CORNICI … CORNICIONI … CORNICETTE …

ELOGIO DELLA CORNICE

 Capita di riconoscere e di ritrovare tanta qualità e intelligenza architettonica più sovente in un dettaglio del passato, in una vecchia modanatura, in un’antica decorazione, piuttosto che in un edificio, in un piano, in un intero quartiere moderni. L’attenzione alla piccola scala, alla qualità dell’esecuzione, ai significati e all’espressività di una modanatura, di una finestra, di un portone, di un decoro, di un vano scala, di un piccolo androne, era pratica diffusa e cautamente o spregiudicatamente ricercata all’interno di una pratica professionale e di una disciplina artistica che si sono progressivamente allontanate dai luoghi e dai materiali di un mestiere fatto, anche e soprattutto, di queste cose. Perdita di un aspetto minore; ma non marginale, della specifica attività disciplinare dell’architetto che si è andata progressivamente accompagnando ad una più generale e diffusa perdita di significato del lavoro semplice, ma colto, che era e resterà, per sempre, alla base di ogni buona architettura.

La vera architettura è sempre stata, al fondo e soltanto «una cosa semplice, fatta bene», ma oggi sappiamo che si producono solo cose frettolose, malfatte, artificiose e inutilmente complicate.

Così è nella pratica professionale, così è nella scuola, così nelle amministrazioni pubbliche e private.

La semplicità e la chiarezza di un buon lavoro diventano oggi la soglia inattingibile di un mitologico approdo, quasi mai, neppure, sfiorato.

Ed ecco perciò l’importanza di una riscoperta e di un recupero di valori e di significati lentamente stratificati nel tempo e nella abitudine edilizia da intere generazioni rimaste talvolta e per intero sconosciute, ma che hanno lasciato segni profondi nella fisionomia della nostra città attraverso la fatica di un esercizio quotidiano fatto di artigianalità e di amore per il proprio lavoro, di rispetto dei ruoli, delle regole, delle persone, delle competenze e delle personalità.

La frettolosa «semplicità» del moderno, che si è cosi spesso trasformata nel silenzio disperato, rumoroso e coatto della babele contemporanea ove tutto parla e comunica, urla e trasmette, eppure nulla più si ascolta e si comprende, ha fatto perdere anche il gusto per la vita degli oggetti, per il linguaggio semplice delle cose, per il volto domestico, popolare e quotidiano, per l’immagine stessa delle case.

E cosi riscopriamo, nella città di ieri una città sommersa, una città rozzamente accantonata dai libri e dalle “storie”, una città nella città con le sue case compunte, bizzarre, colte, comunque “civili” che vanno ricercando il loro ruolo in una presenza dignitosa, il loro senso in un decoro elementare.

Case romane costruite ancora ieri alla maniera degli antichi, etichettate in un tempo recente ancora del dispregiativo di «barocchetto», ville e «villini», palazzi e «palazzine», costruiti con cura e cultura da giovani architetti che avevano amorevolmente e argutamente ripercorso vicoli e piazze per fissarne un’ immagine di cui si sono persi poi il nome e la memoria stessi.

Scrivevano allora quegli architetti, ma volentieri possiamo sottoscriverIo ancora oggi:

“L’ambiente romano è formato da una congerie di piccole case senza nome, accumulate nel corso dei secoli, dalle riedificazioni che la città ebbe dal Rinascimento in poi, e in modo speciale è costituito dagli innumerevoli esemplari di architettura minore dell’epoca delta barocca: opera quasi sempre di maestri modesti e ignoti, ricca di fogge, variata nei dettagli, ingegnosa nelle soluzioni … “.

E quelle case erano un campionario fantasioso di soluzioni «alla romana», un elenco inesauribile di forme e di creazioni minute. un dizionario di grandi e soprattutto piccoli gesti eroici che hanno fatto della Roma post-umanistica il più grande laboratorio architettonico dal quale, non a caso, sono nate le espressioni più vitali della città contemporanea.

Cornici, cornicioni, lesene, paraste, finestre, portali, balconi, statue, fregi, stucchi, simboli, allegorie, si intrecciano e si accavallano per dar vita al più ricco repertorio di «fenomeni» e di simboli architettonici della penultima modernità.

Le case stesse diventano il luogo di questa rappresentazione ove la teatralità dell’immagine prende forma nei volti delle «facciate» diverse che si confrontano, si osservano, si inseguon, si inarcano, si piegano, sì corrugano e si distendono nel viluppo complesso della città amata, vissuta e compresa da tutti. L’angolo diventa il luogo di una svolta che si fa metafora di una realtà più complessa, si carica di segni, di simboli e di significati:

“più frequenti sono le cantonate dalle modanature fini e delicate, col canto trasformato in una bacchettina tonda e i fianchi marcati dalle lesene terminali dei vari piani d’ossatura e di paramento. In questi casi l’angolo del cornicione ne gode, e si arricchisce di tutta una festa di ugnature e di sporti, sovente del tutto nudi d’ornati, ma fine e gaia che è un gusto a vedere … “.

La cornice, diventa più oltre cornicione, chiude verso l’alto e rinserra l’insieme delle forze espresse e comunicate dall’intera facciata:

“Il cornicione barocco è di tutta la casa e specialmente della cantonatura degno coronamento. Contrariamente a quanto avviene altrove, si può dire che a Roma il cornicione non manchi mai, appena un edificio acquista quel modesto grado di decoro che lo fa passare dalla classe dei fabbricati meramente utilitari a quelli appena, appena architettonici …”

Sopra ancora, altro elemento tipico dell’edilizia romana, il coronamento finale che chiude e conclude la stesura complessiva per cui:

“ … non è raro il caso qualificato altrove di cornice alla romana – in cui al di sopra un cornicione avente il suo pieno svolgimento, nasca di nuovo un piccolo attico portante il tetto, colla sua gronda uscente appena dal filo del muro … “.

E se questa era la voce di quel gruppo di giovanissimi, tra cui Marchi, De Renzi e Ciarrocchi, che fu tra i primi alla base del rinnovamento e dello sviluppo dell’architettura romana tra gli ultimi anni venti ed i primi anni trenta, come non ricordare ancora quell’accorato «elogio della modanatura» che, in epoca ben altrimenti indirizzata e ideologicamente dominata, negli anni del travolgente neorealismo, il grande Moretti tesseva all’indirizzo dell’architettura romana di tutti i tempi?

“ … Ogni cosa visibile comunica con noi per la sua superficie. E il discorso o il canto di una superficie di architettura … si concentra … nelle modanature. La forma delle cornici convoglia le ragioni di una facciata e le rivela con più forza … Le

cornici sono gli spazi di un’architettura ove la massima realtà si addensa … ”.

G.M.

in”MAGAZINE” n.2, aprile 1990

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“Ma chi sei Cacini ?” …

memmo54 commented on “TRADIZIONALE” … “AGGIORNATO” …

“Qualcosa non torna !
Si apprezza la città italiana ma la si vorrebbe costrutta da solenni cubi di calcestruzzo, da “svettanti” prismi di vetro, o recinta da mesti e modesti muri di mattoncini rallegrati da aperture perdipiù casuali e disparate. Senza rinunciare al gagliardo dettaglio; allo “stacchetto” dell’esile e slanciato pilastrino che sorregge la plastica soprastante ovvero all’entusiasmante quanto pomposamente definito “attacco a terra” ; che attacco non è ma fonte imperitura di preoccupazione per i malcapitati esecutori e gli ingenui clienti.
Ciò perchè si ritiene necessario, sopra ogni cosa, essere attori del proprio tempo; armare la prora e darsi lo slancio, farsi valere, accettare le sfide intavolando un dialogo intimo con il Nulla o la Divinità; ammirevole gioco di scoperta ed avventura ma in fondo lusinga di vanità. Troppo poco, troppo individuale Troppo immorale. L’ imbarazzante apostrofe a Roma potrebbe essere : “ma chi sei Cacini ?”
Ruolo, dunque, difficilissimo e temo senza speranza dal momento che questo cambia perfino nel breve tragitto che separa l’abitazione dallo studio.
La mentalità parapositivista del continuo superamento dell’ “in fieri” perenne ha mostrato la corda, e prodotto molti disastri; nel territorio, nella società, nell’economia; non ultimo quello che viviamo ora: un castello di carte afflosciatosi miseramente; dozzinale gioco da fiera perversamente coniugato con la peggiore catena di Sant’Antonio elevata a livelli planetari.
Però anche i cuori più semplici intendono che non è precisamente la stessa cosa (… o equipollente…) una Venezia o una Firenze in cui si sostituiscano gli edifici esistenti con copie semplificate ed aggiornate (..all’ultimo quarto d’ora..poi si vedrà..)
Non c’è “classicismo moderno” che tenga; neppure nella più larga e benevola accezione.
Non me ne vogliano i simpatici sostenitori cui auguro cattedre od incarichi fino a rifiuto.
Ciò che fa la differenza, tra un moderno “quartiere italiano” fatto di cubetti di cls e quanto ancora rimasto, sterminato e forse irriducibile patrimonio dell’umanità, è il linguaggio e/o lo stile (… orribile dictu !…).
Fatto di elementi propriamente linguistici come colonne, architravi, “cornicette”, stipiti, archi e quant’altro nonchè materiali tratti dallo stesso contesto geografico (…che ne sarebbe del “trullo di Pagano” se fosse costruito in calcestruzzo: un arredo del pianeta di Papalla…) veri o citati come i biscottoni d’intonaco visti qualche post addietro. Questo governa la lettura ed il riconoscimento, l’inquadramento concettuale, del manufatto all’interno del proprio ecumene.
Tra i tanti elencati da Ettore qualcuno in qualche, rara, occasione ha dato prova di notevole acume e padronanza del mestiere. Tuttavia il più delle volte si è trattato di vestire con la ricchezza di un linguaggio completo modestissimi stabili costituiti da banali serie di cellule affiancate.
Eppure il risultato non è stato affatto deludente o di molto inferiore agli esempi più chiari.
La “dolcissima” portineria apparsa qualche giorno addietro non sta alla pari con gli ingressi che Sabbatini realizzava (…udite…udite..) nelle case “quasi popolari” a costi più che concorrenziali eppure quelle quattro decorazioni, le modiche cimase sulle cassette delle lettere, le porte bugnate, quel semplice pavimento, alludono inequivocabilmente all’architettura più grande cui si dichiarano devote .
Inferiori ma non in-significanti.
Orbene cercare di comporre qualcosa dandosi un vocabolario limitatissimo di pochi incerti simboli spesso misteriosi ed incomprensibili ai più (…non tutti i cittadini vanno in giro con le planimetrie del proprio caseggiato…anche se a qualcuno – e penso al Corviale – farebbe comodo per rincasare …) , è impresa vana e senza costrutto. Si finisce nel puro calcolo combinatorio: nell’Architettura di Babele.
Omero, Virgilio, Dante, Shakespeare, sono ancora efficaci (…mi scappa …” immortali”…) perchè accanto ai contenuti hanno sciorinato un linguaggio all’altezza: l’Iliade senza il verso sarebbe il verbale delle peripezie d’un uomo arrabbiato; la Commedia una noioso resoconto di timori e fobie.
Il linguaggio “è” , senza mezzi termini o infingimenti “il mondo”
E cosa data: ci appartiene e noi gli apparteniamo. L’abbiamo nel sangue (..o nei geni.. per non deludere gli scienziati…) tutti: anche coloro che danno a vedere di non curarsene.
Sembra molto illogico pensare che Ettore non l’abbia al pari di tutti gli altri.
Ci sarà da lavorare parecchio; in tanti lo vedono ancora come fumo negli occhi; obnubilati dall’ideologia modernista (..e qui Ettore ha ragione da vendere..) che ha distrutto cuori e menti.
Tornare ad essere sinceri con se stessi sarebbe già un passo avanti…aiuterebbe a capire…
Saluto”

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La fine dell’Unione Militare …

Da Andrea Bentivegna:

“salve professore
ieri passando per via del Corso ho avuto modo,con tristezza,di rendermi conto dello scempio che è stato consentito in questo edificio
i miei saluti”

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LE BORGATE “RAZIONALISTE” … TRA “BAROCCHI” DE PRIMA … E “BAROCCHI” DE DOPO …

liuk commented on IMCL Prize a Ettore M. Mazzola …

“memmo 54, e con lui E.M.M., afferma che il barocchetto è stata l’ultima stagione architettonica romana degna di questo nome, buttando all’aria quasi 90 anni di storia, diciamo dagli anni ’30 in poi. Pur negandolo entrambi, queste prese di posizione richiamano la stessa furia ideologica, la stessa verve e lo stesso accanimento di Bruno Zevi nelle sue filippiche contro Piacentini, Bernini, Aldo Rossi o chi altro. Per rimanere all’edilizia residenziale, si nega con quell’affermazione un qualsiasi valore persino ad esperienze generalmente condivise pur se spesso criticate come l’INA casa, dal “paese dei barocchi” del tiburtino alle sperimentazioni di Muratori o Libera al Tuscolano. Oppure, consiglio di rifarsi un bel giro in quel meraviglioso, bistrattatissimo, esempio di razionalismo alla romana che sono le borgate storiche (Villaggio Breda, Quarticciolo, Trullo…), alcune meritoriamente restaurate recentemente, i cui progettisti erano ben consapevoli di innestarsi con nuova linfa nella tradizione urbana italiana ed europea, dalla città mediovale, con le sue piazze e le sue torri, fino a camillo sitte e giovannoni. Una perfetta scala umana, con una grande cura progettuale negli spazi comuni tra le case, pedonali e protetti, realizzata senza dover ricorrere, per scelta economica forse prima che ideologica e culturale, a cornici, stucchi, decorazioni, ovvero a quell’apparato tipico delle realizzazioni (splendide tra l’altro) dell’ICP romano degli anni precedenti, destinate del resto al ceto medio e all'”aristocrazia” operaia, non certo ai diseredati, sfollati e baraccati per cui venivano costruite le borgate.”

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“TRADIZIONALE” … “AGGIORNATO” …

ctonia commented on “DECADENTE” … “BAROCCHETTO” … “PROVINCIALE” …

“Mannò, caro Memmo… Hai un’idea della progettazione un po’ meccanicistica.
A quanto ottimamente scritto da Giancarlo nel thread di riferimento, aggiungo che Ettore è il massimo dello “stilismo”: difficilmente lo si può presentare come uno “spontaneo” interprete dell’architettura tradizionale italiana etc etc, come se avesse nelle mani e nella mente il modo di costruire dei nostri padri e riuscisse ad esprimerlo “direttamente”, come cantando un’aria di Verdi. La scelta di Ettore è lucida, intellettuale, e perciò perfettamente astratta. Ed è tipicamente architettonica, malgrado lui ambisca moltissimo a non essere considerato “architetto” nel senso deleterio che attribuisce alla condizione attuale di questo mestiere millenario. Questa scelta la rispetto ma non la condivido, preferisco tentare di essere “classicamente moderno” e non preoccuparmi troppo della mia epoca, che passerà e sarà sostituita da un’altra, e poi un’altra ancora e sino a quando Dio vorrà. Ettore invece, e molti suoi colleghi soprattutto americani, sono convinti che la forma antica – ripresa letteralmente tramite fotocopie anastatiche e in chiarissima funzione di reazione estetica all’oggi – possa riportare in vita un tempo che non c’è più. Poi ogni tanto realizzano qualche edificio in telai di calcestruzzo armato e lo rivestono con queste belle madeleines, previamente renderizzate con filtri anticheggianti.
Ad ognuno il suo tempo, o meglio la sua reazione al tempo presente. Però concedeteci almeno una nicchia nella quale di reagire al tempo non ce ne può importare di meno. Vogliamo progettare nel tempo che ci è capitato in sorte, e in questo “farci valere”, come scriveva il buon vecchio Mies. Per noi, per me, i maestri antichi e moderni sono contemporanei: ma non certo per le loro belle forme intese in senso letterale! Del Corviale di Ettore può andarmi bene l’idea spaziale della città compatta italiana, d’accordo, ma perché la devo imbellettare con madeleines da imbalsamatore?
Oggi l’unico architetto che io conosca, oltre all’ottimo Gilles Perraudin, che proponga un ritorno al costruire tradizionale aggiornato tecnologicamente è Massimo Carmassi: il muro portante, un’architettura fatta di masse pesanti e stabili, un’idea antica di spazi solenni e atemporali capaci di accogliere qualsiasi funzione, costruiti “senza inganno” tornando al muro e alle sue leggi compositive e strutturali classiche. Tutto questo senza il bisogno di travestimenti di scena ma incorporando quanto di meglio ha prodotto “il prossimo tuo” e cioé il Moderno.
Grazie!”
C

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“DECADENTE” … “BAROCCHETTO” … “PROVINCIALE” …

memmo54 commented on IMCL Prize a Ettore M. Mazzola …

“Ciò che non si perdona ad Ettore è l’assoluta mancanza di riferimenti “illustri” recuperati tra i maestri internazionali. Quelli citati sulla vulgata bibliografia che ogni architetto pone innanzi a se come dichiarazione d’appartenenza
Non una citazione di alcun personaggio di spicco: non si intravede Mis Vanderrò, non si scorge Gropìus, tantomeno Le Curvasier.
Difetta anche di Dudok, Asplund, Bonatz, Oud, De Klerk ud ed altri nordici.
Ciò è letteralmente imperdonabile.
Ci si può ispirare al più lontano maestro islandese , finlandese, lappone, swahili o polinesiano..
Chiunque è benvento ed apprezzato: riconosciuto ed omaggiato.
La storia di tutti (…indistintamente “tutti”…di tutte le epoche di qualsiasi tendenza e/o ispirazione) è seriamente ed ampliamente considerata nonchè apprezzata.
Quella propria no !
Robetta, minuzie di cui non vale la pena interessarsi.
Stanche rimasticature beaux arts… al massimo “barocchetto” decadente. Le più astiose s’imperniano intono al mesto concetto di “falso storico”: come se la storia fosse solo quella nostra, contingente, e tutto il resto un sogno: incubo indotto da un demone pervicace.
Come definire quest’atteggiamento che lascia fuori, sminuisce e dileggia, per definizione, ciò che appartiene ed è sempre appartenuto alla propria cultura.
Provinciale ? Ci sono, forse, termini più adatti ?
Autolesionismo ? Cupio dissolvi ?
Eppure si sentono “impapocchiare” fumose spiegazioni sul al passo con i tempi, vagheggiamento di tempi futuri cui adeguarsi necessariamente, laboriose subornazioni della sociologia progressiva e democratica nonchè altre amenità .
M proprio questa mancanza, questo profilo quotidiano, dimenticato ma vero, è la carta vincente.
Saluto”

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“PROGRESSIVO” … “MODERNO” … “INTERNAZIONALE” …

sergio 43 commented on IL NONNO DI CORVIALE … LA MADRE DI TANTE STRONZATE …

“Già! I circoli di Quaroni e gli esagoni di Wright…Poi mescolare il tutto! ‘Sta foto è una Summa di urbanistica ! In basso a sinistra l’impianto urbano per Centocelle di Saverio Muratori, in mezzo il Piano 167 del Casilino 23 di Quaroni (nel progetto anche le scuole e la chiesa erano tanti circoli che speculavano sul senso di rotazione del quartiere. Poi non se n’è fatto niente: la chiesa dei Passarelli non è passata e, per le scuole, venne adottato una schema comprato chiavi in mano. Infatti i servizi stridono con il contesto) e in alto il tessuto fitto e caotico del Pigneto tra villini, baracche e condomini. Fate voi se questa è una città! Io che vi abito, per il calzolaio, il barbiere e altre piccole attività commerciali vado nel paesone che é Centocelle, per il footing, una déjeneur sur l’herbe, una partita a tennis o a calcetto il Casilino 23 è attrezzatissimo, per la trattoria e la pizzeria e per un pizzico di movida percorro le strade del Pigneto. Come diceva Mao: “Grande confusione sotto il cielo! La situazione è eccellente!”

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Beati i puri di cuore, perché vedranno dio … Post01 …

«La storia dell’architettura si occupa quasi senza eccezioni
dell’architettura stilistica, cioè di quella forma d’arte edilizia
ritenuta meritevole di attenzione per il suo valore intenzionalmente
estetico e palesemente orientato a forme decorative. Nella storia dell’
architettura noi studiamo generalmente la storia del gusto
architettonico attraverso le forme auliche adottate dalle costruzioni
maggiori: i templi, le chiese, i palazzi. Quali ragioni tecniche, quali
rapporti di tradizione formale e quali influenze di carattere economico
e funzionale abbiano originato queste manifestazioni non interessano
per lo più ne il mondo degli studiosi né quello degli artisti.

Nell’esame dell’ architettura stilistica ci interessa enormemente il
«come» ma non il «perché». Accettiamo il fatto compiuto ed analizziamo
la creazione del genio come una manifestazione del gusto, come una
libera espressione dello spirito al di fuori di ogni rapporto con le
ragioni pratiche del fenomeno costruttivo. Per il fatto che l’interesse
critico degli studiosi di architettura rivolge la propria attenzione
soltanto alla massima conclusione edilizia dei diversi periodi non
possiamo ne vogliamo collegare queste conclusioni con quelle premesse
puramente utilitarie, ed inizialmente costituite da esclusivi
superamenti del fatto strutturale, economico, funzionale.»

Giuseppe Pagano Pogatschnig

Per la serie la biblioteca che non ho ma che provo a costruire
Muratore permettendo, un altro libro che da tanti anni aspetto ritorni
negli scaffali delle librerie, ma ristampe del genere pare non attirino
troppo gli architetti, è questo libretto di Giuseppe Pagano in cui si
tenta di dare fondamento al moderno non su teorie pittoriche o
espressioni dei sentimenti ma su una testimonianza della tradizione non
romantica (ma chi può essere non romantico fino in fondo?).

L’arido funzionalismo, il freddo razionalismo, l’avaro minimalismo
ricondotti ad una loro possibile origine nell’architettura rurale, all’
essenzialità del fare solo il necessario, farlo bene e concedendo l’
indispensabile ad un immagine architettonica degna di questo nome,
ovvero la triade vitruviana di utilitas, firmitas e venustas
riecheggiata, più o meno esplicitamente, da Pagano stesso a inizio di
discorso.

Parto quindi, dopo Asplund – che non interrompo (prevedevo un  post
per ogni sua architettura ma, ahimé, dopo sette paragrafi fatico solo a
entrare nella meravigliosa Villa Stennäs!) – e semino tra queste pagine
, per insofferenza della vita e delle cose d’architettura che vedo,
anche un’edizione critica di questo testo nella misura delle mie
modestissime capacità.
Visiterò il libro come fosse un edificio. Se qualcuno rivendicasse
diritti di sorta (non sappiamo a chi chiedere) si faccia vivo che
cancelliamo immediatamente tutti i post da questo blog. Comunque si
rassicuri che, anche se soldi non ce ne sono, qui nessuno ha fini di
lucro e non pubblicheremo nella sua integrità il libro ma smontato a
pezzi che è pure meglio (e fosse mai che a qualche editore non venga
voglia di ristamparlo davvero).

Giancarlo Galassi :G

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CORVIALE SVELATO … APERTI GLI ARCHIVI … INTERCETTATE LE PROVE DEL COMPLOTTO …

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I COSPIRATORI … L’ORA X SI AVVICINA …

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