“TRADIZIONALE” … “AGGIORNATO” …

ctonia commented on “DECADENTE” … “BAROCCHETTO” … “PROVINCIALE” …

“Mannò, caro Memmo… Hai un’idea della progettazione un po’ meccanicistica.
A quanto ottimamente scritto da Giancarlo nel thread di riferimento, aggiungo che Ettore è il massimo dello “stilismo”: difficilmente lo si può presentare come uno “spontaneo” interprete dell’architettura tradizionale italiana etc etc, come se avesse nelle mani e nella mente il modo di costruire dei nostri padri e riuscisse ad esprimerlo “direttamente”, come cantando un’aria di Verdi. La scelta di Ettore è lucida, intellettuale, e perciò perfettamente astratta. Ed è tipicamente architettonica, malgrado lui ambisca moltissimo a non essere considerato “architetto” nel senso deleterio che attribuisce alla condizione attuale di questo mestiere millenario. Questa scelta la rispetto ma non la condivido, preferisco tentare di essere “classicamente moderno” e non preoccuparmi troppo della mia epoca, che passerà e sarà sostituita da un’altra, e poi un’altra ancora e sino a quando Dio vorrà. Ettore invece, e molti suoi colleghi soprattutto americani, sono convinti che la forma antica – ripresa letteralmente tramite fotocopie anastatiche e in chiarissima funzione di reazione estetica all’oggi – possa riportare in vita un tempo che non c’è più. Poi ogni tanto realizzano qualche edificio in telai di calcestruzzo armato e lo rivestono con queste belle madeleines, previamente renderizzate con filtri anticheggianti.
Ad ognuno il suo tempo, o meglio la sua reazione al tempo presente. Però concedeteci almeno una nicchia nella quale di reagire al tempo non ce ne può importare di meno. Vogliamo progettare nel tempo che ci è capitato in sorte, e in questo “farci valere”, come scriveva il buon vecchio Mies. Per noi, per me, i maestri antichi e moderni sono contemporanei: ma non certo per le loro belle forme intese in senso letterale! Del Corviale di Ettore può andarmi bene l’idea spaziale della città compatta italiana, d’accordo, ma perché la devo imbellettare con madeleines da imbalsamatore?
Oggi l’unico architetto che io conosca, oltre all’ottimo Gilles Perraudin, che proponga un ritorno al costruire tradizionale aggiornato tecnologicamente è Massimo Carmassi: il muro portante, un’architettura fatta di masse pesanti e stabili, un’idea antica di spazi solenni e atemporali capaci di accogliere qualsiasi funzione, costruiti “senza inganno” tornando al muro e alle sue leggi compositive e strutturali classiche. Tutto questo senza il bisogno di travestimenti di scena ma incorporando quanto di meglio ha prodotto “il prossimo tuo” e cioé il Moderno.
Grazie!
C

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15 risposte a “TRADIZIONALE” … “AGGIORNATO” …

  1. Michele Granata ha detto:

    Bravo Ctonia!
    Chiaro, semplice lineare
    Complimenti!

    • MAURO RISI ha detto:

      Grazie Cristiano, vedere scritto che i Maestri antichi e moderni sono contemporanei, risentire parlare dell’Altro Moderno di Semerani..di un Classicismo Moderno, un po’ i conforta….in un periodo dove vedo sbriciolarsi i portici dei paesi dove vivo e lavoro, le volte delle chiese, dove sono entrato tante volte, cadute sulle persone, oppure non ritrovo più le case rurali della nostra memoria……

      Come non accorgersi, poi, edifici e fabbriche crollati che avevano pochi anni di vita simbolo di un “professionismo” e una “pianificazione” che hanno progettato, speculando sulla nostra sicurezza, facendo finta che l’antisismica non esistesse.

      Perdonatemi lo sfogo.

      Con “la morte nel cuore”,

      MAURO dalla bassa modenese

  2. stefano nicita ha detto:

    Questo si che ci piace!! E’ uno dei migliori esempi dell’architettura contemporanea italiana. Tradizione nel materiale e nella sua massa, innovazione nelle scelte architettoniche, vedi attacco a terra, basamento e coronamento, fuori da ogni “stilismo”. Sottoscrivo!!
    Carmassi ha le idee molto chiare, basta leggere il suo pezzo sull’Almanacco di Casabella:
    http://dovelarchitetturaitaliana.blogspot.it/2012/04/troppo-o-troppo-poco-la-difficolta-del.html

  3. ettore maria mazzola ha detto:

    Purtroppo Cristiano, tu se troppo lobotomizzato dallo storicismo per poterti accorgere che nei miei progetti non esiste alcuna fotocopia anastatica nemmeno di miei altri progetti.
    Ti indigni davanti a ciò che la sociologia e la psicologia hanno dimostrato assolutamente indispensabile: I DETTAGLI! E non da ora, ma già dagli studi eseguiti 100 anni fa, ovvero quando partirono i “piallatori” come i tuoi idoli.
    A proposito, tu e i tuoi omologhi non vi indignate affatto di fare le copie anastatiche dei vostri idoli per i vostri progetti, quella non è “falsificazione” o “stilismo”.
    Nessuno ha mai messo in dubbio che tra gli architetti interessati alla tradizione ci siano molti, specie americani come tu sottolinei, personaggi che lavorano col copia incolla meccanico e “godono” solo davanti all’uso di quello che loro considerano l’unico linguaggio classico, facendo grande confusione e disinteressandosi all’urbanistica, ma questo non fa di tutta l’erba un fascio
    Ma che te lo dico a fare, continua nelle tue convinzioni, non c’è peggior sordo di chi non sappia (e voglia) ascoltare.
    Le tue accuse, oltre ad essere infondate sono davvero patetiche, anche perché sono il copia incolla dei patetici discorsi triti e ritriti dei docenti e dei critici che non conoscono la differenza tra “storia” e “storicismo”.
    Il giorno in cui gli architetti sapranno fare a meno della rivalità forse si riuscirà ad essere tutti più onesti e rispettare maggiormente il lavoro altrui e, soprattutto la gente comune, spesso vittima delle elucubrazioni degli architetti

    • MAURO ha detto:

      Egr, Mazzola,
      io condivido quanto riportato da Cristiano, come metodologia progettuale, ma questo conta poco (la mia opinione, intendo conta poco, non di certo il pensiero di Cristiano, per evidenti “riferimenti” universitari comuni).
      Non per insegnare nulla, contrariamente al Suo solito atteggiamento “saccente”, ma parli di SPAZIO, poi, eventualmente, di dettagli, di COMPOSIZIONE che diventa SPAZIO, si confronti con la “storia” di un luogo, con le “figure” architettoniche che quel luogo, nel senso più ampio del termine, esprime.
      Non replichi, all’infinito, forme e “stilemi”, al limite della caricatura di “cartapesta”, ricreando cornici e davanzalini che sormontano improbabili portichetti; il tutto avulso dal contesto e dal luogo. Se replica gli stessi elementi del CORVIALE al tessuto edilizio di Pieve di Cento commette un errore storico, ancor prima che progettuale.
      Io a Pieve di Cento ci ho vissuto, conosco la storia millenaria dell’evoluzione urbanistica dei nostri territori: il portico, la sua valenza sociale, la facciata delle cortine, lo spazio a corte et etc etc. Le sue “repliche” non tenevano assolutamente conto di queste conoscenze che Lei ha dimostrato di non avere.
      saluti
      MAURO

      • ettore maria mazzola ha detto:

        Caro Mauro,
        anche tu, opportunamente manipolato dalla stessa scuola di Cristiano, lanci parole insulse che non hanno alcun senso, poiché il metodo che tu suggerisci è esattamente quello che seguo, mentre non si può dire la stessa cosa da chi faccia porcherie stravaganti che poi pretende di imporre alla gente inerme. Quanto a Pieve di Cento, io non ho mai fatto alcun progetto a Pieve di Cento, lo hanno fatto eventualmente come esercitazione accademica i miei studenti (e quelli di altri 2 docenti) ai quali ho dato carta bianca e, che tu voglia accettarlo o meno, lo hanno fatto in base ad un processo partecipativo con gente e professionisti del posto. Alcuni con successo, alcuni altri indubbiamente meno. Detto ciò, renditi conto che probabilmente a Pieve di Cento, chi non è stato lobotomizzato nella facoltà di architettura e/o ingegneria ama l’architettura tradizionale e non le pippe mentali degli architetti autoproclamatisi “architetti moderni”.

      • scarpa ha detto:

        Egregio Ettore Maria
        Sono 20 anni che studio, pubblico e faccio ricerche sui territori di Pieve di Cento e, più in generale, sui territori tra Ferrara, Bologna e Modena.
        Quindi figuriamoci se accetto lezioni da chi è solo capace di offendere chi si permette di esprimere una opinione su un lavoro.
        Si legga un po’ di storia sull’urbanistica di quei territori, frequenti un po’ di archivi (per conoscere le matrici e l’evoluzione del territorio urbanizzato, così come statuti sulla navigazione e l’evoluzione “geometrica” del territorio) si confronti con studiosi del territorio che hanno titoli e titoli pubblicati; faccia ricerca invece di presentarsi con quattro studenti, da Lei coordinati, pensando di insegnare senza essere sottoposto a critiche nel nome dei “processi partecipativi”……
        Pertanto impari a rispettare gli altri e, poi, si confronti con onestà intellettuale.
        Circa le accuse di pippe mentali, è una questione di eleganza nell’esprimersi…….
        Per mia fortuna Lei non era tra i miei insegnanti in quell’università che, a suo dire, mi avrebbe lobotomizzato la testa: si fidi, per cultura, in particolare uno dei miei Docenti, l’avrebbe fatta sbiancare…….

        Mauro

  4. memmo54 ha detto:

    Qualcosa non torna !
    Si apprezza la città italiana ma la si vorrebbe costrutta da solenni cubi di calcestruzzo, da “svettanti” prismi di vetro, o recinta da mesti e modesti muri di mattoncini rallegrati da aperture perdipiù casuali e disparate. Senza rinunciare al gagliardo dettaglio; allo “stacchetto” dell’esile e slanciato pilastrino che sorregge la plastica soprastante ovvero all’entusiasmante quanto pomposamente definito “attacco a terra” ; che attacco non è ma fonte imperitura di preoccupazione per i malcapitati esecutori e gli ingenui clienti.
    Ciò perchè si ritiene necessario, sopra ogni cosa, essere attori del proprio tempo; armare la prora e darsi lo slancio, farsi valere, accettare le sfide intavolando un dialogo intimo con il Nulla o la Divinità; ammirevole gioco di scoperta ed avventura ma in fondo lusinga di vanità. Troppo poco, troppo individuale Troppo immorale. L’ imbarazzante apostrofe a Roma potrebbe essere : “ma chi sei Cacini ?”
    Ruolo, dunque, difficilissimo e temo senza speranza dal momento che questo cambia perfino nel breve tragitto che separa l’abitazione dallo studio.
    La mentalità parapositivista del continuo superamento dell’ “in fieri” perenne ha mostrato la corda, e prodotto molti disastri; nel territorio, nella società, nell’economia; non ultimo quello che viviamo ora: un castello di carte afflosciatosi miseramente; dozzinale gioco da fiera perversamente coniugato con la peggiore catena di Sant’Antonio elevata a livelli planetari.
    Però anche i cuori più semplici intendono che non è precisamente la stessa cosa (… o equipollente…) una Venezia o una Firenze in cui si sostituiscano gli edifici esistenti con copie semplificate ed aggiornate (..all’ultimo quarto d’ora..poi si vedrà..)
    Non c’è “classicismo moderno” che tenga; neppure nella più larga e benevola accezione.
    Non me ne vogliano i simpatici sostenitori cui auguro cattedre od incarichi fino a rifiuto.
    Ciò che fa la differenza, tra un moderno “quartiere italiano” fatto di cubetti di cls e quanto ancora rimasto, sterminato e forse irriducibile patrimonio dell’umanità, è il linguaggio e/o lo stile (… orribile dictu !…).
    Fatto di elementi propriamente linguistici come colonne, architravi, “cornicette”, stipiti, archi e quant’altro nonchè materiali tratti dallo stesso contesto geografico (…che ne sarebbe del “trullo di Pagano” se fosse costruito in calcestruzzo: un arredo del pianeta di Papalla…) veri o citati come i biscottoni d’intonaco visti qualche post addietro. Questo governa la lettura ed il riconoscimento, l’inquadramento concettuale, del manufatto all’interno del proprio ecumene.
    Tra i tanti elencati da Ettore qualcuno in qualche, rara, occasione ha dato prova di notevole acume e padronanza del mestiere. Tuttavia il più delle volte si è trattato di vestire con la ricchezza di un linguaggio completo modestissimi stabili costituiti da banali serie di cellule affiancate.
    Eppure il risultato non è stato affatto deludente o di molto inferiore agli esempi più chiari.
    La “dolcissima” portineria apparsa qualche giorno addietro non sta alla pari con gli ingressi che Sabbatini realizzava (…udite…udite..) nelle case “quasi popolari” a costi più che concorrenziali eppure quelle quattro decorazioni, le modiche cimase sulle cassette delle lettere, le porte bugnate, quel semplice pavimento, alludono inequivocabilmente all’architettura più grande cui si dichiarano devote .
    Inferiori ma non in-significanti.
    Orbene cercare di comporre qualcosa dandosi un vocabolario limitatissimo di pochi incerti simboli spesso misteriosi ed incomprensibili ai più (…non tutti i cittadini vanno in giro con le planimetrie del proprio caseggiato…anche se a qualcuno – e penso al Corviale – farebbe comodo per rincasare …) , è impresa vana e senza costrutto. Si finisce nel puro calcolo combinatorio: nell’Architettura di Babele.
    Omero, Virgilio, Dante, Shakespeare, sono ancora efficaci (…mi scappa …” immortali”…) perchè accanto ai contenuti hanno sciorinato un linguaggio all’altezza: l’Iliade senza il verso sarebbe il verbale delle peripezie d’un uomo arrabbiato; la Commedia una noioso resoconto di timori e fobie.
    Il linguaggio “è” , senza mezzi termini o infingimenti “il mondo”
    E cosa data: ci appartiene e noi gli apparteniamo. L’abbiamo nel sangue (..o nei geni.. per non deludere gli scienziati…) tutti: anche coloro che danno a vedere di non curarsene.
    Sembra molto illogico pensare che Ettore non l’abbia al pari di tutti gli altri.
    Ci sarà da lavorare parecchio; in tanti lo vedono ancora come fumo negli occhi; obnubilati dall’ideologia modernista (..e qui Ettore ha ragione da vendere..) che ha distrutto cuori e menti.
    Tornare ad essere sinceri con se stessi sarebbe già un passo avanti…aiuterebbe a capire…
    Saluto

    • ctonia ha detto:

      Memmo, è molto comodo ripararsi dietro un bivio: o avanguardismo o “architettura come la intendiamo noi”. Sembra che non ci siano altre strade, è facile, automatico, rassicurante.
      Invece i sentieri si biforcano molte volte, I’m sorry, e non da oggi per fortuna!
      Tra l’outlet di Ettore e lo stupido avanguardismo contemporaneo, per fortuna c’è l’architettura.
      Tu parli di ecumene. Bellissima immagine. Io vorrei appartenere all’ecumene dell’uomo mediterraneo classico e apostolico romano. Voi mi sembrate più gotico-tedeschi cioé anglo-sassoni :)
      saluti
      c

      • ettore maria mazzola ha detto:

        Cristiano,
        piuttosto che accusare il mio progetto di essere un “outlet” semplicemente per offendere senza avere argomenti, faresti bene a preoccuparti dell’hangar che hai spacciato per chiesa nello scandaloso concorso per la Nuova Chiesa Sussidiaria di Piacenza (http://ctonia.files.wordpress.com/2011/03/c-gruppo-andrea-ricci-1.jpg) non era per caso il frutto di ciò che disprezzi definendolo “avanguardismo contemporaneo”?
        Non ti conviene metterla sul personale, perché hai davvero pochissimi argomenti e molti scheletri nell’armadio, rimettigi in carreggiata e discuti civilmente, poi ne riparliamo

    • ettore maria mazzola ha detto:

      Caro Memmo,
      il tuo commento è verissimo e splendido, complimenti davvero!!
      In materia di dettagli è utile ricordare che, a seguito del lavoro di progettazione partecipata operato da Domenico Orano e il suo “Comitato per il Miglioramento Economico e Morale di Testaccio”, e grazie alla messa in pratica delle indicazioni del Comitato da parte di Giulio Magni e Quadrio Pirani, si registrò un incredibile miglioramento comportamentale da parte dei residenti, oltre che una drastica riduzione della mortalità degli stessi, sicché il presidente dell’Istituto Romano Case Popolari, Malgadi, nel 1918, nel testo “il nuovo gruppo di case al Testaccio” potè affermare: «Parlare di arte in tema di case popolari può sembrare per lo meno esagerato; ma non si può certo negare l’utilità di cercare nella decorazione della casa popolare, sia pure con la semplicità imposta dalla ragione economica, il raggiungimento di un qualche effetto che la faccia apparire, anche agli occhi del modesto operaio, qualche cosa di diverso dalla vecchia ed opprimente casa che egli abitava […] Una casa popolare che, insieme ad una buona distribuzione degli appartamenti unisca un bello aspetto esteriore, è preferita ad un’altra […] e dove questo vi è si nota una maggior cura da parte degli inquilini nella buona tenuta del loro alloggio e in tutto ciò che è comune con gli alloggi del medesimo quartiere […] Una casa che piace si tiene con maggiore riguardo, ciò vuol dire che esercita anche una funzione educativa in chi la abita» fu così che l’ICP coniò lo slogan “La Casa Sana ed Educatrice”.
      Purtroppo, durante il fascismo e la sua politica a favore dei privati costruttori a discapito dell’ICP, avvenne un bombardamento mediatico da parte dell’industria edilizia che investiva a Roma pur non essendo romana, spesso nemmeno italiana, questa, tramite Moderne Bauformen, Casabella, La Nuova Architettura, ecc. accusava gli edifici popolari romani di essere dei «vani tentativi di nobilitare le “case popolari” con strumenti eccessivi e ridondanti di decorazioni». Questi “nuovi filantropi” sostenevano che «alcune case sembravano ministeri, mentre altre sembravano costruite da Borromini per un cardinale».
      Così, nel 1930, Giuseppe Nicolosi si spinse a sostenere che si dovesse «badare maggiormente ai problemi funzionali ed ai costi di esecuzione», poiché riteneva che «la casa popolare mantiene alcune caratteristiche della casa media che incidono notevolmente sui costi, per cui è necessario ridurre alcuni spazi che non rappresentano un reale fabbisogno» … infatti i suoi edifici alla Garbatella sono i più brutti e spersonalizzanti dell’intero quartiere.
      Ovvio che queste idee divenissero quelle egemoni, specie dopo che era stata mostrata al Duce l’idiota “Tavola degli Orrori” di Pier Maria Bardi cambiandogli il modo di intendere l’architettura! Era troppo allettante l’idea di tagliare le gambe all’artigianato edilizio puntando all’industrializzazione … solo che, conti alla mano (si vedano i dati che ho pubblicato in “La Città Sostenibile è Possibile”, Gangemi 2010), quegli edifici che si accusava essere troppo costosi, in realtà sono costati meno della metà di quelli industriali, nonché di quelli odierni e, spesso e volentieri, sono stati costruiti in tempi brevissimi (lotto 24 della Garbatella in tre mesi, edifici di Pirani sulla piazza di San Saba in 4, intero quartiere degli “sbaraccati e sfollati” di G.B. Trotta alla Garbatella in 6, ecc.) e, molto spesso, non sono ancora mai stati restaurati … un bel risparmi per le casse pubbliche, non pensate??
      Ancora grazie Memmo!

  5. ctonia ha detto:

    Caro Ettore, è tutto pubblico e pubblicato, niente da nascondere e infatti è già la seconda volta che pensi di farmi un dispiacere mettendo quel link! Sei fantastico, continua così. Quello è il nostro progetto di primo grado, poi c’è il secondo grado che certamente è più maturo e naturalmente lo preferisco.
    Se vuoi parlare di architettura ecclesiastica, a disposizione. Di outlet non ne so molto…
    baci
    c

  6. Pietro Pagliardini ha detto:

    Come ti è noto, ctonia, non sono un sostenitore di Carmassi, che ho conosciuto in due occasioni a distanza di anni ricavandone un’impressione, umana e intellettuale, completamente diversa. Molto più matura e umanamente vera l’ultima. Non voglio però insistere su fatti più personali in mancanza di documentazioni dato che, all’ultimo convegno sul Vasari ad Arezzo, non potei filmare proprio il suo intervento in cui bacchettò solennemente due giovani promesse (e anche qualcosa di più che promesse) dell’architettura italiana, condannandone non solo l’architettura (usò parole forti davvero) ma anche l’atteggiamento prosopopeico rispetto a questa. Ricordo che alla fine disse: se avessi saputo di dover venire ad una roba del genere sarei rimasto a casa (o qualcosa del genere). Ebbene quelle parole, che io e altri applaudimmo, le avrebbe potute dire E.M. Mazzola e sarebbe stato trucidato.
    Ma questi sono accessori, veniamo all’essenziale. L’architettura di Carmassi, pur certamente impostata sulla massa muraria, non è meno falsa o non è più vera di altre. Non ha nulla di tradizionale, non crea spazi “costruiti “senza inganno” tornando al muro e alle sue leggi compositive e strutturali classiche”. Tu saprai come sono costituiti e costruiti i suoi muri: un muro a sacco con i due paramenti in mattoni al cui interno c’è …..calcestruzzo. Questo muro è di Carmassi. Punto. Ma non ha alcuna logica costruttiva, non è diverso da un telaio in c.a. rivestito di mattoni, anzi è diverso perchè peggiore, nel senso che non potresti certo costruire in questo modo una civile abitazione.
    Questo modo di costruire è la “poetica” di Carmassi o se preferisci il marchio Carmassi, un modo intelligente di vendersi come architetto del rigore, ma giraci intorno quanto vuoi, tutto si riduce al mi piace o non mi piace, allo stile Carmassi. Non cercare, perchè non le troverai, coerenze impossibili tra tipologia e costruzione. Fare un progetto di case popolari come un acquedotto romano è una bella “trovata”, lo ammetto, ma spiegami perchè le residenze devono essere uguali ad un acquedotto se non per stupire. Spiegami da un punto di vista compositivo i suoi muri di forma lenticolare ripetuti all’infinito ovunque.
    Vieni ad Arezzo e guarda il cimitero. Carmassi chiama quello spazio compreso tra la parete del cimitero, il muro curvo e il muro ad archi “piazza”, che solo occasionalmente, secondo lui, è utilizzato come parcheggio. Cazzata colossale: quello è un parcheggio e non potrebbe essere altro. Non c’è nessuno spazio “costruito senza inganno” nel senso che quello non è uno spazio, se non di servizio all’esaltazione dei suoi muri, ricchi di massa muraria ma estremamente astratti, uno spazio ancillare all’architetto.
    Poichè l’uomo è intelligente e colto, non posso pensare che lui pensasse davvero potesse essere in alcun modo una piazza, quindi ci gioca, o meglio ci ha giocato sopra. E vi è chi ha abboccato. Lo dico al passato perchè adesso ha lasciato la professione (me lo ha detto lui). Non dico che non sia meglio abboccare a Carmassi che alle infinite stupidità che circolano, su questo sono del tutto d’accordo con te, consapevole che il meglio è nemico del bene. Però, paradossalmente, è un’esca culturalmente più subdola perchè sotto il profilo della composizione geometrica, astratta dal materiale, è la stessa di qualsiasi architettura moderna.
    Lo stile esiste, c’è quello migliore di cui parla memmo54 e c’è quello peggiore dell’outlet, ma voler continuare a negarne l’esistenza perpetra l’equivoco della impossibile ricerca del “classico-moderno”, vera contraddizione di termini: anche la lingua nel linguaggio conta.
    Detto questo, rivolgo un saluto deferente e cordiale a Carmassi, se mi legge, soprattutto all’ultimo Carmassi
    Ciao
    Pietro

  7. ettore maria mazzola ha detto:

    Scarpa, lei è un altro che parla senza sapere cosa dice. Non sapevo che fosse vietato eseguire progetti accademici (e non professionali) per Pieve di Cento, soprattutto perché quel progetto ci è stato richiesto dal proprietario del Museo Magi e da tre professionisti locali.
    La cosa è stata fatta in collaborazione con l’università di Bologna ed ha avuto un mero valore accademico. Ergo nessuno è venuto a rubarle alcun lavoro, quindi moderi i termini sia sul sottoscritto, sia sull’università che rappresento.
    Se ha problemi di frustrazione sono affari suoi, ma non si permetta di esprimersi in quel modo senza sapere nulla delle persone e delle cose di cui tratta.
    Quanto alla mia reazione nei confronti dei suoi amici, essa è proporzionata all’idiozia ed alla inconsistenza di commenti fatti da personaggi che si commentano già da soli.
    Se quei personaggi adoperassero argomentazioni serie nessuno gli direbbe nulla, ma siccome la mettono sul personale lanciando accuse idiote, non cè altro modo che non quello di replicargli a tono

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