Un padre … architetto … (2)

scalaoslavia

“Sarà soprattutto l’architetto del Quarticciolo; e, assieme a Giuseppe Nicolosi, di altri tre quartieri IFACP di residenze ultra-popolari: alla borgata Pietralata II (Tiburtino III, Santa Maria del Soccorso, oggi quasi completamente demolito (1935-7); dell’altro quartiere al Trullo , detto allora “Costanzo Ciano” (1938-41); dell’analogo quartiere alla Borgata Torre Gaia (per i dipendenti della Società Breda, Villaggio Breda, sulla via Casilina). Specializzandosi di fatto in questo campo, fino a confondere il proprio profilo di architetto, e la sua stessa identità di progettista, con il suo lavoro per l’Istituto delle Case Popolari.

In quegli stessi anni, nel quadriennio 1932-36, il vecchio Istituto diretto da Innocenzo Costantini –di cui Innocenzo Sabbatini era stato il progettista di spicco- cedeva il campo al nuovo, diretto da Alberto Calza Bini. Oltre ad aggiungere l’aggettivo “fascista” alla propria denominazione, il suo campo di attività in un certo senso si verrà restringendo, escludendo i ceti medio-poveri per i quali si tenteranno nuovi esperimenti come le case convenzionate (di cui la più famosa è la casa di via XXI Aprile sempre di Mario De Renzi)  –realizzate con contributo pubblico in cambio di fitto convenzionato per cinque anni- nel tentativo di allargare anche all’impresa edilizia privata il compito di intervenire per soddisfare la domanda. L’Istituto finirà quindi per occuparsi della fascia sociale più povera, spesso in condizioni di emergenza. Con il trasferimento nella nuova sede di Tor di Nona, progetto del nuovo direttore con l’evidente collaborazione di De Renzi, finisce anche una certa goliardia che aveva caratterizzato la storia precedente dell’Istituto. Almeno stando a quello che mi ha raccontato con autoironia Innocenzo Sabbatini, cui avevo domandato a che cosa si fosse ispirato per il famoso Albergo degli sfrattati alla Garbatella: “Forse ad un fiasco di vino. Tanti erano i progetti da fare, eravamo veramente sommersi dal lavoro, che lavoravamo senza orario, tutta la notte, e ad un certo punto arrivavano il vino, le pizze, e, certe volte,anche le donne”. L’Istituto di cui Roberto Nicolini era progettista aveva invece orari assolutamente regolari. Posso testimoniarlo per gli anni Cinquanta (se i primi due settenni INA CASA sono soprattutto merito del lavoro di Foschini e Libera, ci sarà sicuramente stata almeno una certa continuità nella politica per l’edilizia popolare: a maggior ragione tra IFACP e IACP sempre nello stesso edificio del Lungo Tevere Tor di Nona). Nicoletta, Paolo ed io, i suoi tre figli, aspettavamo ogni giorno il suo arrivo, poco dopo le due, il tempo necessario perché papà arrivasse, prima in motocicletta, poi in seicento, prima di andare a tavola. Poggiava il giornale ancora accuratamente piegato, perché in ufficio non leggeva.

Con le costruzioni del quadriennio 1937-40, l’Istituto affronta una domanda di nuovo tipo: rappresentata, più che da tutta la popolazione delle case demolite per realizzare via dell’Impero e Largo Augusto Imperatore, dalla sua parte più debole – che per ragioni economiche e sociali non riusciva ad alloggiarsi nuovamente nel centro; nonchè da una certa quantità di immigrazione interna, che i provvedimenti contro l’urbanesimo non riescono completamente a frenare. Il Quarticciolo di Roberto Nicolini è sicuramente uno degli interventi più rappresentativi –se non il più rappresentativo in assoluto – di quel programma. Proprio il poco spazio che però gli dedicano le riviste di architettura del periodo –rispetto alle “città nuove”, o al confronto in architettura tra il classicismo di Hitler e Speer e il classicismo di Mussolini e Piacentini- fa però capire che, nella scala degli interventi significativi, l’edilizia popolare ormai non rientra più. Ha una funzione solo utilitaria, le è precluso il simbolico, troppo evidentemente la sua popolazione non abita poeticamente. Il Quarticciolo è progettato avendo presenti le siedlungen del razionalismo tedesco, ma con significative variazioni. Non può sfuggire all’osservatore il fatto che, lungo la spina centrale della borgata, corpi di fabbrica trasversali finiscono per determinare come una successione di piazze aperte, come riprendendo il motivo del blocco semiaperto caratterizzante il primo intervento dell’IACP a Roma, quello del Magni nel nucleo originario del Testaccio, piuttosto che la manualistica canonica, in cui i corpi di fabbrica sono rigidamente orientati in direzione equisolare, della lottizzazione razionale. Spazi d’incontro, di socializzazione, dove ancora oggi gli abitanti si radunano, magari portandosi le sedie, nelle sere d’estate a parlare. La piazza del mercato, dominata dai fabbricati alti destinati a sede del PNF, è il centro della borgata. Ancora oggi mantiene questa centralità, anche se i fabbricati alti sono stati adattati ad abitazioni, ed il mercato è stato demolito e sostituito dai volumi moderni del Teatro Biblioteca Quarticciolo. Il progetto urbano passa per la varietà tipologica (abitazioni in linea e a ballatoio). Mentre la facciata negli edifici a ballatoio coincide con il reticolo (quasi metafisico) dei percorsi; nel caso delle case in linea l’angolo retto razionalista è però proposto in una versione rustica, dove la verticale si trasforma in scarpata.
E’ il linguaggio, lievemente più sperimentale (aperto tanto al vernacolo, quasi riprendendo alcune riflessioni di Pagano sulla casa rurale; quanto all’assolutezza metafisica), dove la coerenza non è mai rigida né schematica, che mi sembra possa distinguere il Quarticciolo del solo Nicolini da Villaggio Breda o dal Trullo, progettati assieme a Nicolosi. Una coerenza piuttosto materiale, quasi artigiana, che non teorico.manualistica: qualcosa che mi sembra possa essere individuata come  caratteristica personale dell’architettura di Roberto Nicolini.
Ho passato, per prepararmi a questo centenario, una mattina al Quarticciolo, scattando molte foto: e sono rimasto colpito dal fatto che questa parte di città, a settant’anni dalla sua costruzione, ha assunto i caratteri del luogo in cui si abita, sia in relazione alla sua popolazione sia alla città. Mi è venuto in mente, per contrasto, lo stato della Francoforte di Ernst May, un mito della mia formazione di architetto, quasi completamente scomparsa dalla Francoforte di oggi. Sono riuscito ad individuarne solo un malinconico fabbricato superstite.

L’attenzione alla natura ed al paesaggio, il linguaggio architettonico pronto a scartare rispetto al canone razionalista: nelle direzioni dell’edilizia minore, caratteristica dei centri storici del Lazio, o del valore figurativo in sé: si consolida nelle architetture del dopoguerra. Dall’edificio che progetta per l’INA CASA a Stella Polare ad Ostia, agli interventi per l’IACP a Testaccio, alla Garbatella, a Settecamini, etc. e soprattutto in quelli in provincia. Nelle prospettive colorate per le case popolari di Velletri, Grottaferrata, Frascati, Albano si ritrova un piacere dell’abitare che è ormai perduto negli interventi nella città di Roma. Si abita ancora nella campagna, nei Castelli romani che non si erano trasformati in una grande periferia della metropoli. Quindi si possono proporre ancora le forme della tradizione (o meglio: dell’immaginazione della tradizione), che altrove non sarebbero più convenienti. Quei nuclei di abitazioni volutamente alla piccola scala sono l’equivalente di quella che è stata per Mario De Renzi la casa di Sperlonga. Il progetto razionalista si allontana dal compito di segnalare un nuovo destino –sfugge l’ombra di totalitarismo che l’idea profetica comporta- e riscopre i legami che l’architettura ha con il paesaggio, con il pittoresco, con i materiali, con la tradizione artigiana.

L’altro luogo di lavoro di mio padre – oltre l’Istituto- è stato lo studio di Mario De Renzi, all’ultimo piano di un palazzo di case d’abitazione per i dipendenti del Governatorato, progettato da De Renzi stesso assieme a Ciarrocchi all’inizio degli anni Venti. Di quel luogo favoloso mi giungevano gli echi, i nomi di disegnatori bravissimi –primo tra tutti Tancredi- che spesso erano gli stessi dei lavori per l’ICP… Poi, finalmente, a diciott’anni, sono stato ammesso, dopo la Maturità Classica, a vederlo dall’interno. De Renzi e mio padre lavoravano al Concorso per la Biblioteca Nazionale a Castro Pretorio. assieme a Giorgio Quaroni . Poiché agli esami avevo avuto dieci in Storia dell’Arte e nove in Italiano, avevano pensato di affidarmi la stesura della relazione. Credo di averla concepita in modo assolutamente scolastico, dopo un’intensa e faticosa lettura del manuale del Carbonara. Già era lunga, e mi si allungava sempre, perché De Renzi e mio padre intervenivano sempre sul mio scritto per specificare fino al dettaglio i materiali usati. Una strana mescolanza d’idealismo ed esperienza pratica. Ma il modo in cui si lavorava era straordinario, mi sedusse, per la confusione, l’allegria, l’invenzione, la perdita di tempo. Ricordo soprattutto le due nottate consecutive finali, per la consegna. Mio padre aveva smesso di fumare vent’anni prima, da un momento all’altro, conservando per anni l’ultimo pacchetto aperto di Philip Morris in un cassetto del soggiorno (finchè non lo trasformai nel pacchetto della mia prima sigaretta). Ma De Renzi accendeva una sigaretta dopo l’altra, le Turmac ovali svizzere che si usavano allora, tirava una boccata e le lasciava bruciare con braci interminabili dimenticandole su uno dei mobili di studio su cui le poggiava immediatamente. Lo studio era pieno di fumo a cui nessuno badava, come nel Perelà di Palazzeschi. All’alba arrivò Giorgio Quaroni portando l’ultima tavola da consegnare, la prospettiva, che aveva dipinto con colori di tempesta, accentuando drammaticamente il carattere neo gotico dei pilastri del basamento, quasi un quadro di Van Gogh. “Che strano!”, credo di avere pensato, “tanta allegria per produrre tanto dramma!”. Quella notte decise dei miei studi, papà voleva che m’iscrivessi ad Ingegneria (come fiutando la crisi in arrivo della professione dell’architetto), andai per farlo alle segreterie de “La Sapienza” assieme al mio compagno di scuola Carlo Tardivo che aveva fatto la stessa scelta, ma era ugualmente riluttante, e finì che lui si iscrisse a Legge ed io ad Architettura. Durante le nottate del concorso, che mi erano sembrate una festa, De Renzi mi aveva passato un bigliettino: “l’architettura è la sintesi delle arti e della scienza”. Così conclusi, in perfetto idealismo umanistico, che, nonostante le mie incertezze nel disegno, quella sarebbe stata la mia strada.

Di Mario De Renzi finì per parlarmi, più di vent’anni dopo la sua morte e dieci anni dopo quella di mio padre, Vittoria Ottolenghi, partendo dai suoi ricordi di ragazza ebrea durante il fascismo. “Mario De Renzi e Giorgio Calza Bini”, mi disse, “avevano fatto del ridere una vera e propria arte. Insieme a Giorgio Quaroni mettevano in scena i grandi dittatori : Calza Bini con un paio di baffetti si trasformava in Hitler, De Renzi in Hiro Hito grazie ai suoi occhialetti tondi, e Giorgio Quaroni affidava ad un cuscino sulla pancia l’imitazione di Mussolini. Non ho invece nessuna testimonianza, se non quella di mia zia Bice, la sorella più piccola di Concetta e Cesare, sul concorso per il Monumento alle Fosse Ardeatine (“secondo una prima notizia sembrava fossero loro due ad avere vinto”), che mio padre fece assieme a mio zio Cesare. Vicini anche nella progettazione architettonica di Stella Polare, la loro collaborazione non andò oltre. Diversità di carattere, ed anche diversità politiche. Zio Cesare era socialista; mio padre leggeva Epoca, diretta da Enzo Biagi ma con la rubrica di Ricciardetto, che perse per me credibilità quando acquistai a Porta Portese un suo libro Guerra e Dopoguerra che iniziava con le parole “ora che le potenze dell’Asse hanno vinto la guerra”. Era il 1942, l’anno della mia nascita (e l’anno in cui Munari pubblicò le sue Macchine Inutili, l’anno dell’edizione che mio padre possedeva nella sua scarna biblioteca). Leggeva Scienza e Vita e Scienza Illustrata, portò a casa (cosa di cui gli sarò sempre grato, perché mi avrebbe fatto conoscere A.E.Van Vogt, ed introdotto in una letteratura che mi avrebbe condotto fino a Philip K.Dick e G.Ballard) il primo numero di Urania, ancora rivista. Leggeva i romanzi nella forma del libro condensato di Selezione (ma così lessi anche Pieno di vita di John Fante), ma mi comprava i Topolino dell’epoca d’oro e me li leggeva quando ancora non sapevo leggere. Dopo la morte di mia madre, trovai tra le sue cose le tessere del PNF. Conservate più come testimonianza sentimentale che come conferma di una scelta: in fondo, gli fui grato di non avermele mai mostrate, neanche nei momenti di maggiore dissenso politico, quando gli parlavo dei fascisti che avevano aggredito gli occupanti di architettura con le catene, e lui mi mostrava la sua copia del “Tempo”obiettandomi: “il “Tempo” non lo dice!

La casa di Via Oslavia è forse la cosa più bella che ha progettato. Noi abitavamo parte del  sottotetto, con cui papà era stato pagato dall’impresa Rech, e per anni attendemmo abitandoci che  venisse concessa l’abitabilità. Era un existenzminimum quanto alle altezze, ma pieno di occasioni di immaginazione, per via di pilastri che sbucavano in mezzo al soggiorno, angoli spigolosi e rientranze, una scala a chiocciola che portava al terrazzo su cui mio padre costruì un gazebo ottogonale dove si ritirava a pensare, e dopo la sua morte andò in rovina. Ma la cosa più bella è la scala dell’edificio, capace di rivaleggiare alla pari con i migliori esempi romani del genere. E’ anche forse l’ultima espressione gioiosa, affidata alla policromia della maioliche che decorano i bovindi, di mio padre. Il suo mondo sembra poi prendere il tono di un suo bellissimo disegno: un macchinario abbandonato ed arrugginito sulla spiaggia di Terracina.”
R. N.  

terracina

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2 risposte a Un padre … architetto … (2)

  1. Michele Granata ha detto:

    Navigando, navigando, mi sono imbattuto in questo toccante articolo che mi riporta agli inizi degli anni sessanta.
    Ho conosciuto l’architetto Roberto Nicolini.
    Una persona che sprigionava una simpatia fatta di una bonarietà tutta romana.
    Elegante, con la sua perenne cravatta a farfalla.
    Di una gentilezza squisita. Anche se avesse dovuto fare una critica, era sempre moderata e garbata.
    Aveva un’ architettura semplice, ma mai banale, con i dettagli curati fino allo spasimo.
    Legata sempre a quel rapporto con la natura, tanto caro a Libera e De Renzi.
    Quast’ultimo mi diceva « se vuoi fare un progetto, guarda prima come fanno i contadini quando costruiscono i loro casali…… e impara ! »
    Ero, allora, un giovane disegnatore, dello studio De Renzi ed ho vissuto quei giorni intensi della preparazione del concorso per la nuova Biblioteca Nazionale di Castro Pretorio.
    Rivedo quei momenti con immenso piacere.
    Rivedo la tavola prospettica dipinta da Giorgio Quaroni ( peccato che non si trovino facilmente le sue note biografiche) la cui base era stata disegnata da un giovane laureando – se fosse laureato non lo ricordo – Enrico Nespega.
    Rivedo le sigarette dimenticate sui mobili o sui tavoli a disegno ; testimoni le varie bruciature presenti sugli angoli.
    Rivedo l’andirivieni e l’ansia per il plastico che doveva essere fotografato e che non arrivava mai.
    Rivedo te Renato, di poche parole, ma sempre dette al momento giusto.
    Rivedo tuo padre, che parlava poco ma che disegnava molto.
    Non è che la mia testimonianza sia molto importante, ma ho sentito il bisogno di esprimerla, perché debbo dirti, Renato, che per me è stato un grande onore conoscere tuo padre.
    Michele Granata

  2. isabella guarini ha detto:

    Alla luce dell’opera del padre Renato Nicolini mi appare migliore di quando era Assesore alla Identità, ovvero Cultura, in Napoli . Di quella stagione restano le installazini di arte contemporanea nella Piazza del Plebiscito per celebrare il Natale. Quest’anno, siamo alla tredicesima della serie che ebbe inizio, nel 1995, con la montagna di sale scalata da cavalli, di Mimmo Paladino seguita da Rebecca Horn, Jeff Koons, Jannis Kounellis, Mario Merz, Gilberto Zorio, Luciano Fabro,Sol Lewitt, Michelangelo Pistoletto, Giulio Paolini, Richard Serra, Anish Kapoor . Oggi è la volta Jan Fabre, che ha disposto in linea vasche da bagno in bronzo dorato nel centro dell’emiciclo tra le due gigantesche statue di cavalieri del Canova. In una di esse vi è un uomo vestito che legge l’acqua. Altri uomini di bronzo dorato su calco dell’artista, sono dislocati nello spazio infinito della piazza . Di sera fasci di luce proiettano le ombre a terra e sugli edifici le ombre dell’uomo che protesta su un alto podio al centro della piazza, dell’uomo che legge il cielo sul tetto dell’emiciclo. Così è possibile accorgersi della loro presenza che di giorno si sperde nella dimensione infinita della piazza, cassa di risonanza del paesaggio naturale e urbano. Ogni anno, dal 1995, il rito delle installazioni natalizie nella Piazza del Plebiscito in Napoli, mostra il limite della separatezza dal contesto spaziale-architettonico in cui le installazioni sono collocate e non pensate e l’incapacità dell’arte -globale contemporanea di entrare in sintonia con uno spazio stratificato,completo di per sé in cui l’aggiunta del più è perdente, anche se effimero.

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