PASSEGGIATE ROMANE …

schermata-2013-04-15-a-10-34-091La Torre Eurosky

“Un edificio complesso sul piano costruttivo e su quello impiantistico come la Torre Eurosky può essere controllato nella sua realizzazione solo se  esso è stato pensato e sviluppato secondo un particolare criterio, quello di concentrare il massimo delle scelte su pochi elementi. In effetti la Torre Eurosky è sostanzialmente definita da elementi seriali – il modulo base della pianta, che si rappresenta in prospetto come la foratura ripetitiva della loggia è di m 4,55 in asse – ciò che permette di normalizzare la progettazione di questa principale componente genetica. Da questo punto di  vista non si è verificata nel corso dei lavori la necessità di modificare le operazioni costruttive previste proprio perché è stato possibile ottenere un valido controllo della cellula fondamentale dell’organismo – ovvero la campata, ripetuta in modo uniforme in pianta, in sezione e in prospetto.”

“La Torre Eurosky vuole fornire una risposta attendibile sul piano tecnico e su quello architettonico alla questione ambientale. L’edificio non è ancora un produttore di energia esportabile, ma si propone come un consumatore virtuoso” …

Torre Eurosky

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LA FACCIA COME IL CULO …

la faccia ... croce rossa ...

l’eliminazione della croce rossa …

è stata un’emerita cazzata …

comunque adesso …

si potrà ben dire …

che quel coso …

ha la faccia …

come il culo …

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ZEITGEIST …

zeitgeist ...

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‘NARTRO RINTORCINATO …

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GRANDE GASTONE …

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“Va, mio prode!” …

ROSATI_1 sergio 43 su: “QUEL ROMBO E’ MUSICA …

“Gajardo! Uno a zero pe’ mme! T’ho fatto uscì da li gangheri! “Pijalo che te passa”!, “Da le parti tue”! Nun hai nimmanco corto che l’uso dell’asterischi era ‘na presa pe’ culo de tutta la curtura che c’hanno fatto legge’ fino a le note e fino a la noia e de cui pochi fanno l’uso che bigna fa’: “Elaborandum et smutandandum necesse est”, specialmente a ‘na certa età. Comunque: pace carbonella! Ma vale la pena mettece tanto” lolium temulentum” (ma perchè m’è venuto ‘n mente, pe’ assonanza “mentula”? Ricordi di bimbo? Ma che cazzo voleva dì?) in un blog che, come me piace da penzà, ha da esse come er bar Rosati de ‘na vorta, un po’ d’amichi ‘ntorno a ‘n tavolino a besse caffè coretti, a discute e pure a litigà. E tu che fai? Ce scaraventi ‘n faccia er Fernet Branca? Roba da nun parlasse fino a domani!
Finisco con una barzelletta che mi è tornata in mente per l’amore che, come tutti noi, porti a Brancaleone da Norcia.
“Il perfido margravio, stanco dei solleciti di questo esaltato a essere nominato cavaliere, lo manda a chiamare:
“Brancaleone da…..scusa messere! quali sono le parti tue? ….ah!…da Norcia! Si tu vole essere nomato cavaliero de lo Sacro Romano Impero hai da compiere, come lo grande eroe de li tempi antichi, Ercole Vincitore, le giuste fatiche. Non sbiancare, lo meo subalterno! Non te chiedo de farne dodici ma una picciola, come l’allodola che co’ lo suo soavissimo canto annuncia l’arrivo di Eos dalle dita rosate. Lo mio figliolo Castracrane se ne ito per lo vasto mondo in cerca de le reliquie de’ santis, come se già non ne possedessimo bastante. Va, mio prode! E torna con isso! Allora e solo allora riceverai lo colpo su lo tuo capo con lo spiedone che mi pende accanto e che ti farà cavaliero!”
Brancaleone (la faccio breve ma la questione, come tante altre, potrebbe durare a lungo) sale sul suo coraggioso Aquilante e parte pensando tra sè e sè: “Basta poco! Che ce vò?” Il prode cavalca, attraversa vallate, sale ripidi pendii e ovunque chiede notizie a destra e a manca:
“Oh, tu! Dolce fanciulla che, co li capelli color del grano maturo, te ne vai a la guida de lo tuo gregge lanoso, hai tu visto attraversare per esti lidi il giovane cavaliero Castracane de la nobile famiglia Magnagatti? …No? E allora, vai!, verso lo tuo meritato riposo e ricorda! Tu hai conosciuto Brancaleone da Norcia!”
“Oh, tu! villico! Si, tune! Tu che co li tuoi armenti mugghianti ari lo campo imperocchè…..Vabbè, villico! Hai tu visto un giovane cavaliero cavalcare “da le parti tue”? Indossa un rosso mantello e ha una piuma sul cappello! No? Manco tu? Accibiribiricoccola!”
Si sta facendo sera, Brancaleone e Aquilante, in cima al monte che domina il reame, sono esausti, Brancaleone specialmente è esasperato. Si alza con fatica sugli sproni, pone la mano a visiera sul cimiero per proteggere gli occhi dagli ultimi raggi di sole e grida:
“Ma ‘ndo cazzo sta ‘sto stronzo!”

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POSTILLA A BUONA COME IL PANE n.7 …

Rota-ColangeloLA CRITICA AI TEMPI DI SERENDIPPO

Dopo le premesse alle “postille al nome della rosa” nell’ultima pagnottella che spiegano lo spirito del mio sub-blog (grazie per il tifo Cristiano – fa bene) , vale la pena di raccontare come sono andate le cose per Sant’Ilario e come in genere vanno. Mi sembra divertente.

Cap. 1. Marco Petreschi pubblica un libro con le chiese di nuova costruzione a Roma e ne regala una copia al suo perfido amico del cuore e nostro blogger di punta che, ovviamente, non perde l’occasione di sbertucciarne la fighetteria degfli architetti contemporanei sul suo blog. Del resto è facile. Molte si prendono in giro da sole, ma una, San Massimiliano Kolbe  di tale Mattia del Prete, sembra sfondare la barriera del kitsch: Rossi? Portoghesi? Ma cos’è?…

Cap.2. Un po’ di ricerche e si scoperchia un mondo di architetture kikoarguelliche costruite per un movimento ecclesiale molto diffuso e potente, e per questo in competizione con gli altri movimenti, basato su un’ emotiva evangelizzazione dionisiaco woytiliana, tutto il contrario dell’apollineo gesuitico alla papa Francesco. Ma nella Santa Chiesa Romana tutto si tiene, in nome del principio che sarà sempre e comunque il  tempo a vincere: «Chi non è contro di noi, è per noi» (Mc. 9,38).

Cap.3. Vittorio Corvi che abita dalle mie parti in borgata mi segnala questa chiesa già ai tempi del primo panino dopo che gli ho chiesto le foto di San Giuseppe di Ildo Avetta. Quale chiesa? Dico  io. Sono vent’anni che abito da queste parti e non l’ho mai vista. Hp solo notato su via Casal del Marmo una croce in mezzo al nulla stile Robert Venturi, Denis Scott Brown, una cosa alla Kevin Lynch. Sì. Quella. L’ha messa il nuovo parroco. Nella strada di fronte la croce, sotto una palazzina abusiva, c’è una chiesa.

Ma come? Marco Petreschi fa togliere la croce sulla facciata della chiesa S. Maria Alacoque di Rota e un prete,  in una periferia identica ma dall’altra parte della città, ne innalza una? Che mondo difficile: a volte il kitsch è più significativo dell’eleganza!

Cap.4. Intanto sforno una mezza dozzina di pagnottelle prima di decidermi di andarla a vedere. Se ci fossi andato prima di aver saputo di Kiko Arguello avrei capito ben poco dell’orgia simbolica che Don Romano Matrone prima e oggi Don Nicola Colangelo hanno usato per la loro cripta. Poi dici la provvidenza.

Cap.5. Finalmente impastiamo questo Sant’Ilario. Ma di cosa parlo? Il suo ancestrale ritorno a origini ebraico bizantine, così religiosamente tribale, scopre troppi altarini. E poi la mancanza di architettura produce uno spiazzamento tra il surreale e il ready-made che neanche Duchamp. E non si tratta di una posa intellettualistica da artista postmodern, ma è pura naïveté.

Cap.6. Un po’ in crisi faccio vedere le foto a un’incuriosita Adelaide Regazzoni Caniggia e le spiego questo effetto disturbante dell’assenza di proporzioni architettoniche appropriate a un luogo di culto. E lei: Quello che manca è quello che non serve. E lì capisco di nuovo cosa significano edilizia e architettura con una sensazione di epifania delle cose che dalla pancia risale ai pensieri.

Ecco il senso di quelle immagini sopra la testata che sono la messa in bella di alcuni dei disegni sull’edilizia speciale che Gianfranco Caniggia faceva alla lavagna, pubblicati da Carlo Chiappi e Giorgio Villa in Tipo, progetto e composizione architettonica  del 1979.

Tarkovsky, Petreschi, Rota, Venturi, Lynch, Muratore, Caniggia… tutto si intreccia nella nostra originalità. Siccome ogni sapore si deve sentire, si fa una gran fatica a cucinare.

Giancarlo :G Galassi

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439px-Codex_Bruchsal_1_01v_croppedVesica piscis …

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ARCHITETTURA BUONA COME IL PANE n.7: KIKO ARGUELLO 3 …

ArchitetturaBuonaComeIlPane07_01-L’ARCHITETTURA INVISIBILE AGLI OCCHI

Confesso che gestire questo forno comincia a essere un peso. Mi ero illuso che si potesse fare il  panettiere per divertimento. La fatica non è nel fastidio che suscita in molti che seguono AW (anche se non aiuta – ma chi me lo fa fare di replicare a chiunque ha un tiramento), ma per il tritacarne emotivo a cui mi costringo ogni volta. Inseguire e raccontare quello che di un’architettura per qualche momento, sulle prime, mi incanta, non mi lascia indifferente. Velocemente! Non importano i refusi. Prima che a uno sguardo appena troppo prolungato, ciò che è meraviglia si dissolva, come sempre, in assuefatta normalità. Cercare di capire cosa si accende  dentro e mantenere accesa la candela (come Oleg Yankovsky  a Bagno Vignoni) fino alla volta successiva quando quelle stesse cose, che restano ad aspettarci sempre uguali, appariranno di nuovo meravigliose alla luce di una nuova consapevolezza e di un rinnovato discernimento. Così una chiesa armena moderna che avevo guardato con una certa ripugnanza un annetto fa, adesso, quello stesso suo gelido stagliarsi contro uno smisurato mondo WWW per cui non è stata disegnata ma che la circonda oggi, mi pare sempre gelido ma meraviglioso e vero.ArchitetturaBuonaComeIlPane07_02Il primo edificio chiesa, la prima fase di una basilica pagana, derivano dalla specializzazione della casa per raddoppio delle sue misure: da metri 6 x 6 a 6 x 12 per ospitare un’assemblea di persone. Uno dei successivi passaggi è la sostituzione dell’asse di specularità (pieno in asse) con un asse di simmetria (vuoto in asse) per definire tre navate. Ma a questo progresso edile succede poi uno scatto architettonico, che non serve alla funzionalità dell’edificio. Infatti basterebbe un’altezza di tre metri per ospitare tutti, c’è bisogno di uno spazio largo, non di uno spazio alto, ma il displuvio del tetto a capanna porta la zona centrale a un’altezza pressoché doppia. Successivamente, per proporzionare tutto l’ambiente, anche i muri perimetrali vengono raddoppiati, da mt 3 passano a 6 cosicché al centro si ha arriva a un’altezza ancora maggiore e INUTILE di circa 9 metri, m dall’edilizia siamo passati all’architettura.

ArchitetturaBuonaComeIlPane07_03Mi hanno raccontato di questa Sant’Ilario in via Cologno Monzese a Roma.Una chiesa cattolica neocatecumenale costruita 25 anni fa, che naturalmente i libri di architettura sulle chiese moderne a Roma snobbano. Il pretesto è che architettura non c’è. E’ stata voluta dai parrocchiani e dai parroci Romano Matrone (ora trasferito) e Nicola Colangelo nel garage di una palazzina abusiva. Le pareti e le colonne sono completamente ricoperte da impressionanti icone neobizantine realizzate da  Fabio Nones, Renata di Munno e Gabriella Moriondo. Il basso soffitto, in assenza di proporzioni architettoniche, è decorato in forma di organo genitale femminile che si conclude sul fonte battesimale. Solo un’altra volta mi era capitata una così potente metafora ginecologica ed è nella scena del parto alla base del baldacchino di San Pietro. Ma mai mi era capitato di starci dentro.

Gli angeli delle colonne, alti tre metri, sono “dove” e delle dimensioni “come” ti immagini sia un angelo. E’ facile credere al racconto di Don Nicola di quel vescovo che, ospite per la celebrazione delle cresime, seduto sul trono a centro dell’abside, assediato dai santi in scala al vero su fondo oro, circondato dall’assemblea dei fedeli,  ognuno sulla propria sedia di paglia, da solo e insieme agli altri di fronte all’assoluto, si sia commosso fino alle lacrime per  l’emotiva suggestione mistica.

Giancarlo :G Galassi

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DIVERSI MODI … NUMERI … PAROLE …

mosaicoAndrea Di Martino su: MA FALLA ‘N PO’ COME TE PARE …

“Prima ancora che all’articolo di B. Forte (invero alquanto generico), permettimi, caro Galassi, di riallacciarmi alla tua precedente controreplica, per poi tornare su quel (francescano) concetto di “povertà” che ti è così caro, per poi lasciare, dopo questo mio intervento, che sia proprio tu (tu tu tu tu, la senti la reiterazione?), ad usufruire del diritto all’ultima parola (pensa quanto so’ magnanimo!). Senza star qui a parlare di quella meteora che va sotto il nome di “postmodern” (che, per usare una felice formula zeviana, ha avuto “effetti chiassosi ma limitati”, come del resto ci dimostra l’attuale babele linguistica), ma soprattutto senza buttarla in filosofia, è significativo già solo il fatto che alla parola “criterio” (sottinteso, di discernimento di ciò che è contemporaneo da ciò che non lo è), faccia seguito la locuzione “per me”. Come dire che si tratta di un criterio (consapevolmente) soggettivo. Ma ciò equivale a dire che, in condizioni di rispetto reciproco, il criterio di Tizio vale quanto quello di Caio, e così via. Detto in altri termini, il problema (quello cioè di distinguere la contemporaneità dall’anti-contemporaneità), si rivela come un falso problema (tanto pe’ cambià). Piuttosto, se mi è concesso (‘na vorta tanto), di richiamare l’attenzione su un problema reale, mi verrebbe da chiedere se in questo Paese il rispetto valga davvero a condizione di reciprocità, visto che coloro che si occupano di architettura in muratura (non certo ispirandosi a Fidia, ma semmai ad architetti appartenenti alla stessa generazione del Razionalismo), non hanno la possibiltà di insegnare in una Università pubblica. E soprattutto italiana. Dettagli anche questi? In tal caso chiudo la parentesi e mi scuso per la divagazione (ammesso e non con(cesso) che si tratti davvero di una divagazione). Ciò premesso, pur riconoscendo la mia ignoranza in un campo così complesso come quello della filosofia, una semplicissima considerazione mi sento di poterla azzardare anche in tale ambito. Dico solo che se anche nella profezia di Heidegger (ovvero la trasformazione della tecnica da mezzo a fine), si vuole scorgere una matrice nazista (piuttosto che una naturale avversione alla tecnocrazia), allora, sia pure da umile profano, ho l’impressione che tale matrice abbia la stessa consistenza del (presunto) filonazismo della Riefenstahl, che fino all’età di cent’anni ha dovuto combattere come una leonessa solo per dimostrarne l’inconsistenza. Ad ogni modo, se con la parola “povertà”, tu intendi (per quanto mi è dato di capire), il recupero di un senso del limite e della misura (ovvero quell’aristotelico concetto di “phronesis” riesumato (indovina un po’) dallo stesso Heidegger), allora il tanto vituperato dov’era com’era, visto sotto questa luce, non solo ci appare (citando P. Marconi), come un “diverso modo di fare architettura”, ma soprattutto ci appare nella sua (intrinseca) oggettività (ebbene sì). Del resto, sfido chiunque (sottolineo chiunque), a dimostrarmi che, a parità di cubatura, ma anche di vincoli di natura tecnica (quali quelli della normativa antisismica), si possa costruire una chiesa “contemporanea” con 400000 euro (tanti quanti ne bastano per costruire la chiesa oggetto della “diatriba”). Sfortunatamente per molti (e fortunatamente per altri), i numeri (almeno loro), sono sempre più oggetivi delle parole, per quanto infarcite di forbitismo letterario e/o filosofico.

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