Maretto … Architetto … (2)

Istituto tecnico comm.B1


E così come per Saverio Muratori l’architettura realizzata sembra costituirsi quale parametro di verifica delle sue teorie sulla Città e sull’Architettura e i suoi edifici tipo: la casa, il palazzo, la chiesa, si costituiscono quale paradigma di una speciale città possibile fuori delle più convenzionali e corrive derive delle mode e dei linguaggi, così anche per Maretto le sue case, le sue scuole, i suoi edifici religiosi sembrano prefigurarsi quali dispersi frammenti di una città possibile fatta di architetture capaci di dialogare con le ragioni profonde del contesto e della sua storia. In generale tornano poi spesso gli scenari veneziani e romani, più di sovente della “citta veneta” a far da sfondo alla molteplicità di soluzioni tutte riconducili alla lezione di un metodo critico-operativo messo a punto negli straordinari saggi di analisi urbana che avevano visto, specialmente, l’edilizia gotica veneziana a dar sostanza al problema critico della città storica veneta, come di quella contemporanea.
Riconoscendo sempre nell’autorità del suo Maestro anche le indicazioni di un metodo progettuale, mai disgiunto dalla consapevolezza storico-critica e l’indirizzo verso le ricadute materiali del progetto contemporaneo.
Non a caso Maretto, alla distanza di tanti, anni torna sull’argomento dei suoi studi iniziali e, in certo senso, iniziatici, ricordando, nella premessa alla riedizione, nel ’78  di “L’edilizia gotica veneziana” che: “ … non mio o di altri suoi allievi, ma tutto di Saverio Muratori, “vox clamans in deserto”, è stato anche il merito di comprendere e indicare, come sempre con almeno vent’anni di anticipo, che ci si può avviare verso un nuovo avvenire civile solo (come concludeva nella prefazione di “Civiltà e territorio”) “se si assume a riferimento il territorio, la storia reale della civiltà, delle natura e del mondo”.
Così scorrendo le immagini dei progetti di Maretto salta immediatmente in evidenza questa unità di fondo dei suoi interventi, questa capacità di dialogo e di rapporto, spesso anche meramente interstiziale, viste le reali condizioni materiali di tanti piccoli, ma preziosi inserimenti edilizi tutti, appunto, accomunati da un senso delle cose e dei luoghi che è impossibile disgiungere dalla dimensione teorica dell’analisi e della ricerca storica.
Dalle straordinarie e pionieristice Villette “in serie” di Jesolo ove già si intravede con chiarezza quella che sarebbe stata la cifra stlistica e metodologica del nostro, agli interventi rasidenziali sul Terraglio e alle splendide casette “a schiera” di Brentelle già si vede una personalità capace di sintetizzare anche attraverso le occasioni più minute il senso di una rigorosa scelta progettuale che poi troverà, nel tempo, ulteriori e più complesse occasioni di sperimentazione e di verifica.
Dalla piccola Cappella di Padova al ricco e articolato insieme di Sarmeola troviamo poi il tema dell’edifico religioso che si fa occasione di più ricca sperimentazione spaziale e di più complessa riflessione tipologica.
Ancora di grande interesse l’attenzione data all’edilizia scolastica dove, a partire dalle due versioni per l’Istituto Commerciale di Roma, due risposte esemplari, sia sul piano del “tipo”, che su quello del “linguaggio”, discendono poi le proposte per Massanzago e per Villa del Conte ove, soprattutto nella complessità dell’edificio per la scuola elementare si sviluppa e si concentra una interessantissima ipotesi di spazio collettivo.
Da tutti questi progetti e dai tanti altri che qui di proposito e per necessità tralasciamo discende, evidente, la connessione con gli argomenti di una riflessione assai profonda sul concetto di “tipo” che assumendo la centralità di valore prevalente tende a costituirsi quale elemento generatore, veicolo e luogo concettuale, baricentro, dell’intera operazione di progetto.
Ci pare quindi che proprio basandosi su questo concetto l’opera, teorica e non solo teorica, di Maretto possa costituirsi quale punto di misura importante della seconda metà del secolo scorso e qundi si offra come riferimento essenziale per le nuove generazioni piuttosto stordite dallo sciocchezzaio di un “modernetto” tanto privo di radici quanto di prospettive.
Ci piace quindi concludere proprio con una citazione di Maretto riferita a questo specifico tema, il tema di una vita, testimone che andrebbe ripreso per ritrovare anche la speranza in un’Architettura degna di questo nome.
Scrive Paolo Maretto nell’ultima edizione de “L’Edilizia Gotica …”:
“Una scoperta, questa del tipo edilizio, che il Muratori aveva maturato durante i cinque anni di insegnamento e di ricerca a Venezia, e definitivamente affermato nel ’59 nel suo “Studi per una operante storia urbana di Venezia”; che era stata misconosciuta o avversata dal mondo della cultura architettonica, spesso di pedissequa anche se ricusata derivazione crociana; che non sembra correttamente o compiutamente compresa neppure oggi, quando qualsiasi tecnico o amministratore comunale di provincia non fa che parlare di “tipologia edilizia”. Perché il concetto di tipo edilizio è difficile da possedere, proprio per quella densità di implicazione e di valenze che ne hanno fatto l’artefice fondamentale della storia edìle degli uomini e delle civiltà.
Infatti, come anti-idealisticamente e anti-positivisticamente mi preoccupavo di precisare vent’anni fa nella pur immatura premessa concettuale a questa ricerca veneziana, a proposito dei diversi tipi e sottotipi “va subito sottolineato e chiarito come tali definizioni non siano delle mere convenzioni classificatorie, cioè delle astrazioni concettuali, bensì esprimano delle reali categorie presenti nel concreto processo operativo degli artefici veneziani”; ovvero possano essere degli “a posteriori” critici (concetti tipologici) veritieri ed essenziali per una nostra adeguata comprensione storica dei fenomeni socio-urbani, nella misura in cui costituiscono la riscoperta degli spontanei “a priori” operativi (modelli tipologici) a suo tempo presenti nella coscienza dei committenti, dei costruttori, dei fruitori, prima che dei progettisti, e derivati a loro volta da una magari involontaria “critica operativa” dell’esistente naturale ed antropico (“la tipologia si pone come categoria matrice, in forme diverse, dei due processi, come coscienza nell’azione creativa, come metodo nella ricerca critica, fattore specifico di storicità dell’opera e di obiettività di giudizio”, come è detto nel tentativo di introduzione teorica della ricerca).
In quanto fatti di coscienza, collettiva e individuale insieme, era chiaro fin da allora “come ciascuno di questi “tipi” sia in sé una categoria edilizia totale, già sintetica, cioè, di aspetto morali, economici, razionali ed anche estetici, ovvero di caratteri distributivi, strutturali, tecnologici e anche plastico-figurativi di fondo”; “anzi nello stesso impianto distributivo tipico della “casa veneziana” era già implicito un certo schema strutturale, quindi una certa visione dei materiali e una certa composizione plastico-figurativa di fondo, e questa a sua volta, nella sua tipicità veneziana, presupponeva una ben qualificata impostazione distibutivo-strutturale, come una certa visione dei materiali era matrice di una specifica organizzazione strutturale, e così via” …

G. M. dic. 07

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