Vandalismo urbano … la nuova Ara Pacis Meierea …

Abbiamo appena ricevuto da un vecchio amico, residente in Argentina e che è recentemente passato per Roma, questa lettera che volentieri vi giriamo:
“Caro Giorgio:
… ti mando qualche linea riguardo l’atroce sfarzo di Meier sul Lungotevere.

Forse uno dei titoli – mi azzardo di prendermi la responsabilità – potrebbe essere:
“Vandalismo Urbano, o la nuova Ara Pacis Meierea.

Un caro abbraccio
Tuo
Giancarlo”

“Ara Pacis Augustea, Roma, 2006.
Richard Meier scopre il razionalismo quarant’anni dopo la nascita del movimento e lo adopera in stato puro. Qualche razionalista italiano, già nel 1927 proponeva -in altri termini sicuramente- delle necessarie varianti regionali.
Meier questo, non lo ha ancora scoperto.
Ed ora tenterò di spiegare perché quello che ha fatto sul Lungotevere non mi piace, ora che di nuovo (in un nuovo millennio) è un diritto critico dire: non mi piace.
Non mi piace perché blocca la piazza, perché la sua presenza è una barriera insormontabile.
Non mi piace perché con la sua sproporzionata, esagerata, bianchissima mole affoga il Mausoleo d’Augusto e lo condanna ad un ruolo quasi di fogna, di regno dei gatti, del malloppo, dell’oblio.
Perché vieta il Tevere alla città ed alla Piazza, la quale, disgrazie ne ha avute già abbastanza e di quest’ultima non ne aveva proprio bisogno. E all’assennata precisazione del mio amico, architetto romano, Claudio Fantone: “Roma ha perso il contatto col Tevere da circa cento anni”, tutti e due ci siamo detti poi: era una buona occasione per cominciare a rimediare, a ristabilire quel contatto!
Per ultimo, non mi piace perché è un corpo estraneo, stonato, dunque offensivo per Roma.
Ora si parla di un concorso per la sistemazione della Piazza.
Dovevamo pensarci prima. Ora la Piazza, per un bel po’ è già “sistemata”.
L’Ara Pacis, quel prisma romano divenuto ora minuscolo, che non appartiene al luogo, è ricoperto da un enorme impiccio che sfascia ogni dialogo tra il Mausoleo e il Tevere e tutto quanto sta attorno. Senza nessun rispetto per il monumento che rinchiude, obliterandolo, diviene, come accade in altre circostanze, il monumento all’architetto, la celebrazione di Meier. E questo è la decadenza dell’architettura, della città !
Un investimento più opportuno sarebbe stato il restauro del Mausoleo, dimenticato dal 1936, che nella guida del Turing Club è identificato come “uno dei più venerandi monumenti della romanità”. Requiescat in pace.
Però abbiamo fatto almeno felice uno, Meier che si è fatto il suo mausoleo finanziato dai romani.”

Prof. Arch. Giancarlo Puppo
Buenos Aires,18-6-06

P.S. per chi non lo conoscesse, Giancarlo è figlio di uno degli animatori del MIAR, quindi di “razionalismo” … se ne intende …

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14 risposte a Vandalismo urbano … la nuova Ara Pacis Meierea …

  1. Isabella Guarini ha detto:

    Caro Muratore, penso che la questione dell’Ara Pacis non finirà presto perchè costituisce la pietrificazione del ruolo specifico dell’arte architettonica che è il rapporto con il contesto e la sua storia. Durante i primi anni ottanta mi sono dedicata a una singolare ricerca riguardante il rapporto tra storia e architettura moderna, in particolare nell’opera di Le Corbusier. Lo spunto mi fu dato dalla lettura di Verso un’Architettura, pubblicato nel 1972. Nel capitolo l’illusione della pianta, LC rilevava e analizzava l’ atrio tetrastilo della Casa del Noce, con disegni e misurazioni. Mi recai negli scavi di Pompei convinta di poter fare un rapido confronto con i resti archeologici, ma , per quanto cercassi sotto il sole infuocato della zona archeologica, non riuscii a trovare la casa del “Noce”. Dopo essermi ripresa dal colpo di sole, collegai il Noce alla lingua francese, che significa Nozze d’argento. Infatti, la Casa con lo spettacolare atrio tetrastilo era stata inaugurata in occasione delle nozze d’argento della Regina Margherita.
    Da allora non ho più smesso d’investigare in questa direzione, pervenendo a delle ipotesi , che ho esposto in forma sintetica nello scritto, del 1990, che segue.

    STORIA DI UNA PICCOLA CASA
    di Isabella Guarini

    La ricerca delle relazioni tra esperienza storica e modernità è il centro dell’odierna operatività progettuale. Il superamento dell’interpretazione “astorica” , dell’architettura moderna apre spiragli di luce per il superamento del conflitto tra storia e modernità nella nuova fase di trasformazione urbana che comporta un continuo confronto con la città preesistente. Con riferimento all’opera di Le Corbusier, il più imitato degli architetti moderni, è importante rilevare che la sua battaglia contro gli stili accademici è stata propagandata al di là delle sue stesse intenzioni , rafforzando il conflitto tra storia e modernità. Equivoco fatale per la qualità dell’architettura contemporanea prodotta con una velocità mai registrata prima dell’ultimo dopoguerra. Vero è che L.C. intentò una battaglia contro la menzogna degli stili accademici fine secolo, che non rispondevano più alle esigenze di sviluppo della società industriale, ma è anche vero che egli ricercò la verità dei nuovi materiali acciaio e cemento, traducendo in forme inedite quelle “archetipe” della storia,
    Con la pubblicazione, dopo la morte, di moltissimi documenti, specialmente i Carnets compilati durante i viaggi, è possibile dimostrare la stretta relazione tra esperienza storica ed invenzione nell’opera di L.C. che, già in Verso un’Architettura del 1923, esponeva le regole compositive della nuova architettura, desunte dal rilievo degli edifici antichi.
    Il modo con cui si è esplicitata la relazione tra esperienza storica e nuovo progetto nell’opera di L.C, è una ricerca non facile perché investe la sfera della creazione artistica per cui ogni ipotesi dovrà tener in conto il segreto del lavoro intellettuale legato alla fervida immaginazione dell’autore.
    Nell’opera di L.C. si esplica un processo inventivo complesso basato su più fasi di elaborazione: una di rilievo delle forme storiche attraverso la scomposizione degli insiemi architettonici in “frammenti”, veri “modelli archetipi” dei temi compositivi, in cui le forme storiche sono ancora riconoscibili; un’altra , successiva, di adattamento e trasfigurazione dei modelli in nuovi insiemi architettonici.
    Delle due fasi descritte la prima corrisponde all’età della formazione del giovane C.E. Jeanneret, poi Le Corbusier, e del suo mitico viaggio nei principali centri dell’architettura europea e mediterranea; la seconda si estende per tutto l’arco dell’attività progettuale. L’antico e il nuovo si ricongiungono nella memoria creativa senza alcuna verosimiglianza formale, tanto da rendere incredibile una relazione tra la Cappella in Ronchamp e la Villa di Adriano a Tivoli. Ciò, invece, appare confrontando schizzi e annotazioni di alcuni frammenti archeologici della Villa Adriana con cui L.C. nel 1910 costruisce un vero e proprio modello geometrico di variazione della luce, estrapolandolo dalle tipiche intersezioni delle volte romane.
    Nel 1951, dopo circa quaranta anni, il “modello” con cui era stata memorizzato il tema compositivo viene adattato al tema della chiesa.
    Altri confronti sarebbero possibili ma è più opportuno chiedersi quali siano le condizioni che determinano la selezione dei “modelli” accumulati nella memoria anche molti anni prima dell’occasione progettuale. Tra le tante occasioni analogiche che possono fungere da richiamo mnemonico, il paesaggio appare il filo d’Arianna con cui le forme storiche si liberano dal labirinto della storia e divengono protagoniste di nuove composizioni. L’opera scelta come campo d’applicazione di questa ipotesi è la Petit Maison sul bordo del Lago Lemano, costruita nel 1923 per i genitori di Le Corbusier in collaborazione con il cugino Pierre Jeanneret. La piccola casa è dentro un parallelepipedo, largo quattro metri e lungo sedici, disteso lungo il bordo del lago , sullo sfondo della Alpi che in esso si riflettono. Il volume lamellare, tagliato da una finestra lunga undici metri è racchiuso in un recinto , fatto di un muro continuo per tre lati e gradualmente interrotto verso la scenario naturale. Tutta l’area impegnata è di circa trecento metri quadrati, di cui solo sessanta sono per la casa. I materiali impiegati sono prodotti industrialmente: blocchi di cemento per i muri portanti, finestre, colonne metalliche, lamiere per il rivestimento esterno; sono inoltre impiegate le tecniche d’impermeabilizzazione per il tetto giardino e l’illuminazione dall’alto con un lucernario. L’arredo interno, convertibile, amplia la possibilità d’uso della superficie minima della casa. Nell’Oevre Complete, 1910,/1928, Le Corbusier e Pierre Jeanneret presentano il programma di questa piccola casa, offrendo immagini significative dell’ordine estetico raggiunto e partendo dal presupposto della “machine habiter”. Il muro, la finestra, la colonna, sono i protagonisti della composizione architettonica esterna e interna: elementi semplici, prodotti dal lavoro meccanico con cui concretizzare fatti architettonici insigni.
    Tuttavia nel 1954, L.C. pubblica una monografia sulla Petit Maison: dopo circa trentanni i problemi dell’industrializzazione dell’abitazione sembrano spegnersi e permangono i fatti architettonici autentici, rilevati da una serie di schizzi dello stesso L.C. già nel 1945. Essi sono frammenti rappresentativi di modelli archetipi: il rapporto con il paesaggio naturale, l’organizzazione spaziale interna lungo un asse, le variazioni di volume e di luce. Il rapporto con il paesaggio naturale è risolto con la riproposizione di due modelli tipici dell’architettura mediterranea: il recinto delle case sul Bosforo, rilevate nel viaggio del 1911, e la sequenza ritmica delle colonne sullo sfondo dei Monti Lattari, viste dall’interno del Tempio di Giove nel Foro di Pompei. Così, in una piccola casa sul Lago di Ginevra, è possibile rivivere i ritmi dell’architettura classica trasferiti nella partitura degli infissi metallici che chiudono l’apertura di undici metri e inquadrano il paesaggio delle Alpi che si rispecchiano nel lago. L’organizzazione spaziale lungo un asse è confrontabile con il disegno della Casa del Poeta Tragico in cui tutto è costruito lungo un “asse” ma difficilmente potrebbe esservi tracciata una “linea retta”. Il tema compositivo della variazione di luce è risolta nella sezione longitudinale con una variazione d’altezza in corrispondenza del lucernario, il cui riferimento è ancora la casa pompeiana, in particolare la Casa della Nozze d’Argento, modello di variazione di volume e luce, già pubblicato in Verso un’Architettura.
    Confrontando con gli edifici originari, dunque, i disegni, le annotazioni di vario genere, le misure,le immagini fotografiche, selezionate da L.C., durante la visita a Pompei nel 1911, , appare l’intenzione di costruire “modelli archetipi”, con frammenti archeologici, più che ” modelli storici” alla maniera degli studi accademici.
    In tal senso i frammenti di storia sono ottimi strumenti d’invenzione e, liberati dalle implicazioni pratiche dell’insieme, attendono di esser protagonisti di nuove composizioni.
    Così, la dissepolta città di Pompei, tramandata per tutto l’ottocento dall’opera di ricostruzione storica di architetti, artisti, antiquari, con le riflessioni del giovane C.E. Jeanneret, Le Corbusier, rinasce nell’opera del più antistorico architetto della modernità.

    Grazie e mi scuso per aver occupato più spazio.

  2. Maria Clara Lanzara ha detto:

    Gentile professore (sono una sua ex studentessa ora laureanda), so che quanto sto per scrivere non è strettamente legato al tema dell’Ara Pacis, ma trattandosi del medesimo architetto, mi premeva parlarLe delle mie impressioni circa la chiesa a Tor Tre Teste e conoscere il suo punto di vista professionale.
    Grazie per l’attenzione.
    —————————————
    Sabato 24 giugno ore 16.30 battesimo nelle Vele di Meier.
    Temperatura esterna: tropicale
    Temperatura interna: come in una serra NON climatizzata in mezzo al deserto!
    Luce accecante che riverbera sul bianco.
    Una lama di sole mi colpisce in piena faccia mentre tento di non svenire.
    Sventolio di foglietti e ventagli.
    Chiacchiere come sul sagrato perché il “dentro” è come il “fuori”: nessun invito al raccoglimento.
    Il sacerdote stremato, decide di far iniziare la funzione
    ed esordisce così:
    “Carissimi, ci troviamo in una bellissima chiesa progettata da un grande architetto..che però non ha tenuto conto delle temperature estive romane!”
    Insomma: una bellissima architettura che, però, non ha niente a che fare con una chiesa.
    Penso a S.Ivo alla Sapienza.
    Lo so, non si può fare un paragone simile, ma è per spiegare cos’è una chiesa per me.
    La città scompare appena si varca la soglia.
    La luce si affievolisce, piovendo, discreta, dalla cupola,
    il silenzio invita al raccoglimento, davanti i simboli a cui indirizzare lo sguardo: l’altare il tabernacolo..
    Anche i turisti rimangono in silenzio ed ammirano in punta di piedi.
    Senza arrivare a simili esempi di bellezza, ci sono moltissime chiese contemporanee, anche progettate da architetti non famosissimi, nelle quali si trovano soddisfatte le esigenze attuali, senza lo stravolgimento della natura del luogo.
    Chiese dove, una volta entrati, si percepisce il senso di sacralità.
    Insomma, SECONDO ME, l’edificio di Meier non è una chiesa, ma un bellissimo contenitore per qualcos’altro.
    P.S.
    E che dire del fatto che trovandosi al centro della chiesa, dietro la quinta dell’altare si vede la teca contenente gli arredi in argento di BULGARI, ma per scorgere il tabernacolo bisogna ruotare la testa di almeno 45° verso sx, perché è in posizione defilata tra la cappella feriale e la navata centrale!
    Per vedere l’altare, invece, la testa, bisogna ruotarla a 45° verso dx!

  3. Michele Nimaro ha detto:

    Caro Arch. Muratori, il mio pensiero sul nuovo progetto dell’Ara Pacis collima perfettamente con quello espresso dal Prof. Arch.Giancarlo Puppo. Alle tante critiche che sono state fatte in questi mesi volevo aggiungere qualche riga esprimendo anche il mio parere. Scrivendo nel mio blog ho intitolato un articolo che tratta questo argomento, A_Rapaci_s.
    Chi sono i Rapaci? Sono tutti quelli che hanno speculato su questa opera, dall’amministrazione agli architetti, dai critici ai giornalisti – giornalai………e il mio pensiero va ai cittadini. Che penseranno? Forse ancora non hanno visto la nuova costruzione? O forse a qualcuno è venuto il dubbio che al centro di Roma fosse nata una nuova concessionaria d’auto?
    Passando per via Tomacelli, ingresso al cantiere, noto che i manifesti con le immagini del progetto, sono decorati da piccoli pensieri. Proprio come fanno gli “innamorati”. Frasi lasciate dai passanti, dagli architetti e dagli studenti che percorrono quel tratto di strada per andare a Fontanella Borghese….Vale la pena leggerli per capire come viene percepita questa nuova costruzione da chi forse vuole ancora un pò di bene a questo pezzo di città…

    Mi fa molto piacere poterle segnalare il mio blog
    http://offroma.iobloggo.com

  4. Sergio Brenna ha detto:

    Megéra, appunto, mi pare un termine assolutamente appropriato !

  5. mara dolce ha detto:

    muratore risponde “P.S. per chi non lo conoscesse, Giancarlo è figlio di uno degli animatori del MIAR, quindi di “razionalismo” … se ne intende …”
    la paternità è per caso indice di conoscenze trasmissibili attraverso il DNA?
    caro Muratore, lei qui si tradisce. tradisce, a dispetto di dell’atteggiamento “contro” che ostenta, (ma come mai è contro tutti tranne contro il preside Palumbo che l’ha ordinato ordinario? come mai mai una parolina contro? ) una discendenza baronale-accademica di lunga data.

  6. Claudio Renato Fantone ha detto:

    Ara Pacis Augustea, nuova sistemazione di Richard Meier

    Posso testimoniare che la nuova Ara Pacis è un oggetto imbarazzante
    Ci imbarazza come cittadini e come architetti. Come cittadini, in quanto percorrendo la piazza Augusto Imperatore, ostruisce le passate belle visuali sulle alberature del lungotevere, unico e inconsapevole forte riferimento per noi romani della presenza di un mondo fluviale al quale abbiamo appartenuto. Con arroganza si oppone al chiaroscuro della vicina facciata della chiesa, abbagliandola con le sue bianche masse murarie.
    Ci imbarazza l’impiego di frangisole in costose lame di vetro sulle lunghe facciate a est e ovest (SIC !) . Come architetti, sappiamo che nei nostri climi gli aggetti orizzontali vanno impiegati sulle facciate a sud e che per le facciate est e ovest, quando il sole è più basso, sono eventualmente opportuni frangisole verticali.
    Nel caso specifico, poiché a Roma in estate il sole nasce a circa 32° a nord rispetto all’asse est-ovest, dato il forte sviluppo longitudinale dell’edificio, una delle due facciate totalmente vetrate viene soleggiata a lungo in questo periodo e allora sarebbe stato più idoneo un frangisole a graticcio.
    Comunque sul lato ovest, verso il fiume, poiché fortunatamente permangono le alberature del lungotevere, il sole del tramonto viene filtrato. Una imbarazzante scelta di simmetria dunque, quella di disporre anche qui frangisole orizzontali – come dire, per simmetria mi metto un naso sul collo !
    Ci sembra ancora una volta che gli architetti americani, pur bravi a lavorare in contesti a loro più consoni, quando debbono calarsi nella complessità storica-culturale-geografica delle nostre regioni (nelle nostre latitudini è assai forte il nesso fra questi aspetti) non sappiano leggerla e interpretarla in modo creativo e rispettoso dell’ambiente.
    Da cittadino mi chiedo quanto costa a noi, collettività, climatizzare questa smisurata serra, quanto diossido di carbonio essa produrrà, quanto danneggerà il nostro ambiente questa “architettura insostenibile” !
    Da architetto, osservando alcuni particolari costruttivi come finestrature a filo di facciata, assenza di cornicioni, frangisole in vetro ecc. soprattutto sul lato del trafficato di lungotevere, riesco purtroppo a immaginare in quale stato di conservazione verserà l’edificio nel giro di pochi anni.
    Questo “oggetto” stilisticamente datato – che probabilmente qualche distratto turista americano fra 10-15 anni scambierà per un edificio della prima metà del secolo scorso – già puzza. Esso rappresenta uno dei “cadaveri eccellenti” con cui noi romani saremo costretti a convivere nel nome di un provincialismo sciatto e ottuso.
    E’ mezzogiorno, anche le campane della vicina chiesa suonano: un ritornello campanario registrato su un disco! Il valore delle cose, il senso dei gesti, il rispetto dei luoghi, tutto sembra cancellarsi nella logica produttiva del turismo forzato.
    Aggiungo che il concetto di piazza, per noi mediterranei così vitale, intesa come relazione fra gli uomini e con gli edifici circostanti, resta oscuro per gli americani, indirizzati a concepire le architetture come oggetti da inserire nello spazio urbano formato da strade e negozi tutti uguali fra loro, un ambito dove gli oggetti, come in un’arena, si confrontano e talvolta si pongono in contrapposizione l’un l’altro.
    Piazza Augusto Imperatore, resta dunque mortificata, una non piazza !
    Difendiamo la nostra mediterraneità, difendiamo la cultura della città complessa dove c’è il piacere dello stare e dell’incontrarsi nello spazio pubblico, anzi cerchiamo di insegnare questo piacere anche agli americani del Nord.

    Claudio Renato Fantone,
    Roma, Giugno 2006

  7. Luigi Fioramanti ha detto:

    Condivido pienamente le riflessioni del collega Claudio Renato Fantone, aggiungendo che la tentazione di costruire architetture che sono più la risposta alla celebrazione del progettista e del committennte (anche se dichiaratamente attento alla pertecipazione, alla concertazione, all’uso attento dell’energia, alla bioarchitettura, bla bla bla……………., insomma alla sostenibilità degli interventi edilizi) non trova sponda solo nei professionisti del continente americano. Roma e l’Italia, sulla scorta degli interessi accademici, imprenditoriali e di rapporto istituzionale si sta riempiendo di realizzazioni edilizie prive di ogni rapporto geografico e culturale con il luogo che le accoglie. In nome della meraviglia dell’architettura forzatamente moderna, con la copertura delle nostre facoltà di architettura, si stanno producendo teche e nuvole, scatole e volumi puri…, che hanno come unici referenti archi più o meno star, politici più o meno rock, istituzioni più o meno shoc. Il tutto alla faccia di una comunicazione che manifesta continuamente l’opposto.
    A proposito degli aspetti energetici mi piacerebbe sapere se coloro che hanno condiviso, approvato, finanziato i progetti degli ultimi concorsi internazionali a Roma sono gli stessi che in altre sedi si stracciano le vesti per il rispetto degli accordi di Kioto, del surriscaldamento del clima, dell’innalzamento degli oceani, dello scioglimento dei ghiacciai, della desertificazione, della deforestazione, della fame, della sete, bla bla bla………

  8. Valerio Martella ha detto:

    Come non condividere tutto quanto sopra?
    Sarebbe tanto interessante conoscere da chi e in base a quali criteri è stato valutato il progetto!

  9. Cristiano Cossu ha detto:

    Molto interessanti le riflessioni di Maria Clara Lanzara e Claudio Renato Fantone.
    saluti
    cristiano

  10. francesco ha detto:

    condivido e dissento
    diciamo che le soluzioni architettoniche che su un qualsiasi sito possono essere messe in atto sono infinite, quella di meier e’ la soluzione infinita alla meno 1.
    se a 1000 architetti si fosse data la possibilità di progettare e risolvere l’ara pacis….ci sarebbero state 999 critiche, in quanto ognuno sosteneva la propria e criticava le altre.
    In italia dobbiamo smetterla di fare sempre i critici architettonici , ma dobbiamo imparare a sviluppare una cultura del saper fruire dello spazio che meirer forse “sbagliando” ha voluto progettare.
    quanto sopra mi riferisco al fatto che Gregotti difendeva lo ZEN di palermo, come un giorno in una lezione un professore disse che corviale non era male, fose lo aveva progettato lui,,,,,,non mi ricordo….è certo èche sono le persone che completano l’ architettura…vivendola e usandola…e senza criticarla a priori, come fanno molti professoroni…….

  11. sergio 1943 ha detto:

    Caro Francesco,
    condivido in parte la tua lettera. Non é vero che la critica architettonica, quando é seria e non volta a difendere i propri sodali, non abbia senso, anzi direi che é fondamentale per la crescita della nostra cultura. Mi dirai invece che qui a Roma, da quando ci governa la Sinistra, non si può più criticare niente e nessuno, anzi, peggio, non ti ascolta più nessuno se non ti adegui allo stato attuale delle cose. La stampa cittadina é appiattita sulle posizioni del Campidoglio e io rimpiango i tempi di quando ci governava la Destra perchè allora la cultura architettonica cittadina combatteva le sue battaglie con un vigore che é oggi scomparso. Mi ricordo le battaglie come quella contro la costruzione dell’Holiday Inn a Monte Mario mentre per l’Ara Pacis, in una situazione tanto più delicata, si é portato a termine ‘sto coso quasi senza colpo ferire; battaglie il più delle volte seguite da sconfitte ma, viva la faccia!, ci facevano sentire tutti dalla parte giusta e guidati non da “professoroni” ma da “PROFESSORI” come Antonio Cederna, Bruno Zevi. Mi dispiace che tu possa pensare che esposti 1000 progetti ci sarebbero stati 1000 pareri sfavorevoli (é questo un altro segno di questo famoso relativismo che ammorba le nostre coscienze?). Io che sono stato studente con Bruno Zevi mi ricordo bene e mi sono state di formazione le sue lezioni in cui, in maniera lucida e trasparente, ci forniva un metodo di lettura critica che non é invecchiato. Ciò che invece é regredito é il senso critico, questo sì, di tanti professoroni che tali sono diventati con scarsissime prove professionali. Comunque teniamoci stretto questo Blog che é un luogo non mefitico di discussione.

  12. leonardo piscazzi ha detto:

    al Prof. Giancarlo Puppo non mi sento di rispondere ma nel dire la mia a proposito di meier e del suo progetto, mi sento di interpretare il suo intervento come minimo e discreto, quasi timido, al servizio della Città ed a servizio di un monumento che altrimenti sarebbe visibile solo nelle guide.
    Il rapporto fra la città e il tevere poi è bilaterale.
    la città guarda il tevere ed il tevere guarda la città.
    Non si accede al tevere per alcun motivo se non per immergersi nel silenzio e da lì, nell’atmosfera ovattata si scorge, timido, discreto il richiamo verso quel monumento.
    piuttosto il problema vero è che se si comincia a dar troppo spazio alla fantasia finisce che all’interno, prima o poi ci fanno il festivalbar.
    saluti

  13. pasquale cerullo ha detto:

    Lettura critica, le sette invarianti di Zevi per la lettura del linguaggio moderno sono insuperate perché metastoriche, travalicano i tempi. Potrebbero essere trasposte anche come invarianti del pensiero libero, oltre il linguaggio architettonico, per esempio quello politico. Tra il Moderno e il nostro attuale e provinciale contemporaneo politico c’è un abisso.

  14. ara pacis ha detto:

    io vorrei trovare delle immagini ” vere-decenti ” dell’ Ara Pacis e anche delle piante che si trovano in essa , e nn queste cavolate!!!

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