“Arte e Mestieri” … persi per sempre …

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Riceviamo da Salvatore Di Gennaro, che naturalmente ringraziamo insieme al suo amico Aliano, queste splendide e commoventi foto che ci ripropongono un mondo scomparso, anzi sistematicamente distrutto nel nome di una malintesa forma di modernità … ancora una volta uno sterile conflitto ideologico che ci lascia un mucchio di macerie non più ricomponibili … un sapere, spesso millenario disperso per sempre … sacrificato sull’altare dell’avanguardia …

“Caro Prof
per gentile concessione di un amico, il sig. Aliano, mi piacerebbe condividere queste foto storiche…
sono foto di una scuola di “Arte e Mestieri”, un tempo diffuse su tutto il territorio italiano.
Secondo me queste strutture, ormai scomparse ovunque da decenni, come le più celebri Art and Craft, sarebbero state utili anche oggi, oltre che alle maestranze e alla produzione artigianale ed edile, anche al mestiere di architetto.
Senza nessuno sguardo nostalgico alle forme, ma al metodo, ritengo che il contatto diretto con la pratica potrebbe essere terapeutico contro l’eccesso di “astrazione” o di “parametricismo” e i giovani architetti sarebbero un po’meno “fichi” e più coscienti delle forme che propongono.

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UN PO’ DI BUON SENSO …

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Ettore Maria Mazzola su: Cronaca di una celebrazione fuori luogo

“Caro Fabrizio,

sebbene debba riconoscere che molti architetti che si improvvisano urbanisti facciano danni – ma si parla di architetti che di danni ne fanno già limitandosi a fare solo gli architetti – non comprendo le ragioni per le quali ritieni che architettura e urbanistica non debbano essere sovrapponibili … io penso che insieme a queste discipline debbano coesistere almeno la sociologia urbana, l’economia e l’antropologia.
Il male delle città e dell’architettura nasce anche dalle assurde gelosie professionali tra architetti, urbanisti e restauratori.

Per avere la dimostrazione del fatto che urbanistica e architettura non siano separabili basta vedere cosa succeda all’interno di quei contesti storicizzati ove siano stati realizzati degli edifici autoreferenziali ed irriverenti.
Lo stesso New Urbanism presenta questo limite assoluto … Vuoi per paraculismo, vuoi per altre ragioni, il fatto che promuovano un impianto urbano dove l’architettura possa risultare fine a se stessa fa sì che certi interventi risultino fallimentari, per questo ritengo la lezione di Giovannoni anni luce più avanzata di quella di Duany & co.

Ti riporto un passaggio – attualissimo – estratto da “Caratteri dell’architettura delle città moderne”, in Vecchie Città ed Edilizia Nuova, di Gustavo Giovannoni:

«[…] In questi temi dell’Architettura degli spazi e dell’Architettura degli edifici, lo stile regionale e locale deve avere la massima importanza, e non può e non deve soffocarlo la banalità di uno stile internazionale diffuso da teorie e da esempi nelle riviste e nei libri di propaganda estera. Ogni centro ha le sue condizioni permanenti di clima, di ambiente naturale, di tradizione artistica in cui si riflette la comunità del sentimento della stirpe: e tutto questo ci dà visuali, luci, ambientismo nelle masse, nella linea, nel colore, cioè gli elementi essenziali che reagiscono contro gli schemi belli e fatti […] Nelle città antiche vi era la tendenza ad “individualizzare” lo schema e ad avvalersi di elementi monumentali e delle visuali caratteristiche per accentuarne la bellezza; mentre nelle città moderne la fretta e la banalità tendono a tutto livellare rendendo le città tutte uguali […] Lo stile locale deve anzitutto avere diversissime espressioni nelle grandi città, in cui il numero e il movimento hanno creato specialissime condizioni dinamiche, o nei piccoli centri dove ancora si vive placidamente in modo non molto dissimile dai secoli scorsi. […] Più che gli architetti, questa bella architettura semplice, moderna e insieme tradizionale, che ancora fiorisce ad esempio nei paesi della Toscana e dell’Umbria, nella riviera amalfitana, nei villaggi del Trentino, del Cadore, della Valle d’Aosta, è affidata alle maestranze locali, che converrebbe aiutare in ogni modo dalla volgarità che tutto vuole unificare per rendere tutto ugualmente brutto».

Ma mi piace ricordare anche questo passaggio estratto da “L’Architettura rustica nell’Isola di Capri”, in “Le Madie” di Plinio Marconi, datato 1923:

«[…] più che del dettaglio di ciascun edificio in sé, conta l’architettura d’insieme delle strade, assai varie e pittoresche nel casuale comporsi di tanti elementi disparati – crocicchi, androni, sottopassaggi angusti, l’improvviso alzarsi e scorciare di muraglie, i balconi fioriti, le loggette, le altane».

Non trovi quindi che certe discipline non si debbano poter separare?

Magari occorrerebbe più interdisciplinarietà, per evitare che gli incapaci – magari incaricati per grazia ricevuta – possano fare ciò che vogliono, ma non mi dire che gli urbanisti possano fare a meno del “RITORNO AL DISEGNO DELLA CITTA'” che solo con gli architetti possono concretizzare, diversamente resteremo legati all’urbanistica dello zoning monofunzionale e delle grandi reti di trasporto, dove l’essere umano è ammesso solo marginalmente.

Un caro saluto”
Ettore

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CLAN … CASTA … CLUB … CONFRATERNITA … ACCADEMIA … CIRCOLO … BAR DELLO SPORT …

VALORI

Claudio Lanzi su: “Taeterrima” …

“Mah, mi sa tanto che il mio commento, forse perché pronunciato da un fuori “casta”, va lasciato cadere. Succede anche tra ingegneri quando nelle discussioni entrano i fisici, o gli architetti. O quando tra i critici d’arte s’insinuano gli archeologi o tra i medici i biologi e così via.
Mi rendo conto che oggi si parla tra clan. Clan di architetti, clan d’ingegneri, clan di medici. Ognuno pretende di saper tutto sul suo mestiere che diventa una specializzazione affogata in un hortus conclusus.
E credo che tale isolamento sia il maggior danno per qualsiasi professione. Si diventa autoreferenti. E credo anche che il progetto del prof. Mazzola abbia creato tante polemiche proprio perché non è autoreferente e non celebra alcuna moda, alcuna tendenza. Questo è, a mio avviso, l’aspetto più rivoluzionario.”

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IMPERDIBILE …

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La testa tra le nuvole …

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CASE NORMALI PER PERSONE NORMALI …

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“Taeterrima” …

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Claudio Lanzi su: INCREDIBILE MA VERO: ETTORINO RAMPANTE … ALLA CONQUISTA DEL BRABANTE …

“Cari architetti.
C’è un baco, a mio avviso, in questa polemica.
E cioè su cosa debbano fare gli architetti.
Io non sono architetto (grazie a Dio) ma purtroppo sono ingegnere (e questo, lo so, è un grande difetto e me ne vergogno molto). Ma se smetto d’indentificarmi con la mia professione (cosa che consiglio agli architetti, ai geometri, agli ingegneri, ai medici e a tutti i professionisti in genere) forse riesco ed essere un uomo.
E un uomo vuole delle case a misura d’uomo. E chi lo decide qual’è la misura d’uomo?
Vi assicuro che la maggior parte dei professionisti che conosco si sono fatti una deliziosa casa in campagna, (compresi due carissimi amici, architetti “postmoderni”) ma senza adottare soluzioni alla Fuksas, bensì nello stile del borgo più vicino, sia questo in Abruzzo, come in Umbria o nel basso Lazio; hanno imitato con entusiasmo le modalità con cui i contadini costruivano le loro case, le loro baite. E se chiedi loro, alle loro mogli, ai loro figli, o ai loro amici dove è che si sentono “bene” e in equilibrio, ti risponderanno che il luogo dove si riposano, dove entrano in contatto con loro stessi e dove finalmente sfuggono alle loro… seghe mentali sono proprio quelle case di mattoni e pietra che li fanno sentire inseriti in un ambiente a “misura d’uomo”.
E le “misure” non sono fatte solo di centimetri ma sono fatte di colori, di materiali, di luce e di contatto con la natura.
Ecco io credo che ogni professionista dovrebbe pensare quale è l’utente della sua professione e dovrebbe fare ciò che piace all’utente, e non ciò che lui “presume” debba piacere all’utente.
L’idea di rifondare l’estetica in virtù degli incubi psicoanalitici del secolo passato ha portato risultati assai nevrotici. Forse anche per questo sono aumentati gli psichiatri. Ma uno straordinario scultore romano (esperto in tarsie marmoree), uomo semplice ma molto colto e d’animo gentile, passò qualche tempo fa di fronte ad una celeberrima opera “scultoreo-architettonica” di un ancor più celeberrimo architetto che impazza a Roma e altrove, e mi disse scoraggiato: “Vedi Claudio, quando vedo ‘sta robba me vie’ sempre da di’: ma che cazz’è? oppure: ma che vor di’?”. Invece se passeggio tra li palazzi der centro sta frase nun me viene mai, ma resto a bocca aperta, pure si so vecchi de secoli”
Lo so, è una cosa terribile.: “taeterrima” direbbe Orazio.
C.L.

tiburtinaweb

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