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Pubblicato in Architettura
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CARO MARINO … SAI CHE GRAN CASINO …
e se fosse …
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con quelli della metropolitana? …
chè magari l’arpino ce fa puro ‘r vorpino? …
Metro C in arrivo 300 milioni …
Pedonalizzazione di via dei Fori Imperiali
Da Monti all’Esquilino il no degli abitanti
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MARINO FA L’ALPINO …
Nel primo weekend dopo l’elezione il sindaco se ne va in vacanza …
una vergogna …
bravo Busi …
da condividere parola per parola …
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BUREN … FLAGELLO URBANO …
le segnalo questa mia nota Facebook dedicata alla controversia su Piazza Verdi a La Spezia … ma anche a beneficio delle nostre città che non meritano di esser violentate per il piacere di personaggi autoreferenziali e dei politici compiacenti
per chi non utilizzasse Facebook allego il testo in formato word
Cordiali saluti”
Ettore Maria Mazzola
Ancora su Piazza Verdi a La Spezia
una piaga europea …
peggio di Carrino e di Staccioli …
messi insieme …
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Plac Zbawiciela, Warsaw/ Via Campania, Roma …
http://www.flickr.com/photos/wojtekgurak/9050253893/
Botteghe, mezzanino, residenze…UFFICI?
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MA FALLA ‘N PO’ COME TE PARE …
Andrea Di Martino su ERIGERE UN MONUMENTO…
“Se, per quanto mi è dato di capire, ogni “specificità poetica contemporanea” è (o deve essere) di natura meramente autobiografica, allora ne dovremmo dedurre che esistono tante “immagini di contemporaneità” quante sono gli architetti, quindi infinite; il che è come dire che non ne esiste nessuna. In pratica, è la stessa obiezione che può avanzare un ateo nei confronti di chi rivendica come verità assoluta l’esistenza di Dio, giacchè, come tutti sanno, la verità scientifica è una sola, mentre le verità religiose sono infinite (cioè tante quante sono le religioni). Ma allora, tornando allo specifico architettonico, se non esiste nessuna “immagini di contemporaneità”, non si capisce come possa esistere una qualsivoglia forma di “anti-contemporaneità”. Quindi domandare da cosa derivi la (presunta) anti-contemporaneità di qualcuno (o di qualcosa), è una pura contraddizione in termini, indipendentemente dal tono serioso o sarcastico di chi pone la domanda. Il mio intervento finirebbe qui, se non fosse che chi ha posto la domanda ha parlato di “semplicistico dov’era com’era”, dove l’aggetivo “semplicistico” deriverebbe (anche qui cito testualmente), dal concepire la contemporaneità solo come “luoghi e tecniche costruttive, alla stregua dell’architettura classica” (ammesso e non con(cesso) che i classici l’abbiano davvero concepita così). Ebbene, qualora una concezione di questo tipo fosse davvero implicita nel “semplicistico com’era dov’era”, allora sono io che, con cognizione di causa, potrei chiedere (non solo a Galassi ma a chiunque voglia rispondermi): “In cosa consiste la contemporaneità”? Forse in un (non meglio precisato) “zeitgeist”? Quelli che la pensano così, dovrebbero spiegarci una volta per tutte il motivo per cui tale concetto, ritenuto figlio della scienza e della tecnica, e quindi dell’attività umana (a dispetto del suffisso “geist”), debba relazionarsi (secondo loro), sempre e soltanto alla forma, e mai a quei problemi di ordine pratico (costi, tempi, prevenzione degli infortuni), la cui risoluzione dipende dal progresso tecnico-scientifico nella stessa misura in cui tale progresso influenza le forme stesse dell’architettura. Come se gli stessi progressi dell’ingegneria meccanica (gru mobili, scavatrici, trivellatrici e altre macchine edili) fossero mero appannaggio di edifici futuribili. Come cioè se la cantierizzazione del processo edilizio basata su tali macchine non costituisca già di per sè una naturale forma di adesione al progresso tecnico-scientifico. E quindi allo “zeitgeist”. Già queste semplicissime considerazioni ci danno l’esatta misura della pretestuosità di certe critiche (ovvero l’equazione (ormai trita e ritrita): dov’era com’era = semplicistico = classico = anti-contemporaneo). In tal senso, è significativo già solo il fatto che il Galassi, dopo aver sollevato la questione del semplicismo in architettura (identificato, lo ripeto ancora, col dov’era com’era), liquidi subito dopo la questione con la frase: “Ma non fa niente. Dettagli”: una formula perfettamente complementare con la frase: “…ti ho capito (finalmente!) e ti difendo!”, attribuendo poi ad una (non meglio precisata) “sacra perdita di aura” il motivo per cui si può “difendere” un “nemico ideologico”. In pratica, una forma retorica intrinsecamente classica (come suggerisce la stessa locuzione latina con cui è giunta fino ad oggi: “captatio benevolentiae”), pretenderebbe di irridere (pensate un po’) la classicità stessa (conformemente alla succitata equazione, che ripeto ancora: dov’era com’era = semplicistico = classico = anti-contemporaneo). Paradosso nel paradosso. Come dire che dopo aver sollevato una questione si rifugge (consapevolmente) da una qualsivoglia domanda inerente la stessa. Un atteggiamento il cui livello di evasività mi ricorda quello del prof. Lenci nella sua “forbitissima” critica al mio progetto (per inciso, neorossiano) di composizione 3, fermo restando il fatto che Lenci, in quanto docente universitario, e quindi “accademico” (sic), non aveva alcun motivo di rendere accettabile la sua “sentenza” per mezzo della captatio benevolentiae, per il semplice motivo che la sentenza di un docente si può soltanto accettare in quanto tale, indipendentemente dal suo effettivo livello di obiettività”
BEATO CHISSELOFA’ ‘R SOFA’ … | Archiwatch
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