Andrea Di Martino su: MA FALLA ‘N PO’ COME TE PARE …
“Prima ancora che all’articolo di B. Forte (invero alquanto generico), permettimi, caro Galassi, di riallacciarmi alla tua precedente controreplica, per poi tornare su quel (francescano) concetto di “povertà” che ti è così caro, per poi lasciare, dopo questo mio intervento, che sia proprio tu (tu tu tu tu, la senti la reiterazione?), ad usufruire del diritto all’ultima parola (pensa quanto so’ magnanimo!). Senza star qui a parlare di quella meteora che va sotto il nome di “postmodern” (che, per usare una felice formula zeviana, ha avuto “effetti chiassosi ma limitati”, come del resto ci dimostra l’attuale babele linguistica), ma soprattutto senza buttarla in filosofia, è significativo già solo il fatto che alla parola “criterio” (sottinteso, di discernimento di ciò che è contemporaneo da ciò che non lo è), faccia seguito la locuzione “per me”. Come dire che si tratta di un criterio (consapevolmente) soggettivo. Ma ciò equivale a dire che, in condizioni di rispetto reciproco, il criterio di Tizio vale quanto quello di Caio, e così via. Detto in altri termini, il problema (quello cioè di distinguere la contemporaneità dall’anti-contemporaneità), si rivela come un falso problema (tanto pe’ cambià). Piuttosto, se mi è concesso (‘na vorta tanto), di richiamare l’attenzione su un problema reale, mi verrebbe da chiedere se in questo Paese il rispetto valga davvero a condizione di reciprocità, visto che coloro che si occupano di architettura in muratura (non certo ispirandosi a Fidia, ma semmai ad architetti appartenenti alla stessa generazione del Razionalismo), non hanno la possibiltà di insegnare in una Università pubblica. E soprattutto italiana. Dettagli anche questi? In tal caso chiudo la parentesi e mi scuso per la divagazione (ammesso e non con(cesso) che si tratti davvero di una divagazione). Ciò premesso, pur riconoscendo la mia ignoranza in un campo così complesso come quello della filosofia, una semplicissima considerazione mi sento di poterla azzardare anche in tale ambito. Dico solo che se anche nella profezia di Heidegger (ovvero la trasformazione della tecnica da mezzo a fine), si vuole scorgere una matrice nazista (piuttosto che una naturale avversione alla tecnocrazia), allora, sia pure da umile profano, ho l’impressione che tale matrice abbia la stessa consistenza del (presunto) filonazismo della Riefenstahl, che fino all’età di cent’anni ha dovuto combattere come una leonessa solo per dimostrarne l’inconsistenza. Ad ogni modo, se con la parola “povertà”, tu intendi (per quanto mi è dato di capire), il recupero di un senso del limite e della misura (ovvero quell’aristotelico concetto di “phronesis” riesumato (indovina un po’) dallo stesso Heidegger), allora il tanto vituperato dov’era com’era, visto sotto questa luce, non solo ci appare (citando P. Marconi), come un “diverso modo di fare architettura”, ma soprattutto ci appare nella sua (intrinseca) oggettività (ebbene sì). Del resto, sfido chiunque (sottolineo chiunque), a dimostrarmi che, a parità di cubatura, ma anche di vincoli di natura tecnica (quali quelli della normativa antisismica), si possa costruire una chiesa “contemporanea” con 400000 euro (tanti quanti ne bastano per costruire la chiesa oggetto della “diatriba”). Sfortunatamente per molti (e fortunatamente per altri), i numeri (almeno loro), sono sempre più oggetivi delle parole, per quanto infarcite di forbitismo letterario e/o filosofico.“
















