Velasca vs Seagram … un’affannata speranza …

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A proposito di torri italiane … Giancarlo Galassi ci scrive: …

Torre Velasca vs Seagram Building … (anche se alto 50 m di più).

“Due edifici costruiti negli stessi anni ma la prima farà sempre venire il cagotto agli architetti restando un nodo critico gordiano, il secondo invece, letteralmente annichilendosi nella nostra facoltà di contemplarlo, si riduce alla sua descrizione materiale cui non si trova altro da aggiungere.

E’ nel non aver niente da dire a quegli americani che lo abitano e alla città di New York che lo circonda, nel suo parlare da solo e solo di se stesso, dei suoi vetri fumé, delle sue lamiere in bronzo, dei suoi interni in travertino, che il Seagram si può fare a pezzi e divenire un campionario di materiali International.

I suoi profilati li ritroviamo nei grattacieli di tutto il mondo, perfino nell’inquietante tenebroso Vagnetti senza travertino dell’Eur di fronte alle torrette di Ligini-Piano a rischio di ridicola travertinizzazione.

La Velasca resta un unicum che non va bene a chi ha il pancino debole e non sopporta la bua da cibi acidi, probabilmente tossici se non si possiede un minimo di difese immunitarie.

In una lettera che potete recuperare (vado a memoria) nel n. 4 de L’Architettura Cronache e Storia del 1956 – gli stessi anni della Velasca – Figini parla a Zevi non di tradizione intesa come valore da ricercare nell’architettura storicizzata, ma – udite!udite! – di T R A D I Z I O N E D E L M O D E R N O con una lucida sofferenza e una consapevole amarezza che non appartenevano a Mies che sul pedale della modernità modello turbo continua a pigiare fino ad ingolfare del tutto il motore e riconsegnarci la “machine à abiter” buona solo per lo sfasciacarrozze.

Gli architetti italiani più avvertiti, adesso si direbbero “architetti colti”, avevano compreso capito intuito già dagli anni’40, in una posizione valorosamente originale rispetto a gran parte del loro contemporaneo universo mondo, che si poteva certamente arrivare al limite miesiano ma quel limite non doveva essere raggiunto.

Il rischio era di precipitare in un isterilimento globale del linguaggio e della poetica architettonica in un minimalismo manualistico o nella sua ovvia facile elementare antinomica alternativa – che ovviamente qualunque imbecille ritiene doveroso praticare – ovvero un utilizzo del linguaggio architettonico in modo sgrammaticato, gutturale, onomatopeico, bohemién, individualistico, ridondante banale originalità, anarchico della peggiore specie quella che distrugge il mondo, I N C I V I L E.

La torre Velasca dimostra in modo affannato ma ben più modernamente di Mies, utilizzando anche quella caduta di gusto che è la retorica ma probabilmente tutto va bene quando si gioca una partita che non si può perdere, una possibile speranza architettonica della polis moderna.”

G.G.

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2 risposte a Velasca vs Seagram … un’affannata speranza …

  1. emanuele arteniesi ha detto:

    Bellissimo testo. Grazie mille

  2. Pietro Pagliardini ha detto:

    Mi dispiace esondare con i commenti oggi ma la Torre Velasca intrigaperchè è veramente un nodo gordiano, come dice bene Galassi. E’ oggetto incomprensibile che, quando ti sembra di averlo afferrato ti sfugge subito.
    Il primo impatto (ed è sempre il primo impatto ogni volta che si guarda) è un cazzotto sullo stomaco, provoca mal di pancia (forse avrò il pancino debole!), tanto è sgraziato, con quella massa aggettante, a stento sorretta dagli esili puntoni, spostata in alto, quasi fosse stato rincriccato con un cazzotto in testa .
    Eppure….Galassi ha ragione su tutto. Solo che l’aver ragione per quello che dice rende…ragione a chi sosteneva che è un’opera cerebrale, intellettualistica, da architetti. Il cervello più tardi dirà della ricerca e del tentativo che c’è dietro e che traspare, ma quel cazzotto nello stomaco resta, e si sente.
    saluti
    Pietro

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