Skyscraper … e … Skyline … all’amatriciana …

grattacielonapoli

Riceviamo da Isabella Guarini e volentieri pubblichiamo queste sue riflessioni sul “paesaggio” urbano italiano: …

“Caro  prof. Muratore, ho apprezzato la sua storia del grattacielo, sintetica ed efficace. Ciò che più condivido senza riserva alcuna è la considerazione che se si dovessero realizzare i grattacieli progettati per Roma, “stagliandosi sulla campagna romana, snaturerebbero, per sempre e in forme irreversibili, il più che prezioso profilo capitolino.” Penso che non sia  possibile disconoscere che, nella storia, l’architettura romana sia  contraddistinta dalle linee orizzontali, formate dalla ripetizione del modulo arco-volta, con cui si  sono costruiti  ponti e acquedotti,  che alacremente si inseguono nelle pianure tra colline, solcando irreversibilmente il nostro paesaggio. Il Gotico ha tirato l’arco romano in su, il Rinascimento di nuovo giù, il Barocco ancora giù, a ribasso, fino alla scomparsa dell’arco nel trilite armato, sovrapponibile verticalmente, verso l’alto,  sempre più in alto dalla linea di terra per grattare il cielo. La linea orizzontale posta in verticale rappresenta la fine della nostra storia, romana,  ma occidentale e mediterranea. Lo dice Vesevus al grattacielo, costruito negli anni sessanta nel centro storico di Napoli, che taglia  il paesaggio più noto d’Italia. Ma, ora,  le lame  della modernità affettatrice sono affilate e avanzano nella calda e porosa campagna romana come  lancieri di ghiaccio senza tregua!”

I. G.

Pubblicato in Architettura | 11 commenti

Velasca vs Seagram … un’affannata speranza …

velasca1

A proposito di torri italiane … Giancarlo Galassi ci scrive: …

Torre Velasca vs Seagram Building … (anche se alto 50 m di più).

“Due edifici costruiti negli stessi anni ma la prima farà sempre venire il cagotto agli architetti restando un nodo critico gordiano, il secondo invece, letteralmente annichilendosi nella nostra facoltà di contemplarlo, si riduce alla sua descrizione materiale cui non si trova altro da aggiungere.

E’ nel non aver niente da dire a quegli americani che lo abitano e alla città di New York che lo circonda, nel suo parlare da solo e solo di se stesso, dei suoi vetri fumé, delle sue lamiere in bronzo, dei suoi interni in travertino, che il Seagram si può fare a pezzi e divenire un campionario di materiali International.

I suoi profilati li ritroviamo nei grattacieli di tutto il mondo, perfino nell’inquietante tenebroso Vagnetti senza travertino dell’Eur di fronte alle torrette di Ligini-Piano a rischio di ridicola travertinizzazione.

La Velasca resta un unicum che non va bene a chi ha il pancino debole e non sopporta la bua da cibi acidi, probabilmente tossici se non si possiede un minimo di difese immunitarie.

In una lettera che potete recuperare (vado a memoria) nel n. 4 de L’Architettura Cronache e Storia del 1956 – gli stessi anni della Velasca – Figini parla a Zevi non di tradizione intesa come valore da ricercare nell’architettura storicizzata, ma – udite!udite! – di T R A D I Z I O N E D E L M O D E R N O con una lucida sofferenza e una consapevole amarezza che non appartenevano a Mies che sul pedale della modernità modello turbo continua a pigiare fino ad ingolfare del tutto il motore e riconsegnarci la “machine à abiter” buona solo per lo sfasciacarrozze.

Gli architetti italiani più avvertiti, adesso si direbbero “architetti colti”, avevano compreso capito intuito già dagli anni’40, in una posizione valorosamente originale rispetto a gran parte del loro contemporaneo universo mondo, che si poteva certamente arrivare al limite miesiano ma quel limite non doveva essere raggiunto.

Il rischio era di precipitare in un isterilimento globale del linguaggio e della poetica architettonica in un minimalismo manualistico o nella sua ovvia facile elementare antinomica alternativa – che ovviamente qualunque imbecille ritiene doveroso praticare – ovvero un utilizzo del linguaggio architettonico in modo sgrammaticato, gutturale, onomatopeico, bohemién, individualistico, ridondante banale originalità, anarchico della peggiore specie quella che distrugge il mondo, I N C I V I L E.

La torre Velasca dimostra in modo affannato ma ben più modernamente di Mies, utilizzando anche quella caduta di gusto che è la retorica ma probabilmente tutto va bene quando si gioca una partita che non si può perdere, una possibile speranza architettonica della polis moderna.”

G.G.

velasca2

Pubblicato in Architettura | 2 commenti

Punti di vista …

Un misterioso e incazzatissimo … Buccinasco Town …
ci scrive da SkyScraperCity …
naturalmente … a prescindere dall’anonimato e dall’uso piuttosto spregiudicato di titoli ed epiteti al nostro indirizzo …
non siamo certo particolarmente d’accordo sui contenuti, …
ma cerchiamo di comprendere l’entusiamo di chi, in buona compagnia e senz’atro in buona fede esprime con chiarezza un’opinione che, con altrettanta chiarezza, non condividiamo affatto …
e per questo vi proponiamo: …

“Anche io sono un forumer di SkyScraperCity ed ho letto il dibattitto che sullo stesso forum si è sviluppato dopo che un utente ha postato le considerazioni del Barone Giorgio Muratore, all’origine di questa discussione.

Al di là del dibattitto sui grattacieli, che forse è un po’ troppo complesso per essere ridotto ad una discussione da blog, vorrei semplicemente segnalare il fatto che Skyscrapercity non è solo un sito di fanatici dell’edificio fallico, ma in realtà un forum di architettura ed urbanistica, aperto alle opinioni di tutti, anche a quelli contrari ai grattacieli, nel quale si discutono una varietà di temi infinitamente più grande rispetto alla semplice esaltazione degli edifici a sviluppo verticale.

Quello che mi sorprende è il fatto che Skyscrapercity sia oggetto di attacchi ed insulti di vario genere (peraltro provenienti quasi sempre da un preciso ambito politico-culturale, quello di area post-comunista, pseudo ambientalista o vetero radical-chic) che stupiscono per il loro livore e l’aggressività verbale dimostrata.

Personalmente mi sono fatto un’opinione sul perché di tanto odio verso un innoquo sito di architettura da parte di certi personaggi: internet 2.0, con i suoi forum e blog, ha dato visibilità ad opinioni che prima non erano ammesse nei circoli della politica, dei media e della cultura ufficiali (stampa, televisione, università), rivelando all’opinione pubblica quelli che Marc Penn chiamerebbe “Microtrends”, cioè tendenze particolari che sfuggono alla categorizzazione sociologica tradizionale della società odierna.

Tra queste vi è il fatto che l’urbanizzazione “spinta”, con gli annessi fenomeni di densità urbana, di costruzione in altezza e modernizzazione accelerata delle città, un fenomeno storico che si è ripetuto nei secoli in fasi e luoghi diversi, non è solo il prodotto di processi speculativi (come forse vorrebbero certi Catone della Kultura sinistroide), ma anche un fenomeno culturale che trova i suoi sostenitori anche tra chi non ha nessun interesse specifico (o per meglio dire, economico) nella stessa.

E’ forse proprio questo che dà fastidio ai nostri Soloni dell’establishment culturale post Gramsciano, il fatto che, in un ottica per certi versi futurista, esistano al mondo milioni di persone che vedono nell’idea di città in continua crescita, trasformazione e concentrazione, della bellezza e del fascino, del vigore e del rinnovamento, anche culturale ed estetico.

Per troppi anni si è venduta l’idea che la crescita edilizia moderna ed il suo odiato simbolo principale, il grattacielo, fossero solo il frutto della speculazione finanziaria e capitalista di pochi.
Adesso viene fuori grazie ad Internet che molti, come i forumer di Skyscrapercity, pensano invece che tali trasformazioni urbane siano segno di dinamicità e vitalità delle città moderne, al punto di entusiasmarsi per la loro realizzazione, dando così una dignità anche “poltica” e sociale a questi progetti.

Ma questo non può piacere a certi personaggi.”

B. T.

Sarà perché soffro di vertigini e di claustrofobia, …

ma a me il monumento di Panic City …

continua a  convicere poco …

e, soprattutto, per la città italiana, …

non mi convince affatto …

Pubblicato in Architettura | 10 commenti

Contro la riscossa dei giganti …

Pietro Pagliardini … che per il futuro invitiamo a una maggior concisione …
ci soccorre in questa impari lotta contro i giganti della campagna … romana …

e ci scrive:

“Gent. mo Prof. Muratore
Sarebbe bene che lei trovasse il tempo di scrivere più spesso di quanto non faccia anche se mi rendo conto che il blog non è tutto nella vita.
Nel suo post, oltre che ripercorrere una breve storia del grattacielo e delle sue odierne degenerazioni (notevole la definizione “specie pioniera”), lei coglie il nesso forte che esiste tra un certo ripensamento delle follie architettoniche e la odierna crisi economica.
Ogni crisi, si sa, è foriera di grandi cambiamenti e io spero che, almeno sotto questo aspetto, possano essere cambiamenti positivi. Lo spero ma non ne sono sicuro perché, se è vero, come lei dice, che il fenomeno di quelle nefandezze è il frutto della globalizzazione, è anche vero che non bisogna lasciarci ingannare dalle dichiarazioni di economisti, politici, opinionisti, maître à penser di varia estrazione perché, passata la bufera, molto, se non tutto, tornerà come prima. E torneranno anche i grattacieli e le Archistar come grimaldello e copertura culturale immobiliari per il capitale e per i sindaci. Magari non si chiameranno più Archistar, magari tornerà il vecchio termine di Maestri, tanto amato e abusato nelle facoltà di Architettura e nelle riviste d’antan ormai sull’orlo del fallimento.
Il potere cambia facilmente nome ma la sostanza è sempre la stessa.
Io non ho strumenti di conoscenza per opporre resistenze alla globalizzazione economica che anzi, a lume di naso, ritengo un fattore di equità e di libertà, perché ha consentito e consentirà ai popoli in via di sviluppo di migliorare le proprie condizioni di vita, ovviamente a scapito nostro, come sta accadendo; però credo sia da combattere la globalizzazione culturale che distrugge la ricchezza e la varietà delle culture omogeneizzandole nell’indifferenza ai luoghi, alle tradizioni, alla storia, alle consuetudini sedimentate in migliaia di anni. A questa si può e si deve tentare di opporsi con la nostra volontà cioè con gli strumenti della cultura stessa, con la capacità di convincimento, con la propaganda, se necessario. Non ho inventato io l’egemonia culturale che voi a Roma conoscete bene e, applicandosi, si può tentare di rovesciare la frittata.
Non si parla di autarchia né di nostalgia ma di valori fondanti dei popoli e delle nazioni. Quella che noi chiamiamo globalizzazione culturale altro non è che una forma di colonialismo che impone la propria cultura ad altri, prima con le armi, ora con il denaro,  e mi stupisco che questa che parola impronunciabile fino a qualche anno fa oggi invece possa essere considerata un valore. Il pensiero contemporaneo è davvero molto confuso e ha perso, come minimo, di rigore e coerenza se, da un lato in maniera tanto conformista quanto non documentata, tutti difendono la biodiversità in natura, dall’altro pochi si rendono conto della ricchezza della diversità delle culture, e di quella urbana in particolare che costituisce “l’ambiente” di vita dell’uomo. Sembra quasi che, nella scala dei valori “ecologici”, l’uomo venga molto, ma molto dopo animali e piante. In questo sono antico, tradizionalista e mi appoggio anche alla Bibbia: “E Dio disse: facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”. Qualunque sia l’origine del Libro questa è comunque la storia dell’uomo.
Oggi però, o meglio, ora, in questo momento, in questi giorni, qualcosa sembra stia cambiando. Ora è veramente diffusa la stanchezza verso l’architettura auto-referenziale, l’architettura-design, l’architettura della tecno-scienza, l’architettura-Bic usa e getta: per quello che conta in Italia il mondo dei blog, cioè abbastanza poco, escono in contemporanea post che la denunciano e che mostrano insofferenza.
Accade nei siti più colti e raffinati come Artonweb di Vilma Torselli la quale, in verità, l’ha sempre denunciata (basta leggere i suoi più vecchi articoli) ma sempre arrotondando il suo giudizio con il dubbio e la positiva curiosità verso il nuovo, lasciando aperta una linea di credito in mancanza, forse, di valide alternative. Oggi, invece, leggo in questo articolo
http://www.artonweb.it/architettura/articolo26.html
un atteggiamento più apertamente critico che lascia pochi margini al dubbio. Magari sarò smentito domattina, ma oggi è così.
La stessa cosa accade nell’ottimo blog Bizblog, il cui autore spesso interviene anche su Archiwatch
http://bizblog.splinder.com/post/18953195/Due+approcci+del+moderno+-+pos
e con il quale di frequente ci incontriamo e scontriamo, nel rispetto reciproco, anche sui nostri diversi punti di vista politici.
Ma ciò che lascia meglio sperare e che è, per me, stupefacente, è il blog Bovisiani, curato da studenti: un blog che è discontinuo quanto a produzione (mi piace pensare che dipenda dal fatto che non sottraggono tempo allo studio) ma limpido nel giudizio contro l’essenza (e l’assenza) dell’architettura contemporanea.  Si legga in proposito questo post:
http://www.bovisiani.135.it/
che dimostra una totale mancanza di “sudditanza psicologica” verso i Grandi e verso la moda corrente e il pensiero unico.
Il suo Archiwatch non lo cito perché …..è ovvio.
Il mio blog, ultimo arrivato e anche palesemente schierato e decisamente fazioso, è fuori discussione . Per me è stato facile fare “il ganzo” come si dice da noi, perché sapevo, da un certo momento in poi, diciamo dopo due mesi dall’inizio, di contare sull’appoggio di altri, in particolare su quello di Nikos Salìngaros.
Oggi, che piaccia o no, Salìngaros è un interlocutore, non fosse altro per la determinazione che può vantare nella denuncia aperta e senza tanti infingimenti di certi fenomeni degenerativi dell’architettura e dell’urbanistica, portata avanti talora con atteggiamenti sbrigativi proprio come nei migliori stereotipi dei  film americani, ma supportata da teorie che partono dalla sua cultura matematica e che, guarda caso, approdano a risultati “analoghi” a quelli della scuola muratoriana.  Il suo studio dei fenomeni urbani attraverso i grafi e le reti è quanto, a mio avviso, più si avvicina allo studio dell’aggregato e del tessuto  da parte di Gianfranco Caniggia, pur nella grande diversità di approccio al problema, di metodo di lavoro, di retroterra culturale, probabilmente di personalità individuale (dico probabilmente perché non ho conosciuto Caniggia e mi baso sui testi). Questi ha colto dalla lettura dell’edilizia di base le regole che ne hanno determinato la crescita, l’altro ha tratto, dallo studio della città, leggi generali di tipo geometrico-matematico che ne spiegano il funzionamento.
Entrambi hanno compiuto un’opera di astrazione che ha prodotto, appunto,“regole” che nelle linee generali sono molto simili. Regole che, si badi bene, molto raramente, per non dire mai, sono state o vengono applicate dagli urbanisti. Dire anzi che le nostre città si sono sviluppate con altre regole, spesso con non-regole, fatte di numeri, zone monofunzionali, assenza di disegno urbano, retini a macchie e aggiunte di “pezzi” di città senza relazione con quella esistente. Sono convinto che molto di quella che viene chiamata complessità e/o caos altro non è che scelta ignorante di piano.
Oggi c’è un ripensamento di questo metodo ma la proposta che ne esce non è molto meglio, perché tutta impostata sulla “sostenibilità”, e fino a qui tutto bene, cui però si  arriva mediante una abborracciata raccolta di studi provenienti da discipline diverse (geologi, idraulici, storici, ambientalisti, economisti, statistici, naturalisti, ecc), tenute insieme da sistemi informatici che, lungi dal limitarsi ad essere strumento di raccolta di dati informativi e conoscenza del territorio, finiscono per determinare con metodo sottrattivo il piano stesso: ciò che resta dall’intoccabile diventa “piano”. I piani sono, cioè, fatti per analisi cui manca però la sintesi.
Che cosa c’entra il piano urbanistico con il fenomeno Archistar? C’entra, perché sono due facce della stessa medaglia : in una città già disintegrata i pazzi edifici di questi ne accentuano e amplificano il disordine; in una città progettata con le regole giuste, con una cultura urbana condivisa, il fenomeno Archistar non può che rientrare entro limiti ben precisi. Insomma l’urbanistica deve guidare l’architettura e non viceversa.
Come non disperdere questa anomala occasione di coincidenza di punti di vista? Non lo so e penso anche che sarà quasi impossibile, conoscendo gli architetti che, appena sentono odore di unità, vogliono subito rimarcare la loro differenza. Credo sarebbe già un gran risultato se l’opera o l’architettura di Lèon Krier, Nikos Salìngaros, Demetri Porphyrios, Andres Duany, Pier Carlo Bontempi oppure il New Urbanism potesse essere giudicata senza pregiudizi ma come una delle forme possibili di una modernità che, francamente, non è che abbia proprio trovato una strada accettata e accettabile, condivisa e condivisibile.
Saluti”

P. P.

Pubblicato in Architettura | 6 commenti

‘rraù … metropolitano …

Riceviamo da un Eduardo … Alamaro … in vena poetica: …

‘O ‘rraù ncoppo Pusilleco

‘O rraù ca me piaceva a me
m’ ‘o ffaceva sulo Isolabé!
A che sto luntano a te,
ne parlammo pè ne parlà,
p’è pazzià, p’è bloggà,
ma ‘o post comme
me piaceva a mme
‘mo scriveva solo Isolabè!

Io nun songo difficultuso;
ma luvàtelo ‘a miezzo st’uso.
Sì, va buono: cumme vuò tu.
Mò ce avéssem’ appiccecà?
Tu che dice, Muratò? Chest’ ‘è rraù?
E io m’ ‘o mmagno pè m’ ‘o mangià…
m’ ‘o bloggo p’e me bluggà,

E tu dice Isolabè: chesta è ‘na città?
M’ ‘a fai ‘na cortesia?
chistu ‘rraù è diventato ‘na fetenzia!
E m’ ‘a faje dicere l’ultema parola?…
E nuoste so’ blogg sulo pe’ dicere …
Chesta nun è cchiù città po’ ‘rraù
È’ metropoli cu la pummarola!!

E.D.F. & E.A.

Pubblicato in Architettura | 3 commenti

Skyscraper City … No … Grazie …

DP79

In urbanity we trust …

Da Wikipedia:
“SkyscraperCity è un sito web basato su un forum principalmente focalizzato sulla costruzione di grattacieli e sullo sviluppo urbano oltre alla loro relativa discussione …
Alcune delle caratteristiche del sito sono rappresentate da un concorso settimanale di foto ritraenti paesaggi urbani, diversi sondaggi e una lista degli skyline più significativi del mondo …
Il motto di SkyscraperCity è In urbanity we trust (in italiano, noi crediamo nello sviluppo urbano)” …

Probabilmente a molti sarà capitato di imbattersi nelle pagine di questo sito globale e straordinario che registra in tempo reale le peggiori nefandezze mai realizzate un po’ in tutto il mondo … che si eccita alle alle più volgari performances del metro cubo … e che sembra fatto apposta per la gioia dei palazzinari grandi e piccini … e di tutti coloro che, infatuati della “modernità” e adoratori della verticale, aspirano ad entrare nella loro corte miracolata …
Ma da qualche settimana …
dopo i grandi crak autunnali ci chiediamo sconsolati: …
tutto questo che fine farà? …
Della grande sòla …
della grande bolla …
cosa resterà? …
e così caduti, di nuovo e per caso, nel sito infernale …
ci è venuto in mente un pezzullo ad hoc, … buttato giù qualche tempo fa per le vecchie, care zie di Italia Nostra e per il loro storico Bollettino, … giusto intitolato al Gratta … gratta … grattacielo … che, poichè da ‘ste parti nun se butta gnente, … qui vi riproponiamo pari, pari: …

Il Grattacielo, una tipologia vecchia e disgustosa.

Metropolis la pellicola-culto di Fritz Lang che nel 1927 profetizzava il trionfo e la catastrofe della civiltà della macchina era una città di grattacieli. Una città utopica verticale vissuta come un incubo da un intellettuale europeo alle soglie della grande crisi del ’29 nella quale all’acme della poetica espressionista venivano a sintetizzarsi, catalizzandosi criticamente in forma visiva, tutti gli umori di un modernismo esasperato da ben più di mezzo secolo di trionfo industriale che a partire dai lontani fasti del Cristal Palace londinese passando per Eiffel sarebbe approdato al Chrysler newyorkese dopo essere passata per i capolavori sullivaniani della scuola di Chicago.
Un itinerario affascinante quello dei primi decenni del grattacielo americano che avrebbe poi trovato, ancora e soprattutto nelle due già citate metropoli statunitensi, modo di affermarsi con l’Empire State Building e con il Rockfeller Centre, da un lato, e con le prime grandi opere verticali di Mies van der Rohe, dall’altro, che finalmente affacciandosi sul Michigan trovava modo di coronare un sogno pluridecennale coltivato fin da quando, nei primi venti, aveva progettato il suo profetico grattacielo di cristallo sulla Friedrichstrasse berlinese e che troverà modo di concludere la sua conquista del cuore americano con l’esemplare Seagram Building piazzato proprio nel baricentro finanziario di Manhattan.
Dall’Art-Deco al Razionalismo più radicale quindi e, da lì in poi, di successo in successo, il grattacielo americano continua la sua ascesa fisica e simbolica contaminandosi con i linguaggi più corrivi dei decenni successivi, dall’International Style al Post-Modern, dai monumentali manufatti dello studio Skidmore, Owings & Merril, fino ai totemici stilismi postmodernisti dell’ultimo Philips Johnson. E saranno poi ancora gli architetti europei a riflettere criticamente sulla portata simbolico-figurativa di quella ormai storicizzata tipologia verticale quando Rem Koolhas uno dei profeti della globalizzazione decostruttivista degli ultimi trent’anni (sponsorizzato dall’immarcescibile e luciferino Philip Johnson), nel suo bestseller “Delirious New York” ne riprenderà, in certo modo il testimone, per poi dilagare a livello internazionale sull’onda della globalizzazione finanziaria e tecnocratica degli ultimi tren’anni. Non c’è infatti ormai regione, sia pur remota, della terra a non essere assoggetata alla presenza di questa tipologia edilizia che, se da un lato, rappresenta la cristallizzazione più ingenua e volgare delle aspirazioni dei nuovi ricchi, dall’altro testimonia del prevalere di un know-how tecnologico e progettuale dove la grande industria di ultima e penultima generazione, e l’apparato economico-finanziario che ne è espressione e sostanza strutturale, trovano modo di autorappresentarsi con facilità attraverso la vasta e disponibile schiera di progettisti e di archistar che ne sono prolungamento a livello figurativo, decorativo, stilistico e architettonico.
Si assiste quindi, e non da oggi, al proliferare di grattacieli di tutte le taglie e di tutte le fogge, un po’ in tutto il mondo, dai distretti commerciali delle metropoli occidentali alle sempre più numerose città nuove che si affollano a decine dall’oriente estremo fino alle, un tempo, desolate e pastorali plaghe dell’asia centrale, dalle assolate, assetate e desertiche realtà del Golfo fino alle più remote e paradossali situazioni latino-americane, tutte località, a vario modo, assoggettate a questa nuova forma di colonialismo tipologico, ove il protagonismo di massa del grattacielo la fa ormai da padrone indiscusso. Migliaia di grattacieli, una volta confinati in rari esemplari nei distretti finanziari delle grandi metropoli statunitensi, dilagano ormai senza freno dai deserti alle praterie, dalle spiagge alle savane del mondo intero. Soprattutto nei luoghi dove è più debole la storicità e la memoria stessa dei siti al grattacielo sembra affidato il ruolo fondante di edificio-pioniere, quasi a segnalare una nuova presenza, a testimoniare con arroganza una presa di possesso, a testimoniare l’orgoglio volgare di un finalmente raggiunto dominio simbolico e materiale sui luoghi.
Per nostra fortuna il nostro paese, per tutta una serie di evidenti priorità di ordine culturale, ma anche e soprattutto di limiti economici e finanziarii era stata fin qui evitata una simile violenza. Qualche “torre” a dire il vero era spuntata, soprattutto negli anni del rapido benessere qua e là, a Milano, a Genova, all’Eur di Roma e in qualche cittadina piuttosto derelitta sul piano urbanistico come Livorno, Nettuno, Cesenatico, Gallipoli, tanto per fare qualche esempio diffuso sul piano nazionale. Casi, al fondo, sporadici di periferica isterìa da campanile, senza contare che il caso milanese ha, comunque, prodotto almeno due edifici di rilevante significato architettonico come la Torre Velasca e il “Pirellone”.
Purtroppo però in questi ultimi anni sull’onda di un laissez-faire di stampo anarco-liberista, molte barriere, anche etico-psicologiche sono crollate e sono quindi sempre più numerosi i casi in cui il nostro patrimonio ambientale e paesaggistico viene aggredito in forme concitate, avventate e agressive in nome di una sedicente modernizzazione che trova, proprio nel grattacielo, la sua formula più immediata, sbrigativa e redditizia, perciò, vincente.
Basterebbe considerare il caso di Roma, città fin qui, sostanzialmente, scampata al rischio grattacielo, ove sono già previsti almeno cinque interventi in tal senso che, se portati sventuratamente a compimento, stagliandosi sulla campagna romana, snaturerebbero, per sempre e in forme irreversibili, il, più che prezioso, profilo capitolino.”
G. M. 08.08

Alla faccia di SkyscraperCity … e del suo modello di sviluppo …

Pubblicato in Architettura | 26 commenti

Altre … cataste mediterranee …

CATASTAPASSI78

Dario Passi … 1978 …

Pubblicato in Architettura | 2 commenti

Pacifica catasta …

_MRM9031

riceviamo da Danilo Nuccetelli questo: … “Indovinello facile” …

“Cosa è? di chi è ? (nel senso dell’architetto). L’ho vista, affacciata su un pezzo di Mediterraneo gonfio di suggestioni mitologiche e storiche. Bella! per le linee asciutte e la funzione ardua. Mi piacerebbe assai se gli archiwatchers condividessero il mio entusiasmo. Saluti”
Danilo

_MRM9100

Pubblicato in Architettura | 6 commenti

Indicibile … tristezza …

tristezza 2

tra asilo nido e dopolavoro aziendale …

dopo il capodanno di Fantozzi …

Pubblicato in Architettura | Lascia un commento

CASABELLA 771 … una foto …

unafoto

Pubblicato in Architettura | 1 commento