BANALITA’ INDISPENSABILI PER LA GENTE COMUNE …

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“Sono d’accordo, Eldorado! Adesso non allarghiamoci! Va bene la nostalgia ma non il rimpianto! In una casa/casale come questa, la casa di mio nonno paterno, ci ho passato tutte le lunghissime estati della fanciullezza durante le vacanze scolastiche. Ricordo ogni stanza e locale come fosse adesso perchè da qualche parte, indelebilmente nel nostro profondo,siamo sempre i ragazzini d’allora. Potrei farne l’elenco: la stalla, pieno di vacche e buoi, in un angolo i vitelli, le rastrelliere con gli attrezzi e i sostegni per i gioghi. i granai colmi di colline di sementi da cui ci rotolavamo, il frantoio per la spremitura, la fucina per aggiustare gli attrezzi, il cucinone con il camino che ti ci potevi sedere dentro, la dispensa sul retro con le lonze e i salami appesi, i ripiani pieni di bottiglie con le passate di pomodoro e di vasi colmi di miele, i sacchi di legumi, una bisnonna vecchissima seduta su una sedia, immobile come una cicala, due fratelli, nonno e zio, mogli, figli, nipoti, i cani da caccia, gabbiette per i topi, tante camere da letto, non ricordo quante!, allineate per un corridoio lunghissimo interrotto da una botola da cui si scendeva nella stalla e un’altra da cui si saliva in una soffitta piena di cose strane, vecchissime e ammucchiate da far la gioia di un antiquario piuttosto che di un rigattiere, i letti in ferro battuto, i materassi sonori con le foglie di granturco raccolte durante le giornate dello “scartoccià”. Insomma una casa come questa qui sopra, colma di fiabe e di racconti. Poi mio nonno morì, la famiglia si arrangiò nei dintorni, cercando nuovi lavori più redditizzi in un mondo che cambiava rapidamente e io, con i miei genitori e sorelle, ci spostammo per le vacanze estive, nella casa del nonno materno nel paese vicino, alto sul colle da cui si poteva vedere il mare. La nuova sistemazione, anche se più urbana di quella di campagna, manteneva lo stesso senso di “onda lunga della Storia”, concetto compreso molto più tardi ma che allora era soltanto come una sottile melodia incantatrice così differente da quella rimbombante della città che pure sentivo più mia. Il mondo che cambiava raggiunse pure la casa del nonno materno sotto forma di una lunga lingua di autostrada in costruzione che ci raggiunse e ci ingoiò tutti. Qualche soldo di esproprio, una lottizzazione improvvisata nei campi agricoli sottostanti oramai abbandonati, il mio primo progetto per la famiglia, come sempre capita, seguendo gli insegnamenti appena appresi in facoltà, una casa moderna per il futuro che chissà se piacerebbe a E.M. Mazzola e rimpianto di case trascorse. A dire i vero, il mio consuocero sembrò apprezzare più la nuova casa del vicino, con i coppi, le canne fumarie alla cappuccina e altri dettagli che anche lui aveva usato quando si era costruito a sua volta l’abitazione. Però grande soddisfazione me l’ha data recentemente la nostra nipotina di sei anni quando, pensierosa, disse a me e all’altro nonno diventato silenzioso: “Nonno Sergio, casa tua mi piace di più perchè si può andare di qua e si può andare di là! No una casa tutta dritta!”, allungando le braccine parallele. Lì per lì non capii la spontanea lezione di architettura, poi compresi l’omaggio innocente alla “pianta libera”. L’efficacia dei “pilotis” venne invece verificata qualche anno dopo, A differenza del paese posto in alto, la frettolosa lottizzazione per recuperare l’esproprio fu impostata poco lontano dall’alveo di un fosso che io avevo visto sempre asciutto. Però mi aveva molto colpito da piccolo il racconto di quel fosso insignificante che aveva allagato in tempi oramai lontani la parte bassa e una vecchina vi era affogata. Certo che l’acqua scorra sempre nel letto che si é predisposta, innalzai la casa su pilastri. Il torrente, come c’era da aspettarsi in giornate piovosissime, dette fuori, allagò il paese, riempiendo di fango le stanze a piano terra e gli scantinati scavati per ricavare nel sottosuolo: garage, sale-hobby, luoghi di lavoro su suggerimento di altri professionisti “più adatti a soddisfare intenti speculativi”, come afferma Alberto Clementi nel puntuale reportage del Prof. Mazzola. Fui l’unico a salvare la proprietà. Non potei purtroppo disporre la casa, cosa che avrei voluto, nella migliore linea di insolazione, come era normale per gli antichi capimastri guardando il cielo. Però, caro Ettore, almeno in una cosa ci fu l’intelligenza di disporre l’impianto urbano, come da lei giustamente colto nel Sistema Viario della Piana dei Colli, rispettando i secolari percorsi interpoderali e la strada verso la spiaggia. Un altro fenomeno interessante o “strano”, come dice Purini, é quello delle dinamiche urbane dei ceti più fortunati che nei loro pendolari spostamenti alla ricerca della loro elitaria qualità della vita, creano, invece che delle città nuove o “rigenerate”, città morte o “depotenziate”, Riporto tre fenomeni solamente perchè li ho conosciuti direttamente. Quello di chi, da un quartiere semiperiferico si sposta sulla Collina Fleming, vantando la vista dal suo attico dello Stadio Olimpico, per poi adesso spostarsi a Via del Boschetto, vantando che dal suo attichetto può vedere uno spicchio del cornicione del Palazzo della Banca d’Italia, anzi! “adesso lui vive dentro le Mura Aureliane!” (che cosa vuol dire la cultura!). Il mio vecchio paese collinare, secolo XII°, venne rapidamente abbandonato negli anni ’50/’60 per occupare le nuove espansioni della città rivierasca al di sotto. Rimasero solo alcuni vecchi, anche il pievano e il curato, su ordine del vescovo, se ne erano andati via. le case si vendevano letteralmente a due soldi; negli anni ’70, mi informai dopo l’esproprio autostradale, con 200/500 mila lire ti compravi quello che volevi. Adesso, contro-ordine, compagni! Artisti di vaglia, attori famosi, nobili proprietari, industriali calzaturieri, il vescovo oramai emerito, perfino dei cinesi ultimamente, stanno sgomitando per acquistare a prezzi d’affezione un quartierino nel paesino vista mare, “e poi nella pievania c’è un polittico del Crivelli!”, come se non si sapesse che ci sta appeso da 500 anni! L’ultimo fenomeno mi tocca personalmente. La casa di mio nonno paterno, dopo la sua morte, era rimasta vuota, praticamente abbandonata nella campagna. Anche io non ci ero più voluto andare anche se le lanciavo da lontano uno sguardo, ogni volta che tornavo da Roma e ogni volta dicevo alle mie nipotine. “Quella è la casa di mio nonno!”. Anzi, adesso con tono canzonatorio mi anticipano: “Ecco la casa del nonno di nonno!”. Incontro un mio cugino architetto che mi dice che quella casa é stata acquistata ed é stato chiamato a restaurarla. Gli dico che mi piacerebbe andare a vederla. Il proprietario ci aspetta, ci presentiamo, gli dico per quale motivo affettivo ho accompagnato il cugino. Anche lui é contento di farmi vedere che cosa ha potuto fare. La casa é ancora lei, l’intonaco é azzeccato, e dentro mi ritrovo…. dentro una casa di lusso della Collina Fleming! Adesso, non dico ritrovare le gabbiette per i topi ma mi aspettavo una calda casa di campagna che avesse mantenuto un po’ della sua anima. Che vuoi che dica? Per lo più sto zitto, faccio qualche complimento, usciamo sulla loggia e mi dice: “E poi, guardi! Il paese sulla collina! Non sembra una cartolina?” Mi mozzico la lingua e penso tra me e me: “Ma Vaffan….!!! Sono 1000 anni che sta lassù e non ne sai neanche il nome!”
Passo e chiudo questo sproloquio, Ettore, ringraziandoti per la tua Cronaca e per i pensieri che mi hanno suscitato, sentendo mio un tuo rimprovero: …la visione ideologica( e mercantilistica) dell’urbanistica (e dell’architettura) lascia sfuggire quelle che sono le “banalità” della vita di tutti i giorni, indispensabile per la gente comune”.

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De Telegraaffe …

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“Dal Corriere del Mezzogiorno, ve lo giro serale, ferale: l’articolo dell’olandese sul centro antico di Napoli è scritto volando, ma tutto sommato è buonista. La situazione è, purtroppo, molto peggiore. Per qualche restauro di sculture urbane siamo ridotti all’elemosina, al vostro buon cuore, agli sponsor …..
Saluti,”

Eldorado

arte e misfatti
L’ olandese «De Telegraaf» denuncia l’abbandono dei monumenti di Napoli
Il prestigioso quotidiano pubblica un reportage sul saccheggio del patrimonio artistico.
Interlocutori Angelo Forgione, Antonio Pariante e Umberto Bile
NAPOLI – Alla lista dei media internazionali che si occupano del collasso del patrimonio artistico di Napoli si aggiunge l’olandese «De Telegraaf» che pubblica un reportage di Maarten van Aalderen sull’abbandono e il saccheggio del nostro patrimonio monumentale, realizzato dialogando con Angelo Forgione per il centro storico, Antonio Pariante per la Napoli antica e di Umberto Bile per il complesso dei Girolamini.

Ecco la traduzione: «Le più belle chiese e i monumenti di Napoli, che testimoniano il grande passato della città, abbandonati nell’indifferenza generale. Scuote la testa il giovane scrittore Angelo Forgione, un vero napoletano, indicando il soffitto del colonnato della Basilica di San Francesco di Paola in Piazza del Plebiscito. C’è una rete che dovrebbe evitare che i detriti crollino a terra. Il famoso teatro San Carlo, che si trova dietro la curva, qualche anno fa è stato restaurato. A quanto pare, però, non a regola d’arte. «Guarda la facciata laterale. I primi pezzi di intonaco si sono già staccati», dice l’orgoglioso e attivissimo Angelo. Non meno di duecento bellissime chiese si trovano nel vecchio centro storico, il più grande d’Europa. I restauri spesso durano molti decenni. Grandi chiese barocche sono state saccheggiate o vengono utilizzate come discarica. Anche la camorra le adibisce a deposito di stupefacenti e di armi. A volte c’è l’occupazione abusiva di intere famiglie o, senza autorizzazione, di abusivi che ne fanno luogo di commercio. «Napoli ha più di 500 chiese, più di Roma. È una città unica al mondo. Ma non siamo assolutamente in grado di preservarle», dice Antonio Pariante. È presidente del comitato di Portosalvo, che si dedica alla conservazione e alla tutela del ricco patrimonio culturale della città. «Il centro storico è patrimonio dell’umanità. Il sindaco deve provvedere ad un piano di gestione. Se non è in grado di farlo, meglio uscire dalla lista Unesco». Il 56enne napoletano mostra vecchi e affascinanti quartieri come San Lorenzo, San Giuseppe e Forcella. La nostra attenzione è rapita. Napoli è un gioiello di città, non meno bella di Roma o Firenze. Ma durante il percorso, incontriamo chiese sbarrate. «A volte le sbarra la criminalità organizzata che usa le chiese abbandonate per nascondere qualcosa», dice Pariante. «Ma vogliamo che riaprano. È importante che la ricchezza culturale delle chiese sia accessibile a tutti, in modo da conoscere la nostra storia». Forcella, è il fortino della camorra. Attraversiamo strade strette e buie. Visitiamo la Chiesa di Sant’Agostino alla Zecca, una chiesa barocca con affreschi e tele di Giacinto Diano, una delle più grandi chiese di Napoli. Ma dal terremoto del 1980 è chiusa e non ci sono soldi per il restauro. C’è una vasca da bagno rotta con la spazzatura dentro. Pezzi di pezzi di recinto di marmo della chiesa sono stati rubati. A trenta metri di distanza si trova una chiesa la cui parte superiore è abitata abusivamente. Poco dopo spunta un negozio di scarpe. «Che non dovrebbe esserci, perché è ufficialmente ancora una chiesa. Al commerciante non è mai stata concessa in licenza». Quando finalmente troviamo una chiesa aperta, vediamo all’interno poche persone che pregano ad alta voce. «Una bella chiesa, ma spogliata di oggetti. Ceramiche, pezzi di marmo, affreschi, sculture, oggetti di valore che vengono venduti al mercato nero». Il furto è un problema noto a Napoli. Umberto Bile, responsabile della conservazione e della custodia giudiziaria del complesso religioso dei Girolamini, racconta ciò che ha fatto il suo predecessore: «Ha rubato molte migliaia di libri antichi di inestimabile valore dalla preziosissima biblioteca. Fortunatamente, ne sono stati ritrovati 3000. La maggior parte erano a Monaco di Baviera». Bile deve provvedere alla cura di tutto il complesso. «Non ci sono soldi per la manutenzione. Per mesi siamo andati avanti senza luce. Ho dovuto imporre ai visitatori un biglietto d’ingresso, così almeno possiamo pagare le bollette».

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“Arte e Mestieri” … persi per sempre …

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Riceviamo da Salvatore Di Gennaro, che naturalmente ringraziamo insieme al suo amico Aliano, queste splendide e commoventi foto che ci ripropongono un mondo scomparso, anzi sistematicamente distrutto nel nome di una malintesa forma di modernità … ancora una volta uno sterile conflitto ideologico che ci lascia un mucchio di macerie non più ricomponibili … un sapere, spesso millenario disperso per sempre … sacrificato sull’altare dell’avanguardia …

“Caro Prof
per gentile concessione di un amico, il sig. Aliano, mi piacerebbe condividere queste foto storiche…
sono foto di una scuola di “Arte e Mestieri”, un tempo diffuse su tutto il territorio italiano.
Secondo me queste strutture, ormai scomparse ovunque da decenni, come le più celebri Art and Craft, sarebbero state utili anche oggi, oltre che alle maestranze e alla produzione artigianale ed edile, anche al mestiere di architetto.
Senza nessuno sguardo nostalgico alle forme, ma al metodo, ritengo che il contatto diretto con la pratica potrebbe essere terapeutico contro l’eccesso di “astrazione” o di “parametricismo” e i giovani architetti sarebbero un po’meno “fichi” e più coscienti delle forme che propongono.

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UN PO’ DI BUON SENSO …

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Ettore Maria Mazzola su: Cronaca di una celebrazione fuori luogo

“Caro Fabrizio,

sebbene debba riconoscere che molti architetti che si improvvisano urbanisti facciano danni – ma si parla di architetti che di danni ne fanno già limitandosi a fare solo gli architetti – non comprendo le ragioni per le quali ritieni che architettura e urbanistica non debbano essere sovrapponibili … io penso che insieme a queste discipline debbano coesistere almeno la sociologia urbana, l’economia e l’antropologia.
Il male delle città e dell’architettura nasce anche dalle assurde gelosie professionali tra architetti, urbanisti e restauratori.

Per avere la dimostrazione del fatto che urbanistica e architettura non siano separabili basta vedere cosa succeda all’interno di quei contesti storicizzati ove siano stati realizzati degli edifici autoreferenziali ed irriverenti.
Lo stesso New Urbanism presenta questo limite assoluto … Vuoi per paraculismo, vuoi per altre ragioni, il fatto che promuovano un impianto urbano dove l’architettura possa risultare fine a se stessa fa sì che certi interventi risultino fallimentari, per questo ritengo la lezione di Giovannoni anni luce più avanzata di quella di Duany & co.

Ti riporto un passaggio – attualissimo – estratto da “Caratteri dell’architettura delle città moderne”, in Vecchie Città ed Edilizia Nuova, di Gustavo Giovannoni:

«[…] In questi temi dell’Architettura degli spazi e dell’Architettura degli edifici, lo stile regionale e locale deve avere la massima importanza, e non può e non deve soffocarlo la banalità di uno stile internazionale diffuso da teorie e da esempi nelle riviste e nei libri di propaganda estera. Ogni centro ha le sue condizioni permanenti di clima, di ambiente naturale, di tradizione artistica in cui si riflette la comunità del sentimento della stirpe: e tutto questo ci dà visuali, luci, ambientismo nelle masse, nella linea, nel colore, cioè gli elementi essenziali che reagiscono contro gli schemi belli e fatti […] Nelle città antiche vi era la tendenza ad “individualizzare” lo schema e ad avvalersi di elementi monumentali e delle visuali caratteristiche per accentuarne la bellezza; mentre nelle città moderne la fretta e la banalità tendono a tutto livellare rendendo le città tutte uguali […] Lo stile locale deve anzitutto avere diversissime espressioni nelle grandi città, in cui il numero e il movimento hanno creato specialissime condizioni dinamiche, o nei piccoli centri dove ancora si vive placidamente in modo non molto dissimile dai secoli scorsi. […] Più che gli architetti, questa bella architettura semplice, moderna e insieme tradizionale, che ancora fiorisce ad esempio nei paesi della Toscana e dell’Umbria, nella riviera amalfitana, nei villaggi del Trentino, del Cadore, della Valle d’Aosta, è affidata alle maestranze locali, che converrebbe aiutare in ogni modo dalla volgarità che tutto vuole unificare per rendere tutto ugualmente brutto».

Ma mi piace ricordare anche questo passaggio estratto da “L’Architettura rustica nell’Isola di Capri”, in “Le Madie” di Plinio Marconi, datato 1923:

«[…] più che del dettaglio di ciascun edificio in sé, conta l’architettura d’insieme delle strade, assai varie e pittoresche nel casuale comporsi di tanti elementi disparati – crocicchi, androni, sottopassaggi angusti, l’improvviso alzarsi e scorciare di muraglie, i balconi fioriti, le loggette, le altane».

Non trovi quindi che certe discipline non si debbano poter separare?

Magari occorrerebbe più interdisciplinarietà, per evitare che gli incapaci – magari incaricati per grazia ricevuta – possano fare ciò che vogliono, ma non mi dire che gli urbanisti possano fare a meno del “RITORNO AL DISEGNO DELLA CITTA'” che solo con gli architetti possono concretizzare, diversamente resteremo legati all’urbanistica dello zoning monofunzionale e delle grandi reti di trasporto, dove l’essere umano è ammesso solo marginalmente.

Un caro saluto”
Ettore

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CLAN … CASTA … CLUB … CONFRATERNITA … ACCADEMIA … CIRCOLO … BAR DELLO SPORT …

VALORI

Claudio Lanzi su: “Taeterrima” …

“Mah, mi sa tanto che il mio commento, forse perché pronunciato da un fuori “casta”, va lasciato cadere. Succede anche tra ingegneri quando nelle discussioni entrano i fisici, o gli architetti. O quando tra i critici d’arte s’insinuano gli archeologi o tra i medici i biologi e così via.
Mi rendo conto che oggi si parla tra clan. Clan di architetti, clan d’ingegneri, clan di medici. Ognuno pretende di saper tutto sul suo mestiere che diventa una specializzazione affogata in un hortus conclusus.
E credo che tale isolamento sia il maggior danno per qualsiasi professione. Si diventa autoreferenti. E credo anche che il progetto del prof. Mazzola abbia creato tante polemiche proprio perché non è autoreferente e non celebra alcuna moda, alcuna tendenza. Questo è, a mio avviso, l’aspetto più rivoluzionario.”

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IMPERDIBILE …

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La testa tra le nuvole …

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neorealisti ...

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