Wow … umanisti che resistono …

Biz? … a proposito delle osservazioni di d’Agostino su Buccinasco Town …
così commenta: …

“Però questa cosa è da prendere più sul serio di quanto non faccia Salvatore d’Agostino.
Perchè poi, è vero, (vale almeno per me, e, da quanto ho capito, per Muratore e Pagliardini) che siamo “post comunisti”.
Nello scritto di Buccinasco Town emerge coscientemente uno spirito “futurista” in chiave irrazionalista, per nulla impropria:
“E’ forse proprio questo che dà fastidio ai nostri Soloni dell’establishment culturale post Gramsciano, il fatto che, in un ottica per certi versi futurista, esistano al mondo milioni di persone che vedono nell’idea di città in continua crescita, trasformazione e concentrazione, della bellezza e del fascino, del vigore e del rinnovamento, anche culturale ed estetico.”
e ancora:
“pensano invece che tali trasformazioni urbane siano segno di dinamicità e vitalità delle città moderne, al punto di entusiasmarsi per la loro realizzazione, dando così una dignità anche “poltica” e sociale a questi progetti.”

Questo irrazionalismo però, anche se intriso di matrici mai spente Nicciane e Begsoniane, trae oggi vitalità da un irrazionalismo di spettacolarizzazione data dai media (l’evento, la meraviglia del “mai visto”, dell’agghiacciante stile Matrix che fa tanto fantascienza e videogame); il wow!
Questo irrazionalismo, è profondamente “disumanista”.
In realtà, in questa querelle, non non siamo “post comunisti” o post qualcos’altro.
Siamo umanisti che resistono.”

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6 risposte a Wow … umanisti che resistono …

  1. Biz ha detto:

    Wow!
    Se le dà fastidio lo pseudonimo che uso comunemente in rete, riporti pure il nome e cognome: Guido Aragona.
    Comunque, qualora il titolo celasse una certa ironia, vorrei precisare che per umanesimo non intendo quello del “partito umanista”, ma qualcosa di simile a quella visione del mondo alla quale si appellava un “post gramsciano” quale P:P. Pasolini nel criticare lo slogan pubblicitario della “Jesus”.
    Riporto una sua frase in proposito:

    “La finta espressività dello slogan è così la punta massima della nuova lingua tecnica che sostituisce la lingua umanistica. Essa è il simbolo della vita linguistica del futuro, cioè di un mondo inespressivo, senza particolarismi e diversità di culture, perfettamente omologato e acculturato. Di un mondo che a noi, ultimi depositari di una visione molteplice, magmatica, religiosa e razionale della vita, appare come un mondo di morte.”

  2. BIZ,
    il mio ironico commento segnalava l’assurdità di dare una connotazione politica al grattacielo.
    Invece è interessante la tua visione umanista/pasoliniana. Io andrei oltre, contro l’omologazione c’è bisogno di una proliferazione della diversità culturale/identitaria/architettonica.
    Biz i campi della resistenza sono molteplici ma non credo che sia prioritaria la lotta contro gli archistar/grattacieli, l’Italia è sepolta da un mare di mer…cemento per opera degli ARCHIPOPolari.
    Io temo di più questa tacita e condivisa tragedia.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

  3. Biz ha detto:

    Prima di replicare, voglio dire che mi spiace se ultimamente sono un po’ invadente qui. Professore, mi scusi se mi diverto a discutere nel suo blog; se le dà fastidio me lo faccia capire.

    Salvatore, ci sono due principali aspetti da esaminare:

    1) la costruzione edilizia ha mutato la sua natura. Da anni, è prevalentemente di *bene economico*, e non più soddisfazione di esigenze per le attività umane in quanto tali. Il costruire è divenuto dunque una *praxis* ponendo in secondo piano il suo essere *poiesis*. Questo aspetto tende ad accomunare ogni tipo edilizio, dai grattacieli alla casetta unifamiliare. Il vero obiettivo dunque, non è scagliarsi contro questo o quel tipo edilizio, quanto prendere posizione contro il considerare l’attività del costruire prevalentemente sotto il piano economico, regolabile solo attraverso aspetti di vincolo quantitativo – normativo, e infine burocratico.

    2) Se esaminiamo poi il piano strettamente architettonico nel costruire diffuso, riscontriamo che il suo principale difetto è di realizzare cose architettonicamente sgrammaticate, urbanisticamente insensate, prive di regole e di logica.
    Tutto questo massacro, questo svilimento commerciale di ogni criterio architettonico, viene fatto in nome della “libertà di espressione individuale”.
    Sotto questo profilo, è inefficace appellarsi a quel che tu definisci “proliferazione della diversità culturale/identitaria/architettonica.” Anzi, favorisce l’idea che “ciascuno fa come vuole”, secondo il suo capriccio (e tu non puoi dirmi niente, perchè “tutto è soggettivo”).
    Se è il capriccio – o l’incuria – di Zazzà, ci può anche stare, ma se tutti, compreso il “geometra Gorilli” e lo “architetto Presuntuosi” che la vedono nelle riviste, e lo “Ingegner Mesbatucazz”, vogliono lasciare il loro segno distintivo e “originale” o comunque non voglion sentir ragioni d’altro tipo che la soddisfazione dei vincoli urbanistici, della legge 10, ecc. ecc. e il guadagno dell’impresario e loro, allora sono cazzi amari.

    Infatti, SONO cazzi amari. Dagli intrecci, complessi, di questi due aspetti, emerge il casino totale e lo sfascio del nostro ambiente di vita.
    E non saranno certo le “archistar” a salvarci, anzi. Sono oggi i campioni e l’illustre modello di questo dissennato modo di costruire.

  4. Salvatore ha detto:

    Biz Guido Aragona,
    io credo che non serve a niente la retorica del contro.
    Io credo che bisogna dare spazio ai tanti architetti bravi che arrancano in questo torpore Archistar/Archipop.
    Io credo che la critica sia distratta dall’architettura mediatica e non esercirti il suo potere cioè quello di far emergere le nuove generazioni.
    Hai ragione a parlare di edilizia sgrammatica ma t’invito a parlare degli archistar interpretando la loro grammatica e non partendo dal tuo punto di vista. Non possiamo leggere ‘La merda di artista’ di Piero Manzoni con la stessa grammatica della Venere Landolina.
    Hai ragione c’è un potere economico non equilibrato a mio avviso ci sarebbe bisogno di una politica più etica e non servizievole.
    Infine c’è bisogno di architettura contemporanea diffusa e di qualità, senza temere la terza guerra mondiale.
    Saluti
    Salvatore D’Agostino

  5. Pietro Pagliardini ha detto:

    Salvatore, non sono io, nè Biz, nè nessuno a dover imparare la grammatica degli archistar, sono loro che devono scrivere con la mia, la nostra, quella di tutti.
    Io non voglio e non devo imparare una lingua finta per sforzarmi di capire chi non vuole comunicare con me. L’esperanto non mi interessa.
    Come la lingua, l’architettura non si inventa da un giorno all’altro, cambia con la storia, si trasforma, acquista nuovi vocaboli e nuove espressioni e rimane sempre viva.
    Anche oggi che il linguaggio giovanile (e anche il nostro) è fortemente modificato dall’uso degli sms e dall’introduzione di parole inglesi e neologismi in abbondanza, ha tuttavia conservato, nel parlato, le declinazioni locali cioè i dialetti, l’inflessione. La base è cioè la stessa e c’è qualcosa di comune che unisce i catanesi tra loro o i milanesi tra loro.
    L’operazione archistar invece è violenta, sradicante, annulla ogni differenza, impone un linguaggio con la forza del denaro e della propaganda (mi piace più di pubblicità).

    Diverso è il caso dell’arte che crea oggetti “mobili”, mentre l’architettura crea “immobili” (aggettivo e sostantivo allo stesso tempo).
    La lingua aiuta a capire: immobili sono i terreni (cioè la natura) e immobili sono gli edifici (cioè ciò che si costruisce saldamente nella natura). Ci sarà un motivo, no?
    Che le archistar tornino a scuola e imparino la mia, la nostra lingua e poi parlino e io li capirò senza fatica. Ma allora non sarebbero più archistar, solo…. architetti.
    Saluti
    Pietro

  6. Biz ha detto:

    Infatti, giusto Pietro.
    Non è che “non si sa leggere” i progetti delle cosiddette archistar. Non è che non si saprebbe anche dire le stesse cose (di certo, ad es. nel caso di gente come MRDV come cappio si chiamano mi pare addirittura troppo semplice … ma anche in altri casi apparentemente più difficili (Zazzà), è molto più semplice di quanto non si creda (purchè si abbia molti soldi a disposizione, un committente giusto, e un buon numero di bravi esecutivisti a stipendio).
    E’ che invece, li si legge e spesso non li si approva. Certo il livello di disapprovazione è diverso; non si tratta di errori di grammatica o sintassi, ma dei contenuti del discorso (anche se talvolta errori di grammatica, magari mascherati da “licenze poetiche” succedono anche “nelle migliori famiglie”, come suol dirsi).

    C’è, comunque, a mio parere, una mistificazione di fondo: si continua a spacciare per “visioni del futuro”, di “avanguardia” cose che invece sono estenuati ed estenuanti sforzi di riproporre modelli del ‘900 che hanno fallito, che non sono più accettabili e utilizzabili.
    Chi continua a riproporli, è lui il regressivo, il “passatista”, quello che non sa davvero più leggere la realtà e il presente, e quindi non riesce ad immaginare il futuro.

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