Genealogia muratoriana …

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Riceviamo da Sandro Giannini che, dopo tanto tempo, qui salutiamo e ringraziamo per l’attenzione, la seguente lettera nella quale sinteticamente ci delinea una sua genealogia muratoriana … augurandoci di averlo ancora ospite per chiarirci i temi a lui cari e che ci sembrano, giorno dopo giorno, sempre più meritevoli di attenzione e di interesse …

“caro Giorgio Muratore,
sono Sandro Giannini, uno dei 10 (9?) assistenti di ruolo della cattedra di Saverio Muratori a Valle Giulia nel periodo’61-’73  (e dei 3 ancora vivi). Mi occupavo di territorio come architettura, che ho poi insegnato sino al ’98.
Vorrei ringraziarti per l’attenzione che hai rivolto a Maretto, un po’  a sua memoria e un po’ perché con lui chiami in causa la scuola di Muratori: e mi fa piacere che qualcuno se ne ricordi.
L’albero genealogico di questa mostra quattro livelli. Alla radice c’ è, naturalmente, Lui. Dalla radice  escono 10 polloni, muratoriani di prima generazione: sette di questi (otto con Enzo Flamini) vanno ad insegnare (a Reggio Calabria, Genova, Cagliari, Firenze, Roma) ma solo 3 sono padri di una seconda generazione, quella che oggi ha mediamente 50 anni. Alcuni semi caduti nei pressi hanno fruttato una terza generazione composta di trentenni, che di Muratori usano l’icona. Man mano che si procede da una generazione alla successiva la pregnanza muratoriana perde vigore e si annebbia.
Da ottantenne, penso che di quelli della mia generazione non valga la pena di parlare, in parte perché sono oscurati dall’ombra del maestro, in parte perché non più attivi e non tanto importanti da essere iscritti nell’indice di una storia dell’architettura. Nella seconda generazione ci sono parecchie personalità interessanti: tra queste Roberto Ghelfi, che conduce da quasi trent’anni un affascinante lavoro territoriale (di cui allego due esempi mal riprodotti). Ha preso da me e ovviamente ne sono adulato e sedotto: ma oggi i lineamenti della architettura sono rintracciabili solo sul territorio e Ghelfi è, per questa ragione, un vero architetto. Che si collega alla figura del maestro, propone un linguaggio nuovo e (solo della sua specie) riesce persino a trarne reddito..
Grazie e molti saluti”

S. G.

Grazie ancora … a presto …

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Maretto … Architetto … (2)

Istituto tecnico comm.B1

…
E così come per Saverio Muratori l’architettura realizzata sembra costituirsi quale parametro di verifica delle sue teorie sulla Città e sull’Architettura e i suoi edifici tipo: la casa, il palazzo, la chiesa, si costituiscono quale paradigma di una speciale città possibile fuori delle più convenzionali e corrive derive delle mode e dei linguaggi, così anche per Maretto le sue case, le sue scuole, i suoi edifici religiosi sembrano prefigurarsi quali dispersi frammenti di una città possibile fatta di architetture capaci di dialogare con le ragioni profonde del contesto e della sua storia. In generale tornano poi spesso gli scenari veneziani e romani, più di sovente della “citta veneta” a far da sfondo alla molteplicità di soluzioni tutte riconducili alla lezione di un metodo critico-operativo messo a punto negli straordinari saggi di analisi urbana che avevano visto, specialmente, l’edilizia gotica veneziana a dar sostanza al problema critico della città storica veneta, come di quella contemporanea.
Riconoscendo sempre nell’autorità del suo Maestro anche le indicazioni di un metodo progettuale, mai disgiunto dalla consapevolezza storico-critica e l’indirizzo verso le ricadute materiali del progetto contemporaneo.
Non a caso Maretto, alla distanza di tanti, anni torna sull’argomento dei suoi studi iniziali e, in certo senso, iniziatici, ricordando, nella premessa alla riedizione, nel ’78  di “L’edilizia gotica veneziana” che: “ … non mio o di altri suoi allievi, ma tutto di Saverio Muratori, “vox clamans in deserto”, è stato anche il merito di comprendere e indicare, come sempre con almeno vent’anni di anticipo, che ci si può avviare verso un nuovo avvenire civile solo (come concludeva nella prefazione di “Civiltà e territorio”) “se si assume a riferimento il territorio, la storia reale della civiltà, delle natura e del mondo”.
Così scorrendo le immagini dei progetti di Maretto salta immediatmente in evidenza questa unità di fondo dei suoi interventi, questa capacità di dialogo e di rapporto, spesso anche meramente interstiziale, viste le reali condizioni materiali di tanti piccoli, ma preziosi inserimenti edilizi tutti, appunto, accomunati da un senso delle cose e dei luoghi che è impossibile disgiungere dalla dimensione teorica dell’analisi e della ricerca storica.
Dalle straordinarie e pionieristice Villette “in serie” di Jesolo ove già si intravede con chiarezza quella che sarebbe stata la cifra stlistica e metodologica del nostro, agli interventi rasidenziali sul Terraglio e alle splendide casette “a schiera” di Brentelle già si vede una personalità capace di sintetizzare anche attraverso le occasioni più minute il senso di una rigorosa scelta progettuale che poi troverà, nel tempo, ulteriori e più complesse occasioni di sperimentazione e di verifica.
Dalla piccola Cappella di Padova al ricco e articolato insieme di Sarmeola troviamo poi il tema dell’edifico religioso che si fa occasione di più ricca sperimentazione spaziale e di più complessa riflessione tipologica.
Ancora di grande interesse l’attenzione data all’edilizia scolastica dove, a partire dalle due versioni per l’Istituto Commerciale di Roma, due risposte esemplari, sia sul piano del “tipo”, che su quello del “linguaggio”, discendono poi le proposte per Massanzago e per Villa del Conte ove, soprattutto nella complessità dell’edificio per la scuola elementare si sviluppa e si concentra una interessantissima ipotesi di spazio collettivo.
Da tutti questi progetti e dai tanti altri che qui di proposito e per necessità tralasciamo discende, evidente, la connessione con gli argomenti di una riflessione assai profonda sul concetto di “tipo” che assumendo la centralità di valore prevalente tende a costituirsi quale elemento generatore, veicolo e luogo concettuale, baricentro, dell’intera operazione di progetto.
Ci pare quindi che proprio basandosi su questo concetto l’opera, teorica e non solo teorica, di Maretto possa costituirsi quale punto di misura importante della seconda metà del secolo scorso e qundi si offra come riferimento essenziale per le nuove generazioni piuttosto stordite dallo sciocchezzaio di un “modernetto” tanto privo di radici quanto di prospettive.
Ci piace quindi concludere proprio con una citazione di Maretto riferita a questo specifico tema, il tema di una vita, testimone che andrebbe ripreso per ritrovare anche la speranza in un’Architettura degna di questo nome.
Scrive Paolo Maretto nell’ultima edizione de “L’Edilizia Gotica …”:
“Una scoperta, questa del tipo edilizio, che il Muratori aveva maturato durante i cinque anni di insegnamento e di ricerca a Venezia, e definitivamente affermato nel ’59 nel suo “Studi per una operante storia urbana di Venezia”; che era stata misconosciuta o avversata dal mondo della cultura architettonica, spesso di pedissequa anche se ricusata derivazione crociana; che non sembra correttamente o compiutamente compresa neppure oggi, quando qualsiasi tecnico o amministratore comunale di provincia non fa che parlare di “tipologia edilizia”. Perché il concetto di tipo edilizio è difficile da possedere, proprio per quella densità di implicazione e di valenze che ne hanno fatto l’artefice fondamentale della storia edìle degli uomini e delle civiltà.
Infatti, come anti-idealisticamente e anti-positivisticamente mi preoccupavo di precisare vent’anni fa nella pur immatura premessa concettuale a questa ricerca veneziana, a proposito dei diversi tipi e sottotipi “va subito sottolineato e chiarito come tali definizioni non siano delle mere convenzioni classificatorie, cioè delle astrazioni concettuali, bensì esprimano delle reali categorie presenti nel concreto processo operativo degli artefici veneziani”; ovvero possano essere degli “a posteriori” critici (concetti tipologici) veritieri ed essenziali per una nostra adeguata comprensione storica dei fenomeni socio-urbani, nella misura in cui costituiscono la riscoperta degli spontanei “a priori” operativi (modelli tipologici) a suo tempo presenti nella coscienza dei committenti, dei costruttori, dei fruitori, prima che dei progettisti, e derivati a loro volta da una magari involontaria “critica operativa” dell’esistente naturale ed antropico (“la tipologia si pone come categoria matrice, in forme diverse, dei due processi, come coscienza nell’azione creativa, come metodo nella ricerca critica, fattore specifico di storicità dell’opera e di obiettività di giudizio”, come è detto nel tentativo di introduzione teorica della ricerca).
In quanto fatti di coscienza, collettiva e individuale insieme, era chiaro fin da allora “come ciascuno di questi “tipi” sia in sé una categoria edilizia totale, già sintetica, cioè, di aspetto morali, economici, razionali ed anche estetici, ovvero di caratteri distributivi, strutturali, tecnologici e anche plastico-figurativi di fondo”; “anzi nello stesso impianto distributivo tipico della “casa veneziana” era già implicito un certo schema strutturale, quindi una certa visione dei materiali e una certa composizione plastico-figurativa di fondo, e questa a sua volta, nella sua tipicità veneziana, presupponeva una ben qualificata impostazione distibutivo-strutturale, come una certa visione dei materiali era matrice di una specifica organizzazione strutturale, e così via” …

G. M. dic. 07

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Tricolore tiberino …

tricoloretiberino

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C’era una casa tanto carina … senza soffitto …

casinavaladier

Rileggere, oggi, che i pezzi della Casina li ritrovi in vetrina, le alate parole di Francesca Giuliani spese in occasione dell’inaugurazione del, relativamente recente, “restauro” della Casina Valadier sulle pagine de La Repubblica … se non proprio al rimpianto muove, almeno, alla commozione per una cerimonia tanto sobria e toccante … e il solo ricordo di quella entusiasmante stagione capitolina ci spinge alla soglia delle lacrime: …

“Festa d’inaugurazione alla Casina Valadier, notte di musica e delizie della gola per duemila invitati nei saloni della palazzina ottocentesca del Pincio. Una passerella di autoblu e tacchi a spillo, flash e celebrità verso la doppia scalea che si apre sul retro dell’edificio neoclassico e porta al colonnato simbolo del monumento, splendente di luci e fresco di tinteggiatura chiara per il gran debutto dopo dieci anni di chiusura e due di restauri. Sul fare del tramonto il taglio del nastro alla presenza del sindaco Walter Veltroni (“Siamo riusciti a sanare una ferita”) affiancato da Vittorio Ripa di Meana, presidente della società che gestisce la Casina. Poi, via via, l’arrivo degli ospiti: i protagonisti della politica Rutelli, Follini, Bertinotti e Meandri, poi Alba Parietti, Stefania Sandrelli e Laura Biagiotti, ma anche Cesare Romiti, Fabiano Fagiani e Chicco Testa. E ancora: Giampaolo Letta, Giovanni Malagò e Matteo Cordero di Montezemolo, Flavio Cattaneo, Bruno Vespa e Clemente Mimun. Gente di finanza e di economia, restauratori ed architetti tutti con il drink in mano, conquistati dall’atmosfera, dal tramonto color pastello, dalla vista sui tetti di Roma e dal buffet apparecchiato nel giardino fra i tavoli e sotto gli ombrelloni illuminati dalle fiaccole. Mondana ma sobria e soft, con la gente in abito da sera come da invito, la festa non ha trascurato di rivolgere un’attenzione speciale proprio ai lavori condotti in collaborazione con tre soprintendenze e illustrati nei dettagli a tutti i presenti in un video proiettato su maxischermo con l’accompagnamento musicale di quella vecchia canzone per bambini di Sergio Endrigo “C’era una casa tanto carina, senza soffitto, senza cucina…”. La vecchia Caffeaus ottocentesca è oggi un bellissimo ristorante-caffè-vineria con gli arredi rosso vinaccia e i soffitti dipinti: una finestra su Roma che torna ad aprirsi come se fosse inedita, un monumento riconquistato a pochi passi dalla terrazza del Pincio, costruito su progetto del genio dell’architettura neoclassica Giuseppe Valadier negli anni tra il 1816 e il 1837. La prima notte della nuova Casina Valadier è proseguita a suon di musica dal vivo tra jazz e swing, chiacchiere e conversazioni di lavoro fino a tardi sotto le stelle del Pincio, dal taglio del nastro a quello della torta. Tanti volti noti del mondo dello spettacolo: Ettore Scola, Pietro Garinei e Virma Lisi, Carlo ed Enrico Vanzina, Manuela Arcuri e Margherita Buy e tutti praticamente in blocco gli addetti ai lavori del Comune, gli assessori D’Alessandro, Borgna, Minelli, in giro fra le poltrone di vimini, in chiacchiere e convenevoli ai tavolini illuminati da piccole candele. Anche i piatti, presentati dallo chef Antonio Sciullo e sotto la direzione di Maria Antonietta Pacelli, meritano attenzione. Dai frittini di antipasto al risotto agli asparagi e maggiorana, dalle trofie con melanzane fino al trionfo di dolci, mousse, babà e bavaresi, per concludere con una supermimosa da 150 chili decorata col simbolo della Casina, quel colonnato neoclassico tornato lucente di fresco. Da sabato l’apertura al pubblico, la Casina Valadier è di tutti.”

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L’urbanistica romana … finalmente … con i piedi per terra? …

ASSE

“Sdo, non costruiremo la grande Terrazza” … così titolava “La Repubblica” di ieri in apertura dell’articolo di Paolo Boccacci che riferiva dell’ultimo atto della quarantennale tragicommedia capitolina intitolata allo SDO …
già chiave di volta, ormai residuale roccaforte, del penultimo PRG della città …

L´assessore Ghera: “A Pietralata niente strade che corrono sotto gli uffici”
“Questo intervento costerebbe al Comune 80 milioni di euro: non li abbiamo”

“Progetto Sdo di Pietralata a rischio. È vero assessore Ghera che vuole cambiare il piano per i nuovi insediamenti della città degli uffici?
«Lo Sdo non ha mai avuto nessun rallentamento. Ci sono problemi solo sulla piastra, uno spicchio del sistema direzionale, un grande quadrato di 500 metri per lato, che il precedente piano voleva fosse alto sette metri per far passare sotto le infrastrutture viarie».
E invece?
«Tanto per cominciare questo tipo di intervento costerebbe al Comune circa 80 milioni di euro, che non abbiamo. Secondo: la parte sottostante, come è successo per lo Sdo di Napoli, sarebbe ben presto in preda al degrado».
Che cosa avete deciso?
«Abbiamo deciso che l´università la Sapienza e l´Istat, che devono costruire proprio lì la sede e il campus per gli studenti, realizzeranno gli edifici a raso: si riprogetterà l´arrivo delle strade»
L´ex assessore all´Urbanistica Morassut avvertiva che nel 2011, se non si iniziano ad aprire i cantieri, i proprietari espropriati potrebbero ritornare in possesso delle aree.
«Il problema non esiste, anche perché la variazione del piano non è così consistente e noi siamo già al lavoro. E anche perché gli espropri si sono fatti nel tempo e dunque non scadono tutti nel 2011» …

In buona sostanza, e visti anche i nuovi indirizzi del più grande ateneo capitolino … si potrebbe, altrimenti, concludere che è tutto da rifare …
che … “praticamente” si riparte da zero e che del poco che restava del faraonico e demenziale progetto intitolato alla “grande dimensione” … non restano che le briciole, …
forse, … nemmeno quelle …
al fondo non è un gran male … anzi …
dopo quarant’anni …
era ora che qualcuno, anche fuor di metafora, mettesse i piedi per terra …

SDO

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Maretto … Architetto …

Villette in serie Jesolo.1

E’ appena uscito l’iltimo numero di “AION” intitolato alla “Materia” che, tra l’altro, pubblica questo mio testo intitolato “Paolo Maretto architetto”: …

Mi sono imbattuto, per  la prima volta, nel lavoro di Paolo Maretto quando, più di trent’anni fa, nei lontani Settanta, in una, ancor più lontana, Reggio Calabria ove una pionieristica facoltà di architettura cercava di affermarsi con difficoltà attraverso un acerbo sperimentalismo i cui frutti non sarebbero mai giunti a maturazione.
In quel contesto, troppo simile, soprattutto nelle sue angustie accademiche, nei suoi volti e nei suoi personaggi, a quanto mi ero appena lasciato alle spalle nella facoltà romana, mi capitò tra le mani, complice una storica libreria del centro cittadino nella quale, unico ricovero, era lecito trovare sollievo in una città per tanti versi così “difficile”, un volume appena uscito quale quinto contributo della collana “Studi e documenti di Architettura” diretta da Luigi Vagnetti per le Edizioni Teorema di Firenze, il testo di Paolo Maretto intitolato “Edificazioni tardo-settecentesche nella Calabria meridionale”.
Fu per me una vera “scoperta” ritrovare, in quel momento e in quel contesto, l’occasione per riflettere sulla città moderna secondo un metodo e una logica che solo pochi all’epoca frequentavano e con comprensibile difficoltà visto l’ostracismo che accompagnava le loro ricerche tacciate, come se fosse cosa infamante, di essere “muratoriane” e pertanto di meritare la scomunica della cultura più a la page.
Il volume di Maretto, esito sintetico di ricerche condotte in chiave didattica nei primi corsi accademici reggini, prendeva in considerazione il tema della “ricostruzione” dei centri urbani calabresi dopo le distruzioni dei catastrofici terremoti del 1783, attraverso documentazioni archivistiche allora del tutto inedite e soprattutto “rilievi” dal vero e sul campo di una realtà che nessuno aveva, fino ad allora, documentato e che si riscopriva quale pagina fondamentale della cultura urbana sia nazionale che internazionale.
Così, paradossalmente, mentre le ricerche sedicenti “moderne” che venivano ostentatamente e stentatamente promosse in quel contesto accademico in formazione, si dimostrarono ben presto per quello che erano, cioè vacui tentativi senza radici e prospettive, questo testo, nella forza logica e metodologica della sua apparente modestia, segnava in pratica l’unico punto fermo su cui ragionare senza perdere di vista le vere dimensioni di un territorio e i complessi rapporti strutturali che da questo si protendevano verso la dimensione della città e della sua architettura. E quel libro, di cui ovviamente conservo gelosamente copia, mi affascinava anche per un’altra dimensione, che poi ho scoperto essere una delle chiavi essenziali per comprendere e apprezzare il lavoro di Maretto, perché era il frutto di un appassionato rapporto tra l’autore e la scuola; il segno di un’intelligenza dei problemi di una didattica che si fa ricerca e, viceversa, di una ricerca che non si svilisce, anzi si alimenta e cresce proprio nel momento in cui il rapporto pedagogico si fa più attento e vitale nella faticosa quotidianità di una “vera” Scuola.
Le grandi tavole topografiche che completavano il volume e che in qualche modo rinviavano, per analogia metodologica, a quelle che eravamo abituati a conoscere a compendio dei lavori di Saverio Muratori su Venezia e su Roma conferivano ulteriore autenticità alla ricerca e restano ancora quale documento essenziale per la lettura di quei contesti e di quei fenomeni calabresi, all’epoca (eravamo nei primi anni settanta), ancora e del tutto inesplorati.
Solo molti anni più tardi ebbi altre occasioni di imbattermi nell’opera teorica di Maretto riscoprendo, purtroppo con deplorevole ritardo, insieme ad altri libri “proibiti” come quelli di Saverio Muratori e della sua scuola, quel “Nell’architettura, metodologia di lettura critico-operativa della realtà architettonica, edilizia, urbana e territoriale” pubblicato già nel ’73 e che riprendendo una serie di tematiche muratoriane, vedeva Maretto alle prese con la messa a punto di un quadro di riferimenti metodologici che, dalla storia dell’architettura e della città, dall’analisi urbana alla critica operativa, tracciava un quadro assai importante sullo sfondo del quale imbastire gli itinerari di una didattica fortemente intrecciata ai motivi di un’esplorazione di certezze logiche sulle quali far crescere l’insegnamento dell’Architettura, oggi.
Tenendo conto anche delle ricerche effettuate nel campo dell’edilizia storica e segnatamente gotico-veneziana, Maretto trovava qui l’occasione per definire i diversi “gradi” di un approccio alla materia da quello “architettonico” e quello “edilizio”, progredendo poi verso quello “urbano” e quindi quello “territoriale”. Partendo dalla ribadita premessa di una plurisecolare “crisi” dei valori, riconducibile sostanzialmente alla frattura di epoca illuminista, cercava quindi di ricostruire il senso di nuove possibili e necessarie individualità capaci di sostenere il senso e la prospettiva di una riappropriazione disciplinare alle differenti scale di intervento.
La definitiva capitolazione del senso comune delle cose di fronte all’avanzata di una modernità priva, sostanzialmete, di radici e di valori condivisibili risulta quindi la premessa per ricostruire il senso di un approccio e di un’analisi che, soprattutto nella scuola di architettura, potrebbe consentire di rintracciare il senso dei valori perduti nella prospettiva di una rifondazione ormai non più rinviabile.
Scriveva in tal senso Maretto nella sua conclusione a “Nell’Architettura … ” rivolto soprattutto alle generazioni più giovani: “Manifestatasi dopo lunga incubazione, nell’élite culturale del settecento, la “rivoluzione critica” era così forte e irreversibile da porsi bensì dapprima in sede culturale (Illuminismo), ma da tradursi subito in senso socio-politico (rivoluzione francese) e qindi economico-tecnico (“rivoluzione industriale”); essa è continuata poi sotto questi tre aspetti per tutto l’ottocento e il nostro secolo, senza peraltro mai riuscire a rappresentarsi linguisticamente (non crediamo che le varie “rivoluzioni artistiche” degli ultimi cento anni abbiano mai veramente espresso una nuova epoca), perché era ancora un criticismo elitario, unilaterale e contingente: forse solo oggi, nell’ultima generazione di giovani la critica sta diventando atteggiamento mentale e morale di base – quindi atteggiamento tendenzialmente globale – possibile in futuro di manifestazioni linguistiche realmente nuove, in  quanto finalmente “comprensive” unitariamente di ogni aspetto delle diverse realtà ambientali, cioè delle realtà storico-civili e linguistiche.”
Fiducia quindi in un futuro, la sua, ove le generazioni più giovani e impegnate possano riappropriarsi dell’architettura e del suo territorio liberandosi, finalmente, dagli impacci di una falsa e sedicente modernità.
Riallacciandosi così alla grande lezione del suo mai rinnegato Maestro che concludendo le sue “lezioni” di architettura moderna poi raccolte postume  in “Da Schinkel a Asplund” così sentenziava: “L’ultima cosa di cui ci si deve preoccupare è quella di essere troppo personali o troppo moderni. E’ questo il grande equivoco di oggi: chi vuole essere deliberatamente personale, cioè in questo senso artista, è un pessimo artista, chi vuol essere deliberatamente moderno è un fallito”.
E’ in questa prospettiva che il lavoro di Maretto Architetto è andato svolgendosi tra la scuola e la professione, tra la didattica, la ricerca e la sperimentazione sul campo, con assoluta coerenza, cercando di concretizzare anche nelle numerose, ma pressochè ignote, opere progettate e realizzate tra la fine degli anni cinquanta e i primissimi novanta il senso di un lungo percorso logico in cui etica e metodo trovassero modo di concretizzarsi, arricchendosi reciprocamente.
G.M. (continua)
(in: AION n.17, 2008, p.108-121)

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Titoli e Concorsi …

Note a margine dell’ennesima riforma …

Finalmente, … un’altra riforma … per l’università …

e, naturalmente, di conseguenza, la definizione dei nuovi criteri per la valutazione obiettiva dei titoli nei concorsi, …
era ora che qualcuno si mettesse seriamente a pensare a cotanto problema …
ora come ora … non si può certo andare avanti così … è una Babele …
non ci si raccapezza più … e ci vorrà pure un criterio … “scientifico” …
per giudicare in maniera, finalmente, equa, senza trucco e senza inganno, chi ha “veramente” le carte in regola …
chi ha scritto qualche cosa che vale e chi ha riempito pagine e pagine di emerite minchiate …
e allora … come fare?
Ci si rivolge all’estero … si vede quante volte i testi e i candidati sottoposti a giudizio sono stati citati sulla stampa specializzata internazionale … e il gioco è fatto … automatico … meglio di così non esiste … avremo finalmente un’università al passo coi tempi … disintossicata … disinfettata … liberata dagli zozzoni di ogni risma …
Sembra facile, ma gli accademici non sono mica tali per nulla … e cominciano le grandi manovre di primavera … commissioni … gruppi di lavoro … incontri … seminari … conferenze … documenti a non finire per delineare l’obiettivo … precisarne i termini … metterne a fuoco la metodologia …
sembra facile dire che chi ha più titoli a livello internazionale è giusto che prevalga nei concorsi … anzi sarebbe fin troppo banale e basterebbe consultare i cataloghi delle biblioteche del RIBA o del Congresso per rendersene conto, … ma poi che cosa significa titolo … pubblicazione … valore scientifico? … magari uno è un genio e non ha mai pubblicato un cazzo … e anche questo ha un senso e magari esiste qualche logorroico poliglotta che ciancia in tutte le lingue e vai a capire se è veramente meritevole del premio accademico …
e poi tutte quelle belle rivistine patinate che fanno la gioia del pollaio dipartimentale e che mettono in crisi la foresta amazzonica e alimentano il buco nell’ozono … mica le dovremo buttare tutte nel cesso …
non sono forse state pagate con i soldi dei contribuenti … coi finanziamenti della ricerca e perciò stesso sono, … o almeno dovrebbero essere, di per se stesse, … “automaticamente” … tautologicamente … quanto di meglio si possa immaginare sul piano della ricerca scientifica?
Altrimenti, perché quei finanziamenti … perché quelle pubblicazioni … perché quelle redazioni? …
Ma sappiamo anche tutti quanti che nel novanta per cento dei casi quella è pura monnezza … ma allora? …
Bisogna evidenziare gli editori che “valgono” …
questa è bella, … ma quali sono? …
Quelli importanti, ovviamente, quelli che selezionano in base alla qualità le loro scelte editoriali, naturalmente, … in pratica, … quelli che hanno le tariffe più alte … perché, e lo sanno tutti, ma proprio tutti … che la carta stampata va a peso … tanto al chilo … come i salumi … i formaggi … il cemento … la spazzatura …
Non sarà certo quindi il peso di un editore “importante” a poter dettar legge nei nuovi concorsi … ché magari uno sconosciuto editorello “di periferia” è cento volte più serio e selettivo di una multinazionale della sòla patinata, dal nome roboante e dagli augusti natali costati fior di euro … che salva i bilanci con le sponsorizzazioni bancarie, … bòne quelle, … e con gli allegati-monnezza ai quotidiani più gettonati … e che offre a qualsiasi professionistaccio, foraggiato dal palazzinaro di turno, copertine cartonate … cofanetti personalizzati … servizi fotografici dedicati … presentazioni prestigiose e “tanto al chilo” … strafirmate dagli accademici più disinvolti e famelici e che poi saranno magari proprio gli stessi a dover giudicare i ronzini zoppi delle loro miserande scuderie …
La qualità non si ottiene certo per decreto … e l’università non si salva con i punti qualità … con i regolamenti … con le messe a norma … con l’ennesima, inutile, riforma, …
al fondo, …
una legge vale l’altra e ci sarà sempre qualche furbo che avrà scovato il trucco prima degli altri e riuscirà a far fessi quelli che hanno i veri “titoli” e che meriterebbero di svolgere un lavoro serio, delicato e soprattutto onesto come dovrebbe essere quello di insegnare …

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Il Porto dei Diamanti e … i Nuovi Puritani …

diamantezazà

L’ultimo diamante di Zazà …

Cristiano Cossu, pur provando un certo ragionevole “schifo” ci segnala il recente progetto della Hadid per Anversa …
un progetto ancor più “parlante” del solito …
e che ben rappresenta la nota sensibilità della progettista …

http://europaconcorsi.com/projects/84904-The-new-Port-House-Antwerp-Belgium/images/1147263/slideshow

auguriamoci che la recente “crisi dei mercati” e la nuova ventata … “puritana” faccia al più presto piazza pulita di simili volgarità, …
ma i diamanti, si sa, sono, da sempre e per sempre, …
un “bene rifugio” estremo …

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Quattro geometroni palestrati in doppiopetto …

Galateo capitolino …

La “signora” der palazzinaro di lungo corso,
“fuori corso” a Valle Giulia, da sempre,
che fa la grafica pella rivista der marito, … “L’eco der mattone” …
intercettata sur suv ar cellulare coll’amica sua: …

“… d’artronne … che cazzo te potevi aspettà da ‘sti quattro fascistelli riciclati che hanno ‘reditato Roma pe’ sbajo …
si vabbè ma quell’artri erano puro peggio, … magari dé sinistra, ma puro cialtroni e rincojoniti, de pappa …
ma questi sò proprio quattro geometroni palestrati in doppiopetto …
colle scarpe quadre, … coi collettoni coi rigoni, … coi gemelli ai polsi …
coi cravattoni troppo grossi ar collo, sgargianti, anticollisione …
colle manone che parono pale …
e mo’ … st’ingegnere arpinista …
che dopo le tori de Renzo se vòle corrègge puro er muro de Meier, …
se potrebbe puro dì: … chi se ne frega, …
ma questa si che è curtura … teritoriale … identiraria … nazionale … tricolore …
nazional-razional-futurista … dirai …
e mo pe’ l’ammericano so’ cazzi sua … ché je s’abbassa puro er muro …
ma ci faccino ‘r piacere … ci faccino …
e poi così … a occhio … potrebbero avé anche più fame de quelli de prima …
ar proposito …
pare che venghino a cena … prossimamente … co’ ‘e moji …
come famo? … ar solito …
pesce … tanto pesce … sushi … un mare de crudo … che ce s’affogheno …
che me so’ puro scordata, … ma la forchetta? … der pesce …
va a destra o a sinistra? …
ma nun fa gnente … basta che magneno …”

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Augusteo … non ci resta che sognare …

gemelli 3

Sergio Marzetti, col quale ci troviamo spesso, in amara sintonia, ci invia questo resoconto di un architettonico sogno, …
sogno condiviso, …
e che già fu, anche, di Adalberto Libera: …

“Tu scherzaci! Ma soltanto per fantasticare! Allora, c’é questo invaso, questo slargo, questo non si sa come definirlo, l’hanno chiamato Piazza Augusto Imperatore come indegno sgarbo al sovrano. Oramai il guaio é stato fatto! Il caldo abbraccio di tutta la città al Mausoleo é stato reciso. Che cosa vediamo ora? Tre chiese volgono le terga al rudere, le decine e decine di orbite cieche dei quadrati palazzi all’intorno rendono ancora più funereo l’ambiente, financo i portici, così adatti al passeggio, ai commerci, agli incontri, sono più adatti all’addiaccio di una stanca umanità, parte vestita di stracci e parte oziosamente vestita Armani . Che cosa fare? Concentriamoci sull’elemento principe. Svanite le urne e, con loro, le ossa dei discendenti giulio-claudi, mi sovviene che questo ammasso ha dato tutto di se stesso alla città e ai suoi abitanti: é stata cava, fortezza, orto, giardino, circo e infine Sala per sublimi concerti. Adesso é muto, ignoto, più tomba adesso di quanto non lo sia mai stato dai tempi della sua costruzione. Deve tornare ad essere vivo! Allora lo prendo di petto! Lo studio, lo analizzo, tenendo a mente i problemi di restauro e conservazione che un tal compito comporta. Il mio progetto é totalmente legato ad una sua rifunzionalizzazione per poterlo conservare, impedendone il degrado e l’oblio. Ho in mente dei progetti moderni nati da riletture del contesto urbano, della storia e delle sue tragedie, cosa che a Roma é, per ignavia e ignoranza, totalmente mancata . Guardo con attenzione la ricostruzione del Reichstag di Berlino con la sua cupola vetrata, guardo ammirato la copertura della Gran Corte della Britsh Library, entrambe di Foster, parto per Dresda per vedere la ricostruzione della barocca Frauenkirche e della sua cupola, al ritorno mi fermo a Rovereto per ammirare la copertura del Mart di Mario Botta. Si sta svolgendo un bel dibattito! E’ giusta la ricostruzione? Sono giuste tutte le ricostruzioni di ciò che la follia dell’uomo ha distrutto? E’ giusta la ricostruzione del ponte di Mostar? Fu giusta la ricostruzione del Ponte di Santa Trinita? Mi dico senz’altro di sì! Perchè perdere la linea a schiena d’asino dello Stari Most e l’elegante e “moderna” catenaria del ponte fiorentino? Per lasciare traccia della disumanità che può raggiungere l’uomo? Non possiamo, altrettanto legittimamente, voler lasciare o recuperare una traccia di ciò che l’intelligenza può creare? Risolto il mio caso di coscienza, vado avanti. All’interno del Mausoleo ripristino il piano dell vecchio Auditorium, un robusto solaio circolare leggermente distaccato dalle mura romane e sostenuto da moderni pilastri d’acciaio, anch’essi distaccati di poco dal cilindro interno; per capirci, come le “colonnacce” del Foro Transitorio si distaccano dal muro perimetrale. Preparato il contenitore, con una tecnica e con strumenti da far invidia ai moderni costruttori di ponti e grattacieli, elevo e sposto, centimetro per centimetro, l’Ara Pacis, fino a collocarla delicatamente sul solaio all’interno del Mausoleo. Poi, aiutato e ispirato da ingegneri e artisti, ricostruisco, a protezione e a copertura, una cupola vetrata che serva a illuminare caldamente le figure del corteo imperiale e a risarcire lo skyline di Roma. La Piazza acquista il suo giusto equilibrio tra gli edifici intorno e la svettante soluzione. Logicamente é necessario studiare una scala, un ascensore per i disabili, una rampa che, come quella all’interno della Mole Adriana, porti i visitatori ad ammirare il nuovo museo al di sopra della piazza. Adesso possiamo togliere e lasciare alla memoria documentale teche di Morpurgo e factory alla Meier. Il museo, “modernamente rivitalizzato, colloquia con il suo gemello poco più a valle e, come il Mausoleo di Adriano, si spalanca all’ampio respiro del fiume, Il Tevere é lì dirimpetto e sembra acquistare velocità come un nastro scorrente tra due carrucole. Solo un dettaglio, e un dettaglio non da poco, manca. Il Porto di Ripetta con le sue rampe! Anche lui ha il suo gemello con il quale aveva uno stretto colloquio! La scalinata di Trinità dei Monti! Come riscoprirlo? Come ripristinarlo? Come ricostruirlo? A Dresda ho visto che, per recuperare la Frauenkirche, hanno per quanto possibile ritrovato e ricollocato al loro giusto posto anche la più piccola pietra sopravissuta al bombardamento. Vediamo! E’ un tema forse anche più delicato del Mausoleo. Qui ci vuole un bel concorso di idee! Staremo a vedere! Continuando così a fantasticare gli occhi mi si appesantiscono dal sonno, sprimaccio il cuscino e con un sorriso sulle labbra mi addormento continuando a sognare una bella fiaba….C’era una volta Giorgio Grassi….!”
S.M.

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