L’Angelo … della Storia …

Filippo de Dominicis, in riferimento ai numerosi commenti relativi alla recente Lectio eisenmaniana ci manda queste sue, quanto mai opportune, osservazioni:

“dai, basta co ste palle!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!eisenman ha fatto la storia dell’architettura cosi come benjamin baudrillard e deleuze hanno fatto la storia della filosofia…non capisco proprio di cosa stiamo parlando!e con quale supponenza?!?!

« C’è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un’unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l’angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ciò che noi chiamiamo il progresso, è questa bufera »

anche questo per qualcuno sarebbe continuo “sforzo di decifrazione dell’indecifrabile”?!?!!?eppure quanto aveva ragione?!?!?!”

grazie … Filippo …

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Come è brutta la città …

Dopo le note esternazioni in sede UIA il ministro-poeta in versione Versiliana, stando alle agenzie, “ha lodato il patrimonio artistico, culturale e architettonico dell’Italia (bontà Sua, n.d.r.), ma ha criticato l’architettura contemporanea (effetto Elkann, n.d.r.).”Le nostre citta’ sono belle – ha detto il ministro – ma quello che e’ stato costruito negli ultimi decenni non e’ altrettanto bello. Bisogna sostenere e promuovere l’arte e l’architettura contemporanea, lasciare un segno alle generazioni future. Per questo nei prossimi mesi faro’ una legge sull’architettura di qualita’ per favorire e promuovere, attraverso progetti-concorso, i giovani architetti”.

Ci pare di aver ascoltato tante altre volte simili invocazioni …
e sarà poi così vera l’equazione:
paesaggio di merda – cattiva architettura / qualità – concorsi, giovani, etc.? …
abbiamo la sensazione che ci sia più di qualche cosa che non quadra e che le leggi sull’architettura siano solo un passatempo per politici decotti in cerca di gloria e consenso a buon mercato …

intanto, dopo il chiaccheratissimo articolo di Settis sul Sole24 di qualche giorno fa, leggiamo oggi che:
“Il Ministro per i beni e le attività culturali, Sen. Sandro Bondi, ha incontrato oggi il Prof. Salvatore Settis. Nel corso del cordiale colloquio il Ministro ha rinnovato la sua stima al Prof. Settis, cui ha chiesto di proseguire nella sua opera in favore della tutela del patrimonio culturale nazionale e del paesaggio italiano in qualità di Presidente del consiglio superiore dei beni culturali. D’altronde il Ministro ha ribadito, durante il colloquio, come mai tale giudizio sia stato da lui, in nessuna sede, modificato e come egli non abbia mai messo in dubbio la legittimità di esprimere liberamente le proprie opinioni per il Presidente del consiglio superiore.
Il Ministro ha confermato al Prof. Settis come egli concordi sulla urgente necessità di intraprendere un cammino comune per limitare il più possibile il temuto ridimensionamento delle risorse a favore dei beni culturali, anche avviando tutte le azioni possibili per attrarre nuove risorse da parte dei privati, ma pur sempre in un’ottica di risparmi complessivi che vedono impegnate tutte le amministrazioni pubbliche del Paese. Inoltre, il Ministro ha sottolineato come il tavolo di confronto con le Regioni sia, a Costituzione vigente, il modo migliore per la più efficace tutela e valorizzazione dei beni culturali, fermi restando i principi irrinunciabili dettati dall’art. 9 della carta costituzionale italiana.
Il Prof. Settis si è congedato manifestando la propria disponibilità a collaborare e a continuare quindi a presiedere l’organo consultivo del ministero. Il Ministro e il Prof. Settis si sono pertanto dati appuntamento per il 16 luglio prossimo, giorno in cui il consiglio superiore dei beni culturali si riunirà per la prima volta dall’insediamento del nuovo Governo, occasione propizia per un chiarimento su tali temi …”

Staremo a vedere …
ma le preoccupazioni di Settis sulla reale tenuta futura del MIBAC restano condivisibili in tutta la loro gravità … anche se è altrettanto vero che la barocca confusione burocratico-istituzionale che ha animato lo stesso ministero negli ultimi anni, la dice lunga sulla sua già, più che concreta, ineffettualità …

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Un Eisenman … “magistrale” …

Francesco Ciccarelli, “reduce”  dalla Lectio Magistralis di Peter Eisenmann a Torino ci manda alcune sue considerazioni che molto volentieri ospitiamo …

“Torino, 2 luglio 2008, ore 9:30, convegno mondiale di architettura all’interno del Palavela. Apre la giornata la Lectio Magistralis dell’”archistar” Peter Eisenman. Parole uniche per un’esperienza irripetibile, quella di assistere a un punto di vista carico di solennità ed efficacia, di uno delle massime personalità architettoniche del mondo contemporaneo. Una forza nei gesti, una risolutezza nel tono della voce ed una onesta riflessione sull’attuale maniera di fare architettura oggi, hanno catturato l’attenzione e le emozioni della numerosissima platea del Palavela, che non ha resistito alla commozione del plauso finale.
Personalmente ho ripensato alle mie vicende di vita e di lavoro di tutti i giorni, alla mia sorpresa che con difficoltà supero nel notare dentro le nostre aule universitarie le differenze sostanziali del progettare e rappresentare oggi in rapida trasformazione, agli innovativi approcci nelle revisioni tra studenti e professori, o alle stesse relazioni di mutuo scambio interpersonale, ove sempre più esclusivamente si delega alla macchina, alla figurazione, l’individuale interpretazione della percezione sensoriale.
Tre punti fondamentali ha approfondito l’architetto Eisenman, tre concetti esplicativi della sua filosofia a monte del progetto. Se il convegno proponeva nel suo manifesto la trasmissibilità, la democrazia, la speranza, Eisenman al contrario esprime il suo disappunto.
1. l’architettura come l’amore non può essere trasmessa, non ha senso fotografarla o illustrarla, se suo presupposto è quello di avere una consistenza fisica, dello stare in un luogo.
2. L’architettura non è estensibile indifferentemente a tutti, non è un’idea che passivizza la società, ma ha bisogno di gesti simbolici che di necessità creano una cultura. La democrazia ha significato se voluta dalla gente, ma non se inserita in un’ottica programmatoria.
3. La speranza non costituisce un universale intendimento, ma il proprio modo di rivolgersi alle persone in cui si crede.
Eisenman ha poi argomentato il tutto dicendo che il problema fondamentale dei nostri tempi è che bisognerebbe ricondurre la mentalità critica alla propria disciplina. Notiamo ovunque formulazioni matematiche, ingegneristiche, di problematiche spaziali ridotte a chiuse logiche algoritmiche che producono solo una grande varietà. In tutto ciò non si può scegliere perché la rapidità con cui gli algoritmi danno risposte esula dalla comprensibilità o dalla significazione dei processi che stanno a monte, che poi sono quelli di un calcolatore e non della realtà sensibile.
Emerge una cultura mediatica dello schiavismo, della dipendenza da chi fa per noi, dove il tempo è configurato per segmenti discreti e non da quanto si riesca a comprendere prima dello spazio pubblicitario. Le nostre immagini non sviluppano ragionamenti perché danno un valore iconico, di segni intercambiabili e non simbolico di contenuti. Invece di disegnare planimetrie e diagrammi oggi si rappresentano persone e grafici. L’architettura ha bisogno di tempo per maturare, per scrivere. Lo spazio architettonico non è e non può essere quello a cui si appella in maniera semplicistica la sostenibilità e l’ottemperanza alle normative.
Dice Eisenman che corollario di questa situazione è che diventiamo più passivi, la finalità dei processi è la produzione e il consumo delle immagini. La nostra capacità di voto è solo un carnevale sedato, è un prodotto della società ipermediatica dove possiamo votare qualsiasi cosa.
Senza intimare condanne o catastrofismo sui nostri tempi, è palese quanto una volta si apprendesse a disegnare, confrontando le differenze tra un Palladio e un Le Corbusier dove le idee erano interne alla raffigurazione architettonica. Il computer non ci permette di concettualizzare uno schizzo. Photoshop è costruito per chi non sa pensare, ma creare immagini fantastiche. Unire i punti con un mouse non è alla stregua della concettualizzazione diagrammatica.
Conclude Eisenmann giudicando la nostra epoca “tarda”, dove ci sentiamo alla deriva in un mare senza vento perché non ci sono cambiamenti ideologici; ma questo porta in nuce una nuova ricerca interiore per un nuovo paradigma verso il futuro, una sorta di Missa Solemnis di Beethoven, fuori delle stesse caratteristiche del precedente periodo.
Mostrando una sola opera Eisenman traduce il suo pensiero in architettura, un complesso culturale di 750.000 piedi quadrati, la città della Cultura della Galizia a Santiago de Compostela in Spagna, dove l’antispettacolare sta nella dissoluzione del centro in molteplici itinerari del pellegrinaggio. La topografia cartesiana è deformata da vettori informatici, tuttavia sono forti nella realizzazione i richiami al contesto.
Eisenman invoca un ritorno sincero all’architettura, quello dello stare dentro un luogo senza la veicolazione fotografica, del vivere le emozioni di un edificio più di quelle di un modello. Esprimere e ricevere le sensazioni che passano dalla mano al disegno e non per il tramite di uno schermo. Il progresso tecnologico non ha futuro, è circoscritto alla nostra temporalità. Dobbiamo allora fermarci, riflettere e chiederci cosa stiamo davvero facendo al mondo.”

F.C.

Al di là dei Manifesti …
evidentemente, qualcuno, …
ed Eisenman è tra questi …
continua ad usare il cervello …

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Niente di nuovo … sotto la mole … Eco-metropoli … post-consumista …

“Per un nuovo modello di sviluppo che si riconcili con la natura e la tuteli in una nuova alleanza.
Per una società post consumistica che rimetta al centro dell’attenzione i valori primari dell’umanità.
Per ridefinire i contorni della modernità affinché ristabilisca l’armonia con i cicli della natura.
Per un’architettura che si faccia interprete della natura, che difenda e valorizzi la biodiversità declinata a tutti i livelli: estetica, etica e politica …” questi in sintesi i contenuti del megacongresso architettonico conclusosi nei giorni scorsi a Torino …
Questo il messaggio contenuto nell’appello lanciato dal Manifesto del Congresso che raccoglie e sintetizza il dibattito sviluppato nei tre giorni dl Congresso …”

Ecco quindi il testo completo del Manifesto del XXIII Congresso Mondiale UIA Torino 2008:

DALLA CRISI DI MEGACITY E DEGLI ECOSISTEMI
VERSO ECO-METROPOLI E L’ERA POST-CONSUMISTA

I°
“Non possiamo risolvere i problemi se non abbandoniamo il modo di pensare che li ha creati” (A. Einstein)

La crisi di megacity e degli ecosistemi: l’insostenibilità del paradigma meccanicista e del mito dello “sviluppo illimitato”.
Dal dopoguerra la terza rivoluzione industriale fondata sull’onnipotenza della tecnoscienza, l’energia atomica, l’automazione, l’informatica, ha ristrutturato l’intero ciclo produttivo in senso post-fordista, liberando l’umanità dal lavoro manuale. Questa rivoluzione ha spinto impetuosamente verso la globalizzazione, la società massificata, l’economia consumista e le megalopoli determinando la più grande espansione demografica, economica e urbana della storia. Tale crescita esponenziale è resa possibile da un modello di sviluppo che considera la Natura come una riserva illimitata. Ma la travolgente transizione dall’era tardo-industriale a quella postindustriale ha creato anche problemi ingovernabili. Essi giustificano l’invettiva di F. Ll.Wright: “la vecchia città capitalista non è più sicura. Significa assassinio di massa” in The living city (’58), modello organico di città alternativo a quello astratto della Ville Radieuse (L.C., ‘25). Oggi l’inaudito sviluppo post-industriale è giunto al punto da sconvolgere i cicli bioclimatici e l’ecosistema planetario. Questo ha rivelato l’insostenibilità del paradigma meccanicista su cui è fondato lo statuto funzionalista codificato dalla Carta di Atene (‘33). Tale insostenibilità si manifesta attraverso patologie sempre più allarmanti che non possono essere più rimosse, minimizzate o ignorate dalle istituzioni, riassumibili nei seguenti fenomeni:
1. L’esplosione della bomba demografica.
2. L’espansione permanente delle megacities e delle galassie megalopolitane.
3. L’onnipotente sviluppo post-industriale, la globalizzazione mercatista e il controllo planetario delle risorse.
4. La mutazione genetica post-fordista della produzione, della società, della metropoli.
5. La globalizzazione di infrastrutture, mercati e sistemi urbani in un’unica weltstadt “infinita e senza forma”.
6. L’”Impronta ecologica” della città planetaria oltre i limiti della Natura.
7. La distruzione progressiva del Patrimonio Storico e delle comunità tardo-antiche.
8. Il consumismo come acceleratore esponenziale della produzione: la sua metamorfosi da vizio a virtù.
9. L’apogeo e il tramonto dell’era dei combustibili fossili: il conflitto per il dominio mondiale delle energie.
10. La crescita vertiginosa di rifiuti, inquinamento e effetto serra: l’ecocidio planetario.
11. L’autoreferenzialità dell’architettura nella società consumistico spettacolare. Queste patologie sono giunte a un livello di pericolosità tale da minacciare la sopravvivenza del pianeta! Ormai le “cose” si ribellano alle “parole”, i problemi sfuggono alle tesi elaborate per governarle.
Intanto la sinergia tra tecnocrazia, economicismo e mercatismo ha continuato a ignorare l’ecocidio planetario in atto svelato e denunciato, dagli anni ‘70 in poi, dalla nuova visione sistemica del mondo. Essa ha evidenziato che il pianeta, in quanto ecosistema “vivente” in equilibrio autoregolato, non può più essere governato da tali principi e dalla politica del laisser-faire laisser-passer sempre più indifferenti alla gravità della crisi ambientale, energetica e metropolitana, pervenuta ad un punto di rottura. Oggi l’UIA, nel 60° anno dalla fondazione – in continuità con la Carta di Machu Picchu (’77) “revisione antilluministica della Carta diAtene” (B. Zevi) e con le Dichiarazioni del Messico (’78),Varsavia (’81), Chicago (‘93) – assume le sue responsabilità di fronte a tali sfide, contribuendo a elaborare strategie alternative, ad ampliare le competenze interdisciplinari, a formare su tali tesi gli architetti del futuro.
Questo, nella consapevolezza che: “non è perché le cose sono difficili che noi non osiamo, è perché non osiamo che sono difficili” (L. A. Seneca).

II°
Non bisogna far violenza alla Natura, bisogna persuaderla” (Epicuro)

Verso ecometropolis e l’era post-consumista: la riscoperta del paradigma ecologico e della realtà dei “limiti dello sviluppo”.
I 250 anni della rivoluzione industriale sono stati dominati per i quattro quinti dal paradigma meccanicista (analitico-riduttivo) e dal mito dello “sviluppo illimitato” che hanno prodotto insieme all’affluent society, le patologie oggi incontrollabili. Ma nell’ultima fase post-industriale, si è aperta una nuova prospettiva, sebbene anticipata da profetiche intuizioni: il paradigma ecologico (sinteticoorganico) consapevole, viceversa, della realtà dei “limiti dello sviluppo” e orientato verso un’era post-consumista, una nuova frontiera ecometropolitana e un’architettura che viva in simbiosi con la Natura! Questo mutamento è in sintonia con le scienze che dal dopoguerra vanno oltre il paradigma meccanicista: la Cibernetica, la Teoria dei sistemi, della Gestalt, l’Ecologia, i Sistemi dinamici complessi, la Biologia olistica, la Scienza del Caos. Esso segna la transizione paradigmatica dal “diritto alla città” (H. Lefebvre, ‘68) al “diritto alla Natura”. Il paradigma ecologico, a rete, scoprendo le leggi che regolano il divenire dei fenomeni fisici e la crescita degli organismi viventi, si incarna nella visione olistica che consente la “pacificazione tra tecnosfera e ecosfera” (B. Commoner) indispensabile per la sopravvivenza del pianeta. Pertanto, se si vuole liberare la modernità dai “suoi disastrosi inconvenienti” provocati dallo statuto meccanicista ormai insostenibile, occorre con urgenza una strategia alternativa capace di perseguire:
1.1. Il disinnesco della bomba demografica.
1.2. Un habitat entropico: da garden-city, living city, arcology, verso la nuova frontiera eco-metropolitana.
1.3. La rifondazione del modello di sviluppo come sintesi di economia e ecologia.
1.4. Il riequilibrio eco-metropolitano dell’armatura urbana disimpegnata dai grandi corridoi transnazionali.
1.5. L’integrazione delle reti hard e soft in un cyberspace aperto, interattivo ma in simbiosi con la biosfera.
1.6. Una “Nuova alleanza” con la Natura: oltre il riduzionismo funzionalista.
1.7. La tutela del Patrimonio storico e degli abitanti, dei siti antropizzati e delle comunità tardo-antiche.
1.8. Dall’economia dello spreco alla sobrietà post-consumista: la liberazione della coscienza omologata dell’uomo-massa.
1.9. La città dell’era solare (Eliopolis) e delle energie rinnovabili: la riconversione dell’habitat planetario.
1.10. La nuova civiltà entropica del riciclaggio, del controllo dell’inquinamento e dell’effetto serra.
1.11. Un’architettura digitale come “protesi della Natura”, diritto alla biodiversità estetica, etica e politica. A chi obietterà che tale strategia è opinabile o utopica, si può replicare che, viceversa, essa è obbligata e realistica!
Questo per tre ragioni capitali: l’imminente fine dell’era dei combustibili fossili, che indurrà la riconversione ad altre energie del ciclo produttivo e della città planetaria; la minaccia dell’effetto serra alla sopravvivenza del pianeta, che esige una svolta strategica verso la “pacificazione tra tecnosfera e ecosfera”; il fallimento etico del consumismo nichilista responsabile, in nome del superfluo, della distruzione della Natura. Ma tali smisurati problemi sono irrisolvibili senza la rivoluzionaria transizione culturale dal paradigma meccanicista a quello bio-ecologico capace di rimodellare la modernità sui cicli della Natura.
Questo nella convinzione che: “l’essenza della civiltà non consiste nella moltiplicazione dei desideri, ma nella deliberata e volontaria rinuncia ad essi” (M. Gandhi). Intanto, i tempi per una svolta radicale si riducono sempre più e non la si può delegare a nessuno. Infatti: “di tutti gli organismi viventi sulla terra, solo noi esseri umani abbiamo la capacità di mutare consapevolmente il nostro agire. Se si deve fare pace col Pianeta, siamo noi a doverla fare” (B. Commoner).
…

Che dire? …
tra Seneca … Epicuro … Einstein … Gandhi … Lefebvre … e Commoner, …
ma anche tanti altri, evidentemente tralasciati per brevità di sintesi, …
sembra di essere tornati al sessantotto …
in fondo, sono passati soltanto quarant’anni …
utopia … fa ancora rima … con ideologia …
e con burocrazia, ma non certo con fantasia …
forse, …
se avessimo di nuovo vent’anni, …
potremmo cascarci ancora, …
ma ne abbiamo molti, molti di più …
siamo adulti e vaccinati, …
ma, … soprattutto, … scojonati …
e non ne possiamo più di essere presi per il culo …

P.S.
avete presente … il “presidente” … Sirica? …
ve lo immaginate …
nelle vesti di Gandhi? …

personalmente … abbiamo qualche difficoltà …

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Napoleone … colle palle …

collepalle

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Italia sgonfia …

italiasgonfia

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Col pallone …

tuttosport

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Quasi … normale …

quasinormale

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Leggerezza …

leggerezza

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Solidità …

solidità

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