Tre Euro … ben spesi …

Ricevo da Manuela Marchesi e la ringrazio per queste sue considerazioni …
che mi toccano particolarmente anche perché “Pierino” Canonica …
era amico di mio nonno (ambedue immigrati a Roma dal Nord …) …
alcuni diranno: “chi se ne frega” … ma per me, per la mia formazione, quello studio, quel chiostro, quel modello di vita sono stati … fondamentali …

“Ma cosa dire di quella faccia di tolla di Chicco Testa, che è bene dimenticarne il suo remotissimo passato verde? Non voglio associarlo all’Ambiente nemmeno per lapsus…
Tutta questa gente ubriacata dalla loro stessa immagine, dagli affari, da un globalizzato allineamento alla realtà delle altre capitali europee…e dal desiderio irrefrenabile di lasciare un segno del loro passaggio nella città, come i cani in passeggiata!
Preferisco i cani mille volte, anche perché basta un acquazzone e il loro “segno” torna nel ciclo della Natura.
Corrado Augias oggi, su Repubblica in cronaca nazionale pag.21, titola il suo pezzo “Una città ostaggio del suo passato”, facendo dei ritrovamenti archeologici il perno del suo ragionamento, e sorvolando del tutto l’aspetto ambientale inteso come tutela della salute dell’ambiente. Evidentemente Augias dimentica che anche la qualità dell’aria è un bene collettivo, e che cementare una collina significa cambiarne l’assetto geologico, statico, microclimatico, dando per scontato il danno artistico, paesistico e culturale a favore di una soluzione “moderna”, “internazionale”, capace di portare Roma fra le metropoli “degne di questo nome”.
Visioni malate di malcompreso progresso, viziate dal mito della tecnica-che-tutto-può, senza voler capire quali sono i problemi veri di questo momento in bilico tra utopia del moderno e realtà contemporanea.
Vorrei dire a Marco Barbetti che ho visto a Giardin del Lago i giardinieri andare su e giù per i prati intorno al lago con dei minuscoli trattorini, e lì non ho afferrato il senso di tanto dispendio di “forza e potenza”.
Il manto erboso è impiantato a rotoli di cui si scopre il retino dove l’erba si è seccata. E nessuno, o pochi, ricordano che sia Giardin del Lago che il Pincio sono alla stregua di “orti botanici” perché ospitano alberi e piante rare provenienti da tutto il mondo e impiantate in tempi assai passati, e anche questo è un valore.
Ma voglio offrire un piccolo dono per compensare la rabbia che mi monta spesso su certi argomenti.
“Museo Pietro Canonica” a Piazza di Siena lato corto vicino al Globe Theatre.
Andarci per entrare in un luogo restato quasi integro nel tempo. Il Castelletto fu studio e abitazione dello scultore Canonica, attivissimo dagli anni ‘20, partecipante a importanti concorsi nazionali quali per esempio quello per il grande fregio del Vittoriano.
Ritrattista di potenti, di nobiltà antiche e di grandi borghesie (stupendo il ritratto di Franca Florio), di regali fanciulli (i figli di re Umberto II° piccoli). Monumenti equestri, tombe Liberty e, va detto, pessimi suoi quadri…
Lo studio è rimasto così come era, l’ abitazione al piano di sopra è un repertorio del modo di vivere nei primi del secolo passato…
Da una finestra si vede dall’alto il deposito delle sculture tolte da Villa Borghese per sottrarle ai vandalismi. Ho visto i Tritoni che ornavano le due fontane di uno spiazzo appena entrando in Giardin del Lago, lato destro…
La visita vale la pena, vale la pena il giardino interno, un piccolo aranceto con un pozzo e fontanina al centro, fuori dai casini dell’esterno. Biglietto onesto di 3 E., se pò fà.
Però che la chicca non si divulghi oltre questo blog, altrimenti siamo fritti!”

M.M.

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Pincio … Commission … Impossible …

Dopo la riunione di ieri sera nella quale si è ulteriormente, definitivamente e pubblicamente evidenziata la spaccatura in seno alla cosiddetta “commissione dei saggi” nominata da Alemanno sulla questione Pincio-Parking, tanto vale far circolare, nella sua forma integrale, la lettera inviata al Sindaco di Roma in data 08.08.08 …
abbiamo sperato fino all’ultimo nel “ravvedimento” di alcuni membri il cui ruolo pubblico e istituzionale ci sembrava imponesse un assoluto rispetto per il patrimonio storico e architettonico della città …
evidentemente … così non è stato …
ad ognuno le sue responsabilità …

“All’attenzione del Sindaco di Roma

Oggetto: Parcheggio Pincio

Gent.mo On. Alemanno,
innanzitutto, la ringrazio, visto che non ho avuto ancora l’occasione di poterlo fare di persona, della mia nomina a membro della Commissione incaricata di fornirle un parere sulla complessa questione del Parcheggio del Pincio.
Come lei sa ho, insieme agli altri membri, sottoscritto un primo documento provvisorio sull’argomento che le è già stato o le sarà recapitato in queste ore. Purtroppo però il tenore del testo fornitole, frutto come è della ricerca di un difficile equilibrio tra vari punti di vista, anche diametralmente opposti, non ha, a mio avviso, la forza necessaria a rappresentare, in tutta la sua oggettiva gravità, la situazione venutasi a creare con l’avvio della sciagurata iniziativa. Secondo me il risultato raggiunto collettivamente è quindi un documento troppo “debole”, piuttosto incerto negli esiti, ambiguo e quindi sostanzialmente inutile. Le stesse indiscrezioni giornalistiche, fatte trapelare fin qui sull’argomento, mi confermano, purtroppo, in questa convinzione …
Quella del Pincio è invece questione che va risolta in via definitiva e con estrema chiarezza.
Quel progetto è una mostruosità. Punto e basta. E non esistono compromessi possibili; riduzione, spostamento, camuffamenti archeologici e quant’altro …
Ma non sarò certo io a ricordare a Lei, che ne ha fatto anche oggetto della sua campagna elettorale, la dimensione culturalmente criminale di quell’infausto progetto capace di distruggere uno dei luoghi storicamente più rilevanti della città.
Non le farò quindi perdere altro tempo sulla questione e colgo solo l’occasione per allegarle questa mia breve memoria aggiuntiva al testo collegialmente concordato e rispetto al quale, soltanto per spirito di collaborazione con Codesta Amministrazione ho, fin qui, aderito ripromettendomi peraltro, se le cose all’interno della Commissione non potranno chiarirsi al più presto, di prenderne ufficialmente le distanze (in buona sostanza e con rammarico, non vedrei, purtroppo, alternativa alle mie eventuali dimissioni), al fine della tutela e della salvaguardia di uno dei tesori più preziosi della nostra capitale e anche, non ultima, della mia stessa onorabilità scientifica e professionale.

Ritengo pertanto che:

Gli aspetti architettonici e ambientali toccati dalla realizzazione del nuovo parcheggio rappresentano un sicuro motivo di allarme per la salvaguardia della qualità paesaggistica e storico-monumentale del sito che verrebbe per sempre definitivamente compromesso da una struttura del tutto incongrua alle sue qualità estetiche e culturali
La realizzazione della struttura, che prevede lo svuotamento in profondità del colle, e l’inserimento di un rilevantissimo volume di nuova edificazione comporta, infatti, la demolizione e la ricostruzione di un’ampia porzione del piazzale panoramico che verrebbe a ridefinirsi quale mero piano di copertura di una struttura funzionalmente assai complessa, quale quella necessaria ad una rimessa interrata, capace di parecchie centinaia di auto e che comprometterebbe in maniera irreversibile il valore storico e la qualità estetico-ambientale dei luoghi interessati a partire dalle memorie archeologiche fino alle più moderne rilevanze di ordine architettonico.
Lo storico piazzale verrebbe così a definirsi come luogo del tutto inospitale e privo di tutte quelle qualità che lo fanno oggi riconoscere, nonostante il suo relativo abbandono, come una delle località più affascinanti della città di Roma.
La creazione dei larghi pozzi di aereazione, degli estesi grigliati, delle scale di accesso per le uscite di emergenza, dei volumi tecnici di varia natura che andranno a caratterizzare il nuovo spazio di copertura saranno necessariamente in grado di trasformare definitivamente e irrimediabilmente il senso e la qualità dei luoghi, solo apparentemente ricostruiti in analogia al sito originale, ma, sostanzialmente, pura parodia di quanto nel frattempo sarà andato definitivamente distrutto.
Si ritiene pertanto impensabile che un’Amministrazione responsabile possa procedere oltre nella devastazione di una località storica tanto stratificata da millenni e che proprio da questa sua storica giacitura trae alimento essenziale per la definizione delle sue più che cospicue e irripetibili qualità di ordine estetico, culturale, storico, ambientale architettonico e spaziale.
I rinterri e le sistemazioni a verde previste niente potranno avere a che fare con la complessa qualità ambientale del giardino storico attuale; passeggiare tra gli sfiatatoi sovrapposti alla copertura di una gigantesca autorimessa non può essere il destino di chi, da tutto il mondo, viene a Roma per godersi uno dei più incantevoli panorami del pianeta e nemmeno per quei romani si vogliono godere una semplice passeggiata all’interno di uno dei parchi storici più belli della città.
Spingere una carrozzina, far passeggiare dei bambini, al di sopra di una griglia sospesa nel vuoto a qualche decina di metri di altezza tra gli effluvi di centinaia di automobili non è prospettiva civile per una città degna di questo nome.
Chi potrà più apprezzare il chiaro di luna al Pincio …
posando i piedi su una griglia di aereazione e aspirando gas venefici?
Oltre agli aspetti connessi alla devastazione irreversibile dell’attuale piazzale molta attenzione andrebbe posta anche per quanto riguarda gli accessi, sia carrabili che pedonali, previsti all’altezza del primo tornante lungo la rampa che sale oltre l’emiciclo di piazza del Popolo. Si tratta, anche qui, di uno dei punti più deboli del progetto in esame e che risulta del tutto insoddisfacente e capace, di per se stesso, di compromettere l’intera operazione.
L’accesso veicolare previsto tramite la grande galleria carrabile, camuffata appena e malamente dalle goffe archeggiature posticce che lo denunciano all’esterno, e il contiguo ingresso al tunnel pedonale, non sono tali da garantire, sia sul piano architettonico che su quello ambientale, quei requisiti minimi che ne possano consentire la realizzazione a meno della perdita irreversibile di una serie di specifiche qualità di quei luoghi definitivamente compromessi dall’eventuale realizzazione delle nuove opere. Concentrare, all’altezza del primo tornante, gli accessi, che verrebbero peraltro a sovrapporre, intrecciandoli, flussi di traffico disomogenei, oltre alle evidenti ricadute negative di carattere funzionale comporterebbe il definito snaturamento delle pendici del colle e la rilevante manomissione di un sito dalle accentuate valenze storico-ambientali. Per ovviare a tali pericoli l’unica risposta potrebbe trovarsi nella ricerca di una soluzione funzionale atta all’individuazione di eventuali accessi alternativi.
Da quanto precede non può quindi che concludersi in ordine alla assoluta ineseguibilità dell’intervento capace di indurre nel contesto paesaggistico-ambientale e nelle preesistenze storico-architettoniche alterazioni tali da risultare del tutto incompatibili con la qualità paesaggistica, architettonica, storica, estetica e culturale dei luoghi oggetto di trasformazione.

Giorgio Muratore
Roma 08.08.08

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Pincio … un monumentale … disastro ambientale …

Riceviamo da Maria Pia Montesi questa accorata lettera aperta al Sindaco di Roma che, sostanzialmente, condividiamo e quindi volentieri vi sottoponiamo …


“Gentile Signor Sindaco,
prima di affrontare l’argomento Pincio, vorremmo di nuovo ricordarLe la Sua dichiarazione “Dialogheremo con tutti”. Non avendo mai ricevuto risposta alle nostre precedenti, ci chiediamo se per Lei ‘i tutti sono solo alcuni’. Vedremo.
Signor Sindaco, ora che la favola della pedonalizzazione del centro a seguito della costruzione del parcheggio al Pincio è caduta (726 posti previsti – da ridurre – di cui 500 per residenti e commercianti a fronte di almeno 3000 vetture circolanti), è indispensabile considerare il vincolo paesaggistico, artistico e storico che lega tutta l’area in questione.
L’altro elemento da considerare, di cui Lei Signor Sindaco è il diretto responsabile (e non il Ministro Bondi o l’Assessore Giro), riguarda traffico-mobilità-emissioni di CO2 e polveri sottili. Facciamo parte dell’Unione Europea e dovremmo seguirne le direttive che ci impongono di ridurre questi veleni per non subire multe salate, come sta avvenendo.
I Paesi europei, più responsabili di noi, non costruiscono parcheggi nei centri storici da almeno 20 anni, perchè hanno capito che sono soltanto attrattori di traffico privato con conseguente aumento di emissioni di CO2 e polveri sottili.
Nel nostro caso, il Pincio non è isolato da altri monumenti storici di pregio che subirebbero quindi un danno ambientale gravissimo.

Pensiamo che l’uso del Parcheggio del Galoppatoio di Villa Borghese – semivuoto e con passaggio diretto a Piazza di Spagna – possa essere una soluzione indolore per tutti.

Abbiamo appreso che persone incoscienti vorrebbero addirittura distruggere la zona  Belle Arti con tanto di ovovia per il centro storico!!
Senza scendere in commenti inutili, Le ricordiamo sinteticamente che gli spazi “pubblici” sono stati e sono una componente di rilievo della vita cittadina, conquistati con lunghe lotte. Si vuole tornare indietro? Per non parlare del fatto che in un periodo di così grave crisi energetica, si vuol proseguire con progetti di inutili e gravissimi sprechi, oltretutto pericolosi per l’aumento di smog (ovovie, cremagliere, attrattori di traffico).

Per concludere:
– avremmo dovuto ridurre le emissioni di CO2 del 6,5% e invece le abbiamo aumentate del 13%. Per questo motivo l’Unione Europea ci chiede una multa di 5 milioni al giorno
– l’Unione Europea prevede inoltre il reato di “disastro ambientale” in cui ricadrebbero il Parcheggio del Pincio e soluzioni altrettanto avventate
– Lei Signor Sindaco, per la carica che riveste, è responsabile della salute dei cittadini che metterebbe a rischio con provvedimenti che non la tutelano, come il Parcheggio del Pincio.

Ci auguriamo, Signor Sindaco, che voglia considerare anche le motivazioni di noi cittadini contrari al Parcheggio del Pincio. Naturalmente sono considerazioni obbligatoriamente sintetiche ma che possiamo ampliare e discutere insieme.
Lei più volte ha dichiarato di restare sconvolto dalla bellezza che gode affacciandosi alla finestra del Suo ufficio in Campidoglio. Anche noi lo siamo,sempre e  per tutte le bellezze di Roma che amiamo e difendiamo in ogni modo consentito, anche ricorrendo all’Unione Europea se sarà necessario. Confidiamo in una Sua decisione attenta e consapevole.

In attesa di una Sua risposta, Le auguriamo buon lavoro e porgiamo i migliori saluti.”
M. P. M.

Speriamo che qualcuno, in alto, la ascolti …

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Un Giro … tra i tunnel della Metro … e i viali del Pincio …

A proposito del pasticciaccio romano leggiamo, tra l’altro, sul Messaggero e su altri quotidiani di ieri che: …

“La decisione sul parcheggio del Pincio arriverà entro la fine della settimana. Ma non martedì, in occasione della prossima riunione della giunta comunale, come era stato annunciato. La presentazione della memoria sul progetto di parking interrato al centro di polemiche e contestazioni slitta perché proprio martedì pomeriggio si svolgerà un incontro importante nella sede dell’Atac. Vi parteciperanno il sindaco Gianni Alemanno, la commissione dei saggi incaricata di studiare la vicenda e i dirigenti dei dipartimenti” …

e più oltre: …

“Il ministro per i Beni culturali, Sandro Bondi, ha chiesto al suo capo di Gabinetto, Salvatore Nastasi, di acquisire la documentazione sul progetto in modo da avere tutti gli elementi disposizione utili a esprimere una valutazione …

Secondo il sottosegretario ai Beni culturali, Francesco Giro «la decisione del ministro è ineccepibile». «La condivido – aggiunge Francesco Giro – avendola concordata con lui …
…
La decisione finale spetterà al Comune, quale committente dell’opera. Ma il ministero non può non offrire la sua collaborazione affinchè la decisione venga assunta in un clima sereno e scevro da strumentalizzazioni politiche» …

Il loquace sottosegratrio nei giorni scorsi aveva, non a caso, già esternato: …

«le carte, e io le ho lette tutte, non parlano di alcun reperto di rilevanza tale da sconvolgere, con la costruzione del parcheggio, l’assetto archeologico e monumentale del Pincio». Quindi «se il Comune di Roma decidesse di bloccare quei lavori, pagando la mora prevista e andando incontro a un danno erariale, per logica conseguenza io mi dovrò opporre al proseguimento dei lavori della stazione metro C di piazza Venezia: non si vede perché al Pincio il parcheggio non si possa fare stando ai reperti giudicati non rilevanti, mentre la metro C, ben più invasiva dal punto di vista archeologico, si può fare».

Naturalmente il sindaco cosi rudemente strattonato non ha apprezzato l’imprevedibile uscita del Giro … e, replicando al sottosegretario, …
Alemanno sottolinea che:

«Invidio le granitiche certezze dell’amico Giro, ma non vedo alcun collegamento tra la vicenda del Pincio e quella della Metro C. Si tratta di due opere completamente diverse di cui solo nel caso della metropolitana è assolutamente evidente l’interesse pubblico dell’opera» …

A quel punto Giro ha precisato a sua volta: …

«Non ho mai dichiarato di oppormi alla realizzazione della Metro C che considero la più importante infrastruttura nazionale oggi in fase di costruzione in Italia. Più semplicemente, considero la vicenda del parcheggio del Pincio l’occasione positiva per trovare un punto di equilibrio ormai inderogabile e non più rinviabile fra sviluppo urbanistico e architettonico di una città, soprattutto se si tratta di una capitale, e il principio della tutela paesaggistica» …

Bizantinismi a parte … il siparietto non è proprio edificante …
il clima si sta facendo piuttosto pesante … l’aria piuttosto puzzolente …
e, probabilmente, non ha torto Francesco Storace quando commenta: …
«Se entra in campo il ministro Bondi è evidente che il rischio che si faccia il parcheggio del Pincio cresce. E di molto. E’ purtroppo nota la posizione pregiudiziale del ministero».

E sì il Ministero, … ma quale ministero? …
quello il cui titolare … propone di aprire anche agli stranieri la carriera dirigenziale (manco fosse una squadra di calcio …) … quello che ha piazzato un suo direttore generale a far da commissario straordinario alle metropolitane di Roma e di Napoli … quello che ospita tra i “saggi” del più apicale dei comitati scientifici … quelli che dovrebbero proteggere e garantire il patrimonio artistico nazionale al più alto livello … il rappresentante per l’Italia di una delle più gigantesche società di progettazione e di ingegnerizzazione del mondo … la Ove Arup …
Ma di quale ministero stiamo parlando? …
Qualcuno tempo fa disse che l’Italia era “in vendita”,
… ma ormai … ci risulta “venduta” … da tempo …

Britannia … docet …

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Michelucci … una casa … una capanna … (2)

Casa capanna - 1

… “È come avere davanti agli occhi il processo evolutivo precisamente indicato da Pagano e Daniel nel catalogo della Mostra sull’Architettura Rurale Italiana alla VI Triennale di Milano del 1936, volumetto a cui in genere si fa risalire la tendenza neorealista e probabilmente riferimento anche per Michelucci a Tor San Lorenzo. Nel catalogo, secondo le linee di un vero e proprio racconto che prende l’avvio dai cunicoli scavati nei pagliai, Pagano e Daniel descrivono l’evoluzione formale e tecnica della casa colonica: “viaggiando attraverso il Lazio e la Campania, si possono scorgere ancor oggi tante di queste costruzioni umili e primitive che servono come riparo ai pastori e ai contadini durante i lavori dei campi. Esse impongono una nota caratteristica al paesaggio, seminate qua e là o allineate sull’orlo di un altipiano, oppure agglomerate come minuscoli villaggi, fra cespugli di ginestre, su di una collina […] Dal tipo con i lati curvilinei si passa al tipo a pianta rettangolare con il tetto a quattro spioventi. Questo passaggio rappresenta una tappa importantissima dalla capanna alla casa. La capanna primitiva non conosce ancora i muri perimetrali, né le pareti: ha solo il tetto che parte direttamente dal suolo. La necessità di sfruttare ogni spazio nell’interno e il desiderio di utilizzare anche gli angoli morti, risultanti dall’innesto del tetto sul terreno, hanno provocato la soluzione di sollevare il tetto dal suolo. Così fra la terra e il tetto si innesta un nuovo elemento, alzato verticalmente (all’inizio dello sviluppo ancora molto basso): la parete, poi il muro […]. Mentre, in uno stato ancora primario dell’evoluzione, la parete di materiale vegetale è stata sostituita con quella di materiale più resistente, il tetto ha mantenuto per moltissimo tempo la sua forma e il suo primitivo sistema costruttivo. Adottando la paglia come materiale di copertura si conserva il tetto a quattro spioventi, tetto alto ed acuto, come quello ancora caratteristico delle case dei Paesi nordici. Ma questa forma non dipende da ragioni folcloristiche, né da importazioni di usanze di popoli stranieri confinanti o per influssi pervenuti fin dalle invasioni barbariche. Essa rappresenta semplicemente la conseguenza logica dell’uso di un materiale come la paglia, uguale a quello adottato nei paesi nordici, materiale che richiede le falde del tetto assai ripide per evitare il penetrare dell’acqua e per resistere all’attacco dei venti. Così tanto in Sicilia, quanto nel Veneto o nel Lazio, un tetto di paglia avrà una forte pendenza per necessità puramente funzionali. La concezione del tetto a due spioventi rappresenta una fase di evoluzione più recente”.

Michelucci utilizza il modello ‘capanna dell’agro pontino’ non in modo pittorico come i neorealisti ma, lasciandosi guidare da una dinamica storica in senso peculiarmente architettonico, mette in scena la metamorfosi di un edificio che dalle sue forme primitive, per modifiche successive, vera crisalide, si trasforma in una costruzione più evoluta.

Ancora Pagano e Daniel scrivevano: “la casa rurale, come ogni prodotto dello spirito umano, rimane una cosa vivente. Essa si forma e si trasforma […]. Ma le trasformazioni non avvengono in modo totale ed immediato, in modo da cancellare, nella fase successiva, il ricordo della fase precedente. Questa catena di forme in continua evoluzione […] conserva nella fase successiva e spesso anche per moltissime tappe dell’evoluzione, il ricordo formale, più o meno deformato dell’originaria fisionomia determinata dalla tipica soluzione iniziale. L’inerzia dell’uomo (che si chiama tradizione o eredità) tende effettivamente a conservare la forma anche quando lo scopo utilitario e primario ha cessato di esistere. La forma, ormai divenuta puramente estetica, rimane come un’aggiunta ornamentale che non ricorda spesso nemmeno lontanamente la sua origine primitiva”.

E lo stesso Michelucci scrive: «i fatti architettonici non si costruiscono o tanto meno si ripetono (e quindi non si possono proporre come modelli da seguire) perché non si ripetono le condizioni di vita di un tempo passato. Alcuni di questi esempi esprimono un equilibrio, una garanzia, sono ben lontani dallo spirito critico nostro e dei nostri giorni. E poco importa che noi si accetti o si rifiuti il modo di vita che essi mettono in evidenza. Quel che interessa invece è di ricercare nel documento architettonico di qualunque tempo, compreso il nostro, la giustificazione storica di una forma».

La capanna michelucciana si rivela pienamente solo dopo l’attraversamento del suo ingresso a bocca di lupo che impedisce di scorgere da fuori lo spazio interno. Entrare e ritrovare la memoria dell’archetipo (l’emozione della visita è forte) è come riscoprire in una materializzazione tangibile una condizione primigenia dell’abitare. Il gioco della doppia altezza sulla quale affaccia il ballatoio interno è ottenuto liberando una parte dell’orditura principale del tetto dal manto di copertura e consente a chi vi abita di occupare una posizione perimetrale al nucleo-capanna, di collocarsi ad una quota da dove è possibile osservare la completa articolazione spaziale del manufatto.

Scriveva Michelucci, proprio nel 1957, a proposito del suo progetto, di sei anni prima, per la Cassa di Risparmio di Firenze: «ho pensato che l’edificio dovesse avere degli spazi in cui indugiare per osservare lo spettacolo circostante».

Il risultato a Tor San Lorenzo è analogo ed è ottenuto con il diverso trattamento del livello superiore della capanna rispetto al piano terra della sala-soggiorno caratterizzato da uno straordinario pavimento in frammenti di ceramiche Musa dominato da tonalità verde-azzurro con inserti casuali di colore acceso con inserti decorativi a spirale come conchiglie. Il surreale riferimento a Savinio pare togliere il piano d’appoggio alla costruzione rinviando al paesaggio circostante, al mare autentico, accentuando la dialettica fra interno della casa e ambiente esterno completato anche da una capanna di paglia alzata di fronte alla loggia d’ingresso, solo recentemente demolita, e, infine, dalla torre dei Caffarelli.

L’elemento di collegamento con il ballatoio interno in quota e il balcone esterno è costituito da una semplicissima scala in larice a rampa unica il cui punto di innesto con il piano superiore si rivela quello di maggiore drammaticità formale, cerniera delle quattro pendenze diverse del prisma del tetto. Proprio qui la carpenteria in travi di abete si condensa in nodi strutturali che anticipano gli studi per gli attacchi plinto-pilastri della chiesa dell’Autostrada. Sempre in questo punto hanno inizio le due diramazioni del percorso in quota che permette di valutare tutte le potenzialità emotive dello spazio architettonico rispondendo ad una strategia compositiva che proprio in quegli anni Michelucci andava affinando: «un percorso che è, insieme, un fatto funzionale e godimento del fenomeno della vita; è visione; è lettura dell’esterno, della natura, del terreno e delle sue quote; è godimento della luce in aggiunta a tutti gli elementi che determinano la unicità delle condizioni ‘hic e nunc’ del progetto».

Anche all’esterno è rilevabile la metafora del percorso che mette in rapporto la casa-capanna con l’antistante capanna dal tetto di paglia e la più lontana torre dei Caffarelli. Proprio in relazione a queste presenze, quasi magnetiche, l’architettura della casa-capanna si adegua, assumendo maggiormente i caratteri di ‘capanna’ verso la capanna di paglia, e i tratti marcati di ‘casa’ verso la torre.

Ormai scomparse le originarie capanne che fino ad alcuni decenni fa caratterizzavano la pianura pontina e disegnate da Cambellotti, la casa-capanna Pitigliani rimane oggi l’unica reliquia di una tecnica costruttiva andata perduta e che costituiva il patrimonio di maestranze locali di cui, probabilmente, Michelucci si è servito, come poi fece per i lavori della chiesa dell’Autostrada: «il cantiere era [. ..] una sintesi irripetibile di vecchie maestranze artigianalmente preparatissime e di contadini, da poco emigrati in città, che, quasi sempre, come primo lavoro, facevano i muratori. Si trattava di un tessuto umano, antropologico interessantissimo, da prendere in considerazione, prima ancora che come entità lavorativa, come una nuova cellula sociale di sviluppo, capace di dar vita ad un nuovo tipo di cultura cittadina [, ..]. Non ho particolare simpatia per il regionalismo, per il folclore, per gli stili (aulici o naifs che siano), ma resto affascinato da quei momenti in cui le vecchie tradizioni, ormai sclerotizzate, entrano in contatto con altre, anch’esse in via di estinzione e, interagendo, danno vita ad una nuova cultura […]. lo ho sempre creduto di vedere la storia come possibilità continua di scelta e sperimentazione di tutte le tecniche che il tempo ha sedimentato; la storia come compresenza di tutte le epoche e culture, non come successione di avvenimenti; le macerie, le baracche, la cultura contadina, le popolazioni e i movimenti temporaneamente sconfitti come traccia di mondi che non devono scomparire senza impoverire tutti».

In questo senso si capisce anche l’uso dei materiali moderni messi in opera a Tor San Lorenzo accanto a materiali tradizionali (il cemento armato che collabora con la muratura in tufo, l’eternit che sostituisce la paglia e che in quarant’anni ha assunto la stessa colorazione del materiale vegetale) e la loro stessa povertà: «l’abbondanza di mezzi e di materiali può servire a mascherare un vuoto di immaginazione fantastica e ad illudere sul possesso di una ricchezza interiore che di fatto non c’è, la povertà di mezzi costringe ad esprimere le proprie possibilità creative, l’ampiezza della fantasia, la genuina realtà di un proprio linguaggio poetico. La mancanza di materiali d’eccezione può portare alla riconquista di un linguaggio interiore più umano e meno convenzionale, che sappia interpretare le necessità più segrete degli uomini».

La capanna originaria coperta di paglia, costruita accanto alla casa-capanna, ha per di più una funzione di confronto per dimostrare che le accentuate pendenze del tetto moderno, anche se non tecnicamente necessarie per l’uso dell’eternit, trovano una loro ragione d’essere in quanto si riferiscono a un precedente tipologico.

A proposito della ‘casa del pavimento a musaico’, visitata ad Ercolano, Michelucci osservava: «la vicinanza del mare è avvertita in ogni apertura, e, cosa ammirabile, nemmeno l’inverno o la pioggia cancellano fra queste mura la sensazione dell’estate assolata, tanto qui ogni elemento è aderente al concetto di ‘casa al mare’ ed è poeticamente affermato e precisato».

E ancora: «chi ha una vita interiore la manifesta con sorprendente semplicità; anzi, di quanto maggiore è la vibrazione interna, di tanto è più concisa e semplice l’espressione compiuta».
G.G.

Casa capanna - 2

foto archivio G.G.

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Opere “pubbliche” … interessi “privati” …

Salvatore Bonadonna pubblica oggi su Liberazione: …

Il megaparcheggio nel ventre del Pincio

“Italia Nostra ancora una volta benemerita nella battaglia culturale e politica per evitare che su Roma si abbattano nuove sciagure; questa volta, sotto la forma di un megaparcheggio nel ventre del Pincio, sotto la storica terrazza e dietro i percorsi disegnati da Valadier nella progettazione dell’incontro di Villa Borghese con la Piazza del Popolo. Dopo le petizioni, la raccolta di firme, le manifestazioni per scongiurare che una opera tanto impattante quanto inutile prendesse il via, Italia Nostra ha informato il sindaco Alemanno di avere presentato un esposto alla Corte dei Conti e alla Direzione di Sorveglianza dell’Autorità di Vigilanza sui Lavori Pubblici. Sarà interessante vedere come reagirà il sindaco che aveva dichiarato la sua contrarietà all’opera durante la campagna elettorale e che, adesso, dovrà pronunciarsi formalmente con un atto della sua Giunta. Le cronache ci dicono di opinioni diverse e contrapposte nella maggioranza. E’ nota la contrarietà del capogruppo del Pdl Cicchitto e, al contrario, il possibilismo del sottosegretario ai Beni Culturali, nonché coordinatore romano del Pdl, Francesco Giro. Nella sinistra, anche in quella parte che aveva approvato il progetto con molte cautele e per fedeltà di maggioranza, pare evidente che le riserve debbano sciogliersi in senso negativo dopo la scoperta di reperti archeologici importanti di cui non c’era traccia negli atti amministrativi di approvazione, anche se documentati in testimonianze di autorevoli archeologi e segnalati come possibili dalle sovrintendenze chiamate a rilasciare i pareri.
Adesso che i lavori di scavo hanno evidenziato la esistenza di una domus, vengono al pettine tutti i nodi del pressappochismo opportunistico con cui si adottano le decisioni importanti nel nostro paese e nella città di Roma in particolare. Studi preliminari mancanti e sostituiti da generiche valutazioni, pareri che appaiono correttissimi e rigorosissimi ma che nascondono le verità dietro il rituale “a condizione che” o il rinvio a successive verifiche. Intanto, però, vengono assegnati gli appalti che sono il vero motore delle opere più o meno pubbliche o di interesse pubblico; le amministrazioni si compromettono con le imprese che, come se fossero all’oscuro dei problemi esistenti, lamentano i danni di una eventuale revoca del progetto e ne rivendicano il compenso.
I politici, a quel punto, normalmente, si trincerano dietro il costo rilevante delle penalità insorgente a carico dell’amministrazione e, altrettanto normalmente, danno continuità all’opera dannosa e, prima, osteggiata. Il problema urbanistico o ambientale, affrontato in malo modo e anche in dispregio delle normative europee, diventa, così, materia di giustizia contabile o penale perché le vie normali e ordinarie, agibili in tutta Europa, da noi sono considerate inutili complicazioni e lacci che impediscono lo sviluppo. Si fa conto sul fatto che difficilmente qualcuno paga. Ricordate la vicenda del Ponte sullo Stretto e la penale da pagare perché l’amministratore aveva assegnato alla società aggiudicataria l’appalto qualche settimana prima che il Governo potesse revocare la decisione di fare quell’opera inutile e dannosa oltre che costosa?
La triste verità è che, ormai, purtroppo, l’affermazione ipocrita che le opere pubbliche “non sono né di destra né di sinistra” è diventata senso comune a cui reagiscono solo quanti si pongono il problema della salvaguardia dell’ambiente e della cultura e quanti, consapevolmente, perseguono un altro modello di società e, quindi, di città.
II progetto del parcheggio sotto il Pincio appartiene a quella categoria di opere che servono a chi le commissiona pensando di ottenere consenso politico e a chi la realizza perché, sicuramente, ne trarrà una massa enorme di profitto. Ma è un progetto privo di senso come quasi tutti quelli che fanno capo al Piano Urbano Parcheggi. Infatti mentre in tutte le capitali i parcheggi, che per loro natura sono attrattori di traffico, vengono concepiti come strumenti della politica della mobilità urbana con l’obiettivo di allontanare e ridurre il traffico nei centri storici, a Roma sono pensati come ricovero di auto che arrivano nel centro città e non trovano posto in strada. Sono pensati come occasione per fare tanti soldi: il rapporto tra costi e ricavi può essere elevatissimo sia nella vendita dei posti auto sia nella gestione del parcheggio orario.
Anche questo aspetto fa capo a quella idea di città che si è appalesata attraverso il Piano regolatore. Una occasione di affari, capace di fare crescere il Pil e, contemporaneamente, la miseria, l’emarginazione e la povertà. Alla città degli affari si danno milioni di metri cubi e il parcheggio; alla gente che vive la città il peggioramento delle condizioni di traffico; a quella della marginalità, l’illusione della sicurezza con le camionette dell’esercito davanti alle ambasciate. Veltroni aveva giudicato che questa fosse la migliore idea di città; Chicco Testa, per conto della Sta, ha condiviso e, per questo, proposto il parcheggio del Pincio e sostiene ancora che è necessario e fattibile. Sulla necessità serve la prova; la fattibilità tecnica è scontata se conta il profitto di chi fa l’opera e non ha valore alcuno il bene archeologico, quello monumentale, quello paesistico ambientale, quello culturale che individua lo spirito dei luoghi per quanto questi hanno accumulato e trasmesso di creazione artistica e di vivibilità, di spiritualità appunto.
Provate ad immaginare la salita al Pincio e la visita alla terrazza per guardare Roma dall’alto, attraversando griglie di areazione del garage sotterraneo ed evitando le auto che entrano ed escono. E’ decisamente meglio che il Comune eserciti il suo potere per revocare l’opera e i ministeri e le sovrintendenze si attengano al dettato costituzionale che considera superiore ad ogni altro interesse economico quello relativo ai beni culturali ed ambientali.”

Condividiamo, parola per parola …

e notiamo con curiosità e interesse la convergenza di giudizi negativi sulla disgraziata iniziativa, e non solo, da parti politicamente anche assai distanti …

il marcio sta, evidentemente, … nella palude di mezzo …

“dopo” la politica … il “mercato” …

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Per Roma … meno tecnica … più cultura …

Su “il manifesto” di oggi sotto il titolo
“Il parcheggio al centro della capitale non è «la grande soluzione» per la città”, Renato Nicolini scrive, tra l’altro: …

“Oggi ci s’interroga se Alemanno, a proposito del Pincio, considererà più impegnative le strizzate d’occhio ad Italia Nostra prima del ballottaggio, o gli interessi economici intrecciati alla «grande impresa» che stanno uscendo allo scoperto. Ha l’alibi di chi ha gridato ai conti in rosso, e dello sbandierato ammontare della penale. E soprattutto del fatto che il famigerato parcheggio non è una sua iniziativa, ma un’eredità della giunta Veltroni.
Nella mia lunga vita di assessore e consigliere comunale, ho avuto più di una volta la sensazione che l’approccio della «macchina comunale» al traffico romano non sia il più felice, pesante nelle soluzioni … quanto approssimativo nei dettagli …
A Roma sopravvivono tecniche consigliate dai peggiori manuali degli anni Cinquanta …
L’idea che, per diminuire le auto parcheggiate per strada, occorrono più parcheggi ne è un corollario. Mentre sinora tutte le esperienze hanno dimostrato che è vero il contrario …
Oppure – a Roma – restano inutilizzati (basta visitare il famoso parcheggio del Gianicolo, ragione di una furibonda controversia giubilare di Rutelli contro il «signor no» La Regina) o sottoutilizzati (come lo stesso parcheggio – d’autore, firmato Luigi Moretti; e teatro di un evento culturale come Contemporanea di Porta Pinciana) …
Aggiungo che considero un po’ velleitaria l’idea, alla base del progetto, che i residenti del Tridente compreranno tutti un box nel nuovo parcheggio, in modo di poterlo liberare integralmente dalle macchine. E se non tutti facessero così? È il mercato, bellezza!
Dire di no al parcheggio potrebbe avere il valore liberatorio di rompere con l’illusione di risolvere una polmonite con l’aspirina …
La capacità che abbiamo di comprendere il senso della città, della sua storia e dei suoi monumenti, non è altro che lo specchio della nostra capacità di essere moderni nell’intimo, che è altra cosa dalla sua esibizione spettacolare …
E riprendiamo la «grande idea» di Petroselli per Roma – il centro archeologico e storico luogo della cultura – in forme meno banalmente tecniciste che far dipendere dal parcheggio del Pincio la pedonalizzazione del Tridente.”

Per il testo completo cfr.
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/26-Agosto-2008/art10.html

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Michelucci … capanne … angeli … sogni … architettura …

Riceviamo da Salvatore Risoli questa testimonianza michelucciana che ci conferma, ancora una volta, sulla qualità di un grande architetto e di un grande docente …

cose d’altri tempi? …

“Erano gli anni della pantera ed ero iscritto al primo anno della facoltà di architettura di Firenze.
Il direttivo dell’occupazione invitò Michelucci per una lezione di architettura.
L’aula 1V di Santa Verdiana era stracolma e nella 2 e 3V delle televisioni trasmettevano le immagini di Michelucci.
Ebbi la fortuna insieme a degli amici di essere nell’aula 1V e vedere e sentire Michelucci fu un fulmine a ciel sereno, stravolse la mia mente di matricola.

…La sua voce a volte alta, poi bassa, le pause, lo sguardo, gli occhi, il sorriso, le smorfie, l’infermiera al suo fianco, (una donna bellissima con capelli biondi) a cui rivolgeva la parola di tanto in tanto …

Iniziò dicendo:

Voglio raccontare un sogno

“Mentre m’incamminavo di buon mattino in un bosco umido per la pioggia della sera precedente, mi accorsi che le mie scarpe lasciavano una impronta sul terreno, a volte profonda, lievemente profonda e appena impressa.
Mi chiedevo il perché della differenza di pressione , dello spessore del terreno e dell’ombra del calco. Intanto pensavo al fatto che altre volte avevo attraversato il bosco ma non aveva suscitato in me tale curiosità.
Ad un tratto vidi da lontano qualcosa nascosta tra gli alberi.
Il desiderio di conoscere cosa fosse mi spinse in quella direzione e nell’avvicinarmi scorsi che era una piccola capanna.
All’inizio pensai che fosse disabitata e che non risultava interessante per cui era meglio allontanarsi.
Feci per andarmene ma lo sguardo si volse più volte verso quella direzione tanto da farmi tornare sui miei passi.
Incominciai ad avvicinarmi e ad un tratto scorsi tra le fenditure del legno un piccolo riflesso bianco.
Pensai che forse mi stavo sbagliando perché c’era qualcosa in quella piccola capanna, di sicuro non una persona visto le dimensioni ridotte.
Per scoprirlo dovevo avvicinarmi ancor di più intanto il luccichio non era sempre della stessa intensità.
Mi avvicinai tanto da vedere che il riflesso era causato da delle piume.
Pensai ad un uccello che cercava un modo per uscire, vidi che le piume erano bianche, mi avvicinai e vidi un’ala che si dibatteva, la curiosità fu tale da spingermi ad appoggiare il mio viso alla fenditura della capanna e vidi che era un’ala bianchissima di un bellissimo angelo che spostava gli oggetti all’interno della piccola capanna e ogni qual volta che ciò accadeva creava sempre nuovi spazi.”

Lo ricordo così.
saluti

S. R.

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Parking … Italia …

Cristiano Cossu, che ringraziamo, ci segnala …
Livorno  … Corriere della Sera  … Cronache … 25.8.08
di  Marco Gasperetti …

“Giù il cinema futurista, si fa il parcheggio” …

“L’ultima ruspa ha fatto arrabbiare anche Vittorio Sgarbi. «Stanno distruggendo una delle testimonianze più importanti dell’architettura cinematografica del Novecento», ha detto il professore. E subito dopo sono arrivate raffiche di proteste, appelli per bloccare il progetto Odeon, ovvero lo smantellamento di uno dei cinema più belli di Livorno, in pieno centro città, progettato dall’architetto futurista Virgilio Marchi.” …
anche “L’ex assessore Matteoni non è d’accordo. «Ciò che è stato già abbattuto non era affatto anonimo. Marchi era riuscito a coniugare la funzionalità dell’impianto, l’ottimo assetto acustico, con la raffinatezza delle soluzioni architettoniche, particolarmente apprezzabili nel foyer ellittico e nella struttura parabolica di copertura.  …
Vittorio Sgarbi è contrario ad abbattimento e ristrutturazione: «Qualunque intervento cancelli la memoria storica di un edificio architettonico va bloccato. E’ un atto di barbarie, di inciviltà.  Un cinema è il riferimento di una comunità e oltretutto l’Odeon ha una valenza architettonica di prestigio. Trasformarlo in un parcheggio è un atto di barbarie. A Milano hanno abbattuto lo stabilimento Alfa Romeo: aveva 100 anni, ci hanno fatto una rotatoria. Uno scempio» …
L’assalto all’Odeon è solo l’ultimo scempio architettonico nella storia recente di Livorno. Una città martoriata dai bombardamenti e ricostruita in modo pessimo. Le demolizioni eccellenti sono sconcertanti.  Negli anni Settanta si decide di abbattere la casa natale di Mascagni, nella Piazza Cavallotti cuore della città. Al suo posto si costruisce un orribile palazzo rosso.  Non si salva neppure il Politeama, cinema-teatro  dove aveva debuttato Beniamino Gigli, raso al suolo per un altro palazzone senza gusto estetico. E ancora le ruspe abbattono la villa  Attias, mirabile esempio di architettura neoclassica, per costruire un parcheggio sotterraneo e un palazzo dove c’è un grande magazzino.
Poi ci sono le dimenticanze architettoniche. Clamorose. Il teatro San Marco, dove nel 1921 nacque il Pci di Gramsci e Bordiga, non è stato ricostruito e la facciata, l’unica ad essere rimasta in piedi, oggi ospita un asilo. La casa natale di Amedeo Modigliani è stata cancellata dalla toponomastica della città, sino a quando un lodevolissimo privato amante dell’arte, Giorgio Guastalla, l’ha acquistata di tasca propria per salvarla dall’incuria. La casa dove nacque Giovanni Caproni, uno dei più grandi poeti del Novecento, che a Livorno ha dedicato poesie e scritti, è stata dimenticata sino a un anno fa. Oggi è chiusa (appartiene a un privato) ma è stata posta una targa di memoria sulla facciata. E’ poco, ma sempre meglio di una ruspa.” …

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Michelucci … una casa … una capanna … (1)

Giancarlo Galassi, che qui ringraziamo per il suo contributo, …
ci invia questo testo …
che completa le sue osservazioni litoranee …
sulla casa costruita da Giovanni Michelucci sulla spiaggia di Tor San Lorenzo …
e di cui abbiamo già pubblicato alcune immagini qualche settimana fa …
ci auguriamo che la sua lettura serva a svelenire il clima rovente di questo agosto quasi trascorso…
e a riportare il discorso, attraverso una sofisticata architettura “di paglia”, …
alla nostra amata architettura … “di pietra” …

Costruita sulla sabbia della storia.
“Quando nel 1989 Giovanni Michelucci viene invitato a tenere una lezione al Politecnico di Vienna, il novantottenne architetto, per quell’appuntamento poi disatteso, decide di non presentare il monumento di se stesso e di sfuggire il cliché dell’anziano maestro compiaciuto della memoria della propria attività.
Si prepara invece a raccontare un ’sogno’ che ha per scena «una capanna dalla porta a bocca di lupo, una povera capanna, una dimora provvisoria, il cui aspetto evoca l’infanzia, i ricordi ancestrali. Ricordi di una realtà irrecuperabile se non nel sogno. Un luogo talmente piccolo da considerarsi inabitabile. Ma d’un tratto ho intravisto all’interno l’ala di un angelo: una presenza angelica. E nessun luogo è povero o di poco conto se è abitato da un angelo!».

Se Michelucci avesse potuto raccontare di persona questa favola, docenti e studenti sarebbero stati spiazzati da una testimonianza che non impartiva lezioni per la pratica della progettazione ma offriva la chiave ‘poetica’ che da’ sostanza e continuità alla ‘felicità dell’architetto’ e, come se il tempo di una vita non fosse altro che quello per far sedimentare e decantare sempre le stesse idee verso rinnovati livelli di maturazione, possiamo partire dai ‘sogni’ dell’ultimo Michelucci per analizzare una vera ‘casa-capanna’ da lui costruita nel 1957 a Tor San Lorenzo, non lontano da Roma.

Prima di quell’anno troviamo altre due capanne nel regesto delle opere michelucciane: del 1916 è un’eclettica e minuscola costruzione nei pressi di Caporetto, una “baita”, che da cappella militare è ridotta oggi a baracca rurale; dell’inizio degli anni cinquanta è poi il progetto per una cappella a Faidello dove la forma a capanna sembra l’immagine più appropriata per evocare la condizione primordiale dell’uomo in presenza di un paesaggio fortemente dominato dal mistero del bosco e della natura.

L’incarico del progetto di una casa-studio per le attive vacanze della pittrice Letizia Pitigliani, da’ modo all’architetto di sviluppare ancora il tema, non completamente risolto a Faidello, sullo sfondo stavolta del mare nei pressi della rinascimentale torre dei Caffarelli cui si deve il toponimo di Tor San Lorenzo.

Michelucci fa del programma funzionale non troppo rigido, l’occasione per verificare personali intuizioni poetiche sulle relazioni che, tramite l’architettura, l’uomo può avere con la storia, con la natura e più in generale con gli oggetti che lo circondano.

Scriveva nel 1946: «se le parole non sembrassero grosse verrebbe voglia di dire che occorre moralizzare l’architettura in generale e quella della casa in particolare, tendendo a conquistare una bellezza non subordinata all’apparenza e al lusso ma conseguente, per prima cosa, ad un’approfondita indagine umana e ad un approfondito mestiere; occorre riscoprire forme elementari o naturali non ispirate, come già si tenta di fare, ai bellissimi motivi popolari per elaborarli sapientemente, ma tentando di riconquistare la condizione interiore in cui e per cui quelle forme nacquero; condizione quasi verginea per la quale il sasso, il mattone, le forme cristalline dei solidi, i passi dell’uomo, gli affetti dell’uomo e le sue necessità familiari e collettive siano tutte occasioni nuove offertesi alla nostra comprensione per svolgere un lavoro dedicato non all’ambizione del committente o a quella gelosa del professionista ma all’uomo, semplicemente».

E in una riflessione del 1958, un anno dopo la realizzazione della casa-capanna di Tor San Lorenzo: «occorrerebbe possedere una grande forza interiore che regga ai frequenti disinganni e tante qualità native che sarebbe presunzione pensare di possedere; ma che, possedute, consentirebbero di intuire il modo con cui la conchiglia, il sasso, i pezzetti di latta potrebbero armonizzarsi fra loro, e consentirebbero di riscoprire dentro di noi certi elementi, comuni a tutti gli uomini, che sono dell’infanzia e della felicità dell’infanzia, ed altre esperienze liete e dolorose di altri periodi della nostra vita, per commentarle in una forma architettonica che sarebbe ‘popolare’, a nessuno estranea, per quel tanto che ogni uomo vi ritroverebbe di se stesso».

E ancora in nel 1986: «ho visto un giorno in una pineta del Tirreno un ‘bunker’, residuato di guerra, adattato da qualcuno come abitazione rifugio. All’esterno di questo era stato’creato’ un piccolo spazio per stare all’aperto, delimitato da un pergolato. A parte, appoggiata ad una parete del bunker’, era stata installata una malridotta cucina difesa da lamiere arrugginite e contorte. Completava il quadro, a breve distanza, un inginocchiatoio posto davanti ad un’immagine poco decifrabile dipinta col minio. Un evidente insieme di materiali abbandonati. Tutto ciò non poteva dirsi propriamente una ‘casa’, ma conteneva in sé tanti validi suggerimenti, tante suggestive indicazioni, sul modo, forse il solo vero – e morale – di affrontare lo studio di una qualsiasi possibile casa, grande o piccola, povera o ricca».

Le dimensioni della casa-capanna di Tor San Lorenzo sono poco minori di quelle della cappella di Faidello: su una base di circa mt.10 x 9 si alza un tetto che raggiunge l’altezza di mt. 7,5. La capanna vera e propria, contenuta nel volume della casa, si imposta su una base di circa mt. 8 x 6 ed il suo spazio a doppia altezza copre la sala soggiorno, nucleo caratterizzante dell’abitazione. In uno studio il camino era situato al centro, come il focolare della capanna archetipica, in una posizione che, confrontando il progetto definitivo, corrisponde all’intersezione degli assi delle finestre delle camere e dei rispettivi accessi. Non essendo previste porte interne, i passaggi erano inquadrati da quinte in muratura, poi non realizzate, che avevano la funzione di introdurre e proteggere gli ambienti di maggiore privacy dell’abitazione, di dare spessore alle pareti divisorie e di evidenziare, in cannocchiali prospettici, le vedute est e nord. La sala soggiorno è dotata di tre finestre, non molto grandi, allineate e rivolte verso il mare: l’orizzonte è un segno continuo misurato dalle aperture.

«Vedere la natura da una certa stanza nella più ampia estensione, immergersi nella natura aprendo le pareti della casa, fare entrare i rampicanti in essa non significa aver stabilito un rapporto e una continuità armoniosa fra l’interno e l’esterno. Quel rapporto può talora stabilirlo meglio il ‘finestrino’ della cella di un convento che una vetrata che occupi un’intera parete. Rapporto e continuità sono nella forma (e cioè nei volumi, negli spazi, nella misura e disposizione delle porte e delle finestre) che evoca la natura e della quale coglie il senso più profondo. Una finestra di normale dimensione che abbia una confortevole relazione con la stanza stessa (e sia pure una finestra da cui si vedono solo poche foglie di un fico) può stabilire un rapporto definito fra interno e esterno».

I volumi dell’ingresso, delle camere da letto e dei servizi (la cucina è risolta in
modo da comunicare con il piccolo patio) sono concepiti come superfetazioni all’elemento capanna; il tetto evidenzia la ‘capanna’ verso nord e verso il mare, mentre la mimetizza, variando bruscamente pendenza, sui lati dell’ingresso e verso la Torre dei Caffarelli. Un tetto che sviluppa quella poetica michelucciana segnalata da Quaroni, di “un ambiente che non è più fatto principalmente dalle pareti, perché quello che si pone in evidenza è la copertura”. Il risultato finale è la compenetrazione di due caratteri architettonici: da una lato sono le linee di una capanna a definire l’edificio, dall’altro prevale l’immagine di una casa.” (continua)

G.G.

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