Biondo … esondato …

biondesondato

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Tradizione … e … modernità …

modernitàetradizione

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Architettura … quando piove …

auguri ...

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Così fan tutti … evidentemente …

cosa non si farebbe … per la qualità dell’architettura …

cfr. …
http://firenze.repubblica.it/dettaglio/Inchiesta-Castello-interrogato-Casamonti/1561333

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Europusher …

TORRIBN

Pusher
Lo scambio è avvenuto sulla riva del lago
Approfittando del buio di colpevoli distrazioni.
Un ex fabbrica di fumo contro un area preziosa
Per ben altro sguardo

Quello in fondo si accontenta dello svantaggio, basta una confezione firmata
Chissà perché?

E adesso iniziato il sacrificio
Le tre alte ossa appaiono con la loro trasparenza.
Straordinaria diafanità

Progetto non previsto che vince sulle future tecnologie ostentate

Mancano i morti ma in fondo il contesto è lo stesso
Aspettiamo impotenti il Bin Laden autorizzato che annullerà
L’entusiasmo generoso

Per Cesare, Giangi D’Ardia

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Un padre … architetto …

quarticciolo1

Si è tenuto nei giorni scorsi presso l’ATER di Roma un convegno intitolato: Roberto Nicolini Architetto 1907-1977 … corredato da una piccola mostra e da un sobrio catalogo dal quale “rubiamo” l’appassionata testimonianza del figlio Renato che qui di seguito vi proponiamo: …

Roberto Nicolini: mio padre.
Roberto Nicolini era mio padre. Non posso dunque parlarne solo da studioso. Un figlio è un testimone privilegiato della vita del padre, e nel mio caso devo testimoniare non solo ammirazione e riconoscenza, ma anche conflitto. Come in fondo è giusto che sia, le due cose non si escludono.
Nella nostra famiglia, l’architettura e l’arte sono sempre state molto importanti. Anche mia sorella Nicoletta è architetto. Io ho due figlie, Claudia e Cecilia, che frequentano il Liceo Artistico, la stesso tipo di scuola che aveva frequentato mio padre…
Vorrei iniziare parlando del lessico famigliare dell’architetto Roberto Nicolini. Non so se sia l’espressione giusta, perché papà aveva perso l’udito da un orecchio molto giovane – in seguito all’epidemia di spagnola che accompagnò la fine della prima Guerra Mondiale – e questo lo portava a parlare poco. In compenso disegnava molto; e partiva dai disegni per raccontarmi le sue favole, che a me bambino sembravano splendide, di nani –il nano Tronchetto-, di animali e di uomini preistorici. Oggi penso che quei racconti mi portassero molto all’interno del suo modo di pensare, rivelandomi frammenti di quella regione del pensiero che Henry Corbin chiama immaginale  (regione intermedia tra la realtà e l’immaginazione, governata da regole condivise, qualcosa che vincola l’immaginazione ad una sorta di codice comune, impedendone l’arbitrarietà): credo valga non soltanto per le culture dei popoli, ma anche delle famiglie e delle persone.

Il padre del mio papà, nonno Giovanni, era scultore. Nato a Palermo nel 1872, era arrivato a Roma intorno al 1890, ai tempi del Governo Crispi (e, ahimè!, del trasformismo e dello scandalo della Banca romana), come tanti artisti siciliani di allora. Nel 1900 aveva vinto il pensionato artistico nazionale, ed era rimasto folgorato, mentre viaggiava in treno, dalla bellezza di una giovane belga in grand tour in Italia con la madre, nata ad Antwerpen, Marceline Colignon, che divenne sua moglie. Roberto, nato nel 1907, fu il secondo dei loro sei figli. La casa della sua infanzia fu il Villino Nicolini in via Fracastoro (oggi demolito) costruito da uno dei più famosi architetti del periodo, G.B. Milani. Nel giardino era ben visibile una delle sculture più belle di Giovanni Nicolini, L’idea, una figura di giovinetta che sembra sbocciare dalla pietra, assorta in meditazione ma già con le ali alla testa. Un’altra casa destinata ad influire sull’immaginale di mio padre fu sicuramente la villa di Sant’Agnello di Sorrento, dove la famiglia Nicolini, con i tre figli, Marcello, Roberto e Giovanni jr detto subito Nicchio, e le tre figlie Ortensia, Anna e Dora abitò sempre più a lungo a partire dalla seconda metà degli anni Venti. Costruita per mio nonno da un architetto – forse oggi un po’ in ombra ma di grande importanza – Alessandro Limongelli: tra gli architetti romani più interessanti degli anni Venti e Trenta per l’esaltata fantasia antichizzante, che rievocava (ed inventava) stilemi della Roma imperiale. In questo caso una costruzione con avancorpi laterali, sul modello del palazzo italiano, con giardino e terrazza, decorata con sculture e grandi vasi e aperta sul mare, con scesa al mare che arrivava fino a un antico Ninfeo romano – la cui bellezza era anche conseguenza del luogo e del paesaggio, soprattutto del rapporto con la roccia su cui sorgeva, qualcosa in cui il mare si presentava come una forza ctonia, della stessa natura dello strapiombo.

Dal padre scultore mio padre ereditò il gusto artistico allora prevalente in campo internazionale (penso alla Frick Collection a New York), che dopo Raffaello, Michelangelo e Tiziano elencava Velazquez e Van Dick, aggiungendovi – nel segno del quotidiano spinto fino al grottesco – a un’estremo il vecchio Brueghel all’altro il Goya dei Capricci. Un gusto prudentemente moderno, capace di apprezzare l’impressionismo e Rodin, ma che però esitava davanti a Picasso, e si chiudeva, come sospettando un inganno o piuttosto una ritirata dalla difficoltà tecnica e dalla lentezza nel lavoro artistico della tradizione figurativa, di fronte all’astrattismo.

Roberto si laurea alla Facoltà di Valle Giulia nel 1934, con il voto di 106 su 110. Nello stesso anno realizza il suo primo, importante, lavoro, il Monumento alle Tre Armi (Marina, Esercito, Aviazione) di Messina, vincendo un concorso. E’ un’opera di famiglia, perché lo scultore delle tre figure monumentali è Giovanni Nicolini. Sono salito su quel monumento nel 1997, per spiccare un salto verso il cielo (a modo mio, cioè col pugno chiuso) per annunciare ai miei antenati che stava per nascermi un figlio maschio, che si sarebbe chiamato anche lui Giovanni.
Nel 1936, assieme ad un altro giovane laureato, Giorgio Calza Bini, Roberto partecipa al Concorso per la quarta città di bonifica della pianura pontina, Aprilia, ottenendo non la vittoria ma riconoscimenti (quasi) altrettanto importanti, che finirono per lui per tradursi nell’incarico di progettare un’altra città nuova, Incoronata. Giorgio Calza Bini era anche lui “figlio d’arte”, di Alberto Calza Bini, segretario del Sindacato fascista degli architetti, presidente dell’Istituto Case Popolari, nel cui studio aveva a lungo lavorato Mario De Renzi (assieme ad Adalberto Libera, Mario Ridolfi e Luigi Moretti, uno dei quattro moschettieri dell’architettura romana del Novecento). De Renzi e Calza Bini abitavano – in piani ed appartamenti diversi, secondo gerarchia, De Renzi in una casa che aveva il grande soggiorno nel seminterrato ed occupava parte del primo piano con un angolo “viennese”: l’appartamento da notte, camera da letto matrimoniale, boudoir-armadio dei vestiti e bagno, Calza Bini nell’attico – nella stessa casa di via Eleonora Pimentel, costruita da una “cooperativa di artisti”.
Fu proprio ad una festa in casa  De Renzi che mio padre conobbe Concetta, cugina della moglie di De Renzi, Fernanda (la madre di Concetta, Enrichetta, e la madre di Fernanda, Ida erano sorelle). S’innamorò a prima vista e si sposarono. Così ho avuto la fortuna di chiamare, nella mia infanzia, Mario De Renzi “zio Mario”. Del loro matrimonio furono testimoni Mario De Renzi ed il fratello di mia madre, Cesare Ligini (anche lui importante architetto, e per me, ancor più linearmente, “zio Cesare”). Mario De Renzi aveva annunciato – se non ricordo male la tradizione di famiglia – che non avrebbe potuto esserci; e perciò era stato convocato Enrico Del Debbio, che, da gentiluomo qual’era, alla comparsa inattesa di De Renzi, cedette il posto, occhieggiando però dall’alto nella foto di nozze. Il padre di mia madre, Alfredo Ligini, era un’industriale – nelle forme che richiedevano ancora la perizia artigiana di allora- del legno. Si debbono ad Alfredo Ligini le opere in legno necessarie agli allestimenti delle prime Quadriennali romane al Palazzo delle Esposizioni (e credo sia stata questa l’occasione della sua amicizia con Del Debbio). Suo figlio Cesare, minore di mia madre, era anche lui –l’ho già detto- architetto. Di una formazione culturale diversa, però, da quella di mio padre: nonostante avesse frequentato anche lui il Liceo Artistico, nella sua biblioteca non c’erano solo libri d’arte, ma i saggi di Hegel sul mondo greco-romano, Pirandello, Bergson. Anche le loro idee politiche non collimavano: zio Cesare era il più a sinistra della famiglia; scandalizzando un po’ mia madre – e molto mio padre – votava socialista, per il partito di Nenni. L’immaginale non era lo stesso: ma quando i Nicolini ed i Ligini si riunivano, come si usava allora, a Natale ed il primo dell’anno, erano una sola famiglia nel segno dell’arte.

Il linguaggio del Monumento di Messina è nel segno del diffuso costruttivismo monumentale del 1934, che doveva corrispondere sentimentalmente, per il suo pathos, agli astratti furori di un giovane di nemmeno trent’anni. Il realismo figurativo convive (non diversamente da quanto testimoniano il concorso per il Palazzo dei Soviet, o, per non andare così lontano, le nostrane case del Balilla), con l’astrazione architettonica delle superfici pure, piane o curve.
Ben diversa maturità e coraggio rivela il progetto per il Concorso di Aprilia. Ne ho già parlato a un Convegno per i sessant’anni della città di Aprilia, segnalando la corrispondenza della disposizione planimetrica degli edifici della città, nel progetto Calza Bini – Nicolini, ai principi dell’urbanistica razionalista. I progettisti propongono con forza e chiarezza una forma aperta, che già contiene, indica, accenna i suoi successivi possibili ampliamenti. Molto diversa dalla forma chiusa del progetto vincitore del gruppo Petrucci; agli antipodi della pur bellissima soluzione di Adalberto Libera, che riduceva gli edifici pubblici della città sulla piazza alla triade casa del fascio – municipio – chiesa e li rinchiudeva con cinque metri di alberature, a garanzia di ogni ampliamento successivo che ne snaturasse il carattere di città arrestata (come un bonsai) alla dimensione antiurbana. Una città che non doveva crescere, fermandosi nel tempo alla dimensione di centro di una comunità agricola, che vi abitava solo la notte ed i dì di festa, il resto del tempo lavorava sui campi. La soluzione Calza Bini – Nicolini preferiva alla forma chiusa la forma indeterminata, governata dalla tipologia e dall’urbanistica razionalista. Più precisamente: lo stile del razionalismo italiano, nel segno della pace dopo le polemiche contro gli accademici del tavolo degli orrori esposto alla seconda mostra del MIAR, del recupero dei moderati del RAMI suggellato dalla facciata progettata insieme da De Renzi e Libera per la mostra del decennale della rivoluzione fascista (un allestimento effimero che sarebbe restato per due anni su via Nazionale). Piacentini non solo era trasformato in razionalista, e gli si affidava la regia della Città Universitaria, ma era indicato come loro capitano ai razionalisti progettisti di Sabaudia e della nuova Stazione Firenze da Mussolini che li riceveva a palazzo Venezia (per riparare allo sgarbato attacco di tre settimane prima di Farinacci alla Camera dei Deputati – “non vogliamo la Stazione di Firenze a via dell’Impero!”). Tuttavia nel progetto di Aprilia il linguaggio razionalista non arriva fino alla forma architettonica. Al posto del nuovo, troviamo il conosciuto, l’immaginale comune a chi lavora i campi, lievemente regressivo: la dimensione è piuttosto quella dell’aia che della piazza.
Mi sono spesso domandato quali ne fossero le ragioni: sicuramente un certo amore per il Medio Evo, tramite la città di Calvi di cui era Podestà, di Alberto Calza Bini era passato a suo figlio Giorgio. Fatto sta che una torre merlata è ben visibile sullo sfondo di uno dei disegni di concorso. Forse però la risposta appartiene anche al sentimento della natura proprio di mio padre. Nella biblioteca di mio padre –diversamente da quella di zio Cesare- prevalevano le immagini. Papà era come l’Alice di Lewis Carroll, manteneva un fondo di natura infantile che non gli permetteva nemmeno di concepire un libro “senza figure”. C’era una Divina Commedia, ma per le illustrazioni del Dorè. C’erano Le macchine inutili di Munari – che corrispondeva ad un altro aspetto di papà, la sua passione per i meccanismi celibi, improduttivi, un’inconsapevole spinta verso la patafisica di Jarry. C’erano La vita degli animali del Lessona (ed un volume spaiato della corrispondente Vita del Brehm, quello sugli Uccelli), un Manuale Hoepli sui Fossili ed un altro del naturalista raccoglitore. Una gioia sincera di fronte alle immagini, specialmente di fronte agli elementi più semplici della natura, la montagna, il mare, il cielo, le piante e gli animali. Certe forme del lavoro dell’uomo, come le barche, erano per lui naturalmente belle perché pensate in funzione della natura, delle onde, del mare. Nei suoi disegni la meraviglia sorge di fronte al pittoresco, ma soprattutto di fronte al quotidiano -che quasi involontariamente diviene simbolico. Al contrario, gli uomini che spesso compaiono nelle prospettive dei suo disegni sono schematizzati, come se il dominio del progettista potesse includere una previsione del comportamento degli uomini, ma dovesse arrendersi di fronte all’impero della natura e del tempo. Un’ombra di senso seicentesco, barocco, della vanitas, filtrato tanto dal barocco romano che amava quanto dalla tradizione fiamminga che la madre aveva portato con sé dalle Fiandre. Forse la convinzione che la progettazione architettonica dovesse muoversi su due registri, che avvertiva complementari, senza permettere all’uno di prendere il sopravvento sull’altro. Il primo è regolato dall’astrazione, quel reticolo prospettico che usa magistralmente in certi disegni del Trullo; l’altro (nel segno dell’umanesimo, qualcosa che a casa di mio nonno Giovanni era un’inconsapevole religione) dalla figura. Saranno altre forze a modellare gli uomini, a fissarne il carattere: la vita stessa, che l’architettura stimola e permette; o un altro artista, il pittore, lo scultore, come per i soldati del Monumento di Messina. Ma sulla definizione del carattere dell’uomo all’architetto non è consentito di intervenire. Questo era anche la conseguenza dell’introversione, che lo spingeva quasi a un colloquio solitario soprattutto con sé stesso, originata dalla sordità da un orecchio contratta da adolescente in seguito alla spagnola. Si esprimeva, come ho detto, piuttosto disegnando. O con lo sport, pugilato, canottaggio, anche se non al livello delle sorelle Anna e Dora che furono campionesse italiane ed europee, premiate con la medaglia d’oro del CONI da Mussolini, di velocità su pattini a rotelle.

La collaborazione con Giorgio Calza Bini proseguirà nel successivo concorso per la città nuova di Pomezia, sempre vinto dal gruppo Petrucci; ma si arresterà lì. Giorgio Calza Bini sarà progettista di una città nuova, anche se fuori della bonifica pontina, Guidonia; e parteciperà, firmandola anche lui, alla grande impresa della Palazzina Furmanik sul Lungotevere di Mario De Renzi, forse la più bella, sicuramente tra le più belle architetture, realizzate a Roma nel Novecento. Roberto Nicolini sarà il progettista di Incoronata, una delle “città nuove” di Mussolini (che recentemente non ha incontrato il favore di Pennacchi…).
R.N. (continua …)

quarticciolo 2

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Tra murajone e murajone …

Carolina Marconi, ancora a proposito di Mario Fagiolo Dell’Arco …

e sull’onda della più recente apocalisse tiberina …

…

“Dicevo di Mario Fagiolo Dell’Arco che per svariati decenni esprime anche in poesia il suo amore per Roma. Una visione, un solo esempio, che oggi come oggi vorrebbe scriverlo chiunque… magara puro Bertolaso… come se fa’ a tenesselo anniscosto?”

APOCALISSE A ROMA

Chiuso tra murajone
e murajone come in una morsa
de pietra, co la soma
der ponte sur groppone,
fiume, doppo una corsa
de mijara e mijara de mijara
de secoli, s’affiara
abbuffato de rabbia addosso a Roma.
Dà er pisto a ponte Mollo,
a ponte Quattro Capi, a ponte Sisto
e all’urtimo se sfoga
contro ponte dell’Angeli.
L’arco va a pezzi. Un botto
e un botto e un botto: l’angeli
tómmoleno de sotto.
In braccio è greve la colonna, in collo
greve è la croce – e la turma s’affoga.
Tocca a la chiesa.
L’acqua, un’intuzzata
e giù San Pietro, Sant’Andrea, er Gesù.
Una navata dietro
a una navata e giù
San Giovanni, Sant’Ivo, San Nicola,
Santa Maria Maggiore, San Lorenzo.
Abbottato d’incenso,
giusto in tempo se sgancia da San Pietro
er cuppolone – e vola.
Tocca ar palazzo.
Tutta una buriana
de tévole, de sassi,
de carcinacci – e crolleno Borghese,
Ghiggi, Panfili, Massimo, Farnese.
Strappato da lo stemma capitommola
a fonno all’acqua er drago,
la stella sfrigge, er gijo se spampana
e l’unica a l’asciutto, la colomma
apre l’ale e se pija er primo svario.
Spalla Funtan de Trevi,
Funtana de li Fiumi, Funtanone
der Giannìcolo: spalla
e Barcaccia e Funtana der Tritone,
l’acqua s’ingrossa in giro,
bulle de schiuma – e a galla,
in un riggiro d’api,
er Tritone se sbatte
cor cavallo marino e cor leone.
Er Colosseo e Castello e la Rotonna
vivi.
Ar primo respiro
s’increspa er travertino,
una colonna sgrulla er capitello,
una stàtuva azzarda un passo avanti,
sbatte l’occhio turchino
l’arco – e se guarda in giro.
Uguale a un telo troppo
teso se sgarra er celo
e tutto un ghetto d’angeli, angioloni,
angiolononi piomma
in picchiata su Roma – e da la tromma
schizza fora er zampillo
d’argento de lo squillo.
Da Borgo insino a Ripa una palude
struscia la lingua addosso
a sette gobbe ignude.
Sotto a un celo de bronzo corre un fiotto
de bolle d’aria a galla
all’acqua – e spalla a spalla
ariassómmeno schertri.
Intorno all’osso
ariciccia la carne,
dentro a le vene er sangue se scapriccia,
se gonfieno de muscoli le braccia,
su la bocca s’affaccia un ghigno amaro.
Piantato in celo su un tappeto d’ale
d’angeli, er sangue ancora
fresco sopra ar costato, punta un deto
sull’ommini un Cristone
ignudo, a petto in fora
e grinta de bandone.
E comincia er Giudizzio Universale.

M.D.A. 1975

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Un’architettura … cattolicissima … romana … (2)

donnecattoliche 2

…
L’intrecciarsi della vicenda professionale con quella di alcune delle più cospicue occasioni architettoniche della nazione, dalla Banca d’Italia al “Palazzaccio”, per intenderci, fa poi di Calderini e di Koch i testimoni e gli interpreti di una delle stagioni cruciali di quella cultura architettonica che, a cavallo tra i due secoli, vide la nascita, la maturazione e la decadenza anche di un’idea di città, e perciò stesso di architettura, che, fatti salvi i principi fondamentali di un raccordo profondo con la storia e la tradizione, consumò nel volgere breve di pochi lustri, teorie e modelli, tipologie e immagini, prima ancora che tutti questi elementi fondanti potessero avere il modo di riverberarsi nell’immagine complessiva, nella rifondazione della struttura stessa di una metropoli efficacemente moderna.
Le mutevoli condizioni materiali e ideali alla base del rinnovamento istituzionale del nuovo Stato furono certamente alla base di un progetto che non poté non dirsi interrotto e che, mentre vedeva costuirsi, per frammenti e per parti inconcluse, un’idea di città e di metropoli incapaci di realizzarsi integralmente, pose comunque le premesse per un’evoluzione teorica ricca di fermenti e di intuizioni anche assai felici.
Calderini fu certamente interprete apicale di queste aspirazioni spesso rimaste tali, ma ebbe anche l’occasione irripetibile di portare a termine, pur tra le difficoltà infinite e i triboli a tutti noti, la realizzazione di una fabbrica straordinaria alla quale dedicò, negli oltre trent’anni del suo tormentato percorso, un parte cospicua della sua vita, in buona sostanza, gli anni interi della maturità e che resterà come uno dei maggiori contributi all’architettura europea del suo tempo.
Per Roma il lascito calderiniano tutto teso a ridefinire il rapporto dialettico tra la sua storia passata e quella che sarebbe dovuta essere la sua storia futura risultò particolarmente complesso, gravido di problemi diificilissimi da risolvere senza cadere nelle pastoie del tradizionalismo locale o nelle semplificazioni, spesso schematiche, della modernità alla moda, basterebbe pensare ai suoi progetti per i nuovi insediamenti nel quartiere Prati, per rendersene amplimente conto.
E questo rapporto difficile e complesso con la città, con la sua storia, la sua cultura, la sua memoria sembra essere la cifra essenziale di questo faticoso dialogo tra il vecchio e il nuovo, tra la modernità di un progetto politico, istituzionale, economico, tecnologico e sociale e la tradizione di un percorso storico ben altrimenti stratificatosi nei secoli, tra il “disordine” del passato e il nuovo “ordine” voluto ed imposto dagli ultimi conquistatori; problemi questi che attraverseranno poi tutto il secolo, dal “Palazzaccio”, alla Farnesina, fino all’Auditorium, sostanzialmente, i problemi di oggi.
I nomi e le personalità del Promis, del Selvatico, del Boito, del Poggi, dell’Alvino, del Cipolla, del Basile e che corrispondono, nella sostanza, alle diverse elaborazioni regionali che da Torino, a Milano, da Venezia a Firenze, da Napoli a Palermo da anni si accanivano sulla ricerca di una via alla modernità espressa attraverso i vari linguaggi dell’architettura, vennero evocati dagli allievi e dagli epigoni come riferimenti culturali e disciplinari indispensabili per dare forza e sostanza alle diverse scelte di “stile” e di “linguaggio”.
E così gli architetti e soprattutto gli ingegneri attivi in quegli anni, dal Canevari al Koch, dal Piacentini al Sacconi, dal Manfredi al Tatti, dal Cipolla al Pistrucci, dall’Azzurri al Leonori, dal Busiri-Vici al Passarelli, dallo Janz allo Street, soltanto per fare qualche nome, cercarono di coniugare con abilità professionale e passione civile la lezione internazionale con quella nazionale, di declinare le inflessioni dialettali della provincia accademica romana con la dimensione sperimentale dei nuovi materiali e delle nuove tecnologie, per inseguire forme e linguaggi rinnovati capaci di dare senso e congruità all’immagine della nuova edilizia romana. Gli stili storici si rincorrono, si intrecciano e si ricompongono più volte nel tentativo di distillare dai vari percorsi dell’eclettismo contemporaneo, nazionale e internazionale, un nuovo linguaggio comune per restituire universalità di significati alla nuova architettura ove non appare estranea neppure la lezione dei grandi maestri della cultura architettonica internazionale, dal Viollet-le-Duc al Polaert, dallo Schinkel al Garnier, dall’Hausmann al Sitte, al Semper, sopra a tutti.
Guglielmo Calderini fu tra i protagonisti di questa particolare temperie e i suoi contributi furono straordinariamente numerosi e soprattutto tra i più capaci di interpretare la complessità di una domanda di rappresentatività nazionale che non perdesse i suoi necessari e vitali raccordi con quanto la cultura di Roma fosse ancora in grado di suggerire. La sua conoscenza della più aggiornata cultura europea e allo stesso tempo la sua radicata formazione accademica gli consentivano infatti di costruire anche sul piano teorico quell’itinerario progettuale che poi gli sarà da guida nelle più importanti realizzazioni.
Soprattutto la “miseria e la pochezza” delle nuove tendenze contemporanee, delle nuove mode lo spinsero alla definizione di una teoria salda e capace di dialogare stabilmente con la storia. Le sue certezze “vitruviane” gli consentiranno perciò di non aderire alle mode fuggevoli di tanti suoi contemporanei che ai vizi tradizionali sembravano aggiungere anche quello di un’irriflessiva adesione alle mode più fatue.
La lezione calderiniana porterà poi anche Milani, Magni, Manfredi e Giovannoni a definire e a mantenere nei confronti dell’architettura quel solido e allo stesso tempo sottile atteggiamento “vitruviano” alieno dalle facili adesioni linguistiche, scettico nei confronti di infondate novità, profondamente radicato nei fondamenti ultimi e più intimi della costruzione edilizia che era certo in antitesi profonda con le allegorie avanguardistiche della modernità, via via, rincorrentisi anche in quegli anni lontani.
Solidità e bellezza, certezza e coerenza strutturale e tipologica, saranno così gli argomenti condivisi da intere generazioni di progettisti romani che affondavano le loro radici ultime negli etimi della classicità, intesa nel più ampio orizzonte di modello di comportamento etico, prima ancora che stilistico.
La ricerca di una intima coerenza tra l’organismo costruttivo e il significato profondo di un’opera architettonica, che pose quei progettisti a diretto contatto con la lezione dei Sangallo, di Michelangelo, dell’Alberti, fecero sì che quelle ricerche architettoniche si distinguessero, innanzitutto, su un piano metodologico quale rigoroso e maturo frutto della pratica del “ben costruire”.
La loro familiarità con la ricca e consolidata tradizione manualistica, di cui furono non certo solo gli anacronistici epigoni moderni (come avrebbero voluto i loro pur numerosi detrattori), quanto i naturali e logici prosecutori consentì a molti, non ultimo lo stesso Marcello Piacentini, di lasciarci testimonianze sicure di una indiscussa e matura capacità progettuale altrimenti e fortemente innervata anche nel contemporaneo.
Da questo ricco clima culturale nasce la nuova Scuola di Architettura romana che, per via diretta, attraverso Manfredi e Foschini giunge fino a Vagnetti che di quella eredità sentì sempre il peso e la responsabilità culturali. In tal senso, soprattutto, interessante il dialogo serrato con Foschini, che, vero padre spirituale di un’intera generazione, altrimenti e ancor più e forse ancor meglio di Giovannoni seppe farsi interprete di una proficua e mai smentita maieutica architettonica dialogante con le generazioni più giovani, specialmente quella cui appartenne lo stesso Vagnetti insieme a Muratori, a Fariello, a Vaccaro, a Moretti, a Luccichenti e che costituiranno insieme, nella scuola e nella professione, la testimonianza di una complessità su cui dovranno a lungo ancora riflettere le prossime generazioni.
G.M. 1999
(in G. Cataldi e M. Rossi (a cura di),
“Luigi Vagnetti, disegni, progetti, opere”,
Firenze, 2000.)

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Modesta proposta … alberghiera …

LANUVOLAHOTEL

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Mezzo secolo … per perdere Firenze …

Come salvare Firenze … da Detti … a Ligresti …

Tom Muirhead che, evidentemente, conosce la vicenda fiorentina molto meglio e da più tempo di noi, … così commenta le tristi, ultime, vicende …

“La triste vicenda fiorentina risale al lontano 1962 quando il grande, idealistico, visionario ma forse ingenuo Edoardo Detti (il quale fu il primo ad insegnarmi come fare l’urbanista) preparò il Piano Regolatore di Firenze, salvando le colline dalla speculazione e prevedendo una “ciudad lineal”, una direttrice di sviluppo verso ovest, lungo la piana che va verso Prato. Se non ché, immediatamente, tutti i terreni (allora agricoli) sono stati acquistati dai privati (al prezzo di terreno agricolo). 45 anni più tardi, da modifica in modifica, concorso in concorso, giunta in giunta, trovata in trovata, i terreni finiscono in mano a Ligresti, e questa “grande operazione urbanistica” finisce nelle solite squallide lotte di campanile che, da sempre, a Firenze, rendono impossibile prendere e poi implementare qualsiasi decisione strategica in campo urbanistico. La vera vittima della faccenda non è l’Assessore Cioni né il sindaco che cerca di salvarsi la faccia (chi se ne frega di loro?) ma Firenze. L’unica area sulla quale Firenze può contare per avere un futuro è quella che a tutt’oggi rimane saldamente in mano a Ligresti; lo sviluppo urbanistico di Firenze non dipende dalla scienza urbanistica, ma dal profitto privato che ne potrà ricavare Ligresti. Unica soluzione: l’esproprio. Sennò, mi fa paura pensare a dove Firenze andrà a finire.”
T.M.

…

Ma mi sa che la via dell’esproprio … di questi tempi …

forse … resta solo la paura …

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