ARCHITETTURA BUONA COME IL PANE n.17: ILDO AVETTA (4) …

ArchitetturaBuonaComeIlPane17_01SANCTA SANCTORUM

Ildo Avetta, Giulio Sciascia : Cappella del Corpus Domini, 1966; Roma, Via delle Sette Chiese 91

 Negli anni in cui si celebrava la perdita di ogni tipo di centro nella marcia in avanti dello spirito del tempo, c’era chi, senza sentirsi meno contemporaneo, sperava contro ogni speranza che invece quel centro avesse una sua durata. Una modernità “antisimmetrica” può forse fare finta che tutto vada bene e scantonare il centro, girarci intorno, ma non può negare fino in fondo quell’aspirazione tutta umana a ritrovarne uno. Qualcuno confidava in quel Centro con la solidità di un linguaggio architettonico apparentemente semplificato e cercava di tenergli fede nel modo più  perfetto possibile.  D’accordo: “perfezione” è una parola imbarazzante. Ho provato a filtrarla per rispettare la nostra intelligenza che non sopporta più termini così confusi, ma i risultati mi sono sembrati ancora più stupidi e non corrispondenti ai tentativi di Avetta e Sciascia.

Notata quasi per scherzo, scoprendo a Canazei delle coincidenze tra quella sua architettura in montagna e l’apparato simbolico dei santi pittori di icone, non faccio che inciampare in continue conferme della fissazione di Avetta (probabilmente è una proiezione mia ma non possiamo venirne a capo in questa sede) di identificare il proprio lavoro con la sua vocazione di credente.

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Partendo dalla profezia di Luigi Gedda che “vedeva Ildo destinato ad una luminosa carriera professionale vissuta da cattolico” (così Antonio Cerino sul sito della Società Operaia) per arrivare all’ultima chiesa a Cafarnao degli anni ’80, si passa anche per questa chiesa del 1966, forse considerata da Avetta stesso quale suo capolavoro: qui si sono svolti i suoi funerali e sto scrivendo queste righe nella ricorrenza del secondo anniversario della sua morte.

Sempre aperta di giorno (escluso all’ora di pranzo) la cappella è dedicata al Ss. Sacramento alla cui adorazione perpetua sono chiamate le suore dell’istituto adiacente, anche questo progettato da Avetta e Sciascia, di cui occorre segnalare almeno la transenna in cemento armato in facciata che da sola meriterebbe una delle nostre sfornate.

In un testo del 1955 Avetta lamenta di essere costretto spesso a ripiegare su materiali dozzinali (vedi le finestre di Vitinia)  per la parsimonia dei fondi a disposizione per l’edilizia sacra e denuncia la difficoltà di realizzare un progetto come si deve. Per questo tabernacolo a scala urbana (un’aula di circa 24 x 12 x 12 metri) i soldi però non devono essere mancati: l’edificio è curato fino al minimo dettaglio.

Salendo il sagrato (anche questa chiesa è sopraelevata per ricavare spazi archeologici al piano inferiore) si è costretti a guardare dove mettere i piedi e,  con gli occhi abbagliati dal travertino che riveste la scala, si varca la soglia. L’interno è molto buio. Ogni apertura è chiusa da vetrate colorate che proiettano sulle plissettature della volta “piana” aurore boreali dai colori troppo tenui per illuminare adeguatamente il silenzioso spazio sacro.

Il corpo di Cristo è nell’ostensorio sull’altare che, come quello, è su un unico sostegno: ne risulta  esaltato l’asse verticale centrale. L’abside è decorato da una stella in marmo verde su fondo amaranto screziato da costellazioni di mosaico dorato che come proiettori puntano la loro luce di nuovo verso il centro. A quello stesso centro portano, in alto, le intersezioni delle crociere sul soffitto.

Basta. Non rimane che abbassare le palpebre fin quando il respiro non sarà tornato regolare e nel frattempo avvertire come tutto, e tu che ci sei dentro, si stringa su quell’unico asse orientato che ordina lo spazio.

Ma, nel riaprirle, poco dopo, tutto sarà differente.  La  vista si è adeguata alla penombra e il travertino che riveste le pareti da cima a fondo sembra emanare adesso una luminescenza che prima non aveva. La chiesa è diventata una lanterna magica. Eppure niente è cambiato. E’ fisicamente cambiato il mio corpo, il mio modo di vedere il mondo.

La prima lezione che questo piccolo templum spiega indirettamente è quella di  Wittgenstein: «Non come il mondo è, è il Mistico, ma che esso è»; la seconda lezione è diretta, esplicita: nel tempo che uno si concede al suo interno, insieme a cosa può significare il “mondo è”,  si può intuire quali siano le conseguenze luminose del saperlo “contemplare”.

Gian Carlo :Galassi

[duepuntig@gmail.com]

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Una risposta a ARCHITETTURA BUONA COME IL PANE n.17: ILDO AVETTA (4) …

  1. 1.
    Con ritardo notevole ho trovato in rete una bellissima foto della chiesa di Vitinia sul blog di Cristiano Cossu. La pubblico qui che i commenti all’altra pagnottella sono chiusi.

    In particolare, l’assenza di alberi e quartiere evidenzia la funzione della chiesa inferiore quale podio e fondamenta di quella superiore, con la scalinata che definisce una piazzetta per la prima (oggi polarizzata da un Padre Pio in bronzo) e il sagrato della seconda.

    Tra le altre notizie intercettate: la chiesa doveva essere il santuario romano dedicato a questo culto del Getsemani che ispirava Luigi Gedda e di cui a Paestum c’è la versione completa (sempre di Avetta ovviamente).

    2.
    A proposito di questa chiesa invece, dopo alcune mail di lamentela vorrei precisare che l’ultima foto è la praticamente la ripetizione altrimenti centrata della foto in alto. L’ostia è “aggiunta” semplicemente ritagliando l’immagine con photoshop. Se notate l’ostensorio è appena ruotato e non rivolto verso l’assemblea. Mi serviva quel centro bianco nell’economia del testo.

    Fotografie durante la preghiera delle suore, praticamente sempre, è decisamente maleducato farne. Per avere qualche immagine dell’interno, grazie alla cortesia della Madre Superiora verso il nostro blog, mi è stata aperta la chiesa nell’unico orario, durante il pranzo, in cui non c’è adorazione eucaristica.

    Un saluto.
    :G

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