Werner Oechslin … sulle radici … due saggi, magistrali …

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Werner Oechslin, Le radici tedesche dell’architettura moderna, gli esordi del Werkbund e di Mies, pubblicato recentemente da Umberto Allemandi, raccoglie, concludendoli con un poscritto, due testi “Politico, troppo politico … i “nietzschini”, la Wille zur Kunst” e il Deutsche Werkbund prima del 1914” e “Il percorso coerente di Mies contro il formalismo e il determinismo: un’arringa sui criteri da seguire in architettura”, già pubblicati dall’autore in sedi diverse a partire dalla fine degli anni novanta.
Nel panorama desolato dell’editoria di questi ultimi tempi, un contributo serio, straordinario e illuminante su alcuni momenti fondamentali della cultura architettonica contemporanea che dovrebbe essere proposto come lettura obbligatoria per quell’esercito di cialtroni, analfabeti e arroganti,  che si riempe la bocca, e non da oggi, di modernità, di avanguardia, di utopia, di storia e di teoria, …

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Pariando e papariando … del più e del meno …

Eldorado … che, evidentemente, la domenica non riposa: …

“Domenica, è festa. E’ l’alba, è tempo per i muratorini operosi. Che scriveranno? Apro Archiwatch, leggo. Sempre simpatici e vari i post. Miracolo di Internet, la partecipazione bloggata, l’unica via che ci rimane ancora. Chi avrebbe mai colloquiato ad esempio con Emanuele Arteniesi? Anzi, dato che ha cognome doppio: Arte & Niesi, camion e rimorchio, io colloquio meglio con la sua parte portante dell’Arte. Sgancio il Niesi, così vado più veloce. Ed è simpatico il suo augurio d’inizio danno (una parola) di fare una filiazione a questo romano blog di Muratore. Fondare presto “uno sfizioso Archiwatch-Napoli, il blog di Eldorado. Uno spazio per papariarsi un pò.” Un blog a(la)maro ma gustoso, locale ma globale. Tanti racconti al blog-cafè Eldorado, tra sfogliatelle e madeleines d’arte & industria, rosa e rosette avvelenate spartenopee. Con, a richiesta, biscotti Arte & Niesi.

Ma è proprio così? Che vuol dire esattamente “pariare”? Pariare come pazziare? O  apparire? Pariare spagnolismo legato a piazza? O a pazzia? O chissà? Meraviglioso internet delle mie brame e curiosità, sciogli subito l’interrogativo!! Lo scrivo infatti nell’apposita casella di Google e pesco all’istante un pesciolino eccezionale. Un blog tutto centrato proprio sul significato delle parole. Molto partecipato e dotto, vedo. Il primo post dice: “… sto diventando troppo serio ed ho dimenticato il corrispettivo in italiano di pariare, sbariare, che non è scherzare … è difficile tradurre le espressioni dialettali, es. cazzimma come la traduci? Ma poi è cazzima cinese o cazzimma napoletana, romana, fiorentina, eccetera….?”

Secondo interlocutore: “Parià secondo me sta per fare una cosa tanto per farla, ars gratia artis.” Terzo parere: “Curioso, a Catanzaro non si usa pariare ma “papariare”, da papera, nel doppio significato di perdere tempo e dilungarsi nei preliminari sessuali senza venire al sodo. Pariare come non quagliare …” “Strano”, annota un altro post, “io pensavo che significasse pavoneggiarsi, sentirsi bello, essere pieno di sé …” Interloquisce un simpatico passante-post di nome Epitemea-culpa: “Ma no, papariare come pavoneggiarsi? No, se mai per quel significato abbiamo “fhara u vacantusu, u culistru, u sbafantusu”, e simili, … forse c’è un unico verbo alla bisogna, ma ora non mi viene in mente.” Un altro ancora: “pariare cioè sbariare, che non è scherzare, ma viene dal latino Padigare, ovvero digerire; di pariare abbiamo l’equivalente inglese “stroll hollywoodiano rock” come da troll, andare a zonzo ‘pavoneggiandosi’ usato da Epitemeo nel post precedente. Propongo “pariare” per la Treccani quale lemma italiano da aggiungere. Seduta stante scrivo all’uopo: se pariare presenta 263 chiamate, 137 ne conta sbariare, il quale termine mi sa tanto, riflettendoci, di pariare in modo sbagliato, errato. Esempio: Non perdere tempo ‘sbariando’ inutilmente nei blog: studia su libri!”

Altro parere locale: “… In Sicilia il termine “papariare” si utilizza quando si vuole indicare la condizione piacevole nella quale si trova una persona … ad esempio: papariare tra le donne; papariare in mezzo ai soldi …ecc. Adesso che ci penso: “papariare” equivale al termine “godere” di una determinata situazione, fregandosene delle opinioni altrui … Spero di non sbagliarmi … chiederò a Camilleri!!” “Se posso permettermi con i decani”, si acconcia un altro postattore, “sbariare corrisponde a svariare col senso di un andirivieni spesso disorientato frenetico e senza costrutto e, per traslato delirare, farneticare.” Altra possibilità avanzata da Gianluigi: “Pariare deriva da parere, partorire, con il suffisso infinitivo in “-iare/eare” comune in napoletano, per indicare l’iterazione (da pettenare, “petten-eà”). Partorire ma anche semplicemente sgravarsi. Si usava in senso proprio per indicare la passeggiata digestiva del dopo pranzo che avveniva “lento pede”, senza fretta e senza meta.”

Altre interpretazioni ancora, abusive. “Pariare deriva semplicemente da pària. Esempio: te faccio ‘na pàriata, anzi ‘nu pàriatone. Applicato al nostro caso: fare architettura da pària, da pàriata, da parata, da portata (prima e secondo piatto, pranzo fisso edilizio, migliorie sul capitolato a parte). O de-portata, o meglio architettura ri-portata, ri-pàriata, ri-partita, … ciao, ciao, muratorini dell’arte (nisia) mia. Mi sono stancato, vado a farmi un caffè, è meglio!

Sembra facile fare un blog per pariare o papariare. Ma non è facile!!!”

Eldorado

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Le monetine … di Biancaneve …

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Isabella Guarini risponde a Eldorado … sul “caso” Biancaneve: …
“Non avevo più voglia di parlare di Napoli, ma Eduardo Alamaro mi tira per i capelli pur avendo egli detto tutto con la sua metrica non baciata. I fatti sono quelli della cronaca giudiziaria: arresti, intercettazioni, intrighi per costituire monopòli di gestione degli appalti pubblici da nord a sud. Leggo nelle intercettazioni pubblicate: “Bisogna far passare l’appalto come prestazione di servizio ( manutenzione stradale), altrimenti le imprese di costruzione ci danno addosso”. Così si preparava il disgustosio miscuglio di cemento, asfalto e merendine scolastiche. Di tutto ciò Biancaneve, da le mani candide, non sapeva nulla. Possiamo crederLe, ma con un colpo di scena degno della più futurista delle scenografie, le candida Principessa si trasforma. nella più nera delle figure femminili di potere. Come Lady Macbeth si aggira per il Palazzzo, registra e tesse la tela, non più quella di Penelope in attesa di Ulisse che la liberi dai Proci, ma quella di Aracnide per irretire i suoi nemici politici. Non si capisce dalla tragedia di Shakespeare se Lady Macbeth abbia avuto figli, ma la Lady partenopea genera nuovi assessori con la cura di una madre. Leggo i nomi e apprendo che il nostro Pasquale Belfiore è chiamato alle armi mentre se ne stava tranquillo nella sua casa. Ha dichiarato che intende eliminare i tanti maxi-cartelloni pubblicitari che oscurano il paesaggio e i monumenti e avviare un discorso più articolato sul Centro storico. Naturalmente gli credo, ma l’esperienza acquisita nella Commissione Edilizia del Comune di Napoli,, di cui ho fatto parte insieme ad Alamaro, mi suggerisce di essere prudente e aspettare i fatti. Per ora la nostra Lady Macbeth si aggira insonne nel Palazzo, perché ancora non ha l’approvazione del Consiglio Comunale. Fuori, nella Piazza del Plebiscito, i Napoletani si recano a gettare le monetine della speranza nelle vasche da bagno di Jan Fabre.”

I.G.

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Amara Befana napoletana …

Eduardo Alamaro ci invia queste epifaniche osservazioni ai recenti fatti napoletani e allega la classica lettera al direttore, del classico quotidiano di riferimento, classicamente cestinata secondo le migliori tradizioni editoriali del paese …

lo ringraziamo della fiducia …
pubblicare un “pezzo” destinato al Corriere …
dà sempre una certa soddisfazione …

“Cari amici muratorini, buon anno, buona archiwatch 2009!!
Intanto la vecchia befana nella Napoli immobilista e immobiliarista ha varato la nuova giunta comunale. Tra una Rosetta e un Romeo, suicidi annunciati, cariche & discariche pubbliche, arresti eccellenti, ex assessori traditori e ufficialmente dichiarati sfrantummati.
Insomma, tra vorticosi giri di valzer e cha-cha-cha, telefonate e colloqui riservati registrati furtivamente, tarantole e tarantelle varie avvelenate, nottetempo è stata calata sui golosi bambinielli napoletani la nuova mezzacalzetta della befana. Tutta piena di leccornie e nuovi assessori, tra cui –sorpresa – il nostro e vostro amico architetto Pasquale Belfiore. Con deleghe al centro storico, edilizia pubblica e privata, progetto Sirena, illuminazione e pubblicità.
Promettenti le sue prime dichiarazioni alla stampa. Poi vedremo con tempo. Se avranno tempo. E progetti nuovi. Speriamo bene per la città stremata. Se son belfiori fioriranno.
Su questi rocamboleschi temi s-partenopei dell’ultimo mesetto vi allego una lettera che spedii prima di Natale al direttore del locale Corriere, che però ritenne non opportuno pubblicarla. Non degna di risposta la mia domanda finale. Spero di avere maggiore fortuna con questo più generoso archiblog. Basta sostituire l’inizio. Invece che: caro direttore, caro Muratore. Siamo o no fabbrili architetti costruttori di pace (non eterna)? Saluti,”
Eldorado

“Caro direttore, mi creda, sono molto triste per queste tragedie nostrane, “tra pazzia e scemenza”, come da vostra efficace sintesi giornalistica. Sono un cittadino medio, anzi medio-inferiore, della Napoli d’oggi. Di media in-formazione & cultura, tendente al basso, verso chi sta peggio di me. Quindi tarata e vocata a sinistra da sempre. Di formazione cattolica e di sani principi familiari e non familistici di base. Sono di quella generazione e de-generazione speranzosa, tutta ideologica e d’idee salvifiche. Quella che poi si è trovata e non ri-trovata ad amministrare la città, la provincia e la regione e l’Italia tutta. Ed è finita via via, scendendo per li rami, dal lontano ’75 a oggi, com’è finita. Succhiata e risucchiata trasversalmente nelle cose, cosette & pastette ai livelli più attaccaticci alla poltrona. Comode poltroncine d’autore, ben designate per post/moderni intrecci affarosi che solo i ciechi non hanno voluto vedere per tempo. Sfacciati segreti di Pulcinella, maschere dell’Esposto artigiano-artista che del resto il Comune ‘ncardillato nel centro storico offriva subliminalmente in dono a ogni personalità global giunta in questi anni nella nostra città istituzionale.
Una de-generazione Vinavil intercettata come si legge oggi sui giornali. Santa Intercettazione che apre gli occhi e le orecchie a tutti. Il re, anzi il popolo-sovrano, è nudo! Intercettazioni che fanno traboccare il vaso pieno fino all’orlo di una velenosa bevanda alla quale però è stato ben difficile non dissetarsi, a tutti i livelli & modelli. Bisogna consumare, lo dicono tutti gli esperti del Mondo! Dar da bere agli assetati & assettati d’affari. Dar da mangiare agli affamati & affannati di città!
Tutto ciò ha partorito una Napoli di mezza e dimezzata, ‘ncardellata, ‘nugnesizzata, doppiogiochista e tendenzialmente suicida. Con il gambale delle sette leghe global che invece era, pare, solo una scarpetta di modesta ginnastica per scalate del nostrano palazzo. Altro che sana Chiaia-Posillipo, in realtà luogo para-malavitoso per l’Eccellenza, ferita a morte da tempo, l’altra faccia di Scampia. Tutto ciò costituisce un danno sociale incalcolabile per la Napoli perbene (e non pre-bene), ex-operaia e non operata, diffusa e lavoratrice senza quartiere, che nessun tribunale potrà mai ripagare del mal tolto e mal fatto. Una generazione e un tessuto fiduciario sociale distrutto, difficile da ricostruire, temo. Non ci rimane che Sepe, speranza e carità!!! Ora por Nobis. Lauda Dio e ‘a Madonna c’accunpagna!!!
Ma io le ho scritto perché il viscido piano inclinato, scivoloso e al contempo vinavilicoso, era chiaro e designato da anni. Bastava fare qualche incisiva inchiesta giornalistica. Ognuno dovrebbe fare il suo mestiere in profondità.
Ho fatto parte della commissione edilizia Integrata (ambientale) del Comune di Napoli dal 1997 al 2001 e li capii che singole e singolari voci critiche “non organizzate”, diciamo così, non erano gradite al sistema che si e su profilava. Infatti furono prima sopportate e poi gentilmente non riconfermate. Diciamo pure emarginate ed espulse dalla città. Cozze, ostriche e ostracismo democratico. Bisognava, sin da allora, procedere velocemente verso quella oggi manifesta fase sovrana bossistico-manageriale, ch’è sotto gli occhi di tutti. Procedere verso quella che appare ai più una oggettiva e concreta convergenza d’interessi tra impresa deviabile, comitati d’affari, politici corrutti, cultura s/corretta, fameliche professioni, pezzi di università, amministrazioni e amministrativi, etc….
Ma il “pasticcio Napoli” non è affatto napoletano. Tutt’altro! Romeo in Giulietta sprint non è una tragedia postmoderna nostra locale. Ma è inscritta in un sistema di gestione della città tarata e tirata per il sistema Italia e oltre. So’ cose raffinate, integrate, differenziate come i rifiuti da smaltire: Napoli in Romeo non è un’isoletta sperduta nell’antico. E’ invece ben collegata alla cultura dell’Italia metropolitana d’oggi.
Faccio un esempio e chiudo. In questi giorni del pre-Natale in Toscana è stato costretto ai domiciliari l’architetto Marco Casamonti, 43 anni, ordinario di progettazione architettonica a Genova, brillante e rampante personaggio molto dentro la nostra città che conta, dall’Ordine degli Architetti agli “Annali dell’Architettura e della Città di Napoli”, fondazione della quale dal 2006 è direttore scientifico. Andare al Palazzo reale a vedere la Mostra sul Mediterraneo, prego! E di quel Mediterraneo truccato Napoli è capitale!
Nelle benedette intercettazioni con Ligresti, dello stile Casamonti colpisce il metodo, la disinvoltura, la sudditanza professionale alla Fracchia di un personaggio pur tanto noto e esposto culturalmente, editorialmente, accademicamente (“io l’ammiro tantissimo, sono anche un po’ innamorato di Lei …. oggi è festa ed io sono qui nello studio a lavorare per Lei perché Lei merita….”). E poi: «La gara la dovrebbe vincere Pietro, perché poi la facciamo assieme io e Pietro, ma io non posso vincerla perché in questo Comune (Terranova Bracciolini, Arezzo, ndr) ho fatto troppi lavori». Tutti accettano: «Ma figurati, lo abbiamo già fatto altre volte per te». Casamonti ringrazia: «A buon rendere! Pietro, ci mancava che non vincevi tu il concorso, eh, Dio Buono, scusa, era tutto telecomandato, ci mancava che non vincevi Terranuova».
Domanda finale da un milione di euro: quanti Casamonti della cultura intercettata nella Terra Nuova Nostra ci sono in giro oggi per l’Italia-Madre Provvida, fino alla Napoli tra pazzia e paziella? Tra case campane e monti toscani? Un amaro saluto da”
Eduardo Alamaro
P.S.

Caro Eldorado … praticamente, la tua, una lettera buona per le edizioni locali di mezza Italia … Napoli … Firenze … Genova … Milano … Roma … etc.

comunque, a Pasquale Belfiore … un doveroso: “In bocca al lupo” …

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Grande evento … addio …

Stefano Salomoni, augurandoci Buon Anno, ci invia addirittura un “Decreto” fresco di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale …
relativo alla vicenda dei prossimi Mondiali di nuoto …

“Il “Grande Evento” e gli Eventuali Rimedi … non un articolo di giornale, ma un decreto.”

Ma, caro Salomoni, … in buona sostanza, la fatidica “Gazzetta” non è niente altro che un quotidiano …

“DECRETO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI 18 dicembre 2008
Modifiche al decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 14 ottobre 2005 recante la dichiarazione di _grande evento_ nel territorio della provincia di Roma in occasione dei mondiali di nuoto _Roma 2009_. (GU n. 1 del 2-1-2009 )     


IL PRESIDENTE
DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI


Visto  il  decreto-legge  7 settembre 2001, n. 343, convertito, con
modificazioni,   dalla   legge   9  novembre  2001,  n.  401  recante
«Disposizioni urgenti per assicurare il coordinamento operativo delle
strutture   preposte  alle  attivita’  di  protezione  civile  e  per
migliorare le strutture logistiche nel settore della difesa civile»;
Visto  l’art.  5-bis,  comma  5,  del  predetto  decreto-legge, che
estende  l’applicazione  delle  disposizioni  di cui all’art. 5 della
legge  24  febbraio 1992, n. 225, anche alla dichiarazione di «grande
evento»,  rientrante nelle competenze assegnate al Dipartimento della
protezione civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri;
Visto  il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri in data
ottobre  2005  recante  la  dichiarazione di grande evento per lo
svolgimento  dei  mondiali  di nuoto «Roma 2009» nel territorio della
provincia di Roma;
Vista l’ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3489
del   29   dicembre   2005,  recante  «Disposizioni  urgenti  per  lo
svolgimento  nel  territorio  della provincia di Roma dei mondiali di
nuoto   “Roma   2009”,   e  successive  modificazioni  ed
integrazioni»;
Visto  il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri in data
giugno 2007 recante l’estensione al territorio della regione Lazio
della  dichiarazione di grande evento per lo svolgimento dei mondiali
di nuoto «Roma 2009» nel territorio della provincia di Roma;
Considerato  che  il citato decreto del 14 ottobre 2005 ha previsto
che  i  Mondiali di nuoto si sarebbero svolti nelle aree adiacenti il
complesso dell’Universita’ degli studi di Roma di Tor Vergata e che a
tal  fine  sarebbero  stati  incrementati  gli impianti sportivi gia’
esistenti,  per  rendere  la struttura universitaria un polo sportivo
multifunzionale;
Considerato che nel corso delle riunioni della Commissione generale
d’indirizzo,  istituita  ai  sensi  dell’art.  3  dell’ordinanza  del
Presidente  del  Consiglio dei Ministri n. 3489 del 29 dicembre 2005,
alle  quali  hanno  altresi’  partecipato i soggetti interessati alla
effettuazione  delle  opere  da  realizzarsi  nelle aree adiacenti il
complesso  universitario  di  Tor  Vergata,  sono  state  evidenziate
criticita’  anche  di  natura  finanziaria,  che non consentiranno di
concludere gli interventi funzionali allo svolgimento dei mondiali di
«nuoto  2009»  nei  tempi  stabiliti dal crono programma adottato dal
Commissario delegato;
Considerato   che   nella   riunione   della  Commissione  generale
d’indirizzo,  tenutasi  in data 29 luglio 2008, l’Assessore ai lavori
pubblici   del   comune   di   Roma   ha   comunicato   il   parziale
de-finanziamento  dell’opera  in  questione,  per  un  importo  di 53
milioni  di  euro,  tenuto anche  conto che il ritardo accumulato non
consentira’  lo svolgimento dei Mondiali di nuoto nello stadio di Tor
Vergata;
Considerato  che  non  e’  stato  tuttora  stipulato  il  mutuo tra
l’Universita’ di Tor Vergata e l’I.N.A.I.L., previsto dall’art. 6 del
Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri 29 dicembre 2005,
3489, che avrebbe dovuto destinare la somma di 60 milioni di euro
per la realizzazione della citta’ dello sport;
Visti   gli   esiti   della  riunione  della  Commissione  generale
d’indirizzo,  tenutosi  in  data  29  luglio 2008, nella quale sia il
Commissario  delegato  che  il concessionario hanno rappresentato che
l’unica  struttura  che  potrebbe  essere realizzata, sul sito di Tor
Vergata,  entro  il  mese  di giugno del 2009, e’ la piscina olimpica
esterna,  con  tribune  coperte,  che  potrebbe ospitare anche eventi
agonistici;
Considerato che a seguito di Conferenza di servizi tenutasi in data
23   ottobre   2009   e’   stato   approvato  il  nuovo  progetto  di
ristrutturazione  del campo centrale del Foro Italico, quale impianto
centrale per lo svolgimento dei Mondiali di nuoto;
Tenuto   conto   che   per  le  ragioni  sopra  rappresentate  sono
parzialmente  mutati  i  presupposti  della  dichiarazione  di grande
evento,  di  cui al decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri
del  14  ottobre  2005,  poi  esteso con decreto del 15 giugno 2007 a
tutto il territorio regionale;
Ravvisata,  quindi,  la  necessita’  di  modificare  il decreto del
Presidente  del  Consiglio  dei  Ministri del 14 ottobre 2005, quanto
alla localizzazione territoriale delle strutture che assicureranno lo
svolgimento  della  manifestazione,  assicurando nel  contempo che la
particolare   complessita’  organizzativa  del  «grande  evento»  non
precluda  la possibilita’ che i Campionati mondiali di nuoto del 2009
possono   svolgersi  regolarmente,  in  quanto  detto  evento  potra’
comunque  svolgersi  negli impianti sportivi localizzati nella citta’
di  Roma,  con particolare riferimento al complesso del Foro Italico,
nonche’ in alcuni comuni della regione Lazio;
Su proposta del Capo del Dipartimento della protezione civile della
Presidenza del Consiglio dei Ministri;
Vista  la  deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella
riunione del 18 dicembre 2008;
Decreta:

Il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 14 ottobre
2005 recante la dichiarazione di «grande evento» nel territorio della
provincia  di Roma in occasione dei mondiali di nuoto «Roma 2009», ai
sensi e per gli effetti dell’art. 5-bis, comma 5, del decreto-legge 7
settembre  2001, n. 343, convertito, con modificazioni, dalla legge 9
novembre  2001,  n. 401, e’ modificato per quanto esposto in premessa
relativamente  agli  aspetti  della  logistica e della localizzazione
territoriale dello svolgimento della manifestazione.
Il  presente  decreto  verra’  pubblicato  nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica italiana.
Roma, 18 dicembre 2008
Il Presidente: Berlusconi”

Tutto sommato … poteva andare peggio …
e magari co’ ‘sta “crisi” … ci risparmieremo un po’ di boiate …
… a Santià … ripassa più tardi …
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2009 … Manifesto contro … le Archistar …

Riaprendo la posta dopo qualche giorno …
troviamo tra gli auguri e volentieri vi giriamo questa duplice segnalazione, con il relativo commento, di Pietro Pagliardini che, naturalmente, qui ringraziamo …


“Gent.mo Professor Muratore

prima di tutto le auguro Buon Anno.

Le scrivo per comunicarle che, per ora e non so per quanto, è disponibile gratuitamente in rete il nuovo libro di Nikos Salìngaros che raccoglie una serie di scritti e interviste che fino ad oggi erano difficilmente disponibili in italiano, insieme a contributi di altri autori tra cui anche il suo.

Questo è il link:
http://zeta.math.utsa.edu/~yxk833/NAA-italian.pdf

Il testo è ancora soggetto a revisioni e correzioni, come Nikos specifica bene all’inizio del testo, ma la struttura nel suo complesso dovrebbe essere abbastanza definita.

Come vede il titolo non lascia spazi a dubbi sull’obbiettivo: “No alle Archistar. Il Manifesto contro le avanguardie”.

Con il suo spirito battagliero, Salìngaros non intende lasciarsi sfuggire il momento di difficoltà che attraversa l’architettura dello star-system, non troppo adatta a periodi di difficoltà economiche come l’attuale, e soprattutto un certo rifiuto verso questo sistema da parte dell’opinione pubblica che comincia a stufarsi di grattacieli e metricubi a gogò, presentati per scopi filantropici e in nome dell’arte e dell’ecologia. E’ proprio una vera beffa il fatto che i grattacieli passino in nome della “sosteniblità”, principio che in realtà è proprio l’arma vincente contro questa tipologia. Questo fatto dà il segno della forza e della strafottenza di questo sistema. Credo che a Roma si direbbe “a impuniti!!!!”.

Ma il calo del desiderio è palese anche da parte della critica e della stampa a larga diffusione in ogni parte del mondo: negli USA il critico del New York Times Nicolai Ouroussouf ha qualche ripensamento, in Cina non sono più così sicuri che la città possa continuare a crescere in verticale, l’Italia, fino a qualche anno fa immune da questa malattia del grattacielo, dopo questa grossa fioritura primaverile, attraversa una fase di rigetto, ma anche Londra e Parigi cominciano a dare segni di cambiamento.

Se le fosse sfuggito le mando questo link ad un articolo del Corriere della Sera, dal significativo titolo “Il crepuscolo dei grattacieli”:
http://archiviostorico.corriere.it/2008/dicembre/30/crepuscolo_dei_grattacieli_co_9_081230095.shtml

Comunque i grattacieli sono la punta dell’iceberg di un sistema che è globale e raffinato e che è pronto a riciclarsi con altri metodi (compreso il Viagra per stimolare il desiderio della critica). Ormai sono abbastanza noti i legami tra i grandi studi e il mondo della finanza che è presente, in diversi casi, nei consigli di amministrazione di firme internazionali. Io, in realtà, non ci vedo niente di male in questa situazione in sè, se non fosse che l’operazione è opaca perché non dichiarata: se fosse scoperta e pubblica tutti, specialmente gli architetti e la critica che vuol capire, saprebbero che la firma di un progetto niente altro è che un brand, come la Coca Cola (mia grande passione), o una griffe di abbigliamento e che dietro ogni progetto difficilmente c’è l’autore, l’architetto, l’artigiano che segue il suo lavoro, ma i creativi che producono e riproducono il marchio, che pubblicizzano, che fanno lobbying, che curano pubbliche relazioni, che fanno i progetti, ovviamente finalizzati al massimo profitto senza interesse alcuno per i luoghi e per le persone. Non voglio certo dire che “piccolo è bello”, anche se spesso lo è, ma l’architetto che presta la sua faccia e l’organizzazione che produce e commercializza completamente separata mi sembra il massimo della presa in giro.

E in molti blog e riviste si prendono invece sul serio questi progetti, si discetta di quella soluzione, si analizzano le scelte, si discute dei materiali innovativi, sempre con il presupposto dell’architetto-artista-demiurgo che sta al tavolo da disegno e crea!!!

Non sono moralista e non mi scandalizza affatto la cosa perché questo è il mondo degli affari che ha questo compito: fare soldi e produrre ricchezza. Questo deve fare e questo fa. Vorrei solo, ingenuo che sono, che fosse fatto alla luce del sole perché tutti lo sappiano e capiscano di cosa si parla.

Rem Koolhaas è un genio e un precursore in questo senso, ha visto tutto e ha capito tutto prima di altri, ha inventato tutto direi. Ha saputo legare l’immagine pubblicitaria di un prodotto all’immagine pubblicitaria del suo prodotto, in modo tale che 1+1 non fa due ma molto di più. Ecco, andrebbe giudicato per questo aspetto della sua creatività, e sarebbe quasi sempre il primo in classifica.

Io, essendo piuttosto realista al limite del cinismo, non sono vittima di facili illusioni e non penso che tutto cambierà o, almeno, ciò che cambierà sarà in gran parte l’effetto di una causa negativa, la crisi appunto; però credo che nei modestissimi limiti dei nostri blog sia bene cogliere questa opportunità di disvelare la trappola che c’è dietro questo poderoso sistema economico, di cui ora si possono leggere meglio i contorni.

Sulle future scelte alternative, caro professore, posso solo dire che ognuno conserverà, e cercherà di affermare, le proprie opinioni e non potrebbe essere diversamente. La previsione è facile, addirittura banale, cioè non è neanche una previsione.
Capisco che il critico di architettura voglia prevedere (e indirizzare) il futuro ma io non sono un critico e non posso prevedere un bel niente, anche se mi piacerebbe indirizzare.
Chi cercherà la terza via, che la quarta, chi la prima. Però c’è un comune denominatore che unisce molti, cioè la certezza che non si può né si deve fare architettura contro i luoghi, contro la storia e contro la gente. Mi sembra un collante piuttosto forte, se non si guardano troppo le

In un soprassalto di mania di grandezza, e preso dal clima augurale del nuovo anno mi verrebbe da scommettere sul 2009 come anno della fine di quella che Salìngaros chiama l’architettura anti-umana e fissare nel 1° gennaio 2009 la data dell’inizio della fine di quel sistema: i presupposti ci sono, il Manifesto pure.

Forse porta pure male, perché le date degli eventi importanti si fissano dopo che gli eventi si sono avverati e fissarle prima è un pò gufare. Però, se uno non è superstizioso, può anche stare al gioco.

Caro prof. se avrò ragione, il prossimo 1° gennaio 2010 ci vedremo in trattoria a Roma, scelga lei, offro io (ma non porti tutto il suo dipartimento che la crisi non colpisce solo le archistar).

Altrimenti …. tutti a casa, a smaltire la notte di San Silvestro 2009 che trascorrerà ugualmente, con o senza le Archistar.

Ancora Buon Anno”

P. P.

P.S.

Caro Pietro … caro Nikos …

tutto bene, …

ma non credo proprio che le Archistar abbiano niente a che vedere con le

avanguardie, …

comunque, Buon Anno a tutti …

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Al limite del grottesco …

Sul tema dell’inestricabile querelle professionale tra geometri e architetti riceviamo da Laura Vellucci e volentieri vi giriamo:

“Al limite del grottesco…..!!!!!

La Corte di Cassazione, sezione II civile, con la sentenza
del 26 luglio 2006 n. 17028 Articolo 17 – Codice 17.1 ha
stabilito che:

“La progettazione e la direzione di opere da parte di un
geometra in materia riservata alla competenza professionale
degli ingegneri e degli architetti sono illegittime; per
esse non è dovuto al geometra alcun compenso, non essendo
sufficiente a rendere legittimo il progetto il fatto che
esso sia controfirmato o vistato da un ingegnere o che
l’ingegnere rediga i calcoli in cemento armato o che
diriga i lavori relativi alla realizzazione delle strutture
di cemento armato, in quanto il professionista competente
deve essere unico autore e responsabile della
progettazione.”

La cassazione ricorda ancora che la prestazione del geometra
è illegittima anche se il progetto è stato
contro-firmato da un architetto o ingegnere, ovvero questi
ultimi abbiano redatto i calcoli strutturali poiché è il
professionista competente che deve essere altresì titolare
della progettazione, sul quale gravano le relative
responsabilità ossia deve essere unico autore e
responsabile della progettazione.” In poche parole i
geometri non possono firmare né la progettazione
architettonica e né quella strutturale e nemmeno la
direzione dei lavori per opere in c.a anche se di modesta
entità.

Ma allora perché un architetto e/o ingegnere (con oltre a
5 anni di università, con circa una quarantina di esami da
superare, più un esame per l’abilitazione e
un’iscrizione all’ordine), è equiparato ad un semplice
diplomato? Un maturato alla scuola di geometra ha la
preparazione:tecnica, progettuale, compositiva e strutturale
di un laureato quinquennale?  Ma perché i geometri, con
una sentenza della Cassazione continuano a firmare progetti
architettonici e verifiche sismiche in muratura portante e
nessuno ente pubblico interviene? Il geometra pur non
abilitato ad apporre nessun tipo di firma o vidimazione come
può garantire la garanzia della struttura? Laurea e
abilitazione è ancora necessaria? Mi sovviene spontaneo
chiedere: avete mai visto un infermiere fare il medico o un
diplomato fare l’avvocato?”
L.V.

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Melograni (Carlo) … ha scritto il libro …

Carlo Melograni ha scritto un libro …
già questa potrebbe essere una notizia …
perché l’autore, classe 1924, praticamente alla sua opera prima …
ci aveva fin qui negato il piacere di leggere qualche cosa di suo …
grande quindi la curiosità e l’aspettativa di fronte al suo recentissimo “Architettura italiana sotto il fascismo” ( e sottolineiamo il “sotto”) appena uscito per Bollati Boringhieri …
più che una storia però … la testimonianza di un giovane ottantenne ancora saldamente radicato alle sue granitiche certezze giovanili e che, già nel sottotitolo, “L’orgoglio della modestia contro la retorica monumentale …” ci dichiara con chiarezza la sua tesi, … quella di sempre …
un libro utile quindi, soprattutto, come documento-reperto di una stagione difficile, degli anni della guerra e di quelli immediatamente successivi …
non ci aspettavamo certo da Carlo un’abiura, … un ripensamento, … qualche tentennamento, … un’increspatura, … un’incertezza … lo conosciamo troppo bene e da troppo tempo per nutrire simili ambizioni, ma anche una cosa del genere era pur difficilmente immaginabile …
fresco, puro, arzillo e inossidabile come suo solito (tanto da aver ispirato il noto neologismo “melogranitico”) che ci ripete ancora una volta, … e lo fa da ben più di mezzo secolo, … la stessa solfa …
da questo punto di vista … non è certo “invecchiato” …
anzi sembra uno di quei miracolati del gerovital … di cui si favoleggiava, nei lontani cinquanta … sintesi perfetta tra Stalin e Voronoff, …
ma, al posto delle ghiandole dello scimmione …
solo qualche ormone di Pagano e Terragni …

comunque, viva la coerenza e … cento di questi libri …

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Un padre … architetto … (2)

scalaoslavia

…

“Sarà soprattutto l’architetto del Quarticciolo; e, assieme a Giuseppe Nicolosi, di altri tre quartieri IFACP di residenze ultra-popolari: alla borgata Pietralata II (Tiburtino III, Santa Maria del Soccorso, oggi quasi completamente demolito (1935-7); dell’altro quartiere al Trullo , detto allora “Costanzo Ciano” (1938-41); dell’analogo quartiere alla Borgata Torre Gaia (per i dipendenti della Società Breda, Villaggio Breda, sulla via Casilina). Specializzandosi di fatto in questo campo, fino a confondere il proprio profilo di architetto, e la sua stessa identità di progettista, con il suo lavoro per l’Istituto delle Case Popolari.

In quegli stessi anni, nel quadriennio 1932-36, il vecchio Istituto diretto da Innocenzo Costantini –di cui Innocenzo Sabbatini era stato il progettista di spicco- cedeva il campo al nuovo, diretto da Alberto Calza Bini. Oltre ad aggiungere l’aggettivo “fascista” alla propria denominazione, il suo campo di attività in un certo senso si verrà restringendo, escludendo i ceti medio-poveri per i quali si tenteranno nuovi esperimenti come le case convenzionate (di cui la più famosa è la casa di via XXI Aprile sempre di Mario De Renzi)  –realizzate con contributo pubblico in cambio di fitto convenzionato per cinque anni- nel tentativo di allargare anche all’impresa edilizia privata il compito di intervenire per soddisfare la domanda. L’Istituto finirà quindi per occuparsi della fascia sociale più povera, spesso in condizioni di emergenza. Con il trasferimento nella nuova sede di Tor di Nona, progetto del nuovo direttore con l’evidente collaborazione di De Renzi, finisce anche una certa goliardia che aveva caratterizzato la storia precedente dell’Istituto. Almeno stando a quello che mi ha raccontato con autoironia Innocenzo Sabbatini, cui avevo domandato a che cosa si fosse ispirato per il famoso Albergo degli sfrattati alla Garbatella: “Forse ad un fiasco di vino. Tanti erano i progetti da fare, eravamo veramente sommersi dal lavoro, che lavoravamo senza orario, tutta la notte, e ad un certo punto arrivavano il vino, le pizze, e, certe volte,anche le donne”. L’Istituto di cui Roberto Nicolini era progettista aveva invece orari assolutamente regolari. Posso testimoniarlo per gli anni Cinquanta (se i primi due settenni INA CASA sono soprattutto merito del lavoro di Foschini e Libera, ci sarà sicuramente stata almeno una certa continuità nella politica per l’edilizia popolare: a maggior ragione tra IFACP e IACP sempre nello stesso edificio del Lungo Tevere Tor di Nona). Nicoletta, Paolo ed io, i suoi tre figli, aspettavamo ogni giorno il suo arrivo, poco dopo le due, il tempo necessario perché papà arrivasse, prima in motocicletta, poi in seicento, prima di andare a tavola. Poggiava il giornale ancora accuratamente piegato, perché in ufficio non leggeva.

Con le costruzioni del quadriennio 1937-40, l’Istituto affronta una domanda di nuovo tipo: rappresentata, più che da tutta la popolazione delle case demolite per realizzare via dell’Impero e Largo Augusto Imperatore, dalla sua parte più debole – che per ragioni economiche e sociali non riusciva ad alloggiarsi nuovamente nel centro; nonchè da una certa quantità di immigrazione interna, che i provvedimenti contro l’urbanesimo non riescono completamente a frenare. Il Quarticciolo di Roberto Nicolini è sicuramente uno degli interventi più rappresentativi –se non il più rappresentativo in assoluto – di quel programma. Proprio il poco spazio che però gli dedicano le riviste di architettura del periodo –rispetto alle “città nuove”, o al confronto in architettura tra il classicismo di Hitler e Speer e il classicismo di Mussolini e Piacentini- fa però capire che, nella scala degli interventi significativi, l’edilizia popolare ormai non rientra più. Ha una funzione solo utilitaria, le è precluso il simbolico, troppo evidentemente la sua popolazione non abita poeticamente. Il Quarticciolo è progettato avendo presenti le siedlungen del razionalismo tedesco, ma con significative variazioni. Non può sfuggire all’osservatore il fatto che, lungo la spina centrale della borgata, corpi di fabbrica trasversali finiscono per determinare come una successione di piazze aperte, come riprendendo il motivo del blocco semiaperto caratterizzante il primo intervento dell’IACP a Roma, quello del Magni nel nucleo originario del Testaccio, piuttosto che la manualistica canonica, in cui i corpi di fabbrica sono rigidamente orientati in direzione equisolare, della lottizzazione razionale. Spazi d’incontro, di socializzazione, dove ancora oggi gli abitanti si radunano, magari portandosi le sedie, nelle sere d’estate a parlare. La piazza del mercato, dominata dai fabbricati alti destinati a sede del PNF, è il centro della borgata. Ancora oggi mantiene questa centralità, anche se i fabbricati alti sono stati adattati ad abitazioni, ed il mercato è stato demolito e sostituito dai volumi moderni del Teatro Biblioteca Quarticciolo. Il progetto urbano passa per la varietà tipologica (abitazioni in linea e a ballatoio). Mentre la facciata negli edifici a ballatoio coincide con il reticolo (quasi metafisico) dei percorsi; nel caso delle case in linea l’angolo retto razionalista è però proposto in una versione rustica, dove la verticale si trasforma in scarpata.
E’ il linguaggio, lievemente più sperimentale (aperto tanto al vernacolo, quasi riprendendo alcune riflessioni di Pagano sulla casa rurale; quanto all’assolutezza metafisica), dove la coerenza non è mai rigida né schematica, che mi sembra possa distinguere il Quarticciolo del solo Nicolini da Villaggio Breda o dal Trullo, progettati assieme a Nicolosi. Una coerenza piuttosto materiale, quasi artigiana, che non teorico.manualistica: qualcosa che mi sembra possa essere individuata come  caratteristica personale dell’architettura di Roberto Nicolini.
Ho passato, per prepararmi a questo centenario, una mattina al Quarticciolo, scattando molte foto: e sono rimasto colpito dal fatto che questa parte di città, a settant’anni dalla sua costruzione, ha assunto i caratteri del luogo in cui si abita, sia in relazione alla sua popolazione sia alla città. Mi è venuto in mente, per contrasto, lo stato della Francoforte di Ernst May, un mito della mia formazione di architetto, quasi completamente scomparsa dalla Francoforte di oggi. Sono riuscito ad individuarne solo un malinconico fabbricato superstite.

L’attenzione alla natura ed al paesaggio, il linguaggio architettonico pronto a scartare rispetto al canone razionalista: nelle direzioni dell’edilizia minore, caratteristica dei centri storici del Lazio, o del valore figurativo in sé: si consolida nelle architetture del dopoguerra. Dall’edificio che progetta per l’INA CASA a Stella Polare ad Ostia, agli interventi per l’IACP a Testaccio, alla Garbatella, a Settecamini, etc. e soprattutto in quelli in provincia. Nelle prospettive colorate per le case popolari di Velletri, Grottaferrata, Frascati, Albano si ritrova un piacere dell’abitare che è ormai perduto negli interventi nella città di Roma. Si abita ancora nella campagna, nei Castelli romani che non si erano trasformati in una grande periferia della metropoli. Quindi si possono proporre ancora le forme della tradizione (o meglio: dell’immaginazione della tradizione), che altrove non sarebbero più convenienti. Quei nuclei di abitazioni volutamente alla piccola scala sono l’equivalente di quella che è stata per Mario De Renzi la casa di Sperlonga. Il progetto razionalista si allontana dal compito di segnalare un nuovo destino –sfugge l’ombra di totalitarismo che l’idea profetica comporta- e riscopre i legami che l’architettura ha con il paesaggio, con il pittoresco, con i materiali, con la tradizione artigiana.

L’altro luogo di lavoro di mio padre – oltre l’Istituto- è stato lo studio di Mario De Renzi, all’ultimo piano di un palazzo di case d’abitazione per i dipendenti del Governatorato, progettato da De Renzi stesso assieme a Ciarrocchi all’inizio degli anni Venti. Di quel luogo favoloso mi giungevano gli echi, i nomi di disegnatori bravissimi –primo tra tutti Tancredi- che spesso erano gli stessi dei lavori per l’ICP… Poi, finalmente, a diciott’anni, sono stato ammesso, dopo la Maturità Classica, a vederlo dall’interno. De Renzi e mio padre lavoravano al Concorso per la Biblioteca Nazionale a Castro Pretorio. assieme a Giorgio Quaroni . Poiché agli esami avevo avuto dieci in Storia dell’Arte e nove in Italiano, avevano pensato di affidarmi la stesura della relazione. Credo di averla concepita in modo assolutamente scolastico, dopo un’intensa e faticosa lettura del manuale del Carbonara. Già era lunga, e mi si allungava sempre, perché De Renzi e mio padre intervenivano sempre sul mio scritto per specificare fino al dettaglio i materiali usati. Una strana mescolanza d’idealismo ed esperienza pratica. Ma il modo in cui si lavorava era straordinario, mi sedusse, per la confusione, l’allegria, l’invenzione, la perdita di tempo. Ricordo soprattutto le due nottate consecutive finali, per la consegna. Mio padre aveva smesso di fumare vent’anni prima, da un momento all’altro, conservando per anni l’ultimo pacchetto aperto di Philip Morris in un cassetto del soggiorno (finchè non lo trasformai nel pacchetto della mia prima sigaretta). Ma De Renzi accendeva una sigaretta dopo l’altra, le Turmac ovali svizzere che si usavano allora, tirava una boccata e le lasciava bruciare con braci interminabili dimenticandole su uno dei mobili di studio su cui le poggiava immediatamente. Lo studio era pieno di fumo a cui nessuno badava, come nel Perelà di Palazzeschi. All’alba arrivò Giorgio Quaroni portando l’ultima tavola da consegnare, la prospettiva, che aveva dipinto con colori di tempesta, accentuando drammaticamente il carattere neo gotico dei pilastri del basamento, quasi un quadro di Van Gogh. “Che strano!”, credo di avere pensato, “tanta allegria per produrre tanto dramma!”. Quella notte decise dei miei studi, papà voleva che m’iscrivessi ad Ingegneria (come fiutando la crisi in arrivo della professione dell’architetto), andai per farlo alle segreterie de “La Sapienza” assieme al mio compagno di scuola Carlo Tardivo che aveva fatto la stessa scelta, ma era ugualmente riluttante, e finì che lui si iscrisse a Legge ed io ad Architettura. Durante le nottate del concorso, che mi erano sembrate una festa, De Renzi mi aveva passato un bigliettino: “l’architettura è la sintesi delle arti e della scienza”. Così conclusi, in perfetto idealismo umanistico, che, nonostante le mie incertezze nel disegno, quella sarebbe stata la mia strada.

Di Mario De Renzi finì per parlarmi, più di vent’anni dopo la sua morte e dieci anni dopo quella di mio padre, Vittoria Ottolenghi, partendo dai suoi ricordi di ragazza ebrea durante il fascismo. “Mario De Renzi e Giorgio Calza Bini”, mi disse, “avevano fatto del ridere una vera e propria arte. Insieme a Giorgio Quaroni mettevano in scena i grandi dittatori : Calza Bini con un paio di baffetti si trasformava in Hitler, De Renzi in Hiro Hito grazie ai suoi occhialetti tondi, e Giorgio Quaroni affidava ad un cuscino sulla pancia l’imitazione di Mussolini. Non ho invece nessuna testimonianza, se non quella di mia zia Bice, la sorella più piccola di Concetta e Cesare, sul concorso per il Monumento alle Fosse Ardeatine (“secondo una prima notizia sembrava fossero loro due ad avere vinto”), che mio padre fece assieme a mio zio Cesare. Vicini anche nella progettazione architettonica di Stella Polare, la loro collaborazione non andò oltre. Diversità di carattere, ed anche diversità politiche. Zio Cesare era socialista; mio padre leggeva Epoca, diretta da Enzo Biagi ma con la rubrica di Ricciardetto, che perse per me credibilità quando acquistai a Porta Portese un suo libro Guerra e Dopoguerra che iniziava con le parole “ora che le potenze dell’Asse hanno vinto la guerra”. Era il 1942, l’anno della mia nascita (e l’anno in cui Munari pubblicò le sue Macchine Inutili, l’anno dell’edizione che mio padre possedeva nella sua scarna biblioteca). Leggeva Scienza e Vita e Scienza Illustrata, portò a casa (cosa di cui gli sarò sempre grato, perché mi avrebbe fatto conoscere A.E.Van Vogt, ed introdotto in una letteratura che mi avrebbe condotto fino a Philip K.Dick e G.Ballard) il primo numero di Urania, ancora rivista. Leggeva i romanzi nella forma del libro condensato di Selezione (ma così lessi anche Pieno di vita di John Fante), ma mi comprava i Topolino dell’epoca d’oro e me li leggeva quando ancora non sapevo leggere. Dopo la morte di mia madre, trovai tra le sue cose le tessere del PNF. Conservate più come testimonianza sentimentale che come conferma di una scelta: in fondo, gli fui grato di non avermele mai mostrate, neanche nei momenti di maggiore dissenso politico, quando gli parlavo dei fascisti che avevano aggredito gli occupanti di architettura con le catene, e lui mi mostrava la sua copia del “Tempo”obiettandomi: “il “Tempo” non lo dice!

La casa di Via Oslavia è forse la cosa più bella che ha progettato. Noi abitavamo parte del  sottotetto, con cui papà era stato pagato dall’impresa Rech, e per anni attendemmo abitandoci che  venisse concessa l’abitabilità. Era un existenzminimum quanto alle altezze, ma pieno di occasioni di immaginazione, per via di pilastri che sbucavano in mezzo al soggiorno, angoli spigolosi e rientranze, una scala a chiocciola che portava al terrazzo su cui mio padre costruì un gazebo ottogonale dove si ritirava a pensare, e dopo la sua morte andò in rovina. Ma la cosa più bella è la scala dell’edificio, capace di rivaleggiare alla pari con i migliori esempi romani del genere. E’ anche forse l’ultima espressione gioiosa, affidata alla policromia della maioliche che decorano i bovindi, di mio padre. Il suo mondo sembra poi prendere il tono di un suo bellissimo disegno: un macchinario abbandonato ed arrugginito sulla spiaggia di Terracina.”
R. N.  

terracina

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Aquila tiberina …

aquilatiberinabn

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