La composta bellezza notturna di una “anonima” palazzina romana a Montesacro …

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San Lorenzo: «si indice un nuovo concorso tra gli architetti contemporanei più tosti». …

800px-San_lorenzo_FacciataIrene Nizzi (@IreneN… su Salviamo Angiolo Mazzoni …

“Sullo spessore culturale della politica renziana invito a leggere l’articolo “Renzi, politica e incultura”:

Renzi, politica e incultura – Il Sole 24 ORE

A dir poco imbarazzante. Ciò che mi sconvolge è che anche gli organi di tutela, come appunto alcune Soprintendenze, sembrano piegarsi alla logica del bene culturale come risorsa da mettere a reddito a tutti i costi, pur di compiacere mercato e turisti. Spero davvero di sbagliarmi.”

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Il tormentone galattico …

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ARREDARE SOPRA PENSIERO n.01: «Perché» …

ArredareSopraPensiero_01aPERCHE’

 E’ da tanto tempo che ci ripromettiamo di mettere per scritto le  cose che reputiamo fondamentali per capire e riprogettare un interno. Abbiamo sempre rimandato perché quando si affrontano i problemi compositivi dell’arredamento non c’è chi non creda di avere abbastanza titoli per risolverli, e se non di arrivare alla lode, è sicuro di meritarsi il massimo dei voti. Se parlassimo di tecnologia dovremmo confrontarci solo con qualche specialista,  in fatto di arredamento invece potremmo  estenuarci all’infinito nel confronto con le più disparate e in-discutibili opinioni dell’universo mondo.

Non c’è chi si sente di sbagliare perché è da una vita che ognuno di noi abita in una casa. Con gli anni siamo diventati via via espertissimi di culle, lettini, letti a una piazza e lettoni matrimoniali; di cuscini, seggioloni, sedie e divani; di ceste per giocattoli, cassettoni, armadi e cabine armadio. E’ per questo che con un colpo d’occhio giudichiamo un mobile non solo se, senza saper bene perché, ci piace, ma anche se è funzionale e pratico per i nostri usi.

Ci muoviamo tra la cucina, il soggiorno e le camere di casa  assegnate gerarchicamente ai membri della nostra famiglia su percorsi talmente collaudati che il parquet o i tappeti sono consumati dai passi come sentieri nell’erba.

Viene da chiedersi: come essere utili tra tanti… tra i Tutti esperti? C’è qualcosa che possiamo imparare riguardando con più attenzione l’arredare e cosa c’è da dire ancora sull’argomento? Quale punto di vista inusitato può chiarire maggiormente come l’uomo organizza lo spazio necessario per la propria residenza o è sufficiente il suo istinto e ogni volta è un caso a sé da risolvere di pancia?

Certo che se il compito dell’architetto si riduce a consulente di “stile”, per lui ci sarà forse tanto lavoro ma la sua fatica sarà tutta nel convincere i clienti di saperne più di loro, un po’ come faceva Adolf Loos che, pur restando uno dei nostri autori preferiti, è buffo quando dapprima si spaccia quale grande saggio predicando la libertà di ognuno nell’esercitare il proprio cattivo gusto in casa propria e poi immediatamente, nello stesso giro di frase, si rende disponibile a dispensare pareri sul come coniugare a Vienna l’arredamento all’inglese.

                   «Osservazioni elementari sull’arredare», «La costruzione logica dell’architettura degli interni»… sarebbero stati bei titoletti per la rubrica se «elementarità» e «logica» in architettura non si fossero lise a forza di nascondere superficialità e carenze disciplinari.

                  Il metodo sarà albertianamente sempre lo stesso: come si costruisce una città così si costruisce anche una casa. Se Giancarlo Cataldi, Alessandro Giannini, Paolo Maretto, Renato e Sergio Bollati si sono occupati di territori, città e architetture dal centomila fino al cento, aprendo spesso parentesi su scale più grandi e più piccole, noi proveremo a partire dall’1 a 50 per zoomare i ragionamenti, se servirà, alzando gli occhi sul panorama o mettendo a fuoco il microscopio.

                  Riprendiamo qui una frase dedicata qualche anno fa a Gianfranco Caniggia a incipit di uno dei libri in alto e messi lì non per pubblicità, sono fuori catalogo, ma per mostrare quale discorso, lasciato aperto, c’è da portare a compimento nella scuola romana:  «senza il suo pensiero non sarebbe stata tracciata quella strada che ora noi cerchiamo di ripercorrere consci delle molte difficoltà che avremo lungo il cammino».

 

Adelaide Regazzoni Caniggia & Gian Carlo :Galassi

Disclaimer: fatevi pure sotto con consigli, osservazioni e tifo sfegatato ma gli insulti, per cortesia, mandatemeli via mail [duepuntig@gmail.com]: giurin giuretta che, dopo averli un filtrati, li discuterò con la professoressa. :G

ArredareSopraPensiero_01b…………..

Grazie ad Adelaide per la collaborazione …

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“UNA COSA SEMPLICE E FATTA BENE” …

peppa-pig-620-jpg-942592681-3249976“Leggendo il post “CANTONATE ROMANE” mi sono fermato sui seguenti capoversi degni a mio parere , più di altri di essere approfonditi …
 
“La vera architettura è sempre stata, al fondo e soltanto «una cosa semplice, fatta bene», ma oggi sappiamo che si producono solo cose frettolose, malfatte, artificiose e inutilmente complicate.
Così è nella pratica professionale, così è nella scuola, così nelle amministrazioni pubbliche e private.
La semplicità e la chiarezza di un buon lavoro diventano oggi la soglia inattingibile di un mitologico approdo, quasi mai, neppure, sfiorato.
Ed ecco perciò l’importanza di una riscoperta e di un recupero di valori e di significati lentamente stratificati nel tempo e nella abitudine edilizia da intere generazioni rimaste talvolta e per intero sconosciute, ma che hanno lasciato segni profondi nella fisionomia della nostra città attraverso la fatica di un esercizio quotidiano fatto di artigianalità e di amore per il proprio lavoro, di rispetto dei ruoli, delle regole, delle persone, delle competenze e delle personalità.
La frettolosa «semplicità» del moderno, che si è cosi spesso trasformata nel silenzio disperato, rumoroso e coatto della babele contemporanea ove tutto parla e comunica, urla e trasmette, eppure nulla più si ascolta e si comprende, ha fatto perdere anche il gusto per la vita degli oggetti, per il linguaggio semplice delle cose, per il volto domestico, popolare e quotidiano, per l’immagine stessa delle case.”
 
Colpito e stupito nel leggere  con quanta “serena convinzione” si affermi  che  la vera architettura è soltanto, in fondo, “una cosa semplice fatta bene” …
… e ce ne sarebbero di cose complicate che almeno fino ad adesso sono  state ritenute “vera architettura” …
“Ma oggi sappiamo che si producono solo cose frettolose, malfatte, artificiose e inutilmente complicate” …. un “quel che è perso è perso” … quasi un grido di inutile dolore nella convinzione che tanto oramai quella retta via non potrà  più essere percorsa … o forse si?
Un disperato ululare alla luna nel disperato tentativo di ? … boh?! …
 
Ed ancora  ….  se oggi sappiamo che “ è così nella pratica professionale, così è nella scuola, così nelle amministrazioni pubbliche e private” , allora riflettiamo e diciamocelo che francamente questo che accade  nella architettura non è altro che la più ovvia conseguente  espressione di una società , quella italiana, che corre sempre più velocemente verso la propria  inesorabile discesa negli abissi …
 
E per quanto se ne voglia … per quanto qualcuno , anche tra i “dotti”, si agiti facendo credere che non è per tutti uguale … oggi una certezza ce l’abbiamo … la certezza è che quello che produciamo come risultato della più importante manipolazione del territorio da parte dell’uomo , cioè il costruire , che qualcuno provvederà immediatamente a distinguerla dall’edificare,  in un disperato e ridicolo tentativo di tirarsene fuori …
 
… ecco dicevo … quei risultati non sono altro che il prodotto della nostra società … ma in  modo speciale  di chi la insegna l’architettura e chi attraverso lo strumento della politica (leggasi Ministero dell’Istruzione e quindi noi ), fa che le cose marcino in un modo piuttosto che in un altro …
 
… in questa situazione , per quanto apprezzabile sia l’elogio della cornicetta e del lavoro artigianale che anche io prediligo, mi sembra piuttosto banale stare li a parlare di queste stronzate  con un mondo intero che va da tutta altra parte … un mondo nel quale  certo alla lunga la cornicetta probabilmente non sopravviverà … o se ne resterà qualcosa  … resterà per il piacere di qualche futuro visitatore che passeggerà tra quello che rimane   dopo aver attraversato un tornello a lettura ottica …  di fatto inesistente …
 
Il recupero dei ” valori lentamente stratificati nel tempo“ ma soprattutto i valori insiti in una certa “abitudine edilizia”  è un recupero da tempo ostacolato dai problemi importanti accollati all’architettura dell’economia (mercato) e da chi può decidere … due attori importanti che, se qualcuno non se ne è accorto, continuano ad essere sempre più aggressivamente quei  mostri che volgono la propria attenzione, con modalità sempre più spietate, alla implementazione della ricchezza e dello stesso potere decisionale come mezzo di sopraffazione anche economico su questa nostra società …
Chi di noi non sa che  FARE L’ARCHITETTURA significa sempre  immissione di grandi quantità di capitali nel mercato ….  Con tutto quello che ovviamente ne deriva e che per brevità non trattiamo … tanto lo sappiamo tutti di che cosa stiamo parlando …
Tanti soldi anche quando si vuole costruire una piccola casetta!
… e questo si che  è un bell’argomento …
Ma cosa significa oggi fare una piccola casetta , magari di campagna … di cosa si tratta veramente ?
Di una casetta con i valori di Valori?
Se si  … perché allora per esempio non si insegna più nelle facoltà come si fa una casetta con i valori di Valori?
Perché non si insegna.. che ne so … come si fa un bel cancello in ferro? Che se anche fossi capace di disegnarlo ma dove lo troverei un fabbro oggi, che al contrario mi opporrebbe “pe’ sbrigasse” una delle tante  vomitevoli produzioni industriali?
Certo … forse qualcuno c’è di artigiano … ma vi assicuro che son rarissimi  e ve lo dice uno che “di queste cose se ne intende” …. Cosa vuol dire progettare e costruire una casa o qualsiasi altro edificio  in maniera artigianale nel pieno rispetto di quella necessità di “riscoperta e di un recupero di valori e di significati lentamente stratificati nel tempo?
E’ vero …. certo …  qui non parliamo dell’artigiano … bensì parliamo dell’architetto artigiano … o artigiano nell’idea … nel pensiero … in quel sentimento particolare di approccio al metodo della progetto … sicuramente è una cosa bella  … ma dove sta? Chi è? … Quanti tra i giovani e più adulti architetti tra i 150.000 d’Italia sanno di cosa si sta parlando  …
Quasi nessuno … o pochissimi …
La stragrande maggioranza non sa niente! Vecchi e giovani … E basta farsi un giro nella rete per avere i segnali di una cultura dell’ architettura che nel mercato degli architetti Tavernello , quelli di tutti i giorni … che sono quelli che la città la fanno davvero … da segni di un cedimento avvenuto oramai da tempo e con caratteristiche tali da poter essere classificata come condizione irrecuperabile …
 
Ma andatevi a fare un giro …  la dove la città cresce … nei piani di zona … sui bordi di Roma … e ne vedrete delle belle  …
Li i professori dovrebbero portare i propri studenti  …
Di quello bisognerebbe parlare invece che fossilizzarsi come ebeti sulle cazzate dell’una od altra star dell’architettura …
Proprio li …  li dovrebbero portare … a fargli capire cosa succede mentre in giro si parla di cose inutili o si fanno le Nuvole … oppure a fare un bel tour negli istruttivi edifici delle amministrazioni pubbliche anche romane dove all’ombra dei navigatori e dei pensatori e degli architetti, nei corridoi, puoi trovare appesi disegni … progetti realizzati internamente dagli scienziati dell’urbanistica … che definire ridicoli è poco …
Ma come si può pensare che in un mondo come questo ci sia posto per una progettazione fatta  “di un esercizio quotidiano di artigianalità ed amore per il proprio lavoro”?
Ma di cosa si parla? … ecco … fatevi la domanda e rispondetevi da soli  … ma fatelo  senza troppi onanistici esercizi intorno ad un teorico “doversi fare nell’architettura “ che non troverà più nessun riscontro nella società  finché  non si comincerà a parlare in maniera un poco più centrale di come “rimettere in forma” (e chi è artigiano sa cosa vuol dire) il professionista medio italiano, ma più in generale e ancora più importante, tutta una società di uomini che a definirli tali ci vuole un bel coraggio.
Ma chi controlla i controllore?
Ma chi insegna a chi deve insegnare?
Solo allora potrete capire perché  ”La frettolosa «semplicità» del moderno, che si è cosi spesso trasformata nel silenzio disperato, rumoroso e coatto della babele contemporanea ove tutto parla e comunica, urla e trasmette, eppure nulla più si ascolta e si comprende, ha fatto perdere anche il gusto per la vita degli oggetti, per il linguaggio semplice delle cose, per il volto domestico, popolare e quotidiano, per l’immagine stessa delle case.”
Tutto il resto sono chiacchiere inutili all’interno delle quali ci piace saltellare come Peppa Pig nelle pozzanghere piene di fango …
 
Distinti saluti,”
Sergio De Santis

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Grazie per una così attenta lettura di un vecchio testo di tanti anni fa …

La frase: “l’architettura dovrebbe essere una cosa semplice e fatta bene” …

è di Francesco Fariello …

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Non ne puoi più di «CASA ROMANTICA» o di «BAGNO FELICE» ?! …

Prossimamente-Arredare-Sopra-Pensiero

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CINEMA AMERICA …

140306988-35f7844e-97c0-4ff2-9886-9494030347db-1Un anno di “Cinema America”

Da Verdone a Rosi, gli eventi  140306127-3da2f6c1-ff26-49f9-acf6-d5a942eed2e0CINEMA AMERICA OCCUPATO …

CINEMA AMERICA … UN APPELLO …

CINEMA AMERICA … CHE FARE? …

CINEMAMERICA: “Quanto me rode ‘sta stronzata” …

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Salviamo Angiolo Mazzoni …

CentraleTermica

Riceviamo da Tom Muirhead: …

“Non è troppo tardi. Occorrono molte firme per salvare questo vero capolavoro!

Tom

salviamo il complesso architettonico di a. mazzoni a s. m. novella …

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Grazie Tom …

questi delle Ferrovie sono dei veri animali …

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SI NUN C’HAI GNENTE DA DI’ …

Schermata 2013-11-09 a 18.50.14Andrea Di Martino su: SERVIZI PUBBLICI …

“Bella testimonianza, quella di Sergio 43, al quale auguro lunga vita. Una testimonianza di un tempo ormai lontano, legato alla memoria di un “servizio pubblico” che forse non c’è più, indipendentemente da quella gentilezza e disponibilità che potremmo attribuire anche a tanti docenti di oggi (e che naturalmente è ancora più apprezzabile, visto il sovraffollamento delle attuali facoltà). E’ evidente che la capacità di trasmettere non dipende solo dal proprio bagaglio culturale (che nel caso di un docente si presume sia sempre altissimo), ma anche (e soprattutto) dall’esperienza acquisita sul campo, variabile da docente a docente, ma sempre indispensabile al fine di integrare tutta una serie di nozioni teoriche con altre nozioni che potremmo definire pratiche, ovvero le uniche che fanno sì che le stesse nozioni teoriche siano immediatamente utilizzabili a livello operativo, al fine di evitare tutti quei problemi che insorgono nel passaggio dalla teoria dei modelli alla realtà della costruzione. In tal senso, la disponibilità a trasmettere serve a poco, quando si ha poco da trasmettere (bella scoperta, direte voi), ma il fatto saliente è che serve ancora meno in tutti quei casi in cui manca perfino la coerenza verso quel poco che si vorrebbe (o si potrebbe) trasmettere. Mi viene in mente il predecessore di R. Lenci alla cattedra di composizione 3: quel M. Rebecchini che amava ripetere: “Sfogliate le riviste”: un concetto che ho sentito ripetere più o meno ossessivamente da altri docenti e assistenti, quasi che le succitate riviste fossero la panacèa di tutti i mali (beninteso, di apprendimento). Ancora mi viene da ridere se penso che lo stesso Rebecchini ebbe modo di raccogliere tutte le sue lezioni in un saggio (“Architetti italiani: 1930-1990”), il cui scopo, almeno per chi sa leggere tra le righe (visibili sul retro di copertina), era quello di prevenire il disorientamento derivante dalle “molte dispersive tendenze dell’architettura contemporanea”, ossia proprio quelle che, secondo le succitate righe, trovano così ampio spazio sulle “taumaturgiche” riviste. Vi confesso che ogni volta che sfoglio quel libro (scomparso dalle bibliografie ufficiali nel 2007, quando l’anziano Rebecchini cedette la cattedra al giovane Lenci), mi rendo conto dell’ingiustizia che devo aver subìto ogni volta che ho dovuto rinunciare a qualsiasi modanatura e/o cornicione, sia pure in forma stilizzata, solo perchè vietata in quanto “ornamentazione applicata”, e quindi incompatibile con una qualsivoglia “immagine di contemporaneità”, non solo agli occhi degli assistenti di Rebecchini (con uno di loro feci le mie revisioni di composizione 3, prima di dare l’esame con Lenci), ma addirittura agli occhi dello stesso Rebecchini (malgrado la fama di “passatista” che pure si era guadagnato, non foss’altro per la stesura di quel libro in odore di “eresia”)…Eppure, se ce fate caso, qualsiasi intervento residenziale a Venezia (da De Carlo a Zucchi, passando per Gardella), presenta quantomeno le modanature stilizzate attorno alle finestre…Pare che lì, pe’ esse “contemporanei”, bastino gli (arbitrari) sfalsamenti tra le stesse, come nel caso di Zucchi, appunto, il cui intervento in laguna fu proiettato a suo tempo al mio corso di tesi in quanto “tipico esempio di contemporaneità” (malgrado il tabù delle succitate modanature)…Insomma, a Venezia sì, nel resto della penisola no…Valli a capì ‘sti docenti de oggi…Sarebbero stati un mistero perfino pe’ Freud…”

……………

CANTONATE ROMANE … | Archiwatch

“ … Ogni cosa visibile comunica con noi per la sua superficie. E il discorso o il canto di una superficie di architettura … si concentra … nelle modanature. La forma delle cornici convoglia le ragioni di una facciata e le rivela con più forza … Le cornici sono gli spazi di un’architettura ove la massima realtà si addensa … ”.

L.M.

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ARCHITETTURA BUONA COME IL PANE n.17: ILDO AVETTA (4) …

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Ildo Avetta, Giulio Sciascia : Cappella del Corpus Domini, 1966; Roma, Via delle Sette Chiese 91

 Negli anni in cui si celebrava la perdita di ogni tipo di centro nella marcia in avanti dello spirito del tempo, c’era chi, senza sentirsi meno contemporaneo, sperava contro ogni speranza che invece quel centro avesse una sua durata. Una modernità “antisimmetrica” può forse fare finta che tutto vada bene e scantonare il centro, girarci intorno, ma non può negare fino in fondo quell’aspirazione tutta umana a ritrovarne uno. Qualcuno confidava in quel Centro con la solidità di un linguaggio architettonico apparentemente semplificato e cercava di tenergli fede nel modo più  perfetto possibile.  D’accordo: “perfezione” è una parola imbarazzante. Ho provato a filtrarla per rispettare la nostra intelligenza che non sopporta più termini così confusi, ma i risultati mi sono sembrati ancora più stupidi e non corrispondenti ai tentativi di Avetta e Sciascia.

Notata quasi per scherzo, scoprendo a Canazei delle coincidenze tra quella sua architettura in montagna e l’apparato simbolico dei santi pittori di icone, non faccio che inciampare in continue conferme della fissazione di Avetta (probabilmente è una proiezione mia ma non possiamo venirne a capo in questa sede) di identificare il proprio lavoro con la sua vocazione di credente.

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Partendo dalla profezia di Luigi Gedda che “vedeva Ildo destinato ad una luminosa carriera professionale vissuta da cattolico” (così Antonio Cerino sul sito della Società Operaia) per arrivare all’ultima chiesa a Cafarnao degli anni ’80, si passa anche per questa chiesa del 1966, forse considerata da Avetta stesso quale suo capolavoro: qui si sono svolti i suoi funerali e sto scrivendo queste righe nella ricorrenza del secondo anniversario della sua morte.

Sempre aperta di giorno (escluso all’ora di pranzo) la cappella è dedicata al Ss. Sacramento alla cui adorazione perpetua sono chiamate le suore dell’istituto adiacente, anche questo progettato da Avetta e Sciascia, di cui occorre segnalare almeno la transenna in cemento armato in facciata che da sola meriterebbe una delle nostre sfornate.

In un testo del 1955 Avetta lamenta di essere costretto spesso a ripiegare su materiali dozzinali (vedi le finestre di Vitinia)  per la parsimonia dei fondi a disposizione per l’edilizia sacra e denuncia la difficoltà di realizzare un progetto come si deve. Per questo tabernacolo a scala urbana (un’aula di circa 24 x 12 x 12 metri) i soldi però non devono essere mancati: l’edificio è curato fino al minimo dettaglio.

Salendo il sagrato (anche questa chiesa è sopraelevata per ricavare spazi archeologici al piano inferiore) si è costretti a guardare dove mettere i piedi e,  con gli occhi abbagliati dal travertino che riveste la scala, si varca la soglia. L’interno è molto buio. Ogni apertura è chiusa da vetrate colorate che proiettano sulle plissettature della volta “piana” aurore boreali dai colori troppo tenui per illuminare adeguatamente il silenzioso spazio sacro.

Il corpo di Cristo è nell’ostensorio sull’altare che, come quello, è su un unico sostegno: ne risulta  esaltato l’asse verticale centrale. L’abside è decorato da una stella in marmo verde su fondo amaranto screziato da costellazioni di mosaico dorato che come proiettori puntano la loro luce di nuovo verso il centro. A quello stesso centro portano, in alto, le intersezioni delle crociere sul soffitto.

Basta. Non rimane che abbassare le palpebre fin quando il respiro non sarà tornato regolare e nel frattempo avvertire come tutto, e tu che ci sei dentro, si stringa su quell’unico asse orientato che ordina lo spazio.

Ma, nel riaprirle, poco dopo, tutto sarà differente.  La  vista si è adeguata alla penombra e il travertino che riveste le pareti da cima a fondo sembra emanare adesso una luminescenza che prima non aveva. La chiesa è diventata una lanterna magica. Eppure niente è cambiato. E’ fisicamente cambiato il mio corpo, il mio modo di vedere il mondo.

La prima lezione che questo piccolo templum spiega indirettamente è quella di  Wittgenstein: «Non come il mondo è, è il Mistico, ma che esso è»; la seconda lezione è diretta, esplicita: nel tempo che uno si concede al suo interno, insieme a cosa può significare il “mondo è”,  si può intuire quali siano le conseguenze luminose del saperlo “contemplare”.

Gian Carlo :Galassi

[duepuntig@gmail.com]

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