MA FALLA ‘N PO’ COME TE PARE …

armenia oggi ...Andrea Di Martino su ERIGERE UN MONUMENTO…

“Se, per quanto mi è dato di capire, ogni “specificità poetica contemporanea” è (o deve essere) di natura meramente autobiografica, allora ne dovremmo dedurre che esistono tante “immagini di contemporaneità” quante sono gli architetti, quindi infinite; il che è come dire che non ne esiste nessuna. In pratica, è la stessa obiezione che può avanzare un ateo nei confronti di chi rivendica come verità assoluta l’esistenza di Dio, giacchè, come tutti sanno, la verità scientifica è una sola, mentre le verità religiose sono infinite (cioè tante quante sono le religioni). Ma allora, tornando allo specifico architettonico, se non esiste nessuna “immagini di contemporaneità”, non si capisce come possa esistere una qualsivoglia forma di “anti-contemporaneità”. Quindi domandare da cosa derivi la (presunta) anti-contemporaneità di qualcuno (o di qualcosa), è una pura contraddizione in termini, indipendentemente dal tono serioso o sarcastico di chi pone la domanda. Il mio intervento finirebbe qui, se non fosse che chi ha posto la domanda ha parlato di “semplicistico dov’era com’era”, dove l’aggetivo “semplicistico” deriverebbe (anche qui cito testualmente), dal concepire la contemporaneità solo come “luoghi e tecniche costruttive, alla stregua dell’architettura classica” (ammesso e non con(cesso) che i classici l’abbiano davvero concepita così). Ebbene, qualora una concezione di questo tipo fosse davvero implicita nel “semplicistico com’era dov’era”, allora sono io che, con cognizione di causa, potrei chiedere (non solo a Galassi ma a chiunque voglia rispondermi): “In cosa consiste la contemporaneità”? Forse in un (non meglio precisato) “zeitgeist”? Quelli che la pensano così, dovrebbero spiegarci una volta per tutte il motivo per cui tale concetto, ritenuto figlio della scienza e della tecnica, e quindi dell’attività umana (a dispetto del suffisso “geist”), debba relazionarsi (secondo loro), sempre e soltanto alla forma, e mai a quei problemi di ordine pratico (costi, tempi, prevenzione degli infortuni), la cui risoluzione dipende dal progresso tecnico-scientifico nella stessa misura in cui tale progresso influenza le forme stesse dell’architettura. Come se gli stessi progressi dell’ingegneria meccanica (gru mobili, scavatrici, trivellatrici e altre macchine edili) fossero mero appannaggio di edifici futuribili. Come cioè se la cantierizzazione del processo edilizio basata su tali macchine non costituisca già di per sè una naturale forma di adesione al progresso tecnico-scientifico. E quindi allo “zeitgeist”. Già queste semplicissime considerazioni ci danno l’esatta misura della pretestuosità di certe critiche (ovvero l’equazione (ormai trita e ritrita): dov’era com’era = semplicistico = classico = anti-contemporaneo). In tal senso, è significativo già solo il fatto che il Galassi, dopo aver sollevato la questione del semplicismo in architettura (identificato, lo ripeto ancora, col dov’era com’era), liquidi subito dopo la questione con la frase: “Ma non fa niente. Dettagli”: una formula perfettamente complementare con la frase: “…ti ho capito (finalmente!) e ti difendo!”, attribuendo poi ad una (non meglio precisata) “sacra perdita di aura” il motivo per cui si può “difendere” un “nemico ideologico”. In pratica, una forma retorica intrinsecamente classica (come suggerisce la stessa locuzione latina con cui è giunta fino ad oggi: “captatio benevolentiae”), pretenderebbe di irridere (pensate un po’) la classicità stessa (conformemente alla succitata equazione, che ripeto ancora: dov’era com’era = semplicistico = classico = anti-contemporaneo). Paradosso nel paradosso. Come dire che dopo aver sollevato una questione si rifugge (consapevolmente) da una qualsivoglia domanda inerente la stessa. Un atteggiamento il cui livello di evasività mi ricorda quello del prof. Lenci nella sua “forbitissima” critica al mio progetto (per inciso, neorossiano) di composizione 3, fermo restando il fatto che Lenci, in quanto docente universitario, e quindi “accademico” (sic), non aveva alcun motivo di rendere accettabile la sua “sentenza” per mezzo della captatio benevolentiae, per il semplice motivo che la sentenza di un docente si può soltanto accettare in quanto tale, indipendentemente dal suo effettivo livello di obiettività”

BEATO CHISSELOFA’ ‘R SOFA’ … | Archiwatch

 

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9 risposte a MA FALLA ‘N PO’ COME TE PARE …

  1. ettore maria mazzola ha detto:

    Splendido e puntuale Andrea!
    Hai colto perfettamente il punto
    Ciao
    Ettore

  2. Altro che captatio benevolentiae. Già altrove avevo equiparato l’ideologia antimoderna di Ettore alla furia ideologia moderna. Adesso l’ho ridotta a poetica, oppure l’ho innalzata a poetica. In barba ai doveracomericiani e ai doveranoncomericiani. Il postmodern ha fatto polpette dello zeitgeist. Anzi forse abbiamo cominciato prima con Heidegger. Che era simpatizzante nazi purtroppo, bastardo, ma ha messo delle pietre in cui non è facile non inciampare.

    Resta solo un criterio. Difficilissimo. Il discernimento caso per caso, testa per testa tra le infinite immagini di contemporaneita’.
    E se un criterio valido, per me, ci può’ essere e’ la povertà anche di zeitgeist ma soprattutto reale e rimando volentieri al Bruno Forte di oggi sul Sole 24 Ore.

    • sergio de santis ha detto:

      Giancarlo….
      Che tristezza leggere “il postmodern ha fatto polpette dello zeitgeist”….
      Lo zeitgeist E’ prima ancora di avere un nome…
      Il postmoderno é una frazione …componente dello zeitgeist..nel periodo in cui ha resistito…poi é morto e lo zeitgeist si é concentrato su altro…ora per esempio lo zeitgeist …che non riguarda solo l’architettura…é molto concentrato su un sacco de stronzate…studiate…studiate…ma non capite na ceppa…
      Lo zeitgeist é infinito…
      Il postmoderno é finito…come so finite molte cose

  3. Ho trovato l’articolo e ve lo passo.
    Per essere stato pubblicato sulla prima pagina del giornale della confindustria, anche se di domenica… niente male.

    Bruno Forte, Quanto può valere la povertà

    Sempre di più ricomprendo il valore del “rendimento” caniggiano e prima ancora del funzionalista Pagano.
    Pensare come disvalore o valore della bellezza anche lo sperpero o l’uso intelligente delle risorse per ottenerla.

    Torniamo all’acciaio corten di Bruno o ai baretti barocchi di Marconi, Marconi che quando restaurava con Caniggia, nell’edificio romanico metteva la scala perduta in legno lamellare, non in pietra doveracomera come farebbe adesso o come ora ci si aspetterebbe da lui e dalla sua scuola.

    E’ un mondo difficile e perciò bellissimo da discernere.

  4. Andrea Di Martino ha detto:

    Prima ancora che all’articolo di B. Forte (invero alquanto generico), permettimi, caro Galassi, di riallacciarmi alla tua precedente controreplica, per poi tornare su quel (francescano) concetto di “povertà” che ti è così caro, per poi lasciare, dopo questo mio intervento, che sia proprio tu (tu tu tu tu, la senti la reiterazione?), ad usufruire del diritto all’ultima parola (pensa quanto so’ magnanimo!). Senza star qui a parlare di quella meteora che va sotto il nome di “postmodern” (che, per usare una felice formula zeviana, ha avuto “effetti chiassosi ma limitati”, come del resto ci dimostra l’attuale babele linguistica), ma soprattutto senza buttarla in filosofia, è significativo già solo il fatto che alla parola “criterio” (sottinteso, di discernimento di ciò che è contemporaneo da ciò che non lo è), faccia seguito la locuzione “per me”. Come dire che si tratta di un criterio (consapevolmente) soggettivo. Ma ciò equivale a dire che, in condizioni di rispetto reciproco, il criterio di Tizio vale quanto quello di Caio, e così via. Detto in altri termini, il problema (quello cioè di distinguere la contemporaneità dall’anti-contemporaneità), si rivela come un falso problema (tanto pe’ cambià). Piuttosto, se mi è concesso (‘na vorta tanto), di richiamare l’attenzione su un problema reale, mi verrebbe da chiedere se in questo Paese il rispetto valga davvero a condizione di reciprocità, visto che coloro che si occupano di architettura in muratura (non certo ispirandosi a Fidia, ma semmai ad architetti appartenenti alla stessa generazione del Razionalismo), non hanno la possibiltà di insegnare in una Università pubblica. E soprattutto italiana. Dettagli anche questi? In tal caso chiudo la parentesi e mi scuso per la divagazione (ammesso e non con(cesso) che si tratti davvero di una divagazione). Ciò premesso, pur riconoscendo la mia ignoranza in un campo così complesso come quello della filosofia, una semplicissima considerazione mi sento di poterla azzardare anche in tale ambito. Dico solo che se anche nella profezia di Heidegger (ovvero la trasformazione della tecnica da mezzo a fine), si vuole scorgere una matrice nazista (piuttosto che una naturale avversione alla tecnocrazia), allora, sia pure da umile profano, ho l’impressione che tale matrice abbia la stessa consistenza del (presunto) filonazismo della Riefenstahl, che fino all’età di cent’anni ha dovuto combattere come una leonessa solo per dimostrarne l’inconsistenza. Ad ogni modo, se con la parola “povertà”, tu intendi (per quanto mi è dato di capire), il recupero di un senso del limite e della misura (ovvero quell’aristotelico concetto di “phronesis” riesumato (indovina un po’) dallo stesso Heidegger), allora il tanto vituperato dov’era com’era, visto sotto questa luce, non solo ci appare (citando P. Marconi), come un “diverso modo di fare architettura”, ma soprattutto ci appare nella sua (intrinseca) oggettività (ebbene sì). Del resto, sfido chiunque (sottolineo chiunque), a dimostrarmi che, a parità di cubatura, ma anche di vincoli di natura tecnica (quali quelli della normativa antisismica), si possa costruire una chiesa “contemporanea” con 400000 euro (tanti quanti ne bastano per costruire la chiesa oggetto della “diatriba”). Sfortunatamente per molti (e fortunatamente per altri), i numeri (almeno loro), sono sempre più oggetivi delle parole, per quanto infarcite di forbitismo letterario e/o filosofico.

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  6. Ma cosa dici? Chi costruisce in muratura non ha spazio in una Facoltà Italiana?
    Ma quante volte abbiamo preso in giro il Politecnico di Bari di Claudio D’Amato che della pietra e della muratura ha fatto un must e in cui tra l’altro insegna l’amico (di Mazzola e mio) Matteo Ieva di cui abbiamo parlato in altri tempi. Per citare un altro pietrambolico totalmente fuori di testa prova a googlare “Giuseppe Fallacara” che non solo ha fatto la sua parte nella Vema di Purini alla Biennale del 2006 ma insegna (a Bari) stereotomia.

    Ma ce l’hai con me? Così tanto per sfrucugliare?

    Nota che condivido molto di quello che forse frettolosamente scrivi, del resto mi sembri che leggi altrettanto frettolosamente.
    Datti una calmata. Non sono su un blog per cambiare il mondo. Ma solo per raccontarlo.

    Ho detto che la chiesa da 400mila euro è brutta?
    Ho detto che è senza aura come le sue secolari consorelle! Vabbhe. Amen.
    Anzi, mMglio. E’ moderna.

    Che Zevi e gli zeviani (ho massaggiato i libri del tuo maestro Lenci il Giovane in altri post – tra i pochi forse che li ha letti – ma non dirgli che è zeviano che l’etichetta gli da fastidio anche se tutti in facoiltà lo danno per tale) non abbiano capito per semplificazione ideologica il postmodern (scambiandolo per monumentalismo neofascista) – ma tu rischi di fare lo stesso per semplificazione controideologica (De Santis arimetti Tonino Carotone che ci facciamo un balletto!).
    Per fortuna c’è stato lo zeviano Muratore che si è messo per traverso alla cattedra di storia a Valle Giulia. E adesso si mette di traverso in un blogghetto da quattro soldi.

    Adesso mi viene il sospetto che ti ho fatto qualcosa di personale e quindi mi rintuzzi…
    ti ho tamponato? ti ho preso l’ultima copia di The Walking Dead dal giornalaio?
    Non per captatio benevolentiae ma ti chiedo scusa. Neanche mi sono accorto.

    Ciao,
    :G

    • sergio de santis ha detto:

      A Giancà ….ma non mi dire che te sei letto pure i libri de ruggero…ho capito bene? Me sa che é per questo che ogni tanto sfarfalli… non sempre … perché sai … secondo me ci é pure il tema che alla fine manco ve capite bene quando scrivete… secondo me potete scrive le stesse stronzate usando almeno il 50% in meno di parole …LESS IS MORE … minchia …ho citato er sor maestro….
      Comunque…
      Mi piace l’umanità con la quale affronti l’inquisizione…
      Io (ora) ti capisco… ma non ti difendo… però ti perdono…
      Anzi non lo so…
      Ma tu te la compreresti una sculturina di RUGGGIERO IL GIOVANE?

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