Ceci n’est pas une eglise …

chiesa

Cristiano Cossu ha ritrovato casualmente e ci invia: …
“Buonasera Professore, casualmente ho ritrovato questa foto scattata tempo fa nell’aretino, durante un lavoro sulle chiese contemporanee …
Sicuramente opera di un architetto ateo e nemmeno un pò devoto.
Ceci n’est pas une eglise …
arrivederci”
C.C.

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33 risposte a Ceci n’est pas une eglise …

  1. Pietro Pagliardini ha detto:

    Cristiano, posso essere più preciso su questa CH IESA. L’architetto è Massimo Rossi, età circa 65-66 anni, l’edificio è ad Arezzo e la Parrocchia si chiama come il quartiere PEEP in cui è situata, cioè Maccagnolo. Credo sia dei primi anni 80.
    Massimo è un collega che conosco abbastanza bene avendo iniziato la mia attività di architetto nel suo studio per un paio d’anni. Non so se Massimo sia ateo, certamente l’edificio ha fama, indovinate perchè, di ricordare una palestra e la scritta, che fa parte del progetto, ha dunque una sua ragion d’essere.
    Ma d’altronde in zona c’è un altro edificio, un centro commerciale che assomiglia ad una chiesa e dunque i conti tornano in pari.
    Comunque abbiamo anche una chiesa a forma di navicella spaziale (non saprei se Sputnik o Gemini), un’altra tipo Ronchamp e un’altra ancora con un campanile uguale ad una torre di addestramento dei pompieri. Non ci facciamo mancare niente in provincia.
    Visto che nel mio blog mi sono imposto di non parlare della mia città (anche per evitare rappresaglie) potrei mandare qualche foto di edifici di un certo interesse che ad Arezzo non mancano. Ci penserò sopra.
    Saluti
    Pietro

  2. Antonio C. ha detto:

    Un altro (e ormai abituale) disastro conseguenza delle “accurate scelte” delle gerarchie ecclesiastiche.
    Quando tali gerarchie si rivolgono a “certi” architetti non possono che raccogliere simili frutti.
    Ormai sono storie che definire vecchie mi pare pleonastico.
    Tuttavia constato che tali “pastori” insistono nelle loro scelte … forse che siamo incapaci di comprenderle?

    Buona giornata

  3. Antonio C. ha detto:

    P.S.: aggiungo un considerazione.
    Nonostante la “grossa” croce forse risultava dfifficile o impossibile capire che si trattava di un edificio chiesastico ed allora avranno pensato di rimediare con la scritta CHIESA sulla parete, affinche noi che … “NON SIAMO CAPACI DI CAPIRLI” … non potessimo avere dubbi e non essere indotti a “critiche” sconsiderate.
    Ah … i soliti architetti NON noti …criticoni!

  4. manuela marchesi ha detto:

    Sulla base delle altre chiese trasute in questo blog, ho visto cose assai peggiori. Almeno qui avverto l’intenzione di ispirarsi al movimento dei preti-operai, (qualcuno se ne ricorda?), a un’asciuttezza agganciata a quel periodo che non a caso fu di lotta e di innovazione religiosa. (chi si ricorda di ciò?).
    A me onestamente, visti altri “parti” di eccelse menti, non dispiace.
    L’età del progettista mi conforta nella mia supposizione: è una generazione che ha vissuto svolte importanti per quanto riguarda culto e religione. Ma sono movimenti di pensiero oramai persi e diluiti sia nell’omologazione di un populismo religioso che nell’enfasi di spiritualità…
    NB.: come già detto, non sono frequentatrice di chiese e di Messe.

  5. pasquale cerullo ha detto:

    La chiesa come edificio non esiste. Qualsiasi costruito può essere chiesa, qualsiasi spazio, qualsiasi luogo; sono i fedeli a formare una chiesa. Il narcisismo estetico non è contemplato nel Vangelo.

  6. Pietro Pagliardini ha detto:

    Manuela, poiché sono quasi certo che l’architetto Massimo Rossi non sia un frequentatore di blog e forse nemmeno di internet farò in modo di fargli avere il tuo commento. Conoscendolo so che ne sarà contento.
    Quello che tu dici probabilmente non corrisponde esattamnete al vero, o almeno non credo vi sia stata intenzonalità, però c’è certamente il fiuto dell’aria di quel periodo e se Massimo avesse fatto il velista sarebbe stato certamente quello addetto a fiutare il vento.

    Pasquale Cerullo, in base al tuo principio, dovremmo nascere tutti in una capanna con un bue e un asinello e vivere in una grotta: tutto il resto sarebbe “narcisismo estetico”. Io credo tu commetta l’errore di separare la Chiesa dall’uomo ma la Chiesa, mi risulta, ha una visione universale e quindi non puoi separare i “fedeli” dal resto dell’umanità perché quello che vale per i fedeli vale per tutti. Nel tuo ragionamento c’è una visione della Chiesa e dei fedeli come setta chiusa che deve rigorosamente rispettare certe coerenze interne. Non credo proprio che le cose stiano così.
    Saluti
    Pietro

  7. Cristiano Cossu ha detto:

    Manuela e Pasquale, statisticamente siete nella media dei colleghi “progettisti”: non sapete cos’è una chiesa, nè vi interessa impararlo. Potreste fare un tentativo con la moschea, basta una bussola.
    Buone vacanze!
    ciao
    c

  8. pasquale cerullo ha detto:

    No, non è proprio così. Tanto è che io limito il ragionamento all’etimologia di “chiesa”.
    Inoltre non vorrei inpantanarmi nella differenza tra estetica e funzionalità, perché nell’estetica,
    in questa eccezione di chiesa, aggiungerei ricchezza, sontuosità, eccessi che hanno caratterizzato
    le chiese dorate prima della Riforma luterana. Ma il nostro ragionare è privo di valore, perché è
    proprio la Chiesa, intesa come potere ecclesiastico, a non seguire i precetti evangelici della parca vita,
    funzionale efficiente sicura progredita economa ma non al risparmio, vita di uno che segue i precetti cristiani anche se cristiano non è.

  9. Biz ha detto:

    Edificio con una “sintassi” un po’ “De Stijl”.
    Ci siamo abituati a pensare che conta solo il “contenuto”, ed il resto è “contenitore”, la cui forma debba essere “aderente al contenuto”, ma cosa diversa. E dunque, realtivamente neutrale ed arbitraria (appannaggio de “l’artista”.)

    Invece no: la forma non è districabile dall’espressione, i loro contenuti si compenetrano; la forma pura non esiste. Ogni forma è simbolica.
    Scrivere “Chiesa”, utilizzare un linguaggio “de Stijl” vorrebbe proprio fare il contrario, magari con tutte le buone intenzioni.
    Ma la “forma del contenuto” parla da sè, dice, indipendentemente da quello che noi avremmo voluto dicesse.
    Le forme non sono neutrali; al contrario. E’ la forma che “forma il contenuto”.

  10. sergio 43 ha detto:

    Cari amici, dopo un breve giro all’estero me ne torno come sempre mortificato e con le pive nel sacco nel nostro stralunato (ma quanto l’amo!) paese. Io non li debbo più fare questi viaggi! Meglio che mi chiuda nel mio romitaggio marchigiano!
    Citando, a modo mio, il poeta:
    ” La Bellezza vò cercando,
    ‘ch’é ‘sì rara e in abbandono
    nel paese dove nacqui e sono,
    nel paese dove il dolce “sì” suona
    ma lo sproloquio dell’arte ti rintrona.
    Suoni più gutturali m’han ferito,
    da chiudere l’orecchio con un dito!
    Ma l’occhio s’é appagato in ogni dove!
    Città, palazzi, parchi! Anche le alcove!
    Spaccava ad arte uno scalpellino
    la pietra per tappare un muro!
    Qui non si sa più piantare un sampietrino!
    Adornare una piazzale é orrore puro!
    Qui rizza una scultura anche Fagioli
    per far sentire gli uomini più soli!
    In altro mondo invece una comune
    di cittadini e solerti funzionari
    dimostrano che i sogni non son rari
    e i progetti non sono sogni astratti
    ma tutti questi, dalla carta, poi diventan FATTI!
    ……………………………………………………………..
    Bell’Italia, amate sponde, pur vi torno a riveder!
    ma le sporte di vergogna sono piene per intier!

  11. Antonio C. ha detto:

    Nonostante l’argomento sia interessante non posso che constatare una certa confusione dei concetti … se non delle idee.

    N.B.: a mio avviso escluso Biz di …”Ma la “forma del contenuto” parla da sè, dice, indipendentemente da quello che noi avremmo voluto dicesse.
    Le forme non sono neutrali; al contrario. E’ la forma che “forma il contenuto”.”
    … concetto applicabile ad ogni architettura e non solo agli edifici-chiese, ma si sa, oggi si bada solo all’immagine e non all’architettura.

  12. alfredo ha detto:

    Le forme non sono neutrali; al contrario. E’ la forma che “forma il contenuto”.
    Vero in fase di progetto, ma la storia insegna che poi un edificio può e a volte, degnamente, avere un uso totalmente differente da quello per cui è nato.
    Nel caso in oggetto, proporrei ad uso alternativo – ateliers per artisti – , anche se ai preti di oggi altro che gli artisti gli rimane da fare per riempire spazi sempre troppo vuoti.

  13. antonio ha detto:

    viste le chiese contemporanee, da Ronchamp ad oggi, sarebbe davvero necessario e opportuno approfondire il tema, dato che non sempre le esigenze del rito cristiano incontrano le intuizioni “poetiche” degli architetti contemporanei.
    come fare per coniugare le due cose ed evitare di fare le chiese per se stessi???? parliamone…parlatene…..

  14. cikir ha detto:

    Scusate la mia “durezza”, ma secondo me la chiesa è brutta e basta.

    E’ stato contestato Fuksas per la chiesa a Foligno, ma per quanto non sia un capolavoro, di certo è meglio di questa.

    Tutte le altre critiche (positive e negative) mi sembrano solo delle elucubrazioni mentali inutili. Fuksas viene deriso, mentre qui si vanno a prendere i “preti lavoratori”, il “de Stijl”… mah!

    Soprattutto non credo che si debba essere cattolici praticanti per poter fare una bella chiesa (qualunque forma abbia); altrimenti con questa logica si dovrebbe essere medici per fare un ospedale, sindaci per fare un municipio, calciatori per fare uno stadio.

  15. Pietro Pagliardini ha detto:

    cikir, prova a progettare un ospedale senza consulente sanitario e vedrai che non ti viene molto bene. Ma progettare una chiesa è molto più facile e allo stesso tempo più difficile: più facile, perchè vi sono tipi consolidati, più difficile perché se vuoi fare il “creativo” e cavarti dalla testa un nuovo tipo non puoi però inventarti anche la liturgia, dato che quella non dipende da te ma dalla Chiesa.
    E’ pur vero che c’è un dibattito in corso, e anche vivace, tra il rito tridentino e quello post conciliare, ma bisogna pur conoscere l’argomento e, generalmente, i cattolici praticanti la conoscono meglio dei non credenti.
    Una chiesa non è solo un’architettura, è un luogo di culto per i fedeli e credo che il minimo sia fare in modo che risponda alle loro esigenze e alla loro fede, non a quella dell’architetto.
    Più frequento gli architetti e meno sopporto la loro esagerata presunzione e supponenza: credono di stare al centro dell’universo e di avere la chiave per saper fare tutto e decidere per tutti e non si accorgono che sono come quelli del biliardo di Foligno (senza riferimento alla chiesa di Fuksas).
    Da dove provenga questa gravissima malattia mi riesce davvero difficile comprenderlo.
    E’ ovvio cikir che non mi riferisco a te, ma all’architetto collettivo e omologato corrente.
    Saluti
    Pietro

  16. marco c. ha detto:

    Come dice Langone:
    Voglio diventare ricco e poi commissionare una chiesa ad un architetto per fare in modo che quando un bambino ci passi davanti, si volti verso la mamma e dica: “CHIESA!”.

    E poi basta usare su questo blog parole silla bate. Che non hanno sen so. Non è nemmeno diver tetnte

  17. Antonio C. ha detto:

    Scusa “antonio” ma reputo indispensabile una precisazione alla tua asserzione …”viste le chiese contemporanee, da Ronchamp ad oggi, …”
    è questa: viste le chiese contemporanee, DOPO Ronchamp (e la Tourette) ad oggi…
    Aggiungo da allora, anni ’50, ad oggi, Foligno, almeno in Italia non si è fatto granchè, salvo rarissime eccezioni (Aalto di Riola, ecc.).
    Negli ultimi decenni, si è fatto meglio a nord delle Alpi, es. da Zumthor, ma anche altri “MINORI”(?).
    Però conoscere il punto di partenza può aiutare in un viaggio che suggerisco a tutti gli appassionati, i quali dovrebbero innanzitutto, almeno, dimenticarsi certi “luoghi comuni” tipo: bisogna essere cattolici praticanti …
    a cui fa da contraltare il …
    “non credo che si debba essere cattolici praticanti per poter fare una bella chiesa …”

    Credo che chi (architetto o no) si approccia alla “progettazione” di una chiesa debba almeno interrogarsi per approfondire e sapere ciò che la Chiesa E’ OGGI” per un credente, cattolico, almeno un po’ praticante.

    P.S.: i Fuksas lo hanno fatto? Sarebbe interessante sapere la “loro” risposta, che non sia un silenzio “sdegnato”…anche perchè le finestre (e tutto il resto) della “loro” chiesa non suscitano certamente le emozioni di Ronchamp e di La Tourette…
    Andarci per credere … (alle emozioni) e per cercare di capire la differenza tra la vera creatività e l’imitazione, anche emozionale.
    Buon viaggio!

  18. franco di monaco ha detto:

    Cos’è una Chiesa per l’architetto che progetta oggi?
    Intatanto comprendere il rapporto COMPOSITIVO tra SPAZIO e liturgia, studiando, magari visitandole anche, le chiese del Romanico francese (splendide), poi quelle della Valle del Reno fino a Spira (altra interpretazione del Romanico), poi quelle del Cammino per Santiago (consiglio di andare per capire il rapporto tra fede e pellegrinaggio)…Poi torni in Italia e ti vedi cosa “Componeva in Prospettiva Brunelleschi a S, Spirito; ti poni il tema Compositivo di come “unire” la pianta centrica con la navata unica e vai a vede Francesco di Giorgio a Cortona; oppore il tempio centrico a Todi o a montepulciano….cerchi di capire come la Basilica Romana diventi chiesa Paleocristiana etc…
    Credo che ci basti come architetti
    FdM

  19. franco di monaco ha detto:

    Dimenticavo, dove ho visto moli di questi TEMI SPAZIALI”? Tanto per citarne uno: Michelucci nella chiesa sull’autostrada. Da grande Maestro “reinventa compositivamente” molti dei temi essenziali nello studio degli spazi liturgici: il nartece (si veda quello, ruotato, in questo caso, di S. Vitale), il muro come recinto, l’abside, la facciata, la copertura, la luce, lo spazio ad aula etc tutto risolto attorno al tema spaziale della Tenda, a ribadire che, per chi ha fede, siamo in cammino…..
    Credo che i “modelli” da reinterpretare per noi architetti ci siano, eccome se ci sono, ma quando si dimentica l’aspetto compositivo…
    FdM

  20. Biz ha detto:

    No, però c’è un equivoco: da alcuni interventi sembrerebbe quasi che gli architetti, in questi anni abbiano avuto carta bianca, su aspetti liturgici persino.
    Quindi, un architetto ateo disporrebbe come vuole la chiesa, le sue attrezzature, ecc.
    Questo non è affatto vero.
    Il fatto è che, sulla liturgia stessa, ci sono spaccature durissime presso i cattolici, anche se la cosa non emerge troppo pubblicamente.
    I vari sacerdoti che seguono la progettazione delle nuove chiese incidono anche sulla forma delle chiese, e non solo con architetti di poco conto.
    Per fare un esempio: la chiesa diocesana di Botta a Torino, ad es pare che debba la sua forma eptagonale proprio ad un sacerdote messo dalla curia ad assistere Botta : infatti, lo schema iniziale di Botta era ottagonale.

    Quindi, tornando al tema, se il pesce ha da puzzare, comincia a puzzare dalla testa.
    E la testa non è il “capo della costruzione” materiale, ma proprio le persone delle curie, che stabiliscono le linee guida per la costruzione di una chiesa.

  21. Antonio C. ha detto:

    Biz ha scritto …”Per fare un esempio: la chiesa diocesana di Botta a Torino, ad es pare che debba la sua forma eptagonale proprio ad un sacerdote messo dalla curia ad assistere Botta : infatti, lo schema iniziale di Botta era ottagonale.”

    Un mio amico architetto, presente a un incontro con Botta, mi ha scritto:
    “… Poi diceva che l’idea del parroco gli è piaciuta perchè non esistono nella storia edifici sacri fondati su un ettagono, e questo tema del suo rapporto con la storia è ciò che mi ha più colpito durante la visita, perchè saltava fuori ripetutamente, come se il problema ogni volta fosse realizzare qualcosa che non è mai stato fatto.
    L’originalità quindi, non il servizio all’uomo che fruisce del lavoro del progettista, sembra essere l’obiettivo dell’architetto ticinese….”

  22. Cikir ha detto:

    Rispondo brevemente a Pietro Pagliardini.
    Io non dico che per fare una chiesa non serva un consulente della diocesi (l’equivalente del consulente sanitario dell’ospedale), dico che non si deve essere cattolici praticanti per poterla progettare, altrimenti (sempre per proseguire col paragone ospedaliero) dovremmo essere malati cronici e assidui frequentatori di ospedali, se non addirittura medici, per poterne progettare uno.
    Mentre concordo sul discorso della supponenza ed a volte ignoranza degli architetti.

    Ma il tema del mio intervento precedente non era questo.
    Quello che volevo dire è si è riusciti a trovare degli spunti di critica (i preti lavoratori, il de Stijl, ecc…) anche su un edificio oggettivamente brutto, chiesa o meno, liturgia o meno.
    Io contestavo questa “voglia di parlare” e questa “voglia di criticare” (spesso negativamente) di tutto ciò che viene realizzato negli ultimi anni che spesso si ritrova nel commenti di questo blog, esaltando invece ciò che è stato realizzato nel passato come esempi di architettura di qualità e meritevoli di riletture critiche sempre positive (come in questo caso).
    Sembra che il passato dia sempre valore alle cose, facendo perdere il senso di oggettività alla critica.
    Ma questo forse è un atteggiamento tipicamente italiano, forse è più facile “amare” il passato (a cui siamo visivamente abituati) che provare a vedere ed accettare il presente.
    E con questo voglio specificare che assolutamente non voglio difendere ciecamente il lavoro di Fuksas o delle altre “archistar”.

    Un saluto

  23. antonio ha detto:

    con mio grande stupore, una recente critica sull’argomento ha messo in discussione le chiese progettate dai grandi maestri, proprio quelle più rappresentative: Ronchamp, Longarone, la Chiesa dell’Autostrada, le chiese “a palla” di Quaroni, etc… la critica si basava sulla genesi del progetto, se l’architetto si fosse preoccupato o no dell’aspetto liturgico, del percorso “processionale”, del sistema della luce differenziato (altare, cappelle laterali, aula etc..) o se il progetto fosse nato da un’idea soltanto “formale”. Sembra che lo stesso Le Corbusier abbia dichiarato di essersi quasi completamernte disinteressato dell’aspetto liturgico concentrandosi sull’aspetto architettonico. Molti altre chiese sono nate così e sembra che l’andazzo sia andato avanti fino ai giorni nostri. basta sfogliare uno dei tanti cataloghi dei concorsi per …”100 chiese a Roma… 50 a Canicattì, etc…” per vedere le forme più bizzarre e allucinanti: a palla, a fuso, a cerchio, a cilindro, a cubo, a rettangolo, a triangolo…e poi la scatola, a scatolone, a semisfera, a tenda, a tendone da circo…etc…
    Eppure…se non mi ricordo male….Zevi lo spazio architettonico lo spiegava parlando dello spazio delle Chiese…non sarà che la differenza sta tra cose fatte bene e cose fatte male piuttosto che tra spazio arch. e spazio liturgico???? ai posteri….

  24. michele granata ha detto:

    Premesso che il lavoro degli altri merita sempre rispetto, penso che ogni oggetto architettonico dovrebbe avere un valore semantico, cioé trasmettere il significato dell’opera.
    Una chiesa dovrebbe essere riconosciuta come tale. Se non nelle sue caratteristiche tradizionali, almeno in qualche elemento simbolico o che dia la percezione della sua chiave di lettura.
    Non riconosco in questo fabbricato un luogo di culto.
    Dalla fotografia non si vede nemmeno se c’è una croce. E stato necessario addirittura scrivere una scritta “Chiesa” per sapere di cosa si tratta.
    Sembra piuttosto un capannone industriale.
    E’ vero pero’ che un ’ opera architettonica dovrebbe essere spiegata e difesa, perché è sempre il risultato di una serie di ragioni, compromessi, limiti, discussioni, proporzioni etc.
    Per questo sarebbe interessante conoscere il percorso intellettuale che ha condotto a questo risultato.

  25. Pietro Pagliardini ha detto:

    antonio, non comprendo il tuo stupore! La tua astrazione dell’architettura da un vincolo di scopo (e dalla committenza) cui essa è finalizzata è la dimostrazione lampante dell’autoreferenzialità degli architetti moderni e contemporanei (e dell’architettura) i quali sono diventati, di fatto, i committenti di se stessi. Anche questo è uno dei motivi della babele di linguaggi che viene spacciata per libertà.
    Se una causa è certamente da ricercarsi nella pochezza, o almeno nella confusione, di idee dei committenti stessi ( politica, Stato, privati, Chiesa stessa), questo non dovrebbe esimere l’architetto dal comprendere la necessità per l’architettura di avere uno scopo, un fine per cui essa viene progettata, essendo l’architettura arte civica e non arte tout court. Nell’arte è comprensibile la mancanza di un input esterno (ma l’artista occidentale ha avuto sempre una committenza, almeno fino all’ottocento), dato che chiunque può rinchiudersi in casa a fare un quadro o modellare la creta (salvo poi cercare un committente, cioè un compratore); l’architettura è invece opera collettiva, sia nella fase del processo costruttivo che in quella progettuale, perché richiede una pluralità di soggetti, dei quali il committente sta necessariamente all’origine. Nel caso poi dell’architettura sacra o per il culto (non solo cristiano) il committente ha ragioni e motivazioni più profonde, simboliche e universali per impartire disposizioni ed esigerne il rispetto.
    Riporto, in proposito, dall’introduzione del libro di Ciro Lomonte “Liturgia, Cosmo, Architettura” questa frase di Papa Paolo VI (cioè IL COMMITTENTE per definizione di chiese) pronunciata nella Cappella Sistina nel 1964 e rivolta agli artisti:
    “Non è lecito inventare una religione, bisogna sapere che cosa è avvenuto tra Dio e l’uomo, come Dio ha sancito certi rapporti religiosi che bisogna conoscere per non diventare ridicoli o balbuzienti o aberranti”.
    Non occorre essere credenti per capire cosa significa questo discorso e, nel caso tocchi progettare una chiesa, adeguarvisi. Converrai che essere dentro l’argomento agevola non poco l’opera, mentre esserne fuori, o addirittura fregarsene a proprio esclusivo vantaggio, può portare ad un progetto diverso da una chiesa. Non a caso molte chiese contemporanee sono luoghi di culto e adorazione del progettista-demiurgo, più che del Dio per il quale sono state concepite (e pagate). Chi ha pronunciato quelle parole, poi, non è un parroco qualsiasi (che comunque nel caso della costruzione di una chiesa è anch’egli committente) ma il “capo” e l’architetto non dovrebbe fare di testa sua contro l’indicazione del capo.
    Saluti Pietro

  26. manuela marchesi ha detto:

    La cosa curiosa è che spesso gli architetti “creativi” sono soliti dirsi “credenti o tantomeno religiosi”…E allora, a quale religione si riferiscono?
    Preferisco i preti-operai dell’Isolotto piuttosto che le fantasie della globalizzazione! Almeno quelli erano legati a un movimento radicato nel reale, mentre questi si fanno le (…) “fantasie” globali.

  27. Antonio C. ha detto:

    Pietro, ben detto.
    Inoltre forse “antonio” quando asserisce che …”Sembra che lo stesso Le Corbusier abbia dichiarato di essersi quasi completamernte disinteressato dell’aspetto liturgico concentrandosi sull’aspetto architettonico.” dimentica che accanto a L.C. c’era, e da molti anni, un certo “Marie-Alain Couturier” non certo un “liturgista qualsiasi”.
    Dimentica anche che L.C. prima di iniziare Ronchamp pare abbia “meditato?” sul tema per una decina d’anni; per il “solo” tema della forma e del luogo della “croce” pare abbia “meditato” per altrettanti due anni.
    Inoltre L.C. a Ronchamp sapeva perfettamente che stava realizzando un “santuario” non a caso dedicato a Notre Dame du Haut, mentre a La Tourette stava realizzando un convento e pertanto quella chiesa, e la cappella feriale interna, pur essendo dedicate al culto, dovevano essere “diverse” da Ronchamp.
    Pietro, scusa e con tutto il rispetto, ma il vero “capo” è un ALTRO; tutti gli altri, anche in ordine gerarchico, sono dei subordinati.
    Altrettanti saluti Antonio C.

  28. Pietro Pagliardini ha detto:

    Antonio C., lo so che il vero “capo” è un altro ma secondo me anche chi non crede al capo supremo dovrebbe, nel momento in cui accetta l’incarico, obbedire agli indirizzi del “capo” terreno, cioè il suo committente.

    Questo è atto professionale dovuto (e logico e coerente e di buon senso) e non atto di fede.

    Il contratto che viene stipulato è molto “terreno”, prevede onori ed oneri per entrambe le parti in causa ma, per certo, non rilascia fidejussioni per l’aldilà. Una conquista della modernità è che la fede può andare d’accordo con la ragione, come ripete spesso il capo. Come minimo sindacale atteniamoci a questa e sarebbe già tanto.
    Saluti
    Pietro

  29. isabella guarini ha detto:

    Per me una chiesa è una chiesa, un supermencato è un supermercato, un albergo è un albergo. Non esiste possibilità di scambio dei significati e del valore simbolico. Per le possibilità combinatorie si arriverebbe ad assurdi tali da far scambiare un albergo per una chiesa, una chiesa per un supermercato e altro ancora. Ma non si era detto ai mercanti di uscire dal tempio?

  30. pasquale ha detto:

    Non so se siano futili questi dialoghi su ciò che debba o non debba essere, ma pour parler spesso si trovano altri e nuovi significati di argomenti secolari, di conseguenza mai risolti perché ovvio la soluzione non esiste. Le regole umane si fondano su convenzioni e hanno una durata limitata, per cui non sono scibili come una scienza esatta- La chiesa tantomeno; quando accadde che fu riconoscibile in una struttura appositamente creata? quando i primi uomini poterono indicare una struttura costruita e dire: “Guarda, una chiesa!”, dopo Costantino? dopo Teodosio, quando si riattarono i templi pagani e le basiliche romane, appendendo subito sul timpano una croce? Gli edifici funzionali sorsero solo alla fine dell’Ottocento, se vogliamo proprio tirare indietro al massimo. Anche perché riutilizzando i palazzi antichi si cade spesso in errore, il palazzo Gravina, rinascimentale, era diventato la Posta Centrale di Napoli. Sfuggono a certi scambi alcuni edifici caratteristici per le loro funzioni, carceri e chiese, la funzione obbliga a certe forme, non c’è scampo. La grande aula della chiesa deve essere riconoscibile, altrimenti vuol dire che viene camuffata o forzata esternamente in modo voluto dal progettista, per quale motivo?

  31. Antonio C. ha detto:

    Pasquale, altre domande possono diventare risposte alla Tua domanda?

    Eccole:forse perché il progettista NON VUOLE e/o NON SA progettare una chiesa?

    Nella prima ipotesi, in che ambito (filosofico?) collocare il suo prodotto=chiesa?
    Nel secondo caso, perché affidargli il progetto di una chiesa-moschea-sinagoga- ecc.?

  32. antonio ha detto:

    Credo anch’io che “.. una chiesa è una chiesa” (…e quella della foto di Cristiano C. non lo sembra affatto) ma non credo che “un supermercato è un supermercato e un albergo è un albergo”…infatti ce ne sono di tutte le forme e nessuno si scandalizza. Invece per le chiese il discorso è diverso… Ci sono chiese modernissime che hanno conservato caratteristiche e peculiarità tipiche dell’architettura religiosa altre, invece, che hanno perso completamente ogni riferimento. La chiesa di Sabaudia, per esempio, progettata e costruita negli anni trenta è moderna…ma si vede che è una chiesa. Quando allora gli architetti hanno cominciato, con una certa consuetudine, a progettare e costruire chiese che non sono riconoscibili? E perché questo è avvenuto? Se l’architettura degli edifici di culto ha avuto un ruolo determinante per la formazione della struttura urbana delle città e, in generale, per l’estetica dell’architettura nei vari periodi storici, ritengo di una certa importanza approfondire questo aspetto. Secondo me dopo Ronchamp si è avuto una specie di cambiamento di rotta che ha generato un modo diverso di progettare le chiese: quasi svincolate dai dogmi e dai principi religiosi essenziali, basate su soluzioni architettoniche “d’effetto” piuttosto che sui fondamenti religiosi. Poco interessa chi frequentasse L.C. a Ronchamp. Interessante è capire cosa sia successo da quel momento in poi.
    In questo contesto si inserisce la chiesa di Foligno. La sua estrema semplicità e la rigida geometria della forma e delle dimensioni (non solo della chiesa ma anche degli uffici annessi) rivelano , a parer mio, una qualche forma di “sacralità”. Forse il tentativo di azzerare tutto, con un modello austero e dominante, e ricominciare da capo? Forse una re-genesi dell’architettura contemporanea ecclesiale? Vedremo se si tratterà di un “cubo magico” o di un altro scatolone vuoto.

  33. Antonio C. ha detto:

    Par di capire che Ronchamp (un santuario) costituisca un punto fermo nella realizzazione delle chiese della modernità-contemporaneità (grazie a L.C. ed alle sue “frequentazioni” litugiche); per cui reputo debba essere ulteriormente indagato lo “spirito indicibile” di quel luogo.

    Da allora, a mio parere, sino tante chiese recentemente costruite è arduo rintracciare tracce di tale “spirito”.
    E’ assai probabile che tra alcuni decenni stante il galoppo della secolarizzazione, tali chiese diventeranno quello che in realtà già denotano essere, quasi dei magazzini o garage … ossia luoghi in cui è difficile essere indotti a pregare, luoghi più adatti a riunioni assembleari, ma che non inducono spiritualità e tanto meno possono assurgere a luoghi sacrali; con buona pace (e con tutto il rispetto) per i filosofi televisivi che si pre-occupano di teologia.

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