Ogni ago finisce a punta …

Sergio 1943 … a passeggio con Saverio … tra Velasca e Tuscolano …

così commenta: …

“Mah! Tutte le nostre città sono un pò guelfe e un pò ghibelline. Quando fui la prima volta a Milano subii, come primo impatto, non un cazzotto ma un dejà vu. Il dialogo tra il Duomo di Milano e la Torre Velasca mi sembrò così simile, per esempio, al dialogo tra il Duomo di Firenze e la torre di Palazzo Vecchio . Troppo facile? Forse é solo il nostro imprinting che ci guida e ci dovrebbe guidare. Mi pare una volta di aver parlato di una lezione di Saverio Muratori “en plen air”. Ci portò prima a visitare via de’ Coronari illustrando la morfologia di quel brano urbano. In una seconda lezione ci diede appuntamento a Piazza de’ Consoli al Tuscolano. In quegli anni Sessanta questo quartiere era riguardato come il peggio del peggio ( ancora non ci immagginavamo che cosa sarrebbe diventato il suburbio!). A noi, un pò scettici, ci volle dimostrare come la legge di accrescimento di quel quartiere fosse la più logica, alla luce della lezione precedente, nel nostro ambito romano. Poi fatalmente, a proposito di Skyscraper, capitammo sull’altro lato di via Tuscolana e ci trovammo di fronte alle sue case alte. “Qui casca l’asino!” ci dicemmo e, forti degli insegnamenti zeviani (riposi in pace!) sul Seagram e sul Rockefeller Center, lo provocammo. “Professore! Perchè questi edifici finiscono a punta?”. “Perchè ogni ago finisce a punta!” ci rispose e noi tacemmo pensierosi. Troppo facile e banale forse. Ma da quel giorno ho riguardato le cose senza farmi accecare dal conformismo. A questo riguardo volevo rispondere a chi, forse scherzando, ci ha accreditati, noi fedeli muratorini, di un che meno velato post-fascismo. E’ solamente la reazione al conformismo di quella sinistra che, reputandosi la migliore in ogni campo, ci aveva negato qualsivoglia atteggiamento critico verso la sua Vulgata.”

S. M.

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Una risposta a Ogni ago finisce a punta …

  1. Giancarlo Galassi ha detto:

    Tanto per insistere sugli aneddoti e in tema con la scuola muratoriana.

    Gianfranco Caniggia, allievo sì di Saverio Muratori ma che supera studiando approfonditamente Giuseppe Pagano cui dedica un memorabile saggio, è una figura di architetto che invito a studiare con maggiore attenzione quanti lo citano lasciando latamente intendere che sia il riferimento princeps per l’architettura neo-ottocentesca tipo Krier o Salingaros o neo-settecentesca tipo Marconi o neo militaresca cimiteriale tipo EUR – Caniggia non passeggiava per piazza dei Consoli ma al LABARO che nell’intendimento comune è il peggio del peggio del suburbio romano famigerato da Sergio 1943, nei quartieri autocostruiti dove, in nome di principi strettamente economicistici (nei suoi saggi usava un termine “rendimento”), della speculazione spicciola e fuori legge ma a scala più o meno familiare (sì lo so lo so dietro c’erano gli interessi dei grandi proprietari fondiari, le antiche famiglie patrizie romane e anche il Vaticano, che potevano cavare maggior reddito che non quello agricolo), gli agglomerati della lottizzazione selvaggia, ma con criteri funzionali, che rispondevano al bisogno di casa di torme di operai edili che soprattutto dal sud emigravamo nella Roma del boom.

    Negli nuclei abusivi che si accastellavano sui tornanti del paesaggio di forre della campagna romana, mentre Barucci o Piccinnato o Passarelli o Quaroni al Laurentino al Nuovo Salario a Val Melaina al Casilino spianavano tutto con il materiale di risulta degli sterri, Caniggia rileggeva non solo le medesime leggi insiediative della città italiana dal medievo in avanti ma soprattutto la riduzione al grado zero del linguaggio architettonico moderno fatta da geometri o dagli stessi costruttori (e non tirate in ballo Zevi che sembra rincitrullito quando, per tutt’altri fini, prende dal saggio di Barthes solo il titolo ma non la sostanza politica).

    Cosa restava del balconcino lecorbusieriano con il parapetto pesante in punta e i lati leggeri a ringhiera o dei sistemi ossatura-tamponatura ridolfiani o delle elaborate subarchitetture delle finestre fiorentiniane una volta spogliati della RETORICA borghese del progettista creativo?

    Altro che le eleganze con il codino di Mies, le raffinatezze da pasticcere degli architetti sedicenti moderni ma retrogadi e reazionari che usano putrelle alla stregua di ordini dorici dorici e, come è inevitabile, dei pasticceri concorrenti che, nel sotto vuoto etico comune, si sentono autorizzati a usare direttamente i capitelli tuiscanici di Vignola.

    Gli architetti sembrano passare direttamente dalla demenza adolescenziale a una demenza senile incancrenimento della prima senza mai dimostrare in una fase della loro vita professionale una men che decente responsabile maturità.

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