“FUORI DI QUESTO VI E’ SOLO CATTIVA LETTERATURA” …

MICHETTI“Antonio Michetti è nato nel 1927 e si è laureato in Ingegneria a Roma nel ’54; ha iniziato giovanissimo la sua attività all’interno della Facoltà di Architettura di Valle Giulia collaborando con Pier Luigi Nervi, Gaetano Minnucci e Carlo Cestelli Guidi presso la cattedra di “Tecnica delle costruzioni”, insegnamento che terrà ininterrottamente fino ad oggi.
Tecnico di eccezionale talento ha collaborato a definire il volto dell’architettura italiana contemporanea contribuendo in maniera determinante alla concreta realizzazione di ogni tipo di edificio, dal più semplice al più complesso, da quelli di civile abitazione a quelli commerciali, dalle scuole agli ospedali, dagli edifici per lo sport a quelli per il culto, dalle grandi strutture al restauro.
Antonio Michetti, per gli architetti della mia generazione (e non solo per loro), è sicuramente ”il più amato degli ingegneri romani”; tantè che hanno voluto, e alla fine ci sono riusciti, riconoscendolo come maestro, che diventasse uno di loro (ed è per questo che siamo qui). Attraverso un vero e proprio plebiscito (scaturito dalla proposta che Adriano Capo fece nel giugno di due anni fa al nostro Consiglio di Facoltà) sono stati in centinaia ad aderire, in questa formula inconsueta e al fondo irrituale, a questo evento accademico che ci vede qui riuniti per festeggiare un collega e un amico al quale siamo tutti, per qualche motivo, debitori e riconoscenti.
Per quanto riguarda la scuola e la professione Antonio Michetti si è quindi sempre attenuto con coerenza e determinazione alla lezione del suo maestro Pier Luigi Nervi per il quale, come sappiamo:
La progettazione … si può definire in senso vasto come la invenzione e lo studio dei mezzi necessari a raggiungere un determinato scopo con la massima convenienza.” (nel senso latino, vitruviano, “simmetrico” appunto del termine, naturalmente … )
E secondo il quale: “… La più alta prerogativa dell’artista è quella di poter sintetizzare naturalmente, e direi quasi involontariamente, i sentimenti caratteristici del proprio tempo e tradurli in forme eloquenti per tutti. (In questo processo) assume particolare importanza la sensibilità statica che deve permettere una impostazione e definizione sufficientemente approssimata dell’organismo resistente, indipendentemente dall’uso dei veri e propri calcoli di stabilità e con l’ausilio di semplici conteggi orientativi o di formule largamente approssimate. …
… L’ideazione di un sistema resistente è atto creativo che, solo in parte, si basa su dati scientifici; la sensibilità statica che lo determina, se pure necessaria conseguenza dello studio dell’equilibrio e della resistenza dei materiali, resta, come la sensibilità estetica, una capacità puramente personale o per meglio dire il frutto della comprensione ed assimilazione, compiutesi nello spirito del progettista, delle leggi del mondo fisico. …
In sostanza, la progettazione statica presenta gli stessi caratteri di quella più specificatamente e strettamente architettonica.

Ove si evince con chiarezza una certa radicata diffidenza, da un lato, nei confronti di astratte e verbose teorie tanto spesso appannaggio di un comporre sterile e meramente formalista, delle mode più passeggere, come pure di altrettanto artificiose formulazioni teorico-strutturali.
Una pratica scettica del dubbio da coltivarsi soprattutto nei confronti dell’ultima e devastante deriva merceologico-informatica rispetto alla quale troppo pochi allarmi sono, fin qui, stati fatti scattare di fronte al pericolo di un definitivo e irreversibile immiserimento concettuale delle nostre discipline di progetto.
La diffidenza di Antonio Michetti nei confronti di un uso improprio, deviante e intossicante dell’informatica volgare è noto e proverbiale e meriterebbe un’attenzione seria e capace di mettere in discussione e quindi di innescare una più rigorosa vigilanza nei confronti del dilagare mercantile di un’informatica mono-dimensionale ove gli elementi di logica, di invenzione e di creatività sono ormai quasi del tutto esclusi e il progetto si risolve, quindi, proprio nella negazione radicale dei suoi aspetti più evolutivi.
Anche in campo teorico il suo contributo è stato di particolare rilievo e, oltre ai numerosi studi sul cemento armato, vanno qui ricordate le sue affascinanti ricerche sugli organismi a cupola di Roma antica e sul tema specifico della “commodulatio”, della “sezione aurea” e del “triangolo diofantino”; tutti argomenti ove la dimestichezza con l’essenza logica e strutturale dell’edificio e le sue straordinarie esperienze “sul campo” gli hanno consentito sensazionali risultati. La sua consumata esperienza gli ha così fatto maturare una capacità di lettura dell’edificio storico che va ben oltre una sterile rilettura filologica del manufatto e della manualistica (cosa che purtroppo avviene nella maggior parte della recente ricerca storiografica) consentendogli una penetrazione ben più intima del testo architettonico, una conoscenza tecnica e teorica, materiale e progettuale, insieme, degli etimi più riposti della costruzione antica. Argomenti, questi, che poi sono risultati ancora utilissimi per risolvere i più spinosi problemi di tanti cantieri, di tante ultime fabbriche contemporanee ove sono venuti utilmente in soccorso, addirittura, i suggerimenti delle tecniche più remote, quelle degli antichi lapicidi e la sofisticata sapienza statico-grafico-analitica codificata nei manuali classici di geometria e di stereometria a conferire senso architettonico e sostanza strutturale ad alcuni di quelli che senz’altro resteranno come taluni dei più significativi “monumenti” romani di fine millennio.
Per alcuni di questi, questa specie di Padre Pio dell’architettura romana ha fatto letteralmente “miracoli” … dal più elementare edificio del più sconosciuto e modesto dei suoi allievi fino alle più cervellotiche richieste delle star internazionali, Antonio Michetti, non ha mai lesinato risposte ad alcuno, e si è impegnato sempre per rispondere ai bisogni di ciascuno con la consapevolezza che il suo apporto sarebbe comunque stato indispensabile per conferire credibilità ad una forma, senso e significato ad un gesto e a un’idea di architettura …
… e non è certo un caso che sia riuscito a far “stare” letteralmente “in piedi”, anche, le cupole giubilari di Richard Meier …
Tra le sue numerosissime collaborazioni vanno ricordate, almeno, quelle con gli architetti: Ventura, Giani, Busiri-Vici, Paniconi, Pediconi, Passarelli, Coronelli, Sartogo, Chiarini, Lambertucci, Valle, Pellegrin, Berarducci, Pineschi, Racheli, Anselmi, Pasquali, … solo per citarne alcuni che, come potete vedere appartengono ad almeno tre generazioni di architetti romani …
… e, naturalmente, il già citato Richard Meier (e conviene qui, ancora, ricordarlo … per il quale sarebbe potuto ben valere l’antico adagio romano: “Chi impiccia la matassa se la sbrogli …”) … con il quale ha recentemente collaborato per la messa a punto degli aspetti tecnici e strutturali della nuova chiesa del Giubileo a Tor Tre Teste risolvendone i più complessi e fondamentali aspetti, non tanto e non solo strutturali, quanto, anche e soprattutto, sostanziali, concettuali, sintattici ed espressivi. Quell’edificio, senza l’apporto di Antonio Michetti sarebbe stato diverso, molto, molto diverso … avrebbe avuto … un’anima, diversa.
La Laurea Honoris Causa in Architettura gli verrà quindi conferita con la seguente motivazione:
Per aver unito le sue riconosciute capacità di tecnico ad una sensibilità architettonica capace di interpretare al meglio le qualità di ogni progetto; per il suo impareggiabile impegno didattico che ha consentito ad intere generazioni di architetti di impadronirsi dei segreti della scienza e dell’arte del costruire; per la passione e l’intelligenza nel comprendere e risolvere i piccoli e i grandi problemi dell’architettura e di un mestiere sempre inteso al generoso servizio della collettività.”  Sarà questo quindi una specie di tardivo risarcimento conferito a chi ha dedicato una vita di studi e di impegno all’Università intesa nei suoi significati più alti ed è piuttosto imbarazzante per noi rappresentare, qui e oggi, proprio quell’istituzione che non ha saputo apprezzare e riconoscere, quando avrebbe dovuto e potuto, i suoi straordinari meriti accademici e che, avendo perso, a suo tempo, l’occasione di “mettere in cattedra” Antonio Michetti, gli conferisce, oggi, questa “Laurea” ad Honorem.
Una “laurea” quindi che vale ben più di una “cattedra” e che viene conferita ad Antonio Michetti anche con la stima e l’affetto che si hanno e che sono dovuti ai Maestri più cari, a coloro che, oltre che a farci condividere il gusto per una scienza e per un mestiere, ci hanno trasmesso il rispetto degli altri e la capacità di ascoltare i loro desideri e i loro bisogni, ci hanno insegnato anche e soprattutto a “vivere”, dignitosamente, la nostra professione.
Un’occasione quindi per un abbraccio e una stretta di mano a chi tra noi ha sempre lavorato onestamente e spesso in solitudine per una scuola che fosse, come dovrebbe sempre essere, regno della ricerca, della libertà e della verità, un’autentica comunità scientifica e non soltanto un comitato di affari (come troppe volte è, purtroppo, accaduto anche in tempi recenti).
Ci piace quindi concludere con le parole che, pochi mesi prima di morire, Aldo Rossi scrisse, nel luglio del ’97 introducendo un libro che riteneva indispensabile per qualsiasi studente di architettura, per qualsiasi architetto, un libro che gli aveva sempre dato anche “la speranza … di una nuova scuola”, quel, già citato, Scienza o Arte del Costruire: caratteristiche e possibilità del cemento armato, che Pier Luigi Nervi aveva dato alle stampe nel 1945, per i tipi delle Edizioni della Bussola, nella collana “panorami di cultura contemporanea” diretta da Marcello Piacentini e che crediamo sia stato una specie di Vangelo anche per Antonio Michetti, un vero e proprio livre de chevet per il nostro “laureando”.
Scriveva, allora e piuttosto imprevedibilmente, Aldo Rossi (memore certo anche della lezione di Loos):
“… la bellezza dell’architettura è legata alle leggi della statica, ai materiali, alla sua vita interna …
… l’opera architettonica non è tale se non quando è diventata realtà vivente di materiali …
Le costruzioni hanno una loro vita e questo dipende dalla sanità e robustezza dei componenti e, come diceva Palladio, la forma è più importante della materia nel senso che la forma trae la sua bellezza dalla statica e dalla concezione costruttiva.
… Fuori di questo vi è solo cattiva letteratura.

G. M. Roma 3.3.03

Antonio Michetti … ci ha lasciato … 25.9.2010

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4 risposte a “FUORI DI QUESTO VI E’ SOLO CATTIVA LETTERATURA” …

  1. maurizio gabrielli ha detto:

    Feci l’esame di tecnica con lui e…generosamente mi disse ” tu la struttura la capisci…ma sbagli tutti i calcoli “. Fantastico !

    • sergio 43 ha detto:

      Sono sicuro, Maurizio, che ognuno dei suoi allievi conserva il ricordo delle sua disponibilita’ e attenzione, specialmente quelli con qualche difficolta’. L’anno 1968 era trascorso da poco. Il mese di ottobre di quell’anno terribile, con il decesso improvviso del mio papa’, scomparse ogni velleita “comunarde”, mi avevano posto di fronte alla necessita’ di lavorare. Per finire mi mancavano solo gli esami scientifici, “Scienza”, “Tecnica”, un altro paio, che non essendo un genio, avevo lasciato per ultimi. Ero entrato come semplice lucidatore nel nuovo mondo degli studi professionali che non mi lasciava tempo per gli studi. Erano passati un paio d’anni, la coscienza comincio’ a rimordermi e riuscii a ritagliare il tempo per tornare come studente lavoratore in Facolta’. Mi ero arrugginito di molto, prendevo disperatamente appunti del Corso di Michetti che poi non trovavo il tempo di approfondire e ripassare a casa. Un tardo pomeriggio, uscito dalla lezione, ero particolarmente abbattuto. Mi ero avviato tristemente alla fermata d’autobus di Viale Buozzi e, mentre aspettavo, vidi arrivare il Professore e fermarsi anche lui in attesa. Mi ritrassi un po’ intimidito, trovandomelo cosi’ vicino. Si senti’ osservato, mi guardo’ e fece un cenno con il capo, evidentemente aveva riconosciuto uno degli anonimi volti che vedeva dalla cattedra, azzardai un sorriso, mi feci coraggio e cominciammo a parlare. Alla fine, l’autobus tardava riuscii ad esporgli le mie difficolta’. Mi dette appuntamento nel suo studio, parlammo di tante cose, mi sciolse alcuni concetti per me inestricabili del suo corso. Mi alzai rincuorato dalla sua semplice e disinteressata generosita’. Prima di andar via mi guardai intorno, affascinato dall’elegante e ordinato ambiente del suo lavoro. Mi colpi’ la nuova lampada “Tizio” dell’Artemide che illuminava il suo tavolo. Mi accompagno’ alla porta, dopo un po’ feci il suo esame, voto medio perche’ non puoi estrarre il sangue da una rapa,misi da parte qualche soldino e mi comprai anche io la “Tizio”. Quella lampada ancora sta sulla mia scrivania e io so bene chi mi ricorda.

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  3. sergio de santis ha detto:

    E’ vero … disponibilità attenzione ed una grande cortesia erano la cifra impareggiabile di Antonio Michetti … ma ancora di più erano affascinanti le sue lezioni che riusciva a “intortatri con esempi di tutti i tipi affinchè la Scienza delle Costruzioni diventasse alla fine qualcosa di meno ostile alla presunta inefficacia scientifica delle “capoccie” dei futuri architetti … così dicono in genere … gli altri … la gente … pensando all’architetto ed al suo ruolo in questa società …
    Antonio Michetti durante la lezione conservava però in più un ulteriore cadeaux per coloro che avevano la fortuna di assistere e di essere rapiti dalla sostanza dell’uomo prima che da quella del professionista/professore di grande spessore … Antonio Michetti non si risparmiava sul fronte della condivisione della propria umanità … non sottraendo alla lezione aneddoti e fatti vari che lo potevano riguardare anche relativamente a situazioni certamente di piu intimo livello … nel suo linguaggio semplice … con quell’accento romano che lo caratterizzava … nella comunione dei numeri con accadimenti di vita vari la lezione diventava quasi sempre una storia e tu te ne andavi con una sensazione di pienezza che ti faceva amare l’università e…
    … e così ci provavi …. ancora di più … a cercare di essere anche (più) “scientifico” … fatto sta che in mezzo a tutta ‘sta passione che m’era presa per questo esame che tutti reputavano difficile mi presentai alla prima sessione di primavera … pronto … come sempre …
    Mi siedo e chi me tocca? …. proprio lui … il professore … chi non ricorda anche però il suo altrettanto valido e bravo assistente … Brega … mi pare si chiamasse … che pure faceva qualche lezione … quasi … ho detto quasi … nel suo stesso stile ed in una sorta di timidezza che anche ci faceva amarlo …
    Insomma mi siedo davanti a Michetti che mi porge un foglio con un problema da risolvere … e devo dire che me la ricordo la mia emozione a trovarmi di fronte a quel PROFESSORE …
    mi porge il foglietto e la penna e … click … “si spegne la luce del mio cervello” che li per li … ma anche in seguito mi è capitato … ho pensato che magari … forse … veramente accesa non lo era mai stata …
    BUIO … un buio pesto … che non mi permetteva di pensare a nulla se non esclusivamente al fatto che stranamente non riuscivo a pensare a nulla … lo ricordo benissimo … e ricordo benissimo cosa dissi a Michetti …
    Dopo una trentina di secondi, forse un minuto, durante il quale, più o meno a metà strada di quel tempo apparentemente lunghissimo sentii solo un “stia tranquillo” dissi, più o meno trascinando le parole:
    – Guardi professore … non lo so …boh … credo che oggi non sia il mio giorno … forse è meglio se ci rivediamo alla prossima …
    Lui mi ha guardato dritto negli occhi … e mi ha detto :
    -Guardi … faccia ‘na cosa … si vada a fa’ du passi a Villa Borghese … ci rivediamo dopo pranzo … vada … vada … non se preoccupi …
    Andai.
    Tornai subito dopo pranzo … mi ricordo … verso le 14,30 …
    finito con “quello” che stava sotto … mi fece un cenno con la mano indicandomi di sedermi …
    mi mise sotto gli occhi il problema facendo scivolare lentamente il foglio sospingendolo verso di me con la mano a dita unite…
    Era incredibilmente il foglio che mi aveva già sottoposto precedentemente … lo stesso …
    Inutile dire che in tre , quattro ore che passai a Villa Borghese, passeggiandomela tutta, pensai, oltre che alla mia debolezza di quel momento, anche a quel problema …
    Lo risolsi abbastanza velocemente … il problema … giusto con qualche incertezza di poco conto…
    Mi portai a casa un ottimo voto ed il ricordo di un esame che fu per me probabilmente il più bello vissuto dentro quella facoltà …

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