Passatismo Contro ModernoNonModerno …

 

Da Giancarlo Galassi: …

“Dopo la pubblicazione dei lavori degli studenti di Mazzola ho ricercato quelli «analoghi» sulla stessa area di Gianfranco Caniggia risalenti a più di venticinque anni fa. E devo dire che ho trovato utile il confronto tra due vecchi sodali di gioventù quali Marconi e Caniggia. …

Passatismo contro ModernoNonModerno

 

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12 risposte a Passatismo Contro ModernoNonModerno …

  1. ettore maria mazzola ha detto:

    Caro Galassi,
    credo che tu sia totalmente fuori strada, e penso pure che ci sia stata dell’intenzionalità da parte tua.
    Intanto il termine passatista è assolutamente fuori luogo, e non certo adatto a provenire da una persona della tua levatura culturale.
    Detto ciò, da quello che si capisce dal tuo testo, mi sembra che il tuo giudizio si sia limitato ad una lettura superficiale di alcune immagini. Non puoi far riferimento ad un progetto di “restauro” di ciò che c’era, perché i disegni riportati nel post precedente si riferiscono a ben 3 differenti soluzioni, del tutto nuove, che sfruttano alcune delle murature presenti nel sottosuolo, per realizzare spazi del tutto nuovi. Non puoi dire che si stiano facendo ovunque dei palazzetti, perché il programma dato agli studenti dava loro libera scelta, infatti alcuni progetti riportano perfino le casette a schiera per gli alloggi degli studenti.
    Allora ben venga la critica e il dialogo, ma non in questo modo. Per quanto riguarda Caniggia, posso dire che adoro i suoi scritti, ma ho parecchio da ridire su molti progetti, così come di molti progetti di Muratori. Il tuo pensiero sugli anni ’70 lo credo molto lontano dal mio, forse è un problema generazionale? O forse perché io ho deciso di provare a mettere in discussione l’indottrinamento ricevuto sui banchi dell’università? Non so. Comunque, per ciò che riguarda questo post ti invito a leggere attentamente il numero del Covile, sono certo che ti renderai conto che la visione caniggiana è stata tenuta in grande considerazione. Non abbiamo proposto un restauro, ma de nuovi edifici rispettosi delle preesistenze e dei residenti di via Giulia, le ragioni le trovi nel testo.
    Cordialmente
    Ettore Maria Mazzola

    • giancarlo galassi ha detto:

      Gentile Mazzola,
      invece credo di averlo letto con attenzione il vostro bollettino ed è chiaro dal testo che la vostra proposta non era prpriamente «com’era» ma nell’ultima fase gli studenti erano liberi di interpretare il progetto ciascuno secondo quanto avevano appreso del linguaggio architettonico romano.

      Conosco anche i lavori fatti da Marconi con i suoi studenti visti molte volte in conferenze del professore (di cui sono stato allievo).

      Restano gli errori di linguaggio che reputo dovuti all’azzeramento delle esperienze sulla tipologia degli anni ’70 e riferibili a quanto si sapeva fare in merito negli anni ’30 se non nell’ ‘800.

      Anche se non “restaurate” la vostra proposta è «anastatica» nella sostanza teorica per le sviste linguistiche da architetto ‘colto’ (linee dove dovrebbero andare schiere, palazzetti invece di case di base… ma ho già speigato tutto e mi spiace di non essere stato chiaro).

      Il suo disappunto per i lavori caniggiani non mi stupisce.

      Anche la Venezia che Marconi firmò con Caniggia?

      Poi alla morte del secondo il primo ha smesso di fare il progettista ripiegando dieci anni dopo sul passatismo d’oltremanica.

      Il recupero e l’uso del termine «passatista» è proprio di Paolo Marconi ma abbia pazienza non ricordo proprio in quale scritto velenosamente polemico la difendeva orgogliosamente.

      Approfitto di questa reply per segnalare un errata corrige (ci sono anche refusi dovuti alla fretta ma questo che correggo è fastidioso). Nella frase:

      «Riprogettare è progettare in nome di una ragione moderna che ha capito che il documento storico non garantisce la correttezza del proprio operato, un’intelligenza che oggi ci fa riconoscere la falsità retorica di un prospetto settecentesco come di un prospetto novecentesco al fine di non compiere, riprogettandolo, un’altra volta lo stesso errore architettonico, ovvero compierlo due volte.» è da correggere il finale : «…al fine di non compiere, restaurandolo, un’altra volta lo stesso errore architettonico, ovvero compierlo due volte.»

      Un saluto.

  2. ctonia ha detto:

    Mi sembra una razionale e fondata lettura da “architetto progettista”, come diceva Pasquale Culotta… e hai detto molto meno proditoriamente di me cose che condivido in pieno.
    ciao
    c

  3. pietro pagliardini ha detto:

    Caro Galassi, non entrerò nel merito dei progetti di via Giulia perché oggettivamente non conosco il luogo e direi certamente sciocchezze. Due parole sul suo testo, che è di carattere generale, invece le vorrei dire.
    La sua analisi è indubbiamente colta, seria, da caniggiano duro e puro, e non c’è vena polemica ma solo constatazione.
    La logica stringente del suo ragionamento è indiscutibile, come estremamente logici sono quasi tutti i muratoriani.
    Però l’obiezione che le fa Mazzola, su uno iato esistente tra teoria e progetto è abbastanza frequente in questo elitario gruppo (anche in questo caso la prenda come costatazione). Ho un amico muratoriano di ferro, architetto bravissimo, che probabilmente, anzi certamente, conoscerà anche lei (vi conoscete tutti) ma che non voglio nominare per ovvi motivi (ma a lei non sarà difficile capire chi è per la nostra vicinanza geografica), con il quale ho partecipato ad un concorso, e ho potuto constatare di persona il sincero “tormento”, da vero appassionato, di chi si macera nel dubbio se seguire le rigide regole tipologiche e i processi di crescita della città, con risultati non proprio soddisfacenti, oppure derogarle, producendo qualcosa di meglio, ma sentendosi in colpa. Ecco, mi sembra che, almeno nelle persone serie, il muratorismo possa produrre sensi di colpa, quasi fosse una religione rigida che, se non rispettata alla lettera, porta al “peccato”.
    La sua bella chiusa, che a mio avviso può valere anche prima della correzione, è sintomatica della esistenza di una gabbia mentale, che non è ideologica ma logica, che paralizza non dico la creatività ma in un certo senso la vita stessa dell’architettura e della crescita della città. Lei esclude in assoluto, ad esempio, che lungo strade gerarchicamente inferiori non possano collocarsi “palazzetti”? Oppure vuol dire, ragionevolmente, che lungo strade di questo tipo non si debbano collocare di norma palazzetti?
    Per quanto la città si sia evoluta secondo regole che Caniggia definisce in maniera sistematica e quasi puntigliosa, vuole togliere dal novero delle possibilità l’eccezione condannandola come sbagliata?
    Non faccia fare a me l’elogio della fantasia, della violazione delle regole, della torta sulla ciliegina, che non sono proprio la persona adatta! Ma il fatto è che le teorie, ancorché ragionevolmente corrispondenti al vero, se portate alle estreme conseguenze diventano catene che possono indurre all’errore, anche grave e colpevole. E’ così in ogni campo, figuriamoci nel disegno del città! Non mi fraintenda e non mi faccia dire ciò che non penso, e cioè che non esistano regole se non quelle dettate dal proprio io.
    Dico che analizzare, come sembra fare lei, ma direi meglio voi, ogni progetto quasi alla luce di una cheque list, con tanti quadratini da spuntare e se alla fine la somma dei quadratini giusti non raggiunge il 100% il progetto è bocciato, diventa un esercizio non dico arido, ma talora sbagliato.
    Scrivono Caniggia e Maffei, per dare una sorta di giustificazione antropologica alla teoria:

    -l’uomo non è “altra cosa” dal mondo della natura, non ne sta al di fuori: il suo modo di organizzare l’ambiente è sostanzialmente fondato sui medesimi presupposti e sulle medesime leggi che governano i processi biologici unitamente ai processi di progressiva formazione e mutazione della materia.

    Anch’io credo profondamente in questa verità, ma lei crede che la natura non commetta mai errori e che spesso quegli errori non siano spesso la bellezza dell’universo?
    Cordiali saluti
    Pietro

  4. ettore maria mazzola ha detto:

    Caro Galassi, io penso che sarebbe il caso di aggiornarsi: sembra che tutto giri intorno alla lezione degli anni ‘ 70 … fosse per me, a parte per un po’ di disco music e di grandi cantautori italiani che mi ricordano l’infanzia e la crescita, gli anni ’70 li cancellerei dalla storia. Moda, pittura, arte astratta, musica sperimentale, architettura, urbanistica, design industriale, arredamento, ecc. prodotti in quegli anno rappresentano il peggio della storia dell’umanità. Poi sono arrivati dei personaggi, un po’ più illuminati degli altri che hanno seminato nuovamente un terreno inaridito dalla pochezza del modernismo, e sono sembrati dei nuovi dei, ma scava scava ti accorgi che anche queste divinità avevano i loro limiti … chi è cresciuto in quella cultura, a meno di qualche eccezione, è convinto che non si possano mettere in discussione le sue divinità, così Caniggia, Muratori, Rowe, Alexander, lo stesso Krier, sembrano intoccabili, mentre sono sole delle grandi figure che hanno fatto una buona “semina teorica”, spesso non seguita da un buon “raccolto costruito”.
    Quanto a questo progetto, le cui immagini documentano una esercitazione accademica, svolta in soli 2 mesi, da parte di studenti del terzo anno, benché coordinati da me e dai miei colleghi Lucien Steil e Steven Semes, che si sono confrontati con un tema prestabilito al fine di elaborare dei progetti che facessero da linee guida per un concorso internazionale, che il Comune avrebbe dovuto bandire, piuttosto che procedere come ha fatto con i “magnifici 7”, devo dire che ciò che le sfugge, e ahimè sfuggiva anche a Caniggia e Muratori, è che, talvolta, esista anche l’eccezione che confermi la regola.
    La lettura modernista secondo la quale si debba dimostrare tutto in maniera scientifico-matematica, spesso conduce la ricerca in un vicolo cieco … tutta l’urbanistica e l’architettura funzionalista ne sono state la prova. Il lavoro di Caniggia è stato fantastico, ma spesso basato su un lavoro interpretativo che procedeva in maniera fantasiosa per analogia, questo non vuol dire che fosse sbagliato, ma sicuramente non può essere preso come dogma!
    Infatti, per quanto riguarda via Giulia, il team di Marconi è stato in grado di estrarre dagli archivi tutte le piante, di tutti i livelli, e tutti i prospetti, di tutti gli edifici che c’erano in quegli isolati, ebbene questi documenti smontano le “teorie” sulla tipologia in relazione alle strade, questo perché una città che ha mantenuto compatto il suo tessuto, trasformando e adattando l’edificato preesistente ha, gioco-forza, mutato gli edifici fondendo, sopraelevando ecc. ciò che c’era. Quanto al progetto sviluppato dagli studenti, dovendosi rispettare un programma prestabilito (Università per stranieri con alloggi per studenti e docenti) abbiamo consentito che si facessero delle modifiche alle preesistenze, nei limiti del rispetto delle murature preesistenti per le ragioni che ho già esposto. A questo punto entra in ballo anche la sensibilità e la fantasia di ogni progettista. Inoltre non si potevano non prendere in considerazione le mutate condizioni del luogo: via Bravaria, dopo la creazione di Lungotevere dei Tebaldi e la costruzione di Ponte Mazzini, non è più il vicoletto di un tempo su cui, secondo le teorie del suo commento, potrebbero affacciarsi solo determinate tipologie edilizie, ragion vuole che la sensibilità dei progettisti li ha condotti ad optare per delle tipologie che meglio si adattassero alle mutate condizioni.
    E allora, quando nel commento lei critica i progetti degli studenti dicendo che “Caniggia non ricava piante da rispettare o prospetti per farne copie più o meno anastatiche ma piuttosto ne trae insegnamenti per parlare la ‘langue’ architettonica di Roma con una «riprogettazione» (non restauro!)” è totalmente fuori strada, e lo fa intenzionalmente, dando l’impressione di fare, come molti “caniggiani-muratorini”, sfoggio di una cultura “perfetta e immutabile” che ha imparato bene dal suo maestro e della quale si sente l’unico depositario. Il risultato credo sia ben riassunto nei commenti di Pietro Pagliardini e Paolo Vecchio, su questo e sull’altro post, e che dovrebbero farla riflettere.
    Cordiali saluti
    Ettore Maria Mazzola

  5. Roberto Pagani ha detto:

    Intervengo di nuovo nella discussione .Sono uno studioso(da quasi 40 anni)di Roma,della sua storia urbana,del suo carattere “lato sensu”.Per questo motivo,per il mio essere completamente indenne dal cancro dell’ideologismo,per non aver letto nessuno degli autori succitati,ma solamente Roma e solo Roma,a dosi oltremodo massive ,posso affermare che occorre UMILTA’ nell’architetto quando deve impegnarsi nei Centri Storici.La sua Vis demiurgica,creatrice deve trovare campi di applicazione diversi.Davanti ad un Centro storico,deve fare un passo indietro…davanti alla Storia,davanti al Genius Loci del luogo che intende modificare.CHE L’ARCHITETTO CREATORE SI FERMI,IN QUESTI CASI!Non serve innovare,segnare il territorio,affermare il proprio ego ipertrofico,iconoclasta,fondamentalista di un “moderno” che sta solo nella sua testa e non nel senso comune della gente.Questo atteggiamento ideologico,intollerante dei valori,degli stili,ecc ecc di un tessuto urbano antico ha causato danni spaventosi alle nostre Citta!!Fermatevi!E tornate a parlare chiaro!Non con un linguaggio oscuro,criptico,esoterico,autoreferenziale per giustificare le scelte operate,che capite solo voi!E studiate Roma,cazzo,quando questa e’ l’oggetto delle vostre teorizzazioni!Non i teorici anglosassoni e scandinavi che non l’hanno mai vista!UMILTA’ E STUDIO,per favore,studiate le foto,i disegni antichi,i dipinti,GIRATE PER LE STRADE DI ROMA!Forse,quando sarete nei vostri studi professionali,intenti nei vostri megaprogetti iconoclasti,proverete qualche sussulto della coscienza.A Via Giulia,bisogna RITROVARE ROMA,RIPARARE,RISARCIRE,non commettere l’ennesimo scempio,dettato dal demone del protagonismo sfrenato e del lucro.

    • pi ha detto:

      Praticamente tutto questo discorso può essere condensato nella proposizione che a Roma (e in qualunque altro posto) servono bravi architetti. E in effetti è una merce rara, malgrado sia diventata la specie più diffusa.

  6. memmo54 ha detto:

    Del sito conosciamo benissimo quanto demolito; meno bene le case romane che v’erano sotto. Non sappiamo se fossero domus, insule o cos’altro. Lanciani non me ne da notizia: riporta solo alcuni tratti di strada romana su vicolo del Malpasso.
    Dovendo procedere ad un progetto e/o restauro, sinonimi anche nel nostro caso, e nell’incertezza forse è più utile raccogliere le indicazioni, attendibili, più recenti : potrebbe anche essere una rifusione matura di celle primitive.
    Comunque quanto demolito aveva senso compiuto ed era in sintonia con tutto il costruito dei pochi millenni trascorsi. Credo, sinceramente, che tutti l’abbiano ben presente.
    Lo era per tipologia o derivazione tipologica; per tecniche, per materiali e per quel linguaggio epidermico, con cui confrontarsi inevitabilmente, che turba i sonni, lo sospetto, a più di un addetto ai lavori.
    La tipologia, nel senso più esteso, è sicuramente una chiave di lettura ineludibile. Ma pur sempre “una” lettura e sarebbe riduttivo ed ingenuo derivarne tutto il progetto, a meno che una schiera di scatoloni di vetro o cls posti a schiera possano essere gabellati per romani purchè abbiano volumi e bucature al posto giusto.
    La tradizione, nel suo fenomeno più radicale qui denominato passatismo, è comunque cosa complessa.
    Così come complessi sono anche i materiali, le tecniche, il linguaggio: presi da soli non risolvono alcunchè non mettono al riparo da nulla.
    Però quelle mostre quelle cornici quel bugnato, quei tetti, quei colori che tanto disturbano, sono parte integrante, dell’architettura e dell’universo; forse la più significativa ed immediata, la più leggibile, anche se non sempre calata nella situazione opportuna. Rimangono strumento insostituibile di comunicazione tra uomini ed architetture che sembrano, a prima vista, ignorarci ed ignorarsi.
    Lo sono anche a dispetto della rigorosità e della coerenza con quanto “preordinato” strutturalmente o tipologicamente; così che in molte espressioni “genuine”, l’apparato linguistico di superficie travalica la semplicità insita, ponendosi come “sostanza” esso stesso.
    Tutti concetti ovvi, banalissimi che sembra pleonastico rimarcare…ma tant’è …repetita juvant.
    D’altronde il linguaggio, di qualsiasi genere lo si intenda, è “comunque” un copia ed incolla (…come si dice ora…): è, inevitabilmente, una ripetizione di esperienze passate, attimi di vita trascorsi, sedimento di generazioni e generazioni di architetti invisibili, scomparsi, sepolti: da cui dedurre, senza allontanarsi molto dal vero, che il tempo è il peggiore degli inganni; non è mai passato veramente.
    Però 80 anni di civiltà industriale, ora in declino e prossima allontanarsi da questi lidi, hanno creato il deserto, nel cuore degli architetti, strappandoli dal naturale contesto, dalla vita, per consegnarli indifesi e soli a sbrigarsela ognuno col suo peccato, ad affaticarsi su indimostrabili miti, su approcci tecnico-scientifici volubili ed evanescenti, “insostenibili” sotto tutti i punti di vista.
    Saremo costretti – malgrado noi, par di capire – a risperimentare il nostro passato dopo averlo superficialmente superato e dimenticato in questa febbre e frenetica incoscienza da divinità in delirio.
    Il recupero potrebbe essere per molto tempo un aborto, una mescolanza infelice tra nuove comodità ed antiche miserie.
    Ma ben venga anche questo modo confuso e caotico questo “passatismo”.
    Tutto è meglio del tipo di architettura e di vita che la modernità impone.
    Saluto

  7. ettore maria mazzola ha detto:

    Caro Memmo54,
    complimenti per il fantastico punto della situazione.

    cordiali saluti

  8. pietro pagliardini ha detto:

    memmo54, io credo tu abbia riassunto ed espresso tutte le ragioni possibili in campo. Con una passione, una logica, una conoscenza, una sapienza davvero straordinarie.
    Ti chiedo di autorizzarmi a farne un post sul mio blog, naturalmente correlandolo a questo post.
    Personalmente lo ritengo un contributo davvero notevole e chiarificatorio.
    Conosco la tua modestia e riluttanza ad apparire, coerentemente con il tuo pensiero che solo di rado qui esprimi, ma per una volta fai un’eccezione!
    Naturalmente firmato memmo54.
    Ciao
    Pietro

  9. qfwfq ha detto:

    questa interessante discussione sul migliore approccio passatista o muratoriano semba un po’ la musica dei suonatori del Titanic prima del disastro
    molto romantica, degna di ogni rispetto, indifferente alle rivoluzioni che avvengono nel mondo.
    stare nel proprio tempo non è sinonimo di antistoricismo
    mentre proprio i sottili distinguo non fanno che confermare che la vitalità e la bellezza di una città stanno nella sua molteplicità di approcci

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