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ROMA TRA BARDI E BORROMINI …
Ettore Maria Mazzola commented on “TRADIZIONALE” … “AGGIORNATO” …
“Caro Memmo,
il tuo commento è verissimo e splendido, complimenti davvero!!
In materia di dettagli è utile ricordare che, a seguito del lavoro di progettazione partecipata operato da Domenico Orano e il suo “Comitato per il Miglioramento Economico e Morale di Testaccio”, e grazie alla messa in pratica delle indicazioni del Comitato da parte di Giulio Magni e Quadrio Pirani, si registrò un incredibile miglioramento comportamentale da parte dei residenti, oltre che una drastica riduzione della mortalità degli stessi, sicché il presidente dell’Istituto Romano Case Popolari, Malgadi, nel 1918, nel testo “il nuovo gruppo di case al Testaccio” potè affermare: «Parlare di arte in tema di case popolari può sembrare per lo meno esagerato; ma non si può certo negare l’utilità di cercare nella decorazione della casa popolare, sia pure con la semplicità imposta dalla ragione economica, il raggiungimento di un qualche effetto che la faccia apparire, anche agli occhi del modesto operaio, qualche cosa di diverso dalla vecchia ed opprimente casa che egli abitava […] Una casa popolare che, insieme ad una buona distribuzione degli appartamenti unisca un bello aspetto esteriore, è preferita ad un’altra […] e dove questo vi è si nota una maggior cura da parte degli inquilini nella buona tenuta del loro alloggio e in tutto ciò che è comune con gli alloggi del medesimo quartiere […] Una casa che piace si tiene con maggiore riguardo, ciò vuol dire che esercita anche una funzione educativa in chi la abita» fu così che l’ICP coniò lo slogan “La Casa Sana ed Educatrice”.
Purtroppo, durante il fascismo e la sua politica a favore dei privati costruttori a discapito dell’ICP, avvenne un bombardamento mediatico da parte dell’industria edilizia che investiva a Roma pur non essendo romana, spesso nemmeno italiana, questa, tramite Moderne Bauformen, Casabella, La Nuova Architettura, ecc. accusava gli edifici popolari romani di essere dei «vani tentativi di nobilitare le “case popolari” con strumenti eccessivi e ridondanti di decorazioni». Questi “nuovi filantropi” sostenevano che «alcune case sembravano ministeri, mentre altre sembravano costruite da Borromini per un cardinale».
Così, nel 1930, Giuseppe Nicolosi si spinse a sostenere che si dovesse «badare maggiormente ai problemi funzionali ed ai costi di esecuzione», poiché riteneva che «la casa popolare mantiene alcune caratteristiche della casa media che incidono notevolmente sui costi, per cui è necessario ridurre alcuni spazi che non rappresentano un reale fabbisogno» … infatti i suoi edifici alla Garbatella sono i più brutti e spersonalizzanti dell’intero quartiere.
Ovvio che queste idee divenissero quelle egemoni, specie dopo che era stata mostrata al Duce l’idiota “Tavola degli Orrori” di Pier Maria Bardi cambiandogli il modo di intendere l’architettura! Era troppo allettante l’idea di tagliare le gambe all’artigianato edilizio puntando all’industrializzazione … solo che, conti alla mano (si vedano i dati che ho pubblicato in “La Città Sostenibile è Possibile”, Gangemi 2010), quegli edifici che si accusava essere troppo costosi, in realtà sono costati meno della metà di quelli industriali, nonché di quelli odierni e, spesso e volentieri, sono stati costruiti in tempi brevissimi (lotto 24 della Garbatella in tre mesi, edifici di Pirani sulla piazza di San Saba in 4, intero quartiere degli “sbaraccati e sfollati” di G.B. Trotta alla Garbatella in 6, ecc.) e, molto spesso, non sono ancora mai stati restaurati … un bel risparmi per le casse pubbliche, non pensate??
Ancora grazie Memmo!”
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“La passeggiata critica” … della Pantera …
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CORNICI … CORNICIONI … CORNICETTE …
ELOGIO DELLA CORNICE
Capita di riconoscere e di ritrovare tanta qualità e intelligenza architettonica più sovente in un dettaglio del passato, in una vecchia modanatura, in un’antica decorazione, piuttosto che in un edificio, in un piano, in un intero quartiere moderni. L’attenzione alla piccola scala, alla qualità dell’esecuzione, ai significati e all’espressività di una modanatura, di una finestra, di un portone, di un decoro, di un vano scala, di un piccolo androne, era pratica diffusa e cautamente o spregiudicatamente ricercata all’interno di una pratica professionale e di una disciplina artistica che si sono progressivamente allontanate dai luoghi e dai materiali di un mestiere fatto, anche e soprattutto, di queste cose. Perdita di un aspetto minore; ma non marginale, della specifica attività disciplinare dell’architetto che si è andata progressivamente accompagnando ad una più generale e diffusa perdita di significato del lavoro semplice, ma colto, che era e resterà, per sempre, alla base di ogni buona architettura.
La vera architettura è sempre stata, al fondo e soltanto «una cosa semplice, fatta bene», ma oggi sappiamo che si producono solo cose frettolose, malfatte, artificiose e inutilmente complicate.
Così è nella pratica professionale, così è nella scuola, così nelle amministrazioni pubbliche e private.
La semplicità e la chiarezza di un buon lavoro diventano oggi la soglia inattingibile di un mitologico approdo, quasi mai, neppure, sfiorato.
Ed ecco perciò l’importanza di una riscoperta e di un recupero di valori e di significati lentamente stratificati nel tempo e nella abitudine edilizia da intere generazioni rimaste talvolta e per intero sconosciute, ma che hanno lasciato segni profondi nella fisionomia della nostra città attraverso la fatica di un esercizio quotidiano fatto di artigianalità e di amore per il proprio lavoro, di rispetto dei ruoli, delle regole, delle persone, delle competenze e delle personalità.
La frettolosa «semplicità» del moderno, che si è cosi spesso trasformata nel silenzio disperato, rumoroso e coatto della babele contemporanea ove tutto parla e comunica, urla e trasmette, eppure nulla più si ascolta e si comprende, ha fatto perdere anche il gusto per la vita degli oggetti, per il linguaggio semplice delle cose, per il volto domestico, popolare e quotidiano, per l’immagine stessa delle case.
E cosi riscopriamo, nella città di ieri una città sommersa, una città rozzamente accantonata dai libri e dalle “storie”, una città nella città con le sue case compunte, bizzarre, colte, comunque “civili” che vanno ricercando il loro ruolo in una presenza dignitosa, il loro senso in un decoro elementare.
Case romane costruite ancora ieri alla maniera degli antichi, etichettate in un tempo recente ancora del dispregiativo di «barocchetto», ville e «villini», palazzi e «palazzine», costruiti con cura e cultura da giovani architetti che avevano amorevolmente e argutamente ripercorso vicoli e piazze per fissarne un’ immagine di cui si sono persi poi il nome e la memoria stessi.
Scrivevano allora quegli architetti, ma volentieri possiamo sottoscriverIo ancora oggi:
“L’ambiente romano è formato da una congerie di piccole case senza nome, accumulate nel corso dei secoli, dalle riedificazioni che la città ebbe dal Rinascimento in poi, e in modo speciale è costituito dagli innumerevoli esemplari di architettura minore dell’epoca delta barocca: opera quasi sempre di maestri modesti e ignoti, ricca di fogge, variata nei dettagli, ingegnosa nelle soluzioni … “.
E quelle case erano un campionario fantasioso di soluzioni «alla romana», un elenco inesauribile di forme e di creazioni minute. un dizionario di grandi e soprattutto piccoli gesti eroici che hanno fatto della Roma post-umanistica il più grande laboratorio architettonico dal quale, non a caso, sono nate le espressioni più vitali della città contemporanea.
Cornici, cornicioni, lesene, paraste, finestre, portali, balconi, statue, fregi, stucchi, simboli, allegorie, si intrecciano e si accavallano per dar vita al più ricco repertorio di «fenomeni» e di simboli architettonici della penultima modernità.
Le case stesse diventano il luogo di questa rappresentazione ove la teatralità dell’immagine prende forma nei volti delle «facciate» diverse che si confrontano, si osservano, si inseguon, si inarcano, si piegano, sì corrugano e si distendono nel viluppo complesso della città amata, vissuta e compresa da tutti. L’angolo diventa il luogo di una svolta che si fa metafora di una realtà più complessa, si carica di segni, di simboli e di significati:
“più frequenti sono le cantonate dalle modanature fini e delicate, col canto trasformato in una bacchettina tonda e i fianchi marcati dalle lesene terminali dei vari piani d’ossatura e di paramento. In questi casi l’angolo del cornicione ne gode, e si arricchisce di tutta una festa di ugnature e di sporti, sovente del tutto nudi d’ornati, ma fine e gaia che è un gusto a vedere … “.
La cornice, diventa più oltre cornicione, chiude verso l’alto e rinserra l’insieme delle forze espresse e comunicate dall’intera facciata:
“Il cornicione barocco è di tutta la casa e specialmente della cantonatura degno coronamento. Contrariamente a quanto avviene altrove, si può dire che a Roma il cornicione non manchi mai, appena un edificio acquista quel modesto grado di decoro che lo fa passare dalla classe dei fabbricati meramente utilitari a quelli appena, appena architettonici …”
Sopra ancora, altro elemento tipico dell’edilizia romana, il coronamento finale che chiude e conclude la stesura complessiva per cui:
“ … non è raro il caso qualificato altrove di cornice alla romana – in cui al di sopra un cornicione avente il suo pieno svolgimento, nasca di nuovo un piccolo attico portante il tetto, colla sua gronda uscente appena dal filo del muro … “.
E se questa era la voce di quel gruppo di giovanissimi, tra cui Marchi, De Renzi e Ciarrocchi, che fu tra i primi alla base del rinnovamento e dello sviluppo dell’architettura romana tra gli ultimi anni venti ed i primi anni trenta, come non ricordare ancora quell’accorato «elogio della modanatura» che, in epoca ben altrimenti indirizzata e ideologicamente dominata, negli anni del travolgente neorealismo, il grande Moretti tesseva all’indirizzo dell’architettura romana di tutti i tempi?
“ … Ogni cosa visibile comunica con noi per la sua superficie. E il discorso o il canto di una superficie di architettura … si concentra … nelle modanature. La forma delle cornici convoglia le ragioni di una facciata e le rivela con più forza … Le
cornici sono gli spazi di un’architettura ove la massima realtà si addensa … ”.
G.M.
in”MAGAZINE” n.2, aprile 1990
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“Ma chi sei Cacini ?” …
memmo54 commented on “TRADIZIONALE” … “AGGIORNATO” …
“Qualcosa non torna !
Si apprezza la città italiana ma la si vorrebbe costrutta da solenni cubi di calcestruzzo, da “svettanti” prismi di vetro, o recinta da mesti e modesti muri di mattoncini rallegrati da aperture perdipiù casuali e disparate. Senza rinunciare al gagliardo dettaglio; allo “stacchetto” dell’esile e slanciato pilastrino che sorregge la plastica soprastante ovvero all’entusiasmante quanto pomposamente definito “attacco a terra” ; che attacco non è ma fonte imperitura di preoccupazione per i malcapitati esecutori e gli ingenui clienti.
Ciò perchè si ritiene necessario, sopra ogni cosa, essere attori del proprio tempo; armare la prora e darsi lo slancio, farsi valere, accettare le sfide intavolando un dialogo intimo con il Nulla o la Divinità; ammirevole gioco di scoperta ed avventura ma in fondo lusinga di vanità. Troppo poco, troppo individuale Troppo immorale. L’ imbarazzante apostrofe a Roma potrebbe essere : “ma chi sei Cacini ?”
Ruolo, dunque, difficilissimo e temo senza speranza dal momento che questo cambia perfino nel breve tragitto che separa l’abitazione dallo studio.
La mentalità parapositivista del continuo superamento dell’ “in fieri” perenne ha mostrato la corda, e prodotto molti disastri; nel territorio, nella società, nell’economia; non ultimo quello che viviamo ora: un castello di carte afflosciatosi miseramente; dozzinale gioco da fiera perversamente coniugato con la peggiore catena di Sant’Antonio elevata a livelli planetari.
Però anche i cuori più semplici intendono che non è precisamente la stessa cosa (… o equipollente…) una Venezia o una Firenze in cui si sostituiscano gli edifici esistenti con copie semplificate ed aggiornate (..all’ultimo quarto d’ora..poi si vedrà..)
Non c’è “classicismo moderno” che tenga; neppure nella più larga e benevola accezione.
Non me ne vogliano i simpatici sostenitori cui auguro cattedre od incarichi fino a rifiuto.
Ciò che fa la differenza, tra un moderno “quartiere italiano” fatto di cubetti di cls e quanto ancora rimasto, sterminato e forse irriducibile patrimonio dell’umanità, è il linguaggio e/o lo stile (… orribile dictu !…).
Fatto di elementi propriamente linguistici come colonne, architravi, “cornicette”, stipiti, archi e quant’altro nonchè materiali tratti dallo stesso contesto geografico (…che ne sarebbe del “trullo di Pagano” se fosse costruito in calcestruzzo: un arredo del pianeta di Papalla…) veri o citati come i biscottoni d’intonaco visti qualche post addietro. Questo governa la lettura ed il riconoscimento, l’inquadramento concettuale, del manufatto all’interno del proprio ecumene.
Tra i tanti elencati da Ettore qualcuno in qualche, rara, occasione ha dato prova di notevole acume e padronanza del mestiere. Tuttavia il più delle volte si è trattato di vestire con la ricchezza di un linguaggio completo modestissimi stabili costituiti da banali serie di cellule affiancate.
Eppure il risultato non è stato affatto deludente o di molto inferiore agli esempi più chiari.
La “dolcissima” portineria apparsa qualche giorno addietro non sta alla pari con gli ingressi che Sabbatini realizzava (…udite…udite..) nelle case “quasi popolari” a costi più che concorrenziali eppure quelle quattro decorazioni, le modiche cimase sulle cassette delle lettere, le porte bugnate, quel semplice pavimento, alludono inequivocabilmente all’architettura più grande cui si dichiarano devote .
Inferiori ma non in-significanti.
Orbene cercare di comporre qualcosa dandosi un vocabolario limitatissimo di pochi incerti simboli spesso misteriosi ed incomprensibili ai più (…non tutti i cittadini vanno in giro con le planimetrie del proprio caseggiato…anche se a qualcuno – e penso al Corviale – farebbe comodo per rincasare …) , è impresa vana e senza costrutto. Si finisce nel puro calcolo combinatorio: nell’Architettura di Babele.
Omero, Virgilio, Dante, Shakespeare, sono ancora efficaci (…mi scappa …” immortali”…) perchè accanto ai contenuti hanno sciorinato un linguaggio all’altezza: l’Iliade senza il verso sarebbe il verbale delle peripezie d’un uomo arrabbiato; la Commedia una noioso resoconto di timori e fobie.
Il linguaggio “è” , senza mezzi termini o infingimenti “il mondo”
E cosa data: ci appartiene e noi gli apparteniamo. L’abbiamo nel sangue (..o nei geni.. per non deludere gli scienziati…) tutti: anche coloro che danno a vedere di non curarsene.
Sembra molto illogico pensare che Ettore non l’abbia al pari di tutti gli altri.
Ci sarà da lavorare parecchio; in tanti lo vedono ancora come fumo negli occhi; obnubilati dall’ideologia modernista (..e qui Ettore ha ragione da vendere..) che ha distrutto cuori e menti.
Tornare ad essere sinceri con se stessi sarebbe già un passo avanti…aiuterebbe a capire…
Saluto”
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