sembrano sospendere la credulità, chiudono gli occhi e fanno finta che quella massa critica di cemento armato non ci sia oppure che appartenga disciplinarmente all’ingegneria e non all’architettura. Il cimitero si nasconde in trincea e, annullandosi volumetricamente per la veduta dei monti, fa spazio alla presenza della diga, tutto lo spazio possibile; la chiesa invece la sfida a brutto muso con una controfortezza dello stesso materiale di cui è fatta.
Per Avon, Tentori e Zanuso la morte è laica cancellazione del dramma che diventa un sospiro durante una malinconica e meditabonda passeggiata; Michelucci, invece, religiosamente, costruisce ben due chiese: al piano terra per i superstiti e i loro discendenti che però restano sepolti vivi sotto l’assemblea dei 1917 fantasmi longaronesi spazzati via dal fango, in eterno raccolti in preghiera dall’architetto nella chiesa superiore a cielo aperto.
Non è possibile che i nostri cuori si siano così induriti che abbiamo bisogno di artisti che ci spieghino tutto in maniera così didascalica anche quando è così evidente. Che ci intrattengano sul dramma. Siamo ancora capaci di alzare gli occhi e vedere quell’opera di land-art che sbarra la valle?
Se così fosse, allora, più modestamente, un quadriportico cimiteriale e una chiesa a tre navate sarebbero stati più significativi e mozzafiato per confrontarsi, nel silenzio proprio dell’architettura, con quell’urlo in cemento armato che arriva dalle montagne.
La spettacolarizzazione architettonico-artistica metabolizza la realtà fino all’alzata di spalle.
A malincuore (per la stima che nutro per gli autori) trovo il coraggio di dire che forse siamo ai livelli di lucida insensibilità, in buona fede sì ma non per questo meno colpevole, del Buzzati sul Corriere della Sera che all’indomani di quel 9 Ottobre 1963 commentò: «Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui».
Gian Carlo :Galassi
Luca Rijtano su: QUANDO … COME … PERCHE? …
“d’accordissimo con Sergio 43. qualche mese fa mi è capitato di studiare tutte le carte delle riunioni del CET, il comitato di elaborazione tecnica chiamato tra il ’54 e il ’58 a redigere il nuovo PRG di Roma, prima che, come è noto, tutto andasse a puttane e la vicenda diventasse esclusivamente uno scontro politico-economico. Quel comitato era composto, per la cronaca, tra gli altri, da Piccinato, Nicolosi, Del Debbio, Quaroni, Muratori e Vincenzo Monaco, e scusate se è poco, verrebbe da dire. Mi piangeva davvero il cuore leggere le discussioni di 60 anni fa in cui i problemi erano esattamente gli stessi di oggi, con le medesime problematiche, ad eccezione ovviamente dell’argomento principe, ovvero dove posizionare i nuovi centri direzionali, perchè oggi si è rinunciato a qualsiasi ipotesi di sviluppo economico della città. L’ultima grande occasione, purtroppo perduta, di sviluppo coerente della città, nel momento cruciale del massimo sviluppo economico e demografico.
Due note però le devo aggiungere:
– è vero che lo sviluppo di Roma verso il mare sia stato accantonato (ma è poi vero del tutto? l’unico centro direzionale sviluppatosi è stato l’EUR, perchè già c’erano tutte le infrastrutture, oltre un commissario come Virgilio Testa che sapeva benissimo cosa fare e come usare un ente costruito ad hoc per funzionare perfettamente soprattutto sul controllo urbanistico) per motivi esclusivamente politici e di damnatio memoriae, ma va detto che il principale nemico dell’EUR e dello sviluppo verso il mare (a cui tra l’altro si devono i primi piani come braccio destro di Piacentini) e inventore dell’Asse attrezzato, Piccinato, ha sempre avuto le stesse idee prima e dopo la guerra, fin dai tempi del piano del GUR di fine anni ’20, con il nuovo centro ad est e l’arretramento della stazione Termini. Piacentini ha sempre avuto le stesse convinzioni e nel GUR c’era anche Nicolosi.
– Su via dei fori imperiali va poi detto che seppure nella vulgata venga definita come una strada straordinariamente scenografica costruita per le parate del Regime, era in realtà parte di un piano di mobilità assolutamente ragionato e coerente: col perno di piazza venezia, da una parte la via del Mare, dall’altra la via dei Colli, ovvero le due direzioni di sviluppo previste per la città. è per questo che è così complicato pedonalizzare l’area,perchè ancora oggi vengono usate a questo scopo, per uscire dal centro più o meno rapidamente verso il mare e i colli. Piccinato e Nicolosi, fin dagli anni ’30-’40, volevano aggiungere un arco di sviluppo,che dalla Tiburtina con la nuova zona industriale arrivasse fino all’EUR. E l’asse attrezzato era lo strumento per realizzarlo.“
“Egregio Professore,
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