IL CAPOLAVORO DI PINO PASQUALI …

“Forma e Memoria”: il capolavoro di Pino Pasquali

Giorgio Muratore

Ho faticato parecchio ad affrontare l’invito di Pino a scrivere un ricordo sull’esperienza di Forma & Memoria; i motivi sono innumeri: primo, perché sono pigro … ; secondo perché ritengo che rinvangare il passato sia cosa “da vecchi” e Pino sicuramente non lo è, e neanche io ho tanta voglia di esserlo … ; terzo perché quella “storia” di quasi trent’anni fa e che ci coinvolse tutti in maniera profonda, anche al solo ricordo, al fondo, ci commuove tutti ancora.

Ma il motivo per cui mi sono deciso a prendere, come si diceva una volta, carta e penna, anzi per il quale mi sono messo alla fin, fine a scriverne deriva dal fatto che sono in molti ormai che di quella vicenda non sanno praticamente nulla. Sembra strano naturalmente a chi quegli anni lontani li ha vissuti, ma la verità cruda è proprio questa e ne ho avuto la riprova cliccando come un ginnasiale su internet per fare la mia ricerchetta telematica prima di scrivere il temino. Clicco qua, clicco la, vado su Google, pigio Wikipedia e aspetto di trovare tutto su Forma & Memoria, tanto per avere una traccia e infatti: …

trovo pagine e pagine su Forma e Memoria ma niente dico niente su Forma & Memoria … riprovo clicco su, clicco giù e ancora un accidenti di niente, anzi trovo tutto un dibattito tra filosofi, tutto un argomentare tra fisica e biochimica, trovo una marca di materassi in lattice resiliente,  una boutique a Bitonto, … uno studio di architettura a Montefiascone …

Allora mi incazzo e mi dico è mai possibile che della “nostra” Forma & Momoria si sia perduta ogni traccia … e l’ultima che ho trovato è legata solo al commento acido di un anonimo cazzone che su Archiwatch ce ne dice di cotte e di crude delineandone un ritratto che è l’esatto contrario del vero?

Allora mi decido a scriverne qualche cosa che, col beneficio d’inventario, naturalmente, cercherà di corrispondere fragilmente alla realtà dei fatti o almeno a quelli che nel mio ricordo ancora presuppongo tali:

era una notte buia e tempestosa …

eravamo, infatti e se non ricordo male, intorno al ’77 o al ’78, un momento, peraltro, di svolta nella storia, nella cultura, nel costume e nella politica degli italiani.

La Roma degli anni settanta, pur non avendo più lo smalto degli anni precedenti, e pur essendo passata da un Rosati all’altro, da via Veneto a piazza del Popolo era, comunque e in buona sostanza, ancora quella dei Moravia e dei Pasolini, della Morante e di Tano Festa, di Angeli, di Schifano, di Bonito Oliva agli esordi e non ancora del tutto nudo, dei post-astrattisti, dei concettuali, dei minimalisti, di Sacripanti e di Di Mafai, di Novelli e di Perilli, di Twombly e di Robert Smithson, di quei giovanissimi, allora sconosciuti, che si chiamavano Cucchi, Chia, Clemente, e delle tante piccole e grandi avanguardie, come si diceva all’epoca, molto, molto “trasversali”.     Gli architetti romani, invece, sbandati e un po’ rimminchioniti tra le torve geremiadi dellavolpiane del GRAU e le pietrificate incertezze metamorfiche profetizzate da uno Zevi ancora smagliante, stentavano a darsi uno statuto nuovo. La galleria di Moschini muoveva i primi passi. Purini faceva ancora paura agli accademici dei quali diverrà poi vessillo ed erede universale.  Dario Passi faceva coppia fissa con Giangi Dardia. I testi di Rossi e di Grassi più che letti, venivano sventolati, esibiti, tal quale di come poco prima era avvenuto per il libretto rosso di Mao. Muratori sapeva ancora di zolfo e la tipologia, o per lo meno il suo fantasma scarnificato, veniva brandito come un randello, specie di molotov da tavolo da disegno.

Vecchi e nuovi poteri si alternavano, ma ieri come oggi, sempre le stesse facce, nuovi feudi, nuovi principati, antiche baronie, Craxi e Garibaldi, piazze e monumenti per la nuova Italia, da Marsala al Brennero, Roma ladrona, il post-moderno, Milano tutta “da bere”, a Roma, già  si fondano le “cento piazze” che approderanno poi nel suburbio romano, a Cinecittà, garofani, bovi di cartone, Romolo, Vitruvio, Apollodoro, Eupalino sacerdoti e portaborse in toga e incoronati.

Sono gli anni durante i quali Pino Pasquali cerca un rapporto nuovo con quello che succedeva nel mondo vivace e interessante dell’architettura e del design.  Ancora il design, ma un design che ha superato la sua stagione eroica per ritrovare le sue radici in un altro Novecento che non è più quello del Bauhaus e neppure quello della Hochschule fur gestaltung di Ulm del quale Tomàs Maldonado era stato protagonista e tramite del suo raccordo col mondo milanese, con la Triennale e quindi con la Rinascente ai tempi di Gregotti giovane, ma di un novecento più antico e insieme domestico quello sempre per la Rinascente, ma dei tempi di Ponti, di Lancia, di Buzzi, dello studio Labirinto e della Casa all’italiana.

E la Roma di quegli anni vide così nascere esperienze tra loro complementari e in certo senso anche antagoniste, la CLEAR e la AAM, Apollodoro e Forma & Memoria, e queste ultime due, due case d’arte, due botteghe, l’una ricca e l’altra povera, l’una legata a filo doppio ai protagonisti del potere accademico, politico e mondano, l’altra che, al contrario, faceva tesoro del suo sconcertante understatement  quale punto di forza del suo programma culturale. Tra tutti vinceva naturalmente Eupalino, a anzi l‘indotto di “Eupalino”, Apollodoro, la bottega-salotto artistico-cultural-mondano che Paolo Portoghesi aveva  costruito a piazza Mignanelli, sulla verticale che infilava la sua casa liberty e il suo studio di via Gregoriana,  dove animava queste serate romane a metà tra Vienna Novecento e basso impero all’amatriciana. E c’è ancora da qualche parte, credo nello studio di Paolo a Calcata, un orribile quadro, mi pare di Pierluigi Eroli che immortala quella corte dei miracoli, da Moschini a Nicolini, da Purini ad Anselmi, da Cellini a D’Amato, fino al malcapitato Ridolfi se non ricordo male … tutti accoccolati attorno al maestro e io che pur, ogni tanto, li frequentavo, per via di Controspazio, quei soggetti, e che non fui riprodotto in tanta compagnia all’epoca ero molto invidioso per quello che consideravo essere stato un non fortuito incidente; oggi, naturalmente, sono ben lieto di non essere stato immortalato con tutta la congrega … un vero colpo di fortuna … tante volte una sofferta esclusione equivale, alla lunga, a un gran premio.  

Per la cronaca, quasi tutta quella combriccola la ritroviamo oggi, trent’anni dopo, di nuovo insieme, togata e imparruccata, seduta tra gli Accademici a San Luca … la fiction di allora è diventata la realtà di oggi, tutta colpa di Berlusconi … naturalmente.

Ad Apollodoro la stessa gente che per anni aveva affollato Palazzo Taverna e i saloni affrescati dell’INARCH a bersi le trombonate di Zevi tonante, andava allora a fare salotto in mezzo alle teiere d’argento dorato, ai centrini ricamati e agli orrendi quadri antimoderni di cui Portoghesi andava pazzo, a fare lo struscio in mezzo a una cofana di matrone craxiane e di cadenti carampane reduci da qualche carnevalata veneziana, una situazione un po’ da basso impero, dall’altra parte invece, all’estremo opposto, c’era il rigore francescano e un po’ brigatista della CLEAR, lo zoccolo duro del rossianesimo più intransigente e che non a caso iniziò la sua attività proprio con una mostra di Giorgio Grassi.  Questi erano i due estremi nei quali ci si muoveva allora, da un lato il post-modern più laccato, più volgare e, al fondo, del tutto trash, dall’altro questi duri e puri algidi ed ennesimi epigoni nostrali di un “razionalismo” nordico più volte ricorrente sulla scena romana che nella mitologia dello studente di allora risultava essere uno speciale antidoto alle smagliature del potere accademico e professionale locale.

Il clima dal quale nacque Forma & Memoria è proprio questo, sostanzialmente segnato dalle due polarità: Eupalino, ed Apollodoro da un lato, la CLEAR e Giorgio Grassi, dall’altro; probabilmente Pino non sarà mai neppure entrato alla Clear, forse non ci ha mai messo piede, ma le cose che segnavano quel clima erano evidentemente condivise e un po’ tutti noi partecipavamo di quell’atmosfera ancora segnata dagli anni di piombo e insieme dalla deriva piuttosto passiva di quell’edonismo post-reaganiano che fece la fortuna dell’allora nascente Roberto d’Agostino.

Naturalmente, l’interesse di Pasquali era legato in quel momento soprattutto al design a quelle che una volta erano state le arti decorative e quello mio soprattutto alla carta stampata e ci legava un’evidente insoddisfazione nei confronti del mercato, quello del design per lui e quello dell’editoria per me e ci riducemmo in una dimensione al fondo autarchica, ma libera per entrambi che evidentemente in quel momento ci sembrava una possibile via d’uscita dalle reciproche ristrettezze dei due mercati; eravamo evidentemente tutti e due alla ricerca di una verità delle cose che vedevamo ancora ricca di prospettive inespresse nella memoria di un passato relativamente recente.

Con Milano avevamo ambedue un rapporto piuttosto stretto, ma sicuramente antagonista: Pasquali per il lavoro che faceva e per l’infatuazione rossiana di allora era evidentemente in contatto con la grande produzione del nord e altrettanto io lavorando per Casabella e per l’Electa avevo aperto dei rapporti e appreso qualche brandello di un mestiere che cercavo poi di innestare ingenuamente nella realtà romana. Credo che più o meno altrettanto Pino volesse fare per l’industria o meglio per l’artigianato del mobile, cosa che peraltro in molti facevano all’epoca a partire dai più grandi che come Rossi e Gregotti, sulla scia di Ponti continuavano ad alimentare l’artigianato brianzolo in un momento in cui in Made in Italy stava sfondando sui mercati di mezzo mondo … anticipando in un certo qual modo i circuiti della globalizzazione a venire.

Il tentativo era quello di sprovincializzare il cosiddetto “design” romano che mentre i progettisti milanesi avevano capito come intercettare con una certa efficacia le mutazioni del gusto più sofisticato, quelli romani ancora si arrabattavano con i profilati in ottone brunito, il perspex tartarugato, le moquettes pelose e oscenità del genere… che ormai risultavano obsolete anche per quel mercato arabo che tanto aveva tirato, ingrassandone taluni, negli anni precedenti.

Forma & Memoria cercò quindi di inserirsi in questo mercato avendo forse anche la pretesa di avviare un tentativo pedagogico e cercando così di “educare” la realtà romana che, come si sa, è e resta, sostanzialmente, ineducabile … rimanendo così sempre in una dimensione di nicchia senza mai trovare un vero e proprio sbocco su un mercato di massa … per cui oggi quei pezzi prodotti allora conservano quasi l’aura del prototipo, del pezzo unico, pur essendo per, lo più, nati con tutt’altre intenzioni. E poi c’era il rischio e la ricchezza dell’ironia, quel non voler mai prendere troppo sul serio le cose e quindi, non per cinismo, ma per intelligenza, un salutare mantenere le distanze dalle cose.

Resta quindi, quella di allora, una produzione sostanzialmente artigianale, se non addirittura artistica, che molto si avvicina alla produzione viennese della Wienerwerkstatte e non a caso tra le prime mostre di Forma & Memoria non ci si deve dimenticare di quella dedicata a Josef Hoffmann alcuni dei pezzi del quale, proprio in quegli anni, erano stati riprodotti e riproposti sul mercato internazionale, proprio da alcune aziende italiane. E così Pino Pasquali tra i pochi a Roma, si avventura per l’erta china di un artigianato artistico che aveva l’ambizione di intercettare i bisogni di una borghesia ancora troppo poco colta per poter cogliere in pieno in senso di quelle proposte.

Simile allo sforzo di Pasquali in quel frangente l’esperienza fatta dall’altrettanto eroico Paolo Pallucco che negli stessi anni, fu l’unico al tempo a ripercorrere le sofisticate indicazioni di quel “signore” dell’architettura che fu, il non a caso hoffmanianissimio, Robert Mallet Stevens, oppure riproponendo gli oggetti di Mariano Fortuny o di Eileen Gray e che gli costarono lacrime e sangue. Forma & Memoria si colloca così come il prolungamento ideale di quelle lontane esperienze e sembra riproporci, in prospettiva tutta romana, alcune sofisticate atmosfere di certe case di Vienna, di Berlino o di Dresda ove aleggia il fantasma di Loos, di Tessenow, di Frank e di Strnad, e così Pasquali va a collocarsi di diritto come una tappa obbligata in quel lungo itinerario che da William Morris passando per il Werkbund, Hoffmann e il primo Bauhaus arriva fino a Tricia Guild, ritagliandosi uno spazio tra le scene di Appia, le riflessioni di Wittgenstein, gli aforismi capresi di Savinio e i mobili spersi nella metafisica valle di De Chirico.

Quelli prodotti da Forma & Memoria risultarono essere quindi dei veri e propri pezzi unici, speciali e prototipali, forse più adatti al mercato dell’arte, nati per essere esposti in una qualche galleria negli spazi rarefatti. Ma, in fondo, Forma & Memoria era anche e soprattutto una vera e propria galleria d’arte  che si contrapponeva non solo ad Apollodoro, ma anche e soprattutto alla AAM la galleria che si proponeva con una certa vorace disinvoltura sull’incipiente e insipiente mercato del “disegno” di architettura.

Recentemente mi è accaduto in un’occasionale visita in un importante salotto romano pieno di quadri e di opere d’arte, di libri e di sculture, di inciampare in una monumentale “Pomona”, quella poltrona impraticabile frutto del genio furente di Dario Passi e dell’incoscienza imprenditoriale di Pino Pasquali, bè, mi sono commosso e devo dire che in quel contesto, opera tra le opere, quella Pomona faceva ancora, dopo tanti anni la sua porca figura, anzi la patina del tempo le aveva ormai conferito una piena cittadinanza nella Storia. Quella “Pomona” mi ha toccato procurandomi, oltre ad un persistente livido al ginocchio sinistro, un effetto analogo a quello che mi aveva procurato, in occasione di una lontanissima mostra storica sulla FIAT, l’incontro con il prototipo in legno, anche quello un po’ ingiallito, della nuova “Cinquecento”, roba da strappare le lacrime ai sassi.

Comunque, la lezione di Forma & Memoria segnò un punto di non ritorno anche nella sonnolenta palude degli architetti romani costretti a fare i conti con un nuovo modo possibile di esistere e di considerare il loro lavoro.

Non va inoltre dimenticato che la prima fase di Forma & Memoria quella eroica relativa allo spazio di via Ripetta, fu caratterizzata anche e soprattutto dal sodalizio tra Pino Pasquali e Dario Passi del quale, non a caso, troneggiavano in bell’evidenza due splendidi bassorilievi in gesso (una veduta panoramica del progetto di concorso per la valle del Faul a Viterbo e un gigantesca Torre italiana), a conferire un tono “alto” all’intero spazio espositivo.

Altro dato significativo che caratterizzò poi la seconda stagione di Forma & Memoria , quella relativa al suo trasferimento presso la ex tipografia Calzone alla salita di Sant’Onofrio, è la specifica funzione simbolica del ritrovato rapporto tra architettura ed archeologia industriale secondo una formula attualissima ed allora del tutto inedita che fece di quell’esperienza un vero e proprio prototipo pilota nell’area romana.

Gli effetti di quell’esperienza si sarebbero poi riverberati, magari allora con poca consapevolezza collettiva, in un nuovo modo di intendere la casa, l’abitare, l’arredo, l’architettura stessa.

E non è un caso che proprio in quegli spazi si siano esibiti, e per la prima volta, personaggi come Erzog, De Meuron oppure David Chipperfield, fatto che sta a significare che la lunghezza d’onda intercettata allora da Forma & Memoria non era poi così fuori dal mondo, anzi, ed evidentemente, era perfettamente in fase con alcune località centrali della cultura internazionale. All’interno di Forma & Memoria accadde infatti, con curiosa anticipazione sui tempi, lo stesso miracolo che avverrà  proprio con i medesimi protagonisti Ricky Burdett e Herzog & De Meuron , all’interno dell’edificio della nuova Tate, qualche anno più tardi, nel cuore di Londra.

Anche la stessa mostra sul Foro Italico che organizzammo insieme a Pasquali nel ’90 per esorcizzare l’obbrobrio della nuova copertura dell’Olimpico perpetrato in occasione dei Campionati Mondiali di Calcio sta a dimostrare dell’assoluta attualità di quelle scelte che ancora oggi, a più di vent’anni di distanza, non hanno trovato la benché minima risposta: questa è Roma, fascista, democristiana, socialista, consociativa, rutellesca, veltroniana, di nuovo fascista, berlusconiana, ladrona, in molti casi, ma, … sicuramente e sempre, cialtrona.

Questo significa, pur nel suo fallimento, qualche cosa di importante; se infatti quei personaggi e quelle proposte, che avrebbero poi fatto la storia degli ultimi trent’anni sono passati per le stanze di quella galleria, di quella bottega e non sono state ospitate né alla San Luca né tantomeno a Vallegiulia, né a Tor Vergata né tanto meno all’Ostiense, questo vorrà pur dire qualche cosa.

Al fondo quel sapore di “fatto in casa” … quel profumo di madeleine che promanava dagli spazi di Ripetta, prima, e di Sant’Onofrio, poi, hanno avuto in certo modo la meglio sulla corriva volgarità di un ambiente difficile, cinico e refrattario come quello romano.

Il messaggio che ci viene quindi da quegli anni ormai lontani di Forma e Memoria credo che abbia mantenuta, comunque, intatta la sua attualità, anzi. In un momento come l’attuale dove i fasti della globalizzazione sembrano tragicamente implodere e dove le crisi finanziarie ricorrenti e sempre più gravi testimoniano ormai della fine di un regime, anche culturale, il riguardare criticamente a quegli anni fatti anche e soprattutto di sconfitte ci può servire per alimentare una riflessione sugli incerti destini dell’oggi riallacciandoci di nuovo a quelle speranze che, ancora una volta, non possono che non trovare forma al di fuori della nostra memoria.

Al fondo la stessa stupidità che riconoscevamo ai più estenuati dei postmoderni di allora, non possiamo non riconoscerla nelle altrettanto estenuate performance dei tanti epigoni delle attardate pseudo-avanguardie di oggi, nelle volgari, realizzate utopie delle vincenti performance “bolidiste” di oggi …

È stata, quella animata da Pino Pasquali e dai suoi amici e collaboratori un’esperienza importante non urlata, non supportata da eccessi, ma radicata nella profondità di un pensiero che attraversa la storia dell’arte, del design, delle arti decorative, della cultura, dell’architettura, come pure il nostro rapporto con il passato della città italiana, così, sedendo sulla Pomona, è come se venissimo trasportati su una macchina del tempo e ci troviamo sulla piazza di Sabaudia, in un romanzo, di Moravia, in una tela di Savinio, in un film di Pasolini … E, guarda caso, proprio su quella piazza, Pino Pasquali incontrò Ricky Burdett … Ma questa è un’altra storia …

E ci piace concludere questa breve e sconclusionata riflessione con le stesse parole con le quali avevamo aperto il primo numero di MAGAZINE, il foglio che accompagnava la nuova avventura dei Magazzini di Forma & Memoria:

“Tra qualche anno, magari, la gente si dimenticherà di tanti piccoli e piccolissimi che oggi passano per grandi e grandissimi e si capirà che, la città è fatta di case e le case sono fatte di cose, case e cose tutte uguali, eppure, tutte diverse, e che stiamo dentro e intorno a quelle case e a quelle cose, tutti allo stesso modo, eppure tutti con il nostro personale bagaglio di “forme” e di “memorie”, di bisogni e di aspirazioni, di immagini e di oggetti, di piccoli e grandi avvenimenti, di roba e di robetta da niente, di ricordi, di storie personali, di chincaglieria e di sogni. Tutte cose da nulla, simboli, oggetti, monumentini urbani e domestici, che fanno vive case e città che altri vorrebbero brutte, lugubri e prive di vita, come le pagine delle riviste di moda e delle riviste di architettura alla moda.

Perché affollare i nostri spazi con la fredda rumorosità di una firma e di un gesto insulsi, solo per rispondere in un’adesione consumistica, inconsapevole ed acritica, ai richiami di un mercato dove la stupidità si confonde con l’arroganza e le merci con le idee?

Perché non “resistere” o, per lo meno, tentare di resistere, proprio ora che tutto sembra facile e a portata di mano, alle lusinghe becere, che ci assillano e ci assediano con la loro overdose di stupidi orpelli, che sembrano aver perso definitivamente la loro forma e il loro valore e con questo anche il loro significato e la loro memoria?”…

e quelle con le quali commentammo, in un breve testo, il volume che raccoglieva i tanti lavori di Pino;

“Ripercorrere gli itinerari del senso attraverso la memoria delle cose qualsiasi, del lavoro ben condotto nella eroica banalità del quotidiano, del vivere con normalità i sapori delle cose di tutti i giorni dove, una casa è una casa, una sedia è una sedia, una città è una città, come lo erano già ieri e lo saranno ancora domani. Oggi che in tanti si affannano a rincorrere rumorose novità già vecchie di cent’anni, per apparire e quindi essere, ci piace apprezzare come si possa vivere e progettare in un orizzonte di orgogliosa modestia nel silenzio appartato di un esercizio di stile che non è solo forma, ma soprattutto un modo di esistere, di guardare e di vivere le cose del mondo senza farsi sopraffare dalla smania di un’affermazione tanto appagante, quanto effimera. Fare bene le cose più semplici e banali diventa quindi una sfida e un’affermazione di indipendenza dove vale ancora la regola del “meno” e del “più” dove, al posto dell’arroganza, dell’urlo e della prepotenza, preferiamo la discrezione e la qualità sottile dei dettagli sussurrati, del senso nascosto dei segni e dei gesti appena accennato” e che avevamo intitolato: “MAESTRI PER CASO? paesaggi e passaggi della memoria” :

Senza dimenticarci che l’importante è non prendersi, mai, troppo sul serio …

G. M.  11.011

in:

C. Andreoli, A. L. Di Dio, M. Millesimi,

Giuseppe Pasquali e il caso FORMA&MEMORIA

L’Erma di Bretschneider, Roma, 2012.

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7 risposte a IL CAPOLAVORO DI PINO PASQUALI …

  1. Mattia ha detto:

    Questo articolo mi ha regalato 20 minuti di viaggio in un mondo che non solo non ho mai conosciuto per motivi anagrafici, ma di cui a malapena immaginavo l’esistenza.
    Per mia ignoranza credo di non averlo nemmeno apprezzato a dovere, ma comunque l’ho trovato bellissimo per il suo potere evocativo, grazie.

  2. PETER MARINO ha detto:

    Urge un’immagine della poltrona “Pomona”!

  3. Stefano Serafini ha detto:

    “Tutte cose da nulla, simboli, oggetti, monumentini urbani e domestici, che fanno vive case e città che altri vorrebbero brutte, lugubri e prive di vita, come le pagine delle riviste di moda e delle riviste di architettura alla moda.

    Perché affollare i nostri spazi con la fredda rumorosità di una firma e di un gesto insulsi, solo per rispondere in un’adesione consumistica, inconsapevole ed acritica, ai richiami di un mercato dove la stupidità si confonde con l’arroganza e le merci con le idee?

    Perché non “resistere” o, per lo meno, tentare di resistere, proprio ora che tutto sembra facile e a portata di mano, alle lusinghe becere, che ci assillano e ci assediano con la loro overdose di stupidi orpelli, che sembrano aver perso definitivamente la loro forma e il loro valore e con questo anche il loro significato e la loro memoria?”…”

    Allora qualcuno c’era…!

    Grazie professore.

  4. Giada ha detto:

    Ho sentito parlare del prof. arch.Pasquali durante la sventurata avventura nel corso di AAI (arredamento e architettura d’interni). Poi non soddisfatta da valle giulia mi sono “trasferita” nel corso quinquennale di architettura e lì ho assistito ad una “Lectio magistralis” durante il corso di sintesi del prof.Gigli.
    Un giorno che mai dimenticherò perchè ho sentito parlare di Architettura e di Design e di Roma come mai prima tra le mura dell’università.
    Le immagini e le parole che narravano dei magazzini di forma e memoria , quel ex fabbrica di vicolo S.Onofrio mi hanno lasciato basita per la sua precoce esistenza e per la sua matura scomparsa. Chiesi al prof. perchè non c’era più e se secondo lui questa città, la nostra città, avesse bisogno ancora di spazi di conoscenza e formazione come quello? Lui mi rispose che qualcuno tra noi avrebbe potuto osare, sognare come lui fece, ma i tempi sono diversi e noi non abbiamo coraggio,forse, perchè assuefatti dalla società che ci circonda e da questa università immensamente diversa da allora!
    Tornai a casa e come ha fatto lei caro prof.Muratore mi sono messa in rete a cercare, cercare, cercare ma nulla…mi rimanevano solo quelle parole…così decisi di andare a vicolo s.onofrio a sognare un po e a ricordare le poche persone come Pino Pasquali incontrate sul mio lungo percorso universitario!
    Giada

  5. maurizio gabrielli ha detto:

    Entrai una volta sola nell'” Apollodoro” e la temperatura da sauna , le luci sbagliatissime, i ceroni che si squagliavano la faccia indefinibile di Portoghesi e Sig.ra mi fecero sembrare di esser piombato in un quadro di Grosz. Particolari significativi. Una merda dalla quale mi sono tenuto lontano. Anni orrendi dove cominciavano ad affluire i capitali che avrebbero comprato tutto di li a poco, figurate gli artisti e architetti romani che ” …l’architetto deve stare dove passa il danaro…” te li compri co’ niente.

  6. Michele Granata ha detto:

    Magnifico Professore!
    Complimenti, sopratutto per i due ultimi testi che sono di un’attualità assoluta

  7. ester ha detto:

    Dunque c’è stato un tempo in cui l’accademia aveva paura di Purini?; in cui si osava sfidare l’inosabile, in cui si aprivano gallerie e soprattutto si discuteva su idee e progetti, in cui Moschini non era imbalsamato e Portoghesi faceva inorridire Maurizio Gabrielli, in cui Muratore si chiedeva: ” Perché non “resistere” o, per lo meno, tentare di resistere, proprio ora che tutto sembra facile e a portata di mano, alle lusinghe becere, che ci assillano e ci assediano con la loro overdose di stupidi orpelli, che sembrano aver perso definitivamente la loro forma e con questo anche il loro significato e la loro memoria?” Ci credo solo perché a scriverlo è lei professor Muratore. Quando è perché che è tutto cambiato compresa la conversione del professor Purini. Non so se lei sia pigro professore, a me non pare, ma se non le costa tanto mi piacerebbe conoscere il suo parere

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