Pietro Pagliardini … che per il futuro invitiamo a una maggior concisione …
ci soccorre in questa impari lotta contro i giganti della campagna … romana …
e ci scrive:
“Gent. mo Prof. Muratore
Sarebbe bene che lei trovasse il tempo di scrivere più spesso di quanto non faccia anche se mi rendo conto che il blog non è tutto nella vita.
Nel suo post, oltre che ripercorrere una breve storia del grattacielo e delle sue odierne degenerazioni (notevole la definizione “specie pioniera”), lei coglie il nesso forte che esiste tra un certo ripensamento delle follie architettoniche e la odierna crisi economica.
Ogni crisi, si sa, è foriera di grandi cambiamenti e io spero che, almeno sotto questo aspetto, possano essere cambiamenti positivi. Lo spero ma non ne sono sicuro perché, se è vero, come lei dice, che il fenomeno di quelle nefandezze è il frutto della globalizzazione, è anche vero che non bisogna lasciarci ingannare dalle dichiarazioni di economisti, politici, opinionisti, maître à penser di varia estrazione perché, passata la bufera, molto, se non tutto, tornerà come prima. E torneranno anche i grattacieli e le Archistar come grimaldello e copertura culturale immobiliari per il capitale e per i sindaci. Magari non si chiameranno più Archistar, magari tornerà il vecchio termine di Maestri, tanto amato e abusato nelle facoltà di Architettura e nelle riviste d’antan ormai sull’orlo del fallimento.
Il potere cambia facilmente nome ma la sostanza è sempre la stessa.
Io non ho strumenti di conoscenza per opporre resistenze alla globalizzazione economica che anzi, a lume di naso, ritengo un fattore di equità e di libertà, perché ha consentito e consentirà ai popoli in via di sviluppo di migliorare le proprie condizioni di vita, ovviamente a scapito nostro, come sta accadendo; però credo sia da combattere la globalizzazione culturale che distrugge la ricchezza e la varietà delle culture omogeneizzandole nell’indifferenza ai luoghi, alle tradizioni, alla storia, alle consuetudini sedimentate in migliaia di anni. A questa si può e si deve tentare di opporsi con la nostra volontà cioè con gli strumenti della cultura stessa, con la capacità di convincimento, con la propaganda, se necessario. Non ho inventato io l’egemonia culturale che voi a Roma conoscete bene e, applicandosi, si può tentare di rovesciare la frittata.
Non si parla di autarchia né di nostalgia ma di valori fondanti dei popoli e delle nazioni. Quella che noi chiamiamo globalizzazione culturale altro non è che una forma di colonialismo che impone la propria cultura ad altri, prima con le armi, ora con il denaro, e mi stupisco che questa che parola impronunciabile fino a qualche anno fa oggi invece possa essere considerata un valore. Il pensiero contemporaneo è davvero molto confuso e ha perso, come minimo, di rigore e coerenza se, da un lato in maniera tanto conformista quanto non documentata, tutti difendono la biodiversità in natura, dall’altro pochi si rendono conto della ricchezza della diversità delle culture, e di quella urbana in particolare che costituisce “l’ambiente” di vita dell’uomo. Sembra quasi che, nella scala dei valori “ecologici”, l’uomo venga molto, ma molto dopo animali e piante. In questo sono antico, tradizionalista e mi appoggio anche alla Bibbia: “E Dio disse: facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”. Qualunque sia l’origine del Libro questa è comunque la storia dell’uomo.
Oggi però, o meglio, ora, in questo momento, in questi giorni, qualcosa sembra stia cambiando. Ora è veramente diffusa la stanchezza verso l’architettura auto-referenziale, l’architettura-design, l’architettura della tecno-scienza, l’architettura-Bic usa e getta: per quello che conta in Italia il mondo dei blog, cioè abbastanza poco, escono in contemporanea post che la denunciano e che mostrano insofferenza.
Accade nei siti più colti e raffinati come Artonweb di Vilma Torselli la quale, in verità, l’ha sempre denunciata (basta leggere i suoi più vecchi articoli) ma sempre arrotondando il suo giudizio con il dubbio e la positiva curiosità verso il nuovo, lasciando aperta una linea di credito in mancanza, forse, di valide alternative. Oggi, invece, leggo in questo articolo
http://www.artonweb.it/architettura/articolo26.html
un atteggiamento più apertamente critico che lascia pochi margini al dubbio. Magari sarò smentito domattina, ma oggi è così.
La stessa cosa accade nell’ottimo blog Bizblog, il cui autore spesso interviene anche su Archiwatch
http://bizblog.splinder.com/post/18953195/Due+approcci+del+moderno+-+pos
e con il quale di frequente ci incontriamo e scontriamo, nel rispetto reciproco, anche sui nostri diversi punti di vista politici.
Ma ciò che lascia meglio sperare e che è, per me, stupefacente, è il blog Bovisiani, curato da studenti: un blog che è discontinuo quanto a produzione (mi piace pensare che dipenda dal fatto che non sottraggono tempo allo studio) ma limpido nel giudizio contro l’essenza (e l’assenza) dell’architettura contemporanea. Si legga in proposito questo post:
http://www.bovisiani.135.it/
che dimostra una totale mancanza di “sudditanza psicologica” verso i Grandi e verso la moda corrente e il pensiero unico.
Il suo Archiwatch non lo cito perché …..è ovvio.
Il mio blog, ultimo arrivato e anche palesemente schierato e decisamente fazioso, è fuori discussione . Per me è stato facile fare “il ganzo” come si dice da noi, perché sapevo, da un certo momento in poi, diciamo dopo due mesi dall’inizio, di contare sull’appoggio di altri, in particolare su quello di Nikos Salìngaros.
Oggi, che piaccia o no, Salìngaros è un interlocutore, non fosse altro per la determinazione che può vantare nella denuncia aperta e senza tanti infingimenti di certi fenomeni degenerativi dell’architettura e dell’urbanistica, portata avanti talora con atteggiamenti sbrigativi proprio come nei migliori stereotipi dei film americani, ma supportata da teorie che partono dalla sua cultura matematica e che, guarda caso, approdano a risultati “analoghi” a quelli della scuola muratoriana. Il suo studio dei fenomeni urbani attraverso i grafi e le reti è quanto, a mio avviso, più si avvicina allo studio dell’aggregato e del tessuto da parte di Gianfranco Caniggia, pur nella grande diversità di approccio al problema, di metodo di lavoro, di retroterra culturale, probabilmente di personalità individuale (dico probabilmente perché non ho conosciuto Caniggia e mi baso sui testi). Questi ha colto dalla lettura dell’edilizia di base le regole che ne hanno determinato la crescita, l’altro ha tratto, dallo studio della città, leggi generali di tipo geometrico-matematico che ne spiegano il funzionamento.
Entrambi hanno compiuto un’opera di astrazione che ha prodotto, appunto,“regole” che nelle linee generali sono molto simili. Regole che, si badi bene, molto raramente, per non dire mai, sono state o vengono applicate dagli urbanisti. Dire anzi che le nostre città si sono sviluppate con altre regole, spesso con non-regole, fatte di numeri, zone monofunzionali, assenza di disegno urbano, retini a macchie e aggiunte di “pezzi” di città senza relazione con quella esistente. Sono convinto che molto di quella che viene chiamata complessità e/o caos altro non è che scelta ignorante di piano.
Oggi c’è un ripensamento di questo metodo ma la proposta che ne esce non è molto meglio, perché tutta impostata sulla “sostenibilità”, e fino a qui tutto bene, cui però si arriva mediante una abborracciata raccolta di studi provenienti da discipline diverse (geologi, idraulici, storici, ambientalisti, economisti, statistici, naturalisti, ecc), tenute insieme da sistemi informatici che, lungi dal limitarsi ad essere strumento di raccolta di dati informativi e conoscenza del territorio, finiscono per determinare con metodo sottrattivo il piano stesso: ciò che resta dall’intoccabile diventa “piano”. I piani sono, cioè, fatti per analisi cui manca però la sintesi.
Che cosa c’entra il piano urbanistico con il fenomeno Archistar? C’entra, perché sono due facce della stessa medaglia : in una città già disintegrata i pazzi edifici di questi ne accentuano e amplificano il disordine; in una città progettata con le regole giuste, con una cultura urbana condivisa, il fenomeno Archistar non può che rientrare entro limiti ben precisi. Insomma l’urbanistica deve guidare l’architettura e non viceversa.
Come non disperdere questa anomala occasione di coincidenza di punti di vista? Non lo so e penso anche che sarà quasi impossibile, conoscendo gli architetti che, appena sentono odore di unità, vogliono subito rimarcare la loro differenza. Credo sarebbe già un gran risultato se l’opera o l’architettura di Lèon Krier, Nikos Salìngaros, Demetri Porphyrios, Andres Duany, Pier Carlo Bontempi oppure il New Urbanism potesse essere giudicata senza pregiudizi ma come una delle forme possibili di una modernità che, francamente, non è che abbia proprio trovato una strada accettata e accettabile, condivisa e condivisibile.
Saluti”
P. P.