Indimenticabile Irene … tra Vietri e Varsavia …

IK

Edoardo Alamaro che non sapevamo … “ceramista” …

ci invia queste impressioni centrate sul ricordo, anche per noi indelebile, della

“mitica” … IK …

e, poichè abbiamo un’insana passione anche per le piastrelle INA-Casa, in genere,

ci ha, letteralmente: … colpiti al cuore …

saremo costretti a cercare, urgentemente, i suoi libri …

“Stamattina mi son svegliato, o belli ciao, belli ciao, e ho letto la seconda parte di un testo Muratore, una sua “… rilettura che ci rinvia alla memoria dei tanti intellettuali europei “maturati” e “illuminati” anche e specialmente dal sole del Golfo (di Napoli) e delle Isole, a Gide, a Gorky, a Malaparte, a Clavel, a Marinetti, a Peyrefitte, ma anche a Hoffmann, a Loos, a Böcklin, a Savinio, a Dölker, a Melis, alla Kowaliska, e “naturalmente” a Le Corbusier e ai “moderni” nostrani, da Capponi a Cocchia, a Cosenza, […] fino a Leonardo Ricci e a Paolo Soleri che, per tanti versi, sono rimasti, e ben più di altri, coinvolti nella fascinosa e, peraltro, assai controversa “eredità” rudofskyana.”
Forse ci avrei messo anche il Roberto Pane che nel 1922 fece la sua tesi di laurea in architettura sul tema delle case rurali nei Campi Flegrei. Ma ho scritto perché è veramente insolito che nelle nostre Storie vengano ricordati, come fa qui bene Muratore, i ceramisti, gli applicatori d’arte e i normali industriosi in genere.
Dal sardo Federico Melis, a tedesco Riccardo Dölker, alla mia dorata e adorata Irene Kowaliska (1905 – 1991), donna alto-borghese di Varsavia, educata alle raffinate scuole del Kunstgewebe museum di Vienna e poi a Berlino. Quindi, locomotiva alta velocità d’arte applicata al Nord- Sud Europa, dal 1931 a Vietri sul Mare. Iscritta nella pattuglia dei cosiddetti artisti espressionisti “tedeschi”, che si impastarono con i ceramisti locali vietresi, e perciò diventarono innovativi “tedeschiesi” (come li ho battezzati nel mio recente libro “Ceramiche Paesane Vietresi”, De Luca Editore-Salerno, euro 35.00, che consiglio vivamente quale regalo di Natale a tutti i volenterosi muratorini e famiglia allargata).
Per invogliami all’opera buona, voglio dirvi che -a mo’ di premessa, di elogio del Paesano e del “rurale”, per un Progetto Paese reale- ho pubblicato uno scritto di Irene. Ecco la parte iniziale.
«È nel folklore che l’artigianato artistico affonda sempre le sue radici! [….] Provo un senso d’invidia quando mi dicono che il creatore di una meravigliosa statua di pietra nella nicchia di una cattedrale è un ignoto Maestro. Avrei voluto vivere e lavorare a quel tempo, fare modestamente e devotamente parte di una comunità unita dalla stessa fede, nello stesso spirito e nella stessa umiltà. [….] La nostalgia di oggetti non prodotti dalla macchina, ma creati dalla mano dell’uomo, sembra crescere costantemente: ogni anno i compratori americani vengono in Italia alla ricerca di nuove produzioni artigiane. I turisti addirittura sembrano innamorati degli oggetti loro offerti dai laboratori artigiani di tutta l’Italia, e i piccoli difetti vengono apprezzati come un dono speciale che la macchina non potrebbe mai regalare. Come mai questa protesta contro la produzione seriale e industriale? Perché essa appare fredda al pubblico? Forse perché la mano dell’uomo trasmette alla sua opera il calore del cuore e la sicurezza della sua vitalità? Forse perché sentiamo nella creta, nel legno, nelle fibre della canapa, l’anelito della natura? [……] L’arte popolare è il terreno dal quale è nato e cresciuto sempre l’artigianato artistico. Da questa ricca fonte hanno sempre preso spunto i ceramisti, i tessitori, gli stampatori di tessuti e gli orefici. [….] (da una conversazione degli anni sessanta sul tema: “l’Artigianato artistico italiano”, per la World Crafts Council di New York).
Allego un paio di (interessate e interessanti) immagini. La prima è tratta dal mia monografia: “Irene Kowaliska, un’artista, una donna, un mito”, (Tullio Pironti editore, Napoli, 1992) e riproduce una casa rurale elaborata da I.K per le targhe maiolicate INA CASA a Salerno, anni cinquanta); l’altra è la copertina del sullodato libro “Ceramiche Paesane Vietresi” con al centro una rondine che vola da un piatto rurale del primo ‘900 vietrese ante raccordo col Nord. Sperando che arrivi fino a oggi, fino a questo simpatico blog. Saluti e grazie”

Eldorado

EA

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Architecture Without Architects … (2) …

AWA2

…..
Aporie diffuse, quindi, di un modo di intendere la modernità che va, talvolta, ben al di là delle intenzioni dei profeti, degli epigoni e degli esegeti per seguire gli itinerari labirintici e iniziatici di una contaminazione che non è di oggi, ma che affonda le sue radici proprio nella complessità di una condizione intellettuale fortemente storicizzata nel contesto europeo degli ultimi due secoli e delle sue ricorrenti, sintomatiche, straordinarie e affascinanti (più e meno palesi) contraddizioni. È così che nel lavoro di Rudofsky possiamo insieme rileggere, al fondo degli etimi del suo rinnovato e ampliato Grand Tour Globale (che lo trascina dalla Cina all’Anatolia, dal Magreb al Sahara, dal Marocco allo Yemen), prima ancora della sua, la stagione “napoletana” e “mediterranea” di Hamilton, di Goethe e di Schinkel. Rilettura che ci rinvia alla memoria dei tanti intellettuali europei “maturati” e “illuminati” anche e specialmente dal sole del Golfo e delle Isole, a Gide, a Gorky, a Malaparte, a Clavel, a Marinetti, a Peyrefitte, ma anche a Hoffmann, a Loos, a Böcklin, a Savinio, a D’ölker, a Melis, alla Kowaliska, e “naturalmente” a Le Corbusier e ai “moderni” nostrani, da Capponi a Cocchia, a Cosenza, da Cambellotti a Limongelli, da Marconi a Tufaroli, da Petrucci a Libera, da Terragni a Ponti, dallo stesso Marcello Piacentini a Giuseppe Pagano, fino a Leonardo Ricci e a Paolo Soleri che, per tanti versi, sono rimasti, e ben più di altri, coinvolti nella fascinosa e, peraltro, assai controversa “eredità” rudofskyana. A tutti questi poi si potrebbero affiancare tanti altri nomi ad ampliarne ancora la dimensione geografica delle “ricadute” culturali, qui ci basti considerare il senso ineliminabile del suo contributo per quanto riguarda, almeno, il lavoro di José Antonio Coderch, da un lato, e quello di Luis Barragàn, dall’altro, dell’Atlantico. Ma poiché abbiamo toccato, sia pur di sfuggita, il contributo e le interferenze tra il Nostro e alcuni significativi esponenti del cosiddetto “razionalismo” italiano, che sappiamo quanto contaminato dalle dimensioni antropologiche e ideologiche del “regionalismo” internazionale, non possiamo naturalmente tacere di quella straordinaria occasione che fu, per la nostra cultura, l’esperienza della mostra sulla “Architettura Rurale Italiana” curata da Pagano e Daniel per la Triennale milanese del ’36. Mostra che fu anche motivo per una profonda revisione critica delle futuristiche e un po’ utopiche e acerbe certezze di tanto ingenuo e macchinistico funzionalismo e che apriva, con largo anticipo, agli argomenti di un nuovo “realismo” critico del quale Piacentini e Ponti, prima, e Rogers, poi, furono, ciascuno a suo modo, interpreti e protagonisti. Scriveva Giuseppe Pagano nell’introdurre quel catalogo: “Questo immenso dizionario della logica costruttiva dell’uomo, creatore di forme astratte e di fantasie plastiche spiegabili con evidenti legami col suolo, coi clima, con l’economia, con la tecnica, ci è aperto davanti agli occhi con l’architettura rurale. [ … ] la reazione al formalismo accademico dell’Ottocento e l’indagine obbiettiva e realistica che anima il mondo moderno come una imperativa opposizione della ragione contro la retorica dei tabù decorativi; la stessa abitudine morale dell’architetto contemporaneo di sottoporre la propria fantasia artistica alle leggi dell’utilità, della tecnica, dell’economia senza tuttavia rinnegare il fine estetico della sua fatica; […] ci fanno superare ogni ritegno nel ricercare una dimostrazione storicamente documentata dei rapporti intercorsi tra l’architettura dei libri di storia e il soddisfacimento delle più semplici e meno vanitose necessità costruttive realizzate dall’uomo, con uno spirito di meraviglioso primitivismo“.
Tutti argomenti che vanno ben oltre i temi trattati, appena un anno prima, in Dopo Sant’Elia e dove lo stesso Pagano insieme, tra gli altri, a Argan, Marangoni, Levi, Pica e Venturi, aveva già tracciato una sommaria sintesi dei principi di una modernità rinnovata cercando, ieri, come oggi, di individuare i caratteri di una via specifica e convincente per l’architettura italiana delle nuove generazioni.
G.M.
(in “D’Architettura”, n.17, maggio-agosto 2002)

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Manifesto dell’Arte Maivista …

finale pompeo

Giancarlo Galassi  … a commento di  … WOW new umanesimo … ci invia questo: …

“M A N I F E S T O  D E L L ’ A R T E  M A I V I S T A

che non riesco a non ricordarvi da comunista post comunista post Il Male post Frigidaire post Cuore post Resistenza Umana,
Lo copio qui e lo trovate facilmente in rete commentato da Sparagna stesso:

N O I Certificati Artisti Maivisti sopportiamo che:

Tutta l’arte rifà il verso a se stessa.

L’Arte vera è quella Maivista.

“(…) Il Maivismo è tensione verso il fugace, labile apparizione onirica, come gli affreschi romani scoperti durante gli scavi della metropolitana, e che al primo contatto con l’aria si sono Dissolti” (Nardella).

Avevate mai visto le pitture del maestro Vincenzo Sparagna?
Sicuramente no. E non certo per l’esiguità della produzione,
che è vastissima. Ma perché le opere non venivano viste!

“(…) Maivismo è l’underground che si cela alla vista, il promuoversi
per poi negarsi, tanto più che, oltreché promuoversi, non si è fatto
quasi niente” (Nardella).

L’Arte Maivista è tutta l’arte che non avete visto mai e che potete invece da oggi vedere sulle riviste qualificate Maiviste che per le loro (le riviste maiviste) caratteristiche peculiari resistono pochissimo all’occhio di chi le sfoglia, e che per raggiungere questo obiettivo si sacrificano di essere bruttissime.

Un’opera, non appena vista, diventa Giavista*

Perché resti almeno Pokovista** è fondamentale che:
Non tiri l’occhio – Non attragga e non repella – Non suggestioni,
evochi, scateni i ricordi – Non si capisca – Non denunci, provochi,
ammetta – Non abbia tempo né età – Non abbia un fine – Non abbia
una fine – Non! Non! Non!

Sia del maestro Vincenzo Sparagna***

Venga recensita da Andrea Pazienza****

Somigli a questo manifesto.

Roma aprile 85 – Noi Certificati Artisti Maivisti

Vincenzo Sparagna e Andrea Pazienza

Note al Manifesto della Pittura Maivista.
* Gustav Giavosky (1903-1990) Fondatore della Pittura Giavista.
** Jack Francisco Pokovski (1961-1968) Iniziatore della pittura Pokovista.
*** Vincenzo Sparagna (1951-…) il massimo del Maivismo.
**** PAZ (1956 – 1988) l’imprinter del Maivismo.”

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Ritravertinizziamoci …

travertino romano

Riceviamo da Pasquale Cerullo a proposito della rinnovata fortuna “romana” del travertino: …

“Professore, questa è divertente. La ritravertinizzazione di Roma è in atto, silenziosamente. Si sta rifacendo la pavimentazione di alcuni ambienti di Regina Coeli. Nella gloriosa prima Rotonda, dove i Santi Padri danno tradizionalmente messa, sostituiscono le esili piastrelline 10×5 spessore 0.7 della Ceramica D’Agostino di Salerno con le autarchiche e solide lastre di travertino 30×30 spessore 2, di cui sopra uno spezzone a confronto con la dismessa. cari saluti”

P.C.

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Grattacielo … veterocomunista … e … antiamericano …

grattajofan

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Wow … umanisti che resistono …

Biz? … a proposito delle osservazioni di d’Agostino su Buccinasco Town …
così commenta: …

“Però questa cosa è da prendere più sul serio di quanto non faccia Salvatore d’Agostino.
Perchè poi, è vero, (vale almeno per me, e, da quanto ho capito, per Muratore e Pagliardini) che siamo “post comunisti”.
Nello scritto di Buccinasco Town emerge coscientemente uno spirito “futurista” in chiave irrazionalista, per nulla impropria:
“E’ forse proprio questo che dà fastidio ai nostri Soloni dell’establishment culturale post Gramsciano, il fatto che, in un ottica per certi versi futurista, esistano al mondo milioni di persone che vedono nell’idea di città in continua crescita, trasformazione e concentrazione, della bellezza e del fascino, del vigore e del rinnovamento, anche culturale ed estetico.”
e ancora:
“pensano invece che tali trasformazioni urbane siano segno di dinamicità e vitalità delle città moderne, al punto di entusiasmarsi per la loro realizzazione, dando così una dignità anche “poltica” e sociale a questi progetti.”

Questo irrazionalismo però, anche se intriso di matrici mai spente Nicciane e Begsoniane, trae oggi vitalità da un irrazionalismo di spettacolarizzazione data dai media (l’evento, la meraviglia del “mai visto”, dell’agghiacciante stile Matrix che fa tanto fantascienza e videogame); il wow!
Questo irrazionalismo, è profondamente “disumanista”.
In realtà, in questa querelle, non non siamo “post comunisti” o post qualcos’altro.
Siamo umanisti che resistono.”

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Passeggiando … commossi … tra le rovine del Moderno romano …

Luca Nicotera … reduce da una commovente … passeggiata romana … tra Del Debbio, Costantini, Moretti, … Hadid e … De André … così ci scrive: …

“Carissimo Professore, le scrivo per raccontarle un’esperienza.
Sono stato colpito da una particolare forma, da me stesso scoperta, di sindrome di Stendhal. La sua particolarità è che si manifesta in forma triplice ma univoca al tempo stesso (non sono affetto da visioni divine, per ora). Una parte colpisce l’emisfero sinistro del nostro cervello a seguito dello stupore provocato da un’opera architettonica straordinaria; un’altra lede l’emisfero destro quando, nello stesso tempo, ci si trova di fronte a persone non comuni che amano profondamente quell’architettura; quindi la terza, che non fa riferimento alla bellezza mozzafiato di un oggetto artistico quanto alla sua alterazione, e che, colpendo un po’ più in basso, si manifesta attraverso un giramento dei cosiddetti quando si scopre che l’architettura di cui sopra è incessantemente maltrattata, e che alla meritevole ma impotente persona di prima vengono gli occhi lucidi per l’amarezza.
Chiarisco.
Il corso di “Scienza dell’architettura e della città” della nostra facoltà organizza delle uscite settimanali chiamate “camminare Roma” organizzate dall’arch. Lucio Zappalorti all’interno delle lezioni di storia dell’architettura contemporanea della professoressa Barucci (camminareroma.blogspot.com/). Siccome possono partecipare alle sole uscite anche studenti degli altri corsi, ne ho approfittato subito. Sorvolando sull’assurdità del perché o percome una materia come storia dell’arch. contemporanea, all’interno di quel corso, sia opzionale e non obbligatoria, le vorrei parlare dell’uscita di venerdì al Foro Italico, con la visita, tra l’altro, del palazzo del Coni di Del Debbio e dell’ex palestra del duce (ecco la motivazione per il primo stadio della mia sindrome). Ad accompagnarci, la persona responsabile del secondo livello di psicosi stendhaliana, Paolo Pedinelli, autore, da non architetto, di una stupenda lezione di architettura. Forse perché parlava di Del Debbio, Costantini e Moretti; forse perché ha citato De Andrè; forse perché, attraverso le sue parole, oltre ad illustrarci l’esistente ci faceva anche”vedere” quello che oggi non si può vedere più, le prospettive architettonico-naturalistiche studiate da quei giovani progettisti, le alberature che fungevano da architettura, il trampolino idraulico con le pedane semovibili delle piscine…; forse perché ci invitava a toccare con mano i marmi per apprezzarne le diverse granulosità, capaci di instaurare, la sera, un dialogo sacro con la luce della luna. Una lezione vera! Ha avuto una pazienza infinita nel rispondere alle nostre domande, che, credo, gli abbiano fatto anche piacere. Io non so neanche di preciso quale carica ricopra, so solo che aveva un sogno: fare l’architetto. Non ha il pezzo di carta, ma dentro lo è sicuramente, e molto più di tanti che esercitano la professione.
Pian piano però, iniziava a farsi avanti l’ultimo stadio della mia sindrome, per il quale, in parte, ero già preparato, conoscendo come tutti, purtroppo, la situazione in cui versa il Foro Italico. Dopo aver visitato la “H” di Del Debbio, infatti, passeggiavamo in mezzo a più o meno un miliardo di macchine parcheggiate, ci districavamo tra cancellate che delimitano spazi che non devono essere delimitati, contemplavamo le visuali che terminano con lo stadio Olimpico immaginandole senza lo stadio Olimpico (quello attuale, chiaramente) ma con quello “dei cipressi” del progetto originale, ci auto-flagellavamo parlando della casa della scherma e del progetto per lo stadio del tennis… e lentamente prendevamo sempre più coscienza di una certa amarezza per ciò che era e non sarà più, e a maggior ragione per ciò che potrebbe essere ma non è. Gli ho chiesto, per esempio, se sia in progetto di riportare le volumetrie sempre più color salmonella al rosso originario, dopo la deturpazione in occasione del “restauro” dei mondiali ’90, e mi ha risposto che c’è un progetto pronto, ma mancano i fondi. Strano però che manchino sempre per alcuni interventi e si trovino per altri!…
A questo punto il giramento dei cosiddetti era quasi al livello di guardia, ma ha raggiunto il culmine quando siamo entrati nella palestra del duce. Non sono certo io, semplice laureando come tanti, a poter descrivere la bellezza di quell’ambiente, anche perché non è qualcosa che può esprimersi a parole se non ci si trova al suo interno. La luce, parte integrante dell’architettura, che abbraccia lo spazio in modo morbido e costante per tutta la giornata… i marmi che sembrano raccontarsi attraverso sé stessi e attraverso le figure riflesse di chi vi si specchia (“immaginate il duce che tira di scherma contro un suo alter-ego riflesso dalle pareti”)… i mosaici di Severini… le statue di Canevari… la scala elicoidale che “rompe” e allo stesso tempo ricompatta l’ambiente… le porte in marmo nero… i servizi, eleganti e accurati, che prevedevano al piano terra uno spogliatoio con una parete-armadio che ruotava a seconda delle esigenze, e al mezzanino una zona per l’abbronzatura, un solarium ante-litteram… insomma, un’opera che lo stesso Mussolini ritenne troppo raffinata per la sua persona, tanto da non usarla mai. Ebbene, oggi questo spazio straordinario è adibito a sala conferenza: decine di poltroncine a soffocarlo; una controsoffittatura lignea pesante che offende il solaio che doveva riflettere la luce artificiale verso il basso; i servizi che non esistono più, con il vano chiuso sul lato della scala da una porta in alluminio; l’altezza complessiva ridotta di un metro e mezzo, tale che la parete di fondo che doveva svilupparsi in altezza (grazie anche alla feritoia laterale) sembra quasi espandersi in larghezza, e, ecco il culmine dell’afflizione, sempre sulla parete di fondo, due bei buchi per il proiettore (!), più altri quattro già richiusi ma le cui tamponature rimangono ben visibili. Era proprio quello il momento in cui il dottor Pedinelli aveva gli occhi lucidi di chi ha talmente a cuore quello spazio da sentirne propria la ferita. Beh, quegli occhi lucidi hanno rappresentato una lezione ancora più grande di quella ricevuta fino a quel momento. E, in tempi di “supernomine” di personaggi di vario genere (come da post precedenti), volevo almeno rendere merito a chi la disciplina sono sicuro che la ami con tutto sé stesso.
Personalmente, ma credo a nome di tutto il gruppo, gli auguro di continuare a lavorare alacremente (ha catalogato più di 200 tipi di tesserine di mosaico dalle pavimentazioni esterne, sta facendo studi sui sotterranei…) e di realizzare il suo sogno che ci ha rivelato coltivare, ma che per rispetto non rivelo. Ringraziandolo della lezione.

P.S.: Mi perdoni la lungaggine. Il giro si è concluso con la visita al MAXXI (come dire, dalle stelle…), dove non abbiamo potuto accedere al cantiere. Ora qui entriamo nel campo soggettivo del gusto di ognuno, ma per la mia sindrome (della quale sono sicuro non essere l’unico sofferente) è stata la mazzata finale.
E guardandolo, poi, ripensavo agli sprechi, ai fondi di cui parlavo prima, che non si trovano per alcune cose e si trovano per altre… alle sue lezioni in aula quando ci parlava della palazzina Astrea in via Jenner dello stesso Moretti, realizzata invece con pochi soldi, ma comunque capolavoro assoluto…
E a quel punto, allora, altro che sindromi: a uno non rimane che chiamare un’ambulanza!
Saluti”

L. N.

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Hamburger … Italia …

Ieri … leggiamo su La Repubblica a proposito del nuovo supermanager dei beni culturali: …
“«Una miniera di petrolio a costo zero»: così appare il patrimonio custodito nei musei a Mario Resca, che dei musei italiani e della loro valorizzazione è ora il nuovo Direttore generale.
Resca, lei si è mai occupato di beni culturali?
«No. Io sono un frequentatore di musei. Ma se permette vuol dire poco che non mi sia occupato di beni culturali» …

Io avrò il compito di valorizzare nel mondo una ricchezza per la quale l´Italia, come ha detto il presidente del Consiglio, non è seconda a nessuno. Abbiamo una rete di quattromila musei, così mi dicono. Una forza d´urto eccezionale. Però gran parte di questa ricchezza è ancora inesplorata …

Io devo attirare in Italia un turismo culturale sempre più numeroso. Lavorare sull´immagine, fare marketing. Far circolare le nostre opere nel mondo. Sono stato a Dubai e vedesse lì come sono orgogliosi di ospitare le collezioni del Louvre: dalla risorsa dei beni culturali dobbiamo generare ricavi” …

Oggi, il documento, costernato, degli addetti ai lavori:

Comunicato delle Associazioni per la tutela
I beni culturali ridotti allo stato di hamburger

Il ministro per i Beni culturali Sandro Bondi aveva garantito che per la figura (in ogni caso quanto mai discutibile) di super direttore e coordinatore dei musei statali italiani avrebbe operato una selezione di livello internazionale dalla quale far emergere una figura di indiscussa competenza specifica. Nulla di tutto ciò: egli ha nominato direttamente per quella funzione l’ex presidente del Casinò di Campione che è pure l’ex amministratore delegato della Mc Donald’s. Il quale, nelle prime, forse improvvide, interviste, ha subito dichiarato tre cose: 1) di non sapere nulla, prima dell’incarico, di ristorazione e di aver però rilanciato la vendita di hamburger e patate fritte; 2) di non sapere nulla delle gestioni museali; 3) di volere “far rendere” i musei italiani. Fra hamburger, o casinò, e musei egli non vede dunque una gran differenza.
Siamo così precipitati in pieno fast food museale e culturale. Il super manager dei musei italiani non sa che i maggiori musei inglesi sono gratuiti. Non sa che il Metropolitan Museum di New York e il Grand Louvre non rendono alcun profitto, ma ricevono quote più che consistenti denaro pubblico per chiudere i loro bilanci. Non sa che, nei musei italiani, una metà circa dei visitatori non paga o paga un biglietto ridotto perché si tratta di studenti, di studiosi, di intere scolaresche. Non sa cioè che i musei sono, prima di tutto, istituzioni culturali le quali sono state create per educare gli utenti di ogni età al bello, alla storia, all’arte, alla conoscenza. Inoltre il Ministero crea, a costi sicuramente elevati, questa Super Direzione Generale mentre accetta di veder tagliate con la mannaia le risorse per l’arte, per la cultura, per la ricerca, mentre accetta di ridurre le Soprintendenze alla mera sopravvivenza sterilizzando così la tutela e la conservazione di quei beni stessi.
Protestiamo vibratamente contro questa deriva consumistica e commerciale che fa dell’insieme dei nostri preziosi, spesso unici, beni culturali e paesaggistici soltanto una merce da sfruttare, da vendere, da consumare. Protestiamo appassionatamente contro una politica schizofrenica che da una parte accentra tutta una serie di funzioni museali in una sola figura “manageriale” e dall’altra promette di trasferire tutta la tutela agli Enti locali frantumando così l’idea unitaria di Stato e di Nazione, a partire dalla sua cultura, dalla sua arte, dal suo paesaggio. Contro l’illuminato articolo 9 della Costituzione. Contro le nostre leggi e tradizioni migliori che hanno fatto scuola nel mondo

Assotecnici,
Associazione “R.Bianchi Bandinelli”,
Comitato per la Bellezza,
“Italia Nostra”.

Roma, 16 novembre 2008

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Ogni ago finisce a punta …

Sergio 1943 … a passeggio con Saverio … tra Velasca e Tuscolano …

così commenta: …

…

“Mah! Tutte le nostre città sono un pò guelfe e un pò ghibelline. Quando fui la prima volta a Milano subii, come primo impatto, non un cazzotto ma un dejà vu. Il dialogo tra il Duomo di Milano e la Torre Velasca mi sembrò così simile, per esempio, al dialogo tra il Duomo di Firenze e la torre di Palazzo Vecchio . Troppo facile? Forse é solo il nostro imprinting che ci guida e ci dovrebbe guidare. Mi pare una volta di aver parlato di una lezione di Saverio Muratori “en plen air”. Ci portò prima a visitare via de’ Coronari illustrando la morfologia di quel brano urbano. In una seconda lezione ci diede appuntamento a Piazza de’ Consoli al Tuscolano. In quegli anni Sessanta questo quartiere era riguardato come il peggio del peggio ( ancora non ci immagginavamo che cosa sarrebbe diventato il suburbio!). A noi, un pò scettici, ci volle dimostrare come la legge di accrescimento di quel quartiere fosse la più logica, alla luce della lezione precedente, nel nostro ambito romano. Poi fatalmente, a proposito di Skyscraper, capitammo sull’altro lato di via Tuscolana e ci trovammo di fronte alle sue case alte. “Qui casca l’asino!” ci dicemmo e, forti degli insegnamenti zeviani (riposi in pace!) sul Seagram e sul Rockefeller Center, lo provocammo. “Professore! Perchè questi edifici finiscono a punta?”. “Perchè ogni ago finisce a punta!” ci rispose e noi tacemmo pensierosi. Troppo facile e banale forse. Ma da quel giorno ho riguardato le cose senza farmi accecare dal conformismo. A questo riguardo volevo rispondere a chi, forse scherzando, ci ha accreditati, noi fedeli muratorini, di un che meno velato post-fascismo. E’ solamente la reazione al conformismo di quella sinistra che, reputandosi la migliore in ogni campo, ci aveva negato qualsivoglia atteggiamento critico verso la sua Vulgata.”

S. M.

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Architecture Without Architects? … magari …

AWA1

I contemporanei riferimenti al disastro del nostro paesaggio e della nostra scuola insieme, … al “dibattito” sui grattacieli nostrani e all’ennesimo “superamento” della “modernità” … e soprattutto il rinvio ultimo al “panorama” violato del golfo partenopeo … ci hanno costretto a ripescare questo nostro vecchio e un po’ datato testo intitolato alla celebre opera di Bernard Rudofsky: …

…
“Architecture Without Architects” è insieme una profezia e una maledizione, un sogno, un incubo, un’aspirazione, una denuncia, volontà di rintracciare le origini antropologiche più profonde e allo stesso tempo di liquidare per intero la Storia, celebrazione del significato più alto e recondito dell’abitare e negazione radicale dell’Architettura, un punto di fuga e di partenza che raccoglie e distilla gli umori di intere generazioni di intellettuali europei, che sintetizza metaforicamente il senso più radicale della modernità esorcizzandone i significati primari nel rogo delle false certezze del presente. Sintomo di un disagio, di un disgusto e di un rifiuto della contemporaneità nelle sue forme più abbiette e corrive e’ allo stesso tempo anticipazione e proseguimento di un’idea di “viaggio” nel villaggio non ancora e del tutto globale che anticipa in-consapevolmente per tanti versi i fasti recenti dei miti alternativi già “trasversali” e, all’oggi, così “contaminati” nelle nuove “mitologie” alternative e metropolitane da “On-the-Road” a “Total-living“, da “Zabriskie Point” a “Fino alla fine del mondo“. Uno speciale e precoce “No-Logo” dell’architettura? Forse. E’, comunque, questo esemplare lavoro di Bernard Rudofsky (praticamente il Libro della sua vita), lo straordinario pamphlet per immagini di un’intellettuale viennese del Novecento che sembra uscito da una pagina di Kraus o di Loos e che attraversa, come Mies e nei suoi stessi anni, i luoghi centrali del novecento occidentale, da Berlino a New York in cui si rileggono insieme “Alexander-platz” e “Manhattan Transfer“, mettendone in crisi i valori più ovvi e corrivi di una modernità, tanto più fragile e incerta, quanto più conclamata ed esibita. Che, come Mies e quasi a complemento negativo, ma inscindibile, del suo lavoro si esercita sul significato di una specifica e apparentemente e altrimenti negata continuità schinkeliana, che nella metafora metodologica dei viaggio e della ricognizione conduce una sua e particolare ricerca sulle origini, sulla verità profonda dell’architettura; del mondo archetipo dell’architettura e quindi dell’architettura “nel” e “del” mondo, nell’esperienza di una specialissima ermeneutica autobiografica e scientifica, logica ed estetica, insieme.
Una ricerca delle radici, scavando verso un “urgrund” disciplinare che diventa, come spesso avviene in questi casi, occasione per un lavoro su se stessi, sul proprio modo di pensare e di vedere le cose (e perciò, anche, le “case”). Ci si trova così di fronte ad una specie di vorace e novello Darwin dell’abitare (cioè dell’esistere e quindi del sopravvivere) che indaga a suo modo con l’occhio fotografico (ma come Frazer, Cassirer e Levi-Strauss) i modi diversi di un vivere “primitivo” e contemporaneo insieme (case, strade, piazze, abbigliamento, sono i suoi bersagli preferiti) e che realizza le sue provocazioni e che organizza le sue eteroclite ricognizioni, come ha dichiarato a margine di una più tarda e arricchita riedizione di “Architettura senza Architetti“, nel senso di vere e proprie “Note per una storia naturale dell’architettura con speciale riferimento a quelle specie che vengono tradizionalmente neglette o del tutto ignorate“. Un architetto “filosofo” di un’altra e più originaria contemporaneità che, come Wittgenstein, svela le contraddizioni dell’oggi ricercando regole, abitudini, comportamenti e caratteri di una “grammatica” profonda che, allo stesso tempo, è anche modalità e fondamento del linguaggio. Un viaggio fotografico che, in forma “analoga”, ma inversa, attraversa, con una “logica” altrimenti specchiata a quella del mendelsohniano “Amerika“, e forse sulla scia di una certa espressionistica “dissoluzione” metropolitana, i luoghi “incontaminati” e “fuori” dai luoghi topici di una civiltà benjaminianamente sull’orlo del collasso, per ricercane (come Taut e Hesse), nell’altrove più recondito, il senso riposto di una “verità” alternativa e vivificante.
Una ricerca, quella del Rudofsky di “Architettura senza Architetti“, che trovò il suo punto di massima visibilità nella mostra “circolante” organizzata dal M.O.M.A. nel ’64, che portava come sottotitolo “A short introduction to non-pedigreed architecture“, ma che veniva da lontano e che concludeva, provvisoriamente, un itinerario iniziato nel ’31 alla Bauaustellung di Berlino con la precoce esibizione di immagini tratte dalla sua collezione di architettura “anonima”. Una mostra, quella newyorkese che, come è noto, fu vivacemente contrastata da Walter Gropius e che invece, e non a caso, godette del benevolo patronato di Sert, di Ponti, di Tange, di Neutra e soprattutto di Pietro Belluschi, allora decano per l’architettura al M.I.T., che, di fronte al materiale iconografico preliminare, concludeva: “In qualche modo, per la prima volta nella mia lunga carriera di architetto, ho avuto una visione entusiasmante del-l’architettura come manifestazione dello spirito umano al di là degli stili e delle mode e, cosa più importante, al di là delle strettoie della nostra tradizione greco-romana“. Adesione che portò al finanziamento della Simon Guggenheim Foundation e di lì alla esposizione che, dal Museum of Modern Art, condusse alle altre successive, più di ottanta, di poi disseminate, in tutto il mondo. Sintomo e simbolo anche di una straordinaria contraddizione, questa mostra, che, come sottolinea ancora e oltre un decennio più tardi lo stesso autore, fu “veramente sovversiva” e, comunque, frutto e segnale di un dilagante imperialismo Pan Americano del quale lo stesso Belluschi era stato insieme interprete e forse inconsapevole, quanto entusiata veicolo. Non a caso, anche lo stesso Zevi ne riprenderà il messaggio coniugandolo un po’ avventurosamente, prima, con l’opera di Gaudi, di Finsterlin, di Bloc e di Kiesler e, più tardi, parlando poi di “grado zero” dell’Architettura contemporanea. …
(continua) …

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