Michelucci … una casa … una capanna … (2)

Casa capanna - 1

… “È come avere davanti agli occhi il processo evolutivo precisamente indicato da Pagano e Daniel nel catalogo della Mostra sull’Architettura Rurale Italiana alla VI Triennale di Milano del 1936, volumetto a cui in genere si fa risalire la tendenza neorealista e probabilmente riferimento anche per Michelucci a Tor San Lorenzo. Nel catalogo, secondo le linee di un vero e proprio racconto che prende l’avvio dai cunicoli scavati nei pagliai, Pagano e Daniel descrivono l’evoluzione formale e tecnica della casa colonica: “viaggiando attraverso il Lazio e la Campania, si possono scorgere ancor oggi tante di queste costruzioni umili e primitive che servono come riparo ai pastori e ai contadini durante i lavori dei campi. Esse impongono una nota caratteristica al paesaggio, seminate qua e là o allineate sull’orlo di un altipiano, oppure agglomerate come minuscoli villaggi, fra cespugli di ginestre, su di una collina […] Dal tipo con i lati curvilinei si passa al tipo a pianta rettangolare con il tetto a quattro spioventi. Questo passaggio rappresenta una tappa importantissima dalla capanna alla casa. La capanna primitiva non conosce ancora i muri perimetrali, né le pareti: ha solo il tetto che parte direttamente dal suolo. La necessità di sfruttare ogni spazio nell’interno e il desiderio di utilizzare anche gli angoli morti, risultanti dall’innesto del tetto sul terreno, hanno provocato la soluzione di sollevare il tetto dal suolo. Così fra la terra e il tetto si innesta un nuovo elemento, alzato verticalmente (all’inizio dello sviluppo ancora molto basso): la parete, poi il muro […]. Mentre, in uno stato ancora primario dell’evoluzione, la parete di materiale vegetale è stata sostituita con quella di materiale più resistente, il tetto ha mantenuto per moltissimo tempo la sua forma e il suo primitivo sistema costruttivo. Adottando la paglia come materiale di copertura si conserva il tetto a quattro spioventi, tetto alto ed acuto, come quello ancora caratteristico delle case dei Paesi nordici. Ma questa forma non dipende da ragioni folcloristiche, né da importazioni di usanze di popoli stranieri confinanti o per influssi pervenuti fin dalle invasioni barbariche. Essa rappresenta semplicemente la conseguenza logica dell’uso di un materiale come la paglia, uguale a quello adottato nei paesi nordici, materiale che richiede le falde del tetto assai ripide per evitare il penetrare dell’acqua e per resistere all’attacco dei venti. Così tanto in Sicilia, quanto nel Veneto o nel Lazio, un tetto di paglia avrà una forte pendenza per necessità puramente funzionali. La concezione del tetto a due spioventi rappresenta una fase di evoluzione più recente”.

Michelucci utilizza il modello ‘capanna dell’agro pontino’ non in modo pittorico come i neorealisti ma, lasciandosi guidare da una dinamica storica in senso peculiarmente architettonico, mette in scena la metamorfosi di un edificio che dalle sue forme primitive, per modifiche successive, vera crisalide, si trasforma in una costruzione più evoluta.

Ancora Pagano e Daniel scrivevano: “la casa rurale, come ogni prodotto dello spirito umano, rimane una cosa vivente. Essa si forma e si trasforma […]. Ma le trasformazioni non avvengono in modo totale ed immediato, in modo da cancellare, nella fase successiva, il ricordo della fase precedente. Questa catena di forme in continua evoluzione […] conserva nella fase successiva e spesso anche per moltissime tappe dell’evoluzione, il ricordo formale, più o meno deformato dell’originaria fisionomia determinata dalla tipica soluzione iniziale. L’inerzia dell’uomo (che si chiama tradizione o eredità) tende effettivamente a conservare la forma anche quando lo scopo utilitario e primario ha cessato di esistere. La forma, ormai divenuta puramente estetica, rimane come un’aggiunta ornamentale che non ricorda spesso nemmeno lontanamente la sua origine primitiva”.

E lo stesso Michelucci scrive: «i fatti architettonici non si costruiscono o tanto meno si ripetono (e quindi non si possono proporre come modelli da seguire) perché non si ripetono le condizioni di vita di un tempo passato. Alcuni di questi esempi esprimono un equilibrio, una garanzia, sono ben lontani dallo spirito critico nostro e dei nostri giorni. E poco importa che noi si accetti o si rifiuti il modo di vita che essi mettono in evidenza. Quel che interessa invece è di ricercare nel documento architettonico di qualunque tempo, compreso il nostro, la giustificazione storica di una forma».

La capanna michelucciana si rivela pienamente solo dopo l’attraversamento del suo ingresso a bocca di lupo che impedisce di scorgere da fuori lo spazio interno. Entrare e ritrovare la memoria dell’archetipo (l’emozione della visita è forte) è come riscoprire in una materializzazione tangibile una condizione primigenia dell’abitare. Il gioco della doppia altezza sulla quale affaccia il ballatoio interno è ottenuto liberando una parte dell’orditura principale del tetto dal manto di copertura e consente a chi vi abita di occupare una posizione perimetrale al nucleo-capanna, di collocarsi ad una quota da dove è possibile osservare la completa articolazione spaziale del manufatto.

Scriveva Michelucci, proprio nel 1957, a proposito del suo progetto, di sei anni prima, per la Cassa di Risparmio di Firenze: «ho pensato che l’edificio dovesse avere degli spazi in cui indugiare per osservare lo spettacolo circostante».

Il risultato a Tor San Lorenzo è analogo ed è ottenuto con il diverso trattamento del livello superiore della capanna rispetto al piano terra della sala-soggiorno caratterizzato da uno straordinario pavimento in frammenti di ceramiche Musa dominato da tonalità verde-azzurro con inserti casuali di colore acceso con inserti decorativi a spirale come conchiglie. Il surreale riferimento a Savinio pare togliere il piano d’appoggio alla costruzione rinviando al paesaggio circostante, al mare autentico, accentuando la dialettica fra interno della casa e ambiente esterno completato anche da una capanna di paglia alzata di fronte alla loggia d’ingresso, solo recentemente demolita, e, infine, dalla torre dei Caffarelli.

L’elemento di collegamento con il ballatoio interno in quota e il balcone esterno è costituito da una semplicissima scala in larice a rampa unica il cui punto di innesto con il piano superiore si rivela quello di maggiore drammaticità formale, cerniera delle quattro pendenze diverse del prisma del tetto. Proprio qui la carpenteria in travi di abete si condensa in nodi strutturali che anticipano gli studi per gli attacchi plinto-pilastri della chiesa dell’Autostrada. Sempre in questo punto hanno inizio le due diramazioni del percorso in quota che permette di valutare tutte le potenzialità emotive dello spazio architettonico rispondendo ad una strategia compositiva che proprio in quegli anni Michelucci andava affinando: «un percorso che è, insieme, un fatto funzionale e godimento del fenomeno della vita; è visione; è lettura dell’esterno, della natura, del terreno e delle sue quote; è godimento della luce in aggiunta a tutti gli elementi che determinano la unicità delle condizioni ‘hic e nunc’ del progetto».

Anche all’esterno è rilevabile la metafora del percorso che mette in rapporto la casa-capanna con l’antistante capanna dal tetto di paglia e la più lontana torre dei Caffarelli. Proprio in relazione a queste presenze, quasi magnetiche, l’architettura della casa-capanna si adegua, assumendo maggiormente i caratteri di ‘capanna’ verso la capanna di paglia, e i tratti marcati di ‘casa’ verso la torre.

Ormai scomparse le originarie capanne che fino ad alcuni decenni fa caratterizzavano la pianura pontina e disegnate da Cambellotti, la casa-capanna Pitigliani rimane oggi l’unica reliquia di una tecnica costruttiva andata perduta e che costituiva il patrimonio di maestranze locali di cui, probabilmente, Michelucci si è servito, come poi fece per i lavori della chiesa dell’Autostrada: «il cantiere era [. ..] una sintesi irripetibile di vecchie maestranze artigianalmente preparatissime e di contadini, da poco emigrati in città, che, quasi sempre, come primo lavoro, facevano i muratori. Si trattava di un tessuto umano, antropologico interessantissimo, da prendere in considerazione, prima ancora che come entità lavorativa, come una nuova cellula sociale di sviluppo, capace di dar vita ad un nuovo tipo di cultura cittadina [, ..]. Non ho particolare simpatia per il regionalismo, per il folclore, per gli stili (aulici o naifs che siano), ma resto affascinato da quei momenti in cui le vecchie tradizioni, ormai sclerotizzate, entrano in contatto con altre, anch’esse in via di estinzione e, interagendo, danno vita ad una nuova cultura […]. lo ho sempre creduto di vedere la storia come possibilità continua di scelta e sperimentazione di tutte le tecniche che il tempo ha sedimentato; la storia come compresenza di tutte le epoche e culture, non come successione di avvenimenti; le macerie, le baracche, la cultura contadina, le popolazioni e i movimenti temporaneamente sconfitti come traccia di mondi che non devono scomparire senza impoverire tutti».

In questo senso si capisce anche l’uso dei materiali moderni messi in opera a Tor San Lorenzo accanto a materiali tradizionali (il cemento armato che collabora con la muratura in tufo, l’eternit che sostituisce la paglia e che in quarant’anni ha assunto la stessa colorazione del materiale vegetale) e la loro stessa povertà: «l’abbondanza di mezzi e di materiali può servire a mascherare un vuoto di immaginazione fantastica e ad illudere sul possesso di una ricchezza interiore che di fatto non c’è, la povertà di mezzi costringe ad esprimere le proprie possibilità creative, l’ampiezza della fantasia, la genuina realtà di un proprio linguaggio poetico. La mancanza di materiali d’eccezione può portare alla riconquista di un linguaggio interiore più umano e meno convenzionale, che sappia interpretare le necessità più segrete degli uomini».

La capanna originaria coperta di paglia, costruita accanto alla casa-capanna, ha per di più una funzione di confronto per dimostrare che le accentuate pendenze del tetto moderno, anche se non tecnicamente necessarie per l’uso dell’eternit, trovano una loro ragione d’essere in quanto si riferiscono a un precedente tipologico.

A proposito della ‘casa del pavimento a musaico’, visitata ad Ercolano, Michelucci osservava: «la vicinanza del mare è avvertita in ogni apertura, e, cosa ammirabile, nemmeno l’inverno o la pioggia cancellano fra queste mura la sensazione dell’estate assolata, tanto qui ogni elemento è aderente al concetto di ‘casa al mare’ ed è poeticamente affermato e precisato».

E ancora: «chi ha una vita interiore la manifesta con sorprendente semplicità; anzi, di quanto maggiore è la vibrazione interna, di tanto è più concisa e semplice l’espressione compiuta».
G.G.

Casa capanna - 2

foto archivio G.G.

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4 risposte a Michelucci … una casa … una capanna … (2)

  1. pinello berti ha detto:

    Mr. G. Galassi,
    A pag.8 della prima edizione: giugno 1977 di ” PROGETTARE UN EDIFICIO ” (otto lezioni di architettura), di Ludovico Quaroni, Gabriele Mazzotta Editore, Mi, si vede una foto dell’interno della chiesa lungo il “terminal” della super-strada : RN_RSM: a Borgo Maggiore di RSM, dedicata alla Madonna della Consolazione di Giovanni Michelucci.
    Quaroni scriveva: ” E’ Giovanni Michelucci, in Italia, l’uomo che è riuscito a fare architettura rispettando, ad altissimo livello, l’integrazione strutturale fra le diverse componenti, ed è a lui quindi che voglio dedicare, con riconoscenza, il tentativo di ricostruire semplicemente il modo tradizionale, artigianale di progettare gli edifici.”

    saluti,
    pinello berti
    Faro di capel rosso, isola del Giglio
    Arcipelago toscano

  2. paolo ha detto:

    a’ pinè, restace, all’isola der giglio…. fai meno danno!

  3. eduardo Alamaro ha detto:

    Giovanni Michelucci, commovente: «Chi ha una vita interiore la manifesta con sorprendente semplicità; anzi, di quanto maggiore è la vibrazione interna, di tanto è più concisa e semplice l’espressione compiuta».
    Bello questo incipit al ping pong tra la banda del buco del Pincio e la rurale capanna di Michelucci a Tor San Lorenzo. Stanno lì a caso, poste uno dopo l’altro in questo archi-blog? O eccentricamente indicano il diverso modo di intendere “l’interiore”, quello che sta dentro la terra? “Le voci di dentro”, che lo scavo fa emergere?
    Quelli della banda del buco del Pincio cavano (vorrebberero scavare) sotto la storica terrazza romana per metterci sotto una umanità in parcheggio (da Parche, forse). E cavarne soldi, evidentemente. Quanti più possibile. Michelucci scava nell’interiorità delle tradizioni costruttive dell’agro romano, anche semplici, primarie, popolari alla Cambellotti, nella valle dell’Inferno ceramico pre “Musa”, perché, come scrive, per lui «il cantiere era [. ..] un tessuto umano, antropologico interessantissimo, da prendere in considerazione, prima ancora che come entità lavorativa, come una nuova cellula sociale di sviluppo, capace di dar vita ad un nuovo tipo di cultura cittadina […]. Una sintesi irripetibile di vecchie maestranze artigianalmente preparatissime e di contadini, da poco emigrati in città, che, quasi sempre, come primo lavoro, facevano i muratori». E che oggi forse, ormai laureati, farebbero “i muratorini” dell’Archiwatch. Mattone su mattone, post dopo post, moderno. Pungenti, aciduli, quasi maradolce.
    Saluti, Eldorado

  4. Manuela marchesi ha detto:

    ” (…)l’abbondanza di mezzi e di materiali può servire a mascherare un vuoto di immaginazione fantastica e ad illudere sul possesso di una ricchezza interiore che di fatto non c’è (…)”

    E’ una riflessione attualissima, specie oggi che i guai ambientali dovrebbero indurre a comprendere quale sia il vero progresso in questo momento, nella contemporaneità e non nella modernità, che è già alle nostre spalle.

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