Architecture Without Architects? … magari …

AWA1

I contemporanei riferimenti al disastro del nostro paesaggio e della nostra scuola insieme, … al “dibattito” sui grattacieli nostrani e all’ennesimo “superamento” della “modernità” … e soprattutto il rinvio ultimo al “panorama” violato del golfo partenopeo … ci hanno costretto a ripescare questo nostro vecchio e un po’ datato testo intitolato alla celebre opera di Bernard Rudofsky: …


Architecture Without Architects” è insieme una profezia e una maledizione, un sogno, un incubo, un’aspirazione, una denuncia, volontà di rintracciare le origini antropologiche più profonde e allo stesso tempo di liquidare per intero la Storia, celebrazione del significato più alto e recondito dell’abitare e negazione radicale dell’Architettura, un punto di fuga e di partenza che raccoglie e distilla gli umori di intere generazioni di intellettuali europei, che sintetizza metaforicamente il senso più radicale della modernità esorcizzandone i significati primari nel rogo delle false certezze del presente. Sintomo di un disagio, di un disgusto e di un rifiuto della contemporaneità nelle sue forme più abbiette e corrive e’ allo stesso tempo anticipazione e proseguimento di un’idea di “viaggio” nel villaggio non ancora e del tutto globale che anticipa in-consapevolmente per tanti versi i fasti recenti dei miti alternativi già “trasversali” e, all’oggi, così “contaminati” nelle nuove “mitologie” alternative e metropolitane da “On-the-Road” a “Total-living“, da “Zabriskie Point” a “Fino alla fine del mondo“. Uno speciale e precoce “No-Logo” dell’architettura? Forse. E’, comunque, questo esemplare lavoro di Bernard Rudofsky (praticamente il Libro della sua vita), lo straordinario pamphlet per immagini di un’intellettuale viennese del Novecento che sembra uscito da una pagina di Kraus o di Loos e che attraversa, come Mies e nei suoi stessi anni, i luoghi centrali del novecento occidentale, da Berlino a New York in cui si rileggono insieme “Alexander-platz” e “Manhattan Transfer“, mettendone in crisi i valori più ovvi e corrivi di una modernità, tanto più fragile e incerta, quanto più conclamata ed esibita. Che, come Mies e quasi a complemento negativo, ma inscindibile, del suo lavoro si esercita sul significato di una specifica e apparentemente e altrimenti negata continuità schinkeliana, che nella metafora metodologica dei viaggio e della ricognizione conduce una sua e particolare ricerca sulle origini, sulla verità profonda dell’architettura; del mondo archetipo dell’architettura e quindi dell’architettura “nel” e “del” mondo, nell’esperienza di una specialissima ermeneutica autobiografica e scientifica, logica ed estetica, insieme.
Una ricerca delle radici, scavando verso un “urgrund” disciplinare che diventa, come spesso avviene in questi casi, occasione per un lavoro su se stessi, sul proprio modo di pensare e di vedere le cose (e perciò, anche, le “case”). Ci si trova così di fronte ad una specie di vorace e novello Darwin dell’abitare (cioè dell’esistere e quindi del sopravvivere) che indaga a suo modo con l’occhio fotografico (ma come Frazer, Cassirer e Levi-Strauss) i modi diversi di un vivere “primitivo” e contemporaneo insieme (case, strade, piazze, abbigliamento, sono i suoi bersagli preferiti) e che realizza le sue provocazioni e che organizza le sue eteroclite ricognizioni, come ha dichiarato a margine di una più tarda e arricchita riedizione di “Architettura senza Architetti“, nel senso di vere e proprie “Note per una storia naturale dell’architettura con speciale riferimento a quelle specie che vengono tradizionalmente neglette o del tutto ignorate“. Un architetto “filosofo” di un’altra e più originaria contemporaneità che, come Wittgenstein, svela le contraddizioni dell’oggi ricercando regole, abitudini, comportamenti e caratteri di una “grammatica” profonda che, allo stesso tempo, è anche modalità e fondamento del linguaggio. Un viaggio fotografico che, in forma “analoga”, ma inversa, attraversa, con una “logica” altrimenti specchiata a quella del mendelsohniano “Amerika“, e forse sulla scia di una certa espressionistica “dissoluzione” metropolitana, i luoghi “incontaminati” e “fuori” dai luoghi topici di una civiltà benjaminianamente sull’orlo del collasso, per ricercane (come Taut e Hesse), nell’altrove più recondito, il senso riposto di una “verità” alternativa e vivificante.
Una ricerca, quella del Rudofsky di “Architettura senza Architetti“, che trovò il suo punto di massima visibilità nella mostra “circolante” organizzata dal M.O.M.A. nel ’64, che portava come sottotitolo “A short introduction to non-pedigreed architecture“, ma che veniva da lontano e che concludeva, provvisoriamente, un itinerario iniziato nel ’31 alla Bauaustellung di Berlino con la precoce esibizione di immagini tratte dalla sua collezione di architettura “anonima”. Una mostra, quella newyorkese che, come è noto, fu vivacemente contrastata da Walter Gropius e che invece, e non a caso, godette del benevolo patronato di Sert, di Ponti, di Tange, di Neutra e soprattutto di Pietro Belluschi, allora decano per l’architettura al M.I.T., che, di fronte al materiale iconografico preliminare, concludeva: “In qualche modo, per la prima volta nella mia lunga carriera di architetto, ho avuto una visione entusiasmante del-l’architettura come manifestazione dello spirito umano al di là degli stili e delle mode e, cosa più importante, al di là delle strettoie della nostra tradizione greco-romana“. Adesione che portò al finanziamento della Simon Guggenheim Foundation e di lì alla esposizione che, dal Museum of Modern Art, condusse alle altre successive, più di ottanta, di poi disseminate, in tutto il mondo. Sintomo e simbolo anche di una straordinaria contraddizione, questa mostra, che, come sottolinea ancora e oltre un decennio più tardi lo stesso autore, fu “veramente sovversiva” e, comunque, frutto e segnale di un dilagante imperialismo Pan Americano del quale lo stesso Belluschi era stato insieme interprete e forse inconsapevole, quanto entusiata veicolo. Non a caso, anche lo stesso Zevi ne riprenderà il messaggio coniugandolo un po’ avventurosamente, prima, con l’opera di Gaudi, di Finsterlin, di Bloc e di Kiesler e, più tardi, parlando poi di “grado zero” dell’Architettura contemporanea. …
(continua) …

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