Maretto … Architetto …

Villette in serie Jesolo.1

E’ appena uscito l’iltimo numero di “AION” intitolato alla “Materia” che, tra l’altro, pubblica questo mio testo intitolato “Paolo Maretto architetto”: …

Mi sono imbattuto, per  la prima volta, nel lavoro di Paolo Maretto quando, più di trent’anni fa, nei lontani Settanta, in una, ancor più lontana, Reggio Calabria ove una pionieristica facoltà di architettura cercava di affermarsi con difficoltà attraverso un acerbo sperimentalismo i cui frutti non sarebbero mai giunti a maturazione.
In quel contesto, troppo simile, soprattutto nelle sue angustie accademiche, nei suoi volti e nei suoi personaggi, a quanto mi ero appena lasciato alle spalle nella facoltà romana, mi capitò tra le mani, complice una storica libreria del centro cittadino nella quale, unico ricovero, era lecito trovare sollievo in una città per tanti versi così “difficile”, un volume appena uscito quale quinto contributo della collana “Studi e documenti di Architettura” diretta da Luigi Vagnetti per le Edizioni Teorema di Firenze, il testo di Paolo Maretto intitolato “Edificazioni tardo-settecentesche nella Calabria meridionale”.
Fu per me una vera “scoperta” ritrovare, in quel momento e in quel contesto, l’occasione per riflettere sulla città moderna secondo un metodo e una logica che solo pochi all’epoca frequentavano e con comprensibile difficoltà visto l’ostracismo che accompagnava le loro ricerche tacciate, come se fosse cosa infamante, di essere “muratoriane” e pertanto di meritare la scomunica della cultura più a la page.
Il volume di Maretto, esito sintetico di ricerche condotte in chiave didattica nei primi corsi accademici reggini, prendeva in considerazione il tema della “ricostruzione” dei centri urbani calabresi dopo le distruzioni dei catastrofici terremoti del 1783, attraverso documentazioni archivistiche allora del tutto inedite e soprattutto “rilievi” dal vero e sul campo di una realtà che nessuno aveva, fino ad allora, documentato e che si riscopriva quale pagina fondamentale della cultura urbana sia nazionale che internazionale.
Così, paradossalmente, mentre le ricerche sedicenti “moderne” che venivano ostentatamente e stentatamente promosse in quel contesto accademico in formazione, si dimostrarono ben presto per quello che erano, cioè vacui tentativi senza radici e prospettive, questo testo, nella forza logica e metodologica della sua apparente modestia, segnava in pratica l’unico punto fermo su cui ragionare senza perdere di vista le vere dimensioni di un territorio e i complessi rapporti strutturali che da questo si protendevano verso la dimensione della città e della sua architettura. E quel libro, di cui ovviamente conservo gelosamente copia, mi affascinava anche per un’altra dimensione, che poi ho scoperto essere una delle chiavi essenziali per comprendere e apprezzare il lavoro di Maretto, perché era il frutto di un appassionato rapporto tra l’autore e la scuola; il segno di un’intelligenza dei problemi di una didattica che si fa ricerca e, viceversa, di una ricerca che non si svilisce, anzi si alimenta e cresce proprio nel momento in cui il rapporto pedagogico si fa più attento e vitale nella faticosa quotidianità di una “vera” Scuola.
Le grandi tavole topografiche che completavano il volume e che in qualche modo rinviavano, per analogia metodologica, a quelle che eravamo abituati a conoscere a compendio dei lavori di Saverio Muratori su Venezia e su Roma conferivano ulteriore autenticità alla ricerca e restano ancora quale documento essenziale per la lettura di quei contesti e di quei fenomeni calabresi, all’epoca (eravamo nei primi anni settanta), ancora e del tutto inesplorati.
Solo molti anni più tardi ebbi altre occasioni di imbattermi nell’opera teorica di Maretto riscoprendo, purtroppo con deplorevole ritardo, insieme ad altri libri “proibiti” come quelli di Saverio Muratori e della sua scuola, quel “Nell’architettura, metodologia di lettura critico-operativa della realtà architettonica, edilizia, urbana e territoriale” pubblicato già nel ’73 e che riprendendo una serie di tematiche muratoriane, vedeva Maretto alle prese con la messa a punto di un quadro di riferimenti metodologici che, dalla storia dell’architettura e della città, dall’analisi urbana alla critica operativa, tracciava un quadro assai importante sullo sfondo del quale imbastire gli itinerari di una didattica fortemente intrecciata ai motivi di un’esplorazione di certezze logiche sulle quali far crescere l’insegnamento dell’Architettura, oggi.
Tenendo conto anche delle ricerche effettuate nel campo dell’edilizia storica e segnatamente gotico-veneziana, Maretto trovava qui l’occasione per definire i diversi “gradi” di un approccio alla materia da quello “architettonico” e quello “edilizio”, progredendo poi verso quello “urbano” e quindi quello “territoriale”. Partendo dalla ribadita premessa di una plurisecolare “crisi” dei valori, riconducibile sostanzialmente alla frattura di epoca illuminista, cercava quindi di ricostruire il senso di nuove possibili e necessarie individualità capaci di sostenere il senso e la prospettiva di una riappropriazione disciplinare alle differenti scale di intervento.
La definitiva capitolazione del senso comune delle cose di fronte all’avanzata di una modernità priva, sostanzialmete, di radici e di valori condivisibili risulta quindi la premessa per ricostruire il senso di un approccio e di un’analisi che, soprattutto nella scuola di architettura, potrebbe consentire di rintracciare il senso dei valori perduti nella prospettiva di una rifondazione ormai non più rinviabile.
Scriveva in tal senso Maretto nella sua conclusione a “Nell’Architettura … ” rivolto soprattutto alle generazioni più giovani: “Manifestatasi dopo lunga incubazione, nell’élite culturale del settecento, la “rivoluzione critica” era così forte e irreversibile da porsi bensì dapprima in sede culturale (Illuminismo), ma da tradursi subito in senso socio-politico (rivoluzione francese) e qindi economico-tecnico (“rivoluzione industriale”); essa è continuata poi sotto questi tre aspetti per tutto l’ottocento e il nostro secolo, senza peraltro mai riuscire a rappresentarsi linguisticamente (non crediamo che le varie “rivoluzioni artistiche” degli ultimi cento anni abbiano mai veramente espresso una nuova epoca), perché era ancora un criticismo elitario, unilaterale e contingente: forse solo oggi, nell’ultima generazione di giovani la critica sta diventando atteggiamento mentale e morale di base – quindi atteggiamento tendenzialmente globale – possibile in futuro di manifestazioni linguistiche realmente nuove, in  quanto finalmente “comprensive” unitariamente di ogni aspetto delle diverse realtà ambientali, cioè delle realtà storico-civili e linguistiche.”
Fiducia quindi in un futuro, la sua, ove le generazioni più giovani e impegnate possano riappropriarsi dell’architettura e del suo territorio liberandosi, finalmente, dagli impacci di una falsa e sedicente modernità.
Riallacciandosi così alla grande lezione del suo mai rinnegato Maestro che concludendo le sue “lezioni” di architettura moderna poi raccolte postume  in “Da Schinkel a Asplund” così sentenziava: “L’ultima cosa di cui ci si deve preoccupare è quella di essere troppo personali o troppo moderni. E’ questo il grande equivoco di oggi: chi vuole essere deliberatamente personale, cioè in questo senso artista, è un pessimo artista, chi vuol essere deliberatamente moderno è un fallito”.
E’ in questa prospettiva che il lavoro di Maretto Architetto è andato svolgendosi tra la scuola e la professione, tra la didattica, la ricerca e la sperimentazione sul campo, con assoluta coerenza, cercando di concretizzare anche nelle numerose, ma pressochè ignote, opere progettate e realizzate tra la fine degli anni cinquanta e i primissimi novanta il senso di un lungo percorso logico in cui etica e metodo trovassero modo di concretizzarsi, arricchendosi reciprocamente.
G.M. (continua)
(in: AION n.17, 2008, p.108-121)

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3 risposte a Maretto … Architetto …

  1. emanuele arteniesi ha detto:

    Che bello…il premio RIBA 2009 a Siza, uno dei più studiati dal gran Frampton critico regionalista, e i primi due premi Zevi per un saggio storico critico assegnati nel 2007 ad un testo su Lina Bo Bardi e il suo modernismo ibrido tra Corbu e i modernisti brasiliani, il vernacolo costruttivo e l’artigianato locale, ed il secondo ad un saggio sul “razionalismo esteso” di Aalto oltre il funzionalismo meccanicistico, con la sua sperimentazione sui materiali.
    Belli anche i titoli editi dalla fondazione Zevi:
    Di Zeuler Lima, autore del saggio su Bo Bardi, “Verso un’architettura semplice”.
    E di Petra Ceferin, “Trasformare la realtà con l’architettura: il contributo finlandese”.

  2. giorgio m barlocco ha detto:

    Grande Professore, grande Architetto Paolo Maretto.
    Ho avuto l’onore di averlo come professore di Composizione Architettonica negli anni 77-80 a Genova e come relatore di tesi.
    Quello che ha scritto di Lui, mi ha fatto rivivere un periodo, della mia vita, reso esaltante dalle sue lezioni.
    Il Suo “pensiero compositivo” mi ha permesso di realizzare semplici progetti di cui sono fiero, di questo non sarà mai sufficiente la mia gratitudine.

    • Luciano Giacobbe ha detto:

      Ti ricordi le sue lezioni “peripatetiche” nei vicoli di Genova che duravano buona parte della notte?? Di tutti i professori che ho avuto Paolo Maretto è quello che ricordo con maggior piacere. Ciao

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