Michelucci … una casa … una capanna … (1)

Giancarlo Galassi, che qui ringraziamo per il suo contributo, …
ci invia questo testo …
che completa le sue osservazioni litoranee …
sulla casa costruita da Giovanni Michelucci sulla spiaggia di Tor San Lorenzo …
e di cui abbiamo già pubblicato alcune immagini qualche settimana fa …
ci auguriamo che la sua lettura serva a svelenire il clima rovente di questo agosto quasi trascorso…
e a riportare il discorso, attraverso una sofisticata architettura “di paglia”, …
alla nostra amata architettura … “di pietra” …

Costruita sulla sabbia della storia.
Quando nel 1989 Giovanni Michelucci viene invitato a tenere una lezione al Politecnico di Vienna, il novantottenne architetto, per quell’appuntamento poi disatteso, decide di non presentare il monumento di se stesso e di sfuggire il cliché dell’anziano maestro compiaciuto della memoria della propria attività.
Si prepara invece a raccontare un ’sogno’ che ha per scena «una capanna dalla porta a bocca di lupo, una povera capanna, una dimora provvisoria, il cui aspetto evoca l’infanzia, i ricordi ancestrali. Ricordi di una realtà irrecuperabile se non nel sogno. Un luogo talmente piccolo da considerarsi inabitabile. Ma d’un tratto ho intravisto all’interno l’ala di un angelo: una presenza angelica. E nessun luogo è povero o di poco conto se è abitato da un angelo!».

Se Michelucci avesse potuto raccontare di persona questa favola, docenti e studenti sarebbero stati spiazzati da una testimonianza che non impartiva lezioni per la pratica della progettazione ma offriva la chiave ‘poetica’ che da’ sostanza e continuità alla ‘felicità dell’architetto’ e, come se il tempo di una vita non fosse altro che quello per far sedimentare e decantare sempre le stesse idee verso rinnovati livelli di maturazione, possiamo partire dai ‘sogni’ dell’ultimo Michelucci per analizzare una vera ‘casa-capanna’ da lui costruita nel 1957 a Tor San Lorenzo, non lontano da Roma.

Prima di quell’anno troviamo altre due capanne nel regesto delle opere michelucciane: del 1916 è un’eclettica e minuscola costruzione nei pressi di Caporetto, una “baita”, che da cappella militare è ridotta oggi a baracca rurale; dell’inizio degli anni cinquanta è poi il progetto per una cappella a Faidello dove la forma a capanna sembra l’immagine più appropriata per evocare la condizione primordiale dell’uomo in presenza di un paesaggio fortemente dominato dal mistero del bosco e della natura.

L’incarico del progetto di una casa-studio per le attive vacanze della pittrice Letizia Pitigliani, da’ modo all’architetto di sviluppare ancora il tema, non completamente risolto a Faidello, sullo sfondo stavolta del mare nei pressi della rinascimentale torre dei Caffarelli cui si deve il toponimo di Tor San Lorenzo.

Michelucci fa del programma funzionale non troppo rigido, l’occasione per verificare personali intuizioni poetiche sulle relazioni che, tramite l’architettura, l’uomo può avere con la storia, con la natura e più in generale con gli oggetti che lo circondano.

Scriveva nel 1946: «se le parole non sembrassero grosse verrebbe voglia di dire che occorre moralizzare l’architettura in generale e quella della casa in particolare, tendendo a conquistare una bellezza non subordinata all’apparenza e al lusso ma conseguente, per prima cosa, ad un’approfondita indagine umana e ad un approfondito mestiere; occorre riscoprire forme elementari o naturali non ispirate, come già si tenta di fare, ai bellissimi motivi popolari per elaborarli sapientemente, ma tentando di riconquistare la condizione interiore in cui e per cui quelle forme nacquero; condizione quasi verginea per la quale il sasso, il mattone, le forme cristalline dei solidi, i passi dell’uomo, gli affetti dell’uomo e le sue necessità familiari e collettive siano tutte occasioni nuove offertesi alla nostra comprensione per svolgere un lavoro dedicato non all’ambizione del committente o a quella gelosa del professionista ma all’uomo, semplicemente».

E in una riflessione del 1958, un anno dopo la realizzazione della casa-capanna di Tor San Lorenzo: «occorrerebbe possedere una grande forza interiore che regga ai frequenti disinganni e tante qualità native che sarebbe presunzione pensare di possedere; ma che, possedute, consentirebbero di intuire il modo con cui la conchiglia, il sasso, i pezzetti di latta potrebbero armonizzarsi fra loro, e consentirebbero di riscoprire dentro di noi certi elementi, comuni a tutti gli uomini, che sono dell’infanzia e della felicità dell’infanzia, ed altre esperienze liete e dolorose di altri periodi della nostra vita, per commentarle in una forma architettonica che sarebbe ‘popolare’, a nessuno estranea, per quel tanto che ogni uomo vi ritroverebbe di se stesso».

E ancora in nel 1986: «ho visto un giorno in una pineta del Tirreno un ‘bunker’, residuato di guerra, adattato da qualcuno come abitazione rifugio. All’esterno di questo era stato’creato’ un piccolo spazio per stare all’aperto, delimitato da un pergolato. A parte, appoggiata ad una parete del bunker’, era stata installata una malridotta cucina difesa da lamiere arrugginite e contorte. Completava il quadro, a breve distanza, un inginocchiatoio posto davanti ad un’immagine poco decifrabile dipinta col minio. Un evidente insieme di materiali abbandonati. Tutto ciò non poteva dirsi propriamente una ‘casa’, ma conteneva in sé tanti validi suggerimenti, tante suggestive indicazioni, sul modo, forse il solo vero – e morale – di affrontare lo studio di una qualsiasi possibile casa, grande o piccola, povera o ricca».

Le dimensioni della casa-capanna di Tor San Lorenzo sono poco minori di quelle della cappella di Faidello: su una base di circa mt.10 x 9 si alza un tetto che raggiunge l’altezza di mt. 7,5. La capanna vera e propria, contenuta nel volume della casa, si imposta su una base di circa mt. 8 x 6 ed il suo spazio a doppia altezza copre la sala soggiorno, nucleo caratterizzante dell’abitazione. In uno studio il camino era situato al centro, come il focolare della capanna archetipica, in una posizione che, confrontando il progetto definitivo, corrisponde all’intersezione degli assi delle finestre delle camere e dei rispettivi accessi. Non essendo previste porte interne, i passaggi erano inquadrati da quinte in muratura, poi non realizzate, che avevano la funzione di introdurre e proteggere gli ambienti di maggiore privacy dell’abitazione, di dare spessore alle pareti divisorie e di evidenziare, in cannocchiali prospettici, le vedute est e nord. La sala soggiorno è dotata di tre finestre, non molto grandi, allineate e rivolte verso il mare: l’orizzonte è un segno continuo misurato dalle aperture.

«Vedere la natura da una certa stanza nella più ampia estensione, immergersi nella natura aprendo le pareti della casa, fare entrare i rampicanti in essa non significa aver stabilito un rapporto e una continuità armoniosa fra l’interno e l’esterno. Quel rapporto può talora stabilirlo meglio il ‘finestrino’ della cella di un convento che una vetrata che occupi un’intera parete. Rapporto e continuità sono nella forma (e cioè nei volumi, negli spazi, nella misura e disposizione delle porte e delle finestre) che evoca la natura e della quale coglie il senso più profondo. Una finestra di normale dimensione che abbia una confortevole relazione con la stanza stessa (e sia pure una finestra da cui si vedono solo poche foglie di un fico) può stabilire un rapporto definito fra interno e esterno».

I volumi dell’ingresso, delle camere da letto e dei servizi (la cucina è risolta in
modo da comunicare con il piccolo patio) sono concepiti come superfetazioni all’elemento capanna; il tetto evidenzia la ‘capanna’ verso nord e verso il mare, mentre la mimetizza, variando bruscamente pendenza, sui lati dell’ingresso e verso la Torre dei Caffarelli. Un tetto che sviluppa quella poetica michelucciana segnalata da Quaroni, di “un ambiente che non è più fatto principalmente dalle pareti, perché quello che si pone in evidenza è la copertura”. Il risultato finale è la compenetrazione di due caratteri architettonici: da una lato sono le linee di una capanna a definire l’edificio, dall’altro prevale l’immagine di una casa.” (continua)

G.G.

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Una risposta a Michelucci … una casa … una capanna … (1)

  1. sergio 1943 ha detto:

    Nel 1957, quando Michelucci progettava la casa-capanna sulla spiaggia di Tor San Lorenzo, avevo quattordici anni. Non potevo conoscere Michelucci e la sua opera. Adesso posso apprezzarne la comprensione del luogo che conoscevo perchè mio padre e mio zio ci andavano a caccia. A me, che invece non sono mai stato attratto da tale attività, piaceva accompagnarli per perdermi poi tra le dune coperte di macchia mediterranea, correre a perdifiato sulla riva, ammirare il lavoro di uno scarabeo stercorario che correva sulla sabbia spingendo velocemente la sua pallottola. Ci si dava appuntamento prima di tornare a casa per una colazione con pane e formaggio presso una capanna di frasche, tirata su da qualcuno del luogo come posto di ristoro per i cacciatori.
    Passano gli anni, sono i primi anni 60, divento un ragazzo, scopro nuove attrattive, faccio nuove amicizie. Divento amico con il figlio del norcino sotto casa, parliamo di tante cose, anche delle ragazze di cui siamo innammorati e delle difficoltà per stare un pò con loro. Già ho pagato mille lire di multa per un bacio dato a Villa Celimontana. C’é però una soluzione! Il norcino ha comprato un lotto a Tor San Lorenzo e ci ha costruito una casetta. Prendiamo di nascosto la macchina di papà e ci avventuriamo, io felice di tornare in quei luoghi che ricordo splendidi. Quando arriviamo lui tira fuori con un sorriso di complicità le chiavi mentre io mi guardo sorpreso intorno. Le dune non ci sono più, tutto é stato spianato, non c’é più un filo d’erba, solo tanta polvere di pozzolana e tutto l’orizzonte é nascosto da costruzioni basse e squadrate. Per la maggior parte non sono neanche intonacate e mostrano, come la casa del mio amico, le loro misere facciate in blocchi di tufo. Non mi oriento più finchè qualcosa attira la mia attenzione e mi par di riconoscere in un piccolo chioschetto, tirato su alla meno e peggio, il luogo della piccola e linda fraschetta coperta di canne palustri dove mi riposavo con mio padre, quella capanna tirata su come per secoli, forse fin dai tempi di Romolo, erano state costruite le case degli abitanti di quei luoghi e che, adesso lo capisco, Michelucci aveva saputo, con tanta saggezza e poesia, reinterpretare. Io in quel luogo la mia ragazza non ce l’ho portata. Fare l’amore in quella Tor San Lorenzo stuprata dall’avidità e dalla bruttezza mi sarebbe sembrato un altro stupro.

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