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MAXXIPASSI ...

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PERSI PER SEMPRE …

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ELDORADO su: “Arte e Mestieri” … persi per sempre …

“Nooo, struggenti e di-struggenti foto di domenica mattina, prima della santa Messa. Non si fa!!
Piango, ne ho pubblicate di simili per Napoli. E’ incredibile quanto siano simili i gesti, le pose, le attrezzerie … Guardo quei giovani ritratti operosi, (avranno poi fatto veramente gli artigiani? O son finiti carabinieri, postali, emigranti, …. chissà?). Studio un po’ queste foto, quei lavori “persi per sempre”, … ma non così gli apparati: la burrocrazia d’Italia non muore.
Ho digitato al’uopo, velocemente, per curiosità: “Corso maestranze” Gravina di Puglia.(Ente Pugliese per la Cultura Popolare e …) E’ uscita la scheda storica complessiva del settore (che segue). Quella dell’Ente pugliese di cultura popolare ed educazione, che non è morto.
Leggo che la partenza era stata dal Nord fattivo, sempre Bianchi docet, dall’Umanitaria di Milano, ed era arrivata nel 1923 fino a Bari e -magari, anzi certamente, recuperando esperienze comunali pre-1923- fino a Gravina di Puglia, fino alla Cerignola bracciantile di Di Vittorio ….
Leggete bene per me e fatemi sapere, io devo scendere.
Saluti

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L’architettura della brava gente (ovvero Shangai) …

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MEGLIO UN GEOMETRA DI UN PALLONE GONFIATO …

pieni d'aria ...

Fabrizio su: Cronaca di una celebrazione fuori luogo

“Se non è una apologia dell’architettura questa tua risposta, architetto Isabella, cos’è?
Perdona la schiettezza, ma è lo stesso delirio di onnipotenza che ha distrutto le città.
In tutta onestà, fatico a vedere quali siano “i saperi” che l’architetto padroneggerebbe con tale sapienza. Per quanto visto, l’architetto generalmente non ha alcuna conoscenza, oltre a quella sua di “geometra, ma mi sento artista”, per poter ergersi a demiurgo di “sintesi di tanti altri saperi”. NESSUNA. L’architetto in genere non sa nulla di economia, di antropologia, di sociologia, di geologia, di ingegneria idraulica, poco di geografia e botanica, combina enormi disastri in ambito di mobilità, accessibilità e trasporto (che tende a confondere, dall’alto della sua encomiabile “sintesi di tanti altri saperi”). E soprattutto non ha la “forma mentis” scientifica per farlo, cadendo invece nel riduzionismo di tutti i tecnici. Per quanto ho visto io (che ho studiato e lavorato con architetti), l’architetto in genere è qualcuno da tenere il più lontano possibile dalle città, perché è disposto a tutto (anche creare inferni, come Corviale e lo Zen) pur di sublimare il proprio insaziabile ego di primadonna. Scaricandone ovviamente le colpe sui cittadini, con indegni processi di costruzione del consenso che spaccia per “partecipazione” (che lui, da architetto, probabilmente intende come “tu cittadino partecipi dandomi ragione, ma anche prendendoti ogni responsabilità di quanto accade”).
L’architetto raramente studia ed ascolta, PONTIFICA (anche se neanche riesce più a costruire ponti degni di questo nome).
Un architetto, di per sé, NON è urbanista in quanto architetto. Un architetto, se sta al posto suo (senza che si creda la reincarnazione di qualche sacerdote egizio, che ricordo, erano anche architetti) può essere una risorsa per la costruzione delle città. Se poi è persona intelligente ed intellettualmente vorace come Ettore può essere un grande urbanista.
Ma è Ettore ad essere un grande urbanista in quanto umile nei confronti degli altri saperi, e non perché – per qualche insindacabile volere divino – da architetto si arroga il diritto di mettere il naso dove non gli compete. Ettore non solo attinge a piene mani da altre arti e scienze, ma tali conoscenze costituiscono l’humus dove affonda la sua capacità di essere urbanista. Non perché arrogantemente sproloquia sull’architettura, elevandola a improbabile “sintesi di tanti altri saperi”.
Mi dispiace dirtelo, Isabella, ma quanto affermi ti mette sullo stesso piano di Gregotti e Purini. E noi urbanisti con una visione antropocentrica (e non architettura-centrica) spingiamo per cancellare le onte con cui tali figuri hanno insozzato il territorio. Cercando di ostacolare qualsiasi delirio di onnipotenza di chi vuole ergersi a demiurgo o guru, qualsiasi sia la sua provenienza accademica e/o professionale.
Se vogliamo costruire città dove tutti noi vorremmo andare ad abitare, dobbiamo collaborare mettendoci tutti allo stesso livello, ascoltando soprattutto chi ha conoscenze specifiche del territorio dove intervenire.
Ho offeso qualcuno dicendo che prendersi un diploma di laurea in architettura non rende onniscienti ed onnipotenti?

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Maxim Atayants … in Armenia …

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Caro professore,
 le segnalo l’ultimo numero de “Il Covile” con un mio articolo dedicato ad una splendida chiesetta armena in costruzione quasi al confine con l’Iran, progettata e realizzata dal mio amico e collega Maxim Atayants.
Non si tratta solo di una lezione di architettura religiosa, ma anche di un esempio di etica professionale da cui imparare.
Cordiali saluti
Ettore

http://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_737_Mazzola_Atayants.pdf

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BANALITA’ INDISPENSABILI PER LA GENTE COMUNE …

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sergio 43 commented on

“Sono d’accordo, Eldorado! Adesso non allarghiamoci! Va bene la nostalgia ma non il rimpianto! In una casa/casale come questa, la casa di mio nonno paterno, ci ho passato tutte le lunghissime estati della fanciullezza durante le vacanze scolastiche. Ricordo ogni stanza e locale come fosse adesso perchè da qualche parte, indelebilmente nel nostro profondo,siamo sempre i ragazzini d’allora. Potrei farne l’elenco: la stalla, pieno di vacche e buoi, in un angolo i vitelli, le rastrelliere con gli attrezzi e i sostegni per i gioghi. i granai colmi di colline di sementi da cui ci rotolavamo, il frantoio per la spremitura, la fucina per aggiustare gli attrezzi, il cucinone con il camino che ti ci potevi sedere dentro, la dispensa sul retro con le lonze e i salami appesi, i ripiani pieni di bottiglie con le passate di pomodoro e di vasi colmi di miele, i sacchi di legumi, una bisnonna vecchissima seduta su una sedia, immobile come una cicala, due fratelli, nonno e zio, mogli, figli, nipoti, i cani da caccia, gabbiette per i topi, tante camere da letto, non ricordo quante!, allineate per un corridoio lunghissimo interrotto da una botola da cui si scendeva nella stalla e un’altra da cui si saliva in una soffitta piena di cose strane, vecchissime e ammucchiate da far la gioia di un antiquario piuttosto che di un rigattiere, i letti in ferro battuto, i materassi sonori con le foglie di granturco raccolte durante le giornate dello “scartoccià”. Insomma una casa come questa qui sopra, colma di fiabe e di racconti. Poi mio nonno morì, la famiglia si arrangiò nei dintorni, cercando nuovi lavori più redditizzi in un mondo che cambiava rapidamente e io, con i miei genitori e sorelle, ci spostammo per le vacanze estive, nella casa del nonno materno nel paese vicino, alto sul colle da cui si poteva vedere il mare. La nuova sistemazione, anche se più urbana di quella di campagna, manteneva lo stesso senso di “onda lunga della Storia”, concetto compreso molto più tardi ma che allora era soltanto come una sottile melodia incantatrice così differente da quella rimbombante della città che pure sentivo più mia. Il mondo che cambiava raggiunse pure la casa del nonno materno sotto forma di una lunga lingua di autostrada in costruzione che ci raggiunse e ci ingoiò tutti. Qualche soldo di esproprio, una lottizzazione improvvisata nei campi agricoli sottostanti oramai abbandonati, il mio primo progetto per la famiglia, come sempre capita, seguendo gli insegnamenti appena appresi in facoltà, una casa moderna per il futuro che chissà se piacerebbe a E.M. Mazzola e rimpianto di case trascorse. A dire i vero, il mio consuocero sembrò apprezzare più la nuova casa del vicino, con i coppi, le canne fumarie alla cappuccina e altri dettagli che anche lui aveva usato quando si era costruito a sua volta l’abitazione. Però grande soddisfazione me l’ha data recentemente la nostra nipotina di sei anni quando, pensierosa, disse a me e all’altro nonno diventato silenzioso: “Nonno Sergio, casa tua mi piace di più perchè si può andare di qua e si può andare di là! No una casa tutta dritta!”, allungando le braccine parallele. Lì per lì non capii la spontanea lezione di architettura, poi compresi l’omaggio innocente alla “pianta libera”. L’efficacia dei “pilotis” venne invece verificata qualche anno dopo, A differenza del paese posto in alto, la frettolosa lottizzazione per recuperare l’esproprio fu impostata poco lontano dall’alveo di un fosso che io avevo visto sempre asciutto. Però mi aveva molto colpito da piccolo il racconto di quel fosso insignificante che aveva allagato in tempi oramai lontani la parte bassa e una vecchina vi era affogata. Certo che l’acqua scorra sempre nel letto che si é predisposta, innalzai la casa su pilastri. Il torrente, come c’era da aspettarsi in giornate piovosissime, dette fuori, allagò il paese, riempiendo di fango le stanze a piano terra e gli scantinati scavati per ricavare nel sottosuolo: garage, sale-hobby, luoghi di lavoro su suggerimento di altri professionisti “più adatti a soddisfare intenti speculativi”, come afferma Alberto Clementi nel puntuale reportage del Prof. Mazzola. Fui l’unico a salvare la proprietà. Non potei purtroppo disporre la casa, cosa che avrei voluto, nella migliore linea di insolazione, come era normale per gli antichi capimastri guardando il cielo. Però, caro Ettore, almeno in una cosa ci fu l’intelligenza di disporre l’impianto urbano, come da lei giustamente colto nel Sistema Viario della Piana dei Colli, rispettando i secolari percorsi interpoderali e la strada verso la spiaggia. Un altro fenomeno interessante o “strano”, come dice Purini, é quello delle dinamiche urbane dei ceti più fortunati che nei loro pendolari spostamenti alla ricerca della loro elitaria qualità della vita, creano, invece che delle città nuove o “rigenerate”, città morte o “depotenziate”, Riporto tre fenomeni solamente perchè li ho conosciuti direttamente. Quello di chi, da un quartiere semiperiferico si sposta sulla Collina Fleming, vantando la vista dal suo attico dello Stadio Olimpico, per poi adesso spostarsi a Via del Boschetto, vantando che dal suo attichetto può vedere uno spicchio del cornicione del Palazzo della Banca d’Italia, anzi! “adesso lui vive dentro le Mura Aureliane!” (che cosa vuol dire la cultura!). Il mio vecchio paese collinare, secolo XII°, venne rapidamente abbandonato negli anni ’50/’60 per occupare le nuove espansioni della città rivierasca al di sotto. Rimasero solo alcuni vecchi, anche il pievano e il curato, su ordine del vescovo, se ne erano andati via. le case si vendevano letteralmente a due soldi; negli anni ’70, mi informai dopo l’esproprio autostradale, con 200/500 mila lire ti compravi quello che volevi. Adesso, contro-ordine, compagni! Artisti di vaglia, attori famosi, nobili proprietari, industriali calzaturieri, il vescovo oramai emerito, perfino dei cinesi ultimamente, stanno sgomitando per acquistare a prezzi d’affezione un quartierino nel paesino vista mare, “e poi nella pievania c’è un polittico del Crivelli!”, come se non si sapesse che ci sta appeso da 500 anni! L’ultimo fenomeno mi tocca personalmente. La casa di mio nonno paterno, dopo la sua morte, era rimasta vuota, praticamente abbandonata nella campagna. Anche io non ci ero più voluto andare anche se le lanciavo da lontano uno sguardo, ogni volta che tornavo da Roma e ogni volta dicevo alle mie nipotine. “Quella è la casa di mio nonno!”. Anzi, adesso con tono canzonatorio mi anticipano: “Ecco la casa del nonno di nonno!”. Incontro un mio cugino architetto che mi dice che quella casa é stata acquistata ed é stato chiamato a restaurarla. Gli dico che mi piacerebbe andare a vederla. Il proprietario ci aspetta, ci presentiamo, gli dico per quale motivo affettivo ho accompagnato il cugino. Anche lui é contento di farmi vedere che cosa ha potuto fare. La casa é ancora lei, l’intonaco é azzeccato, e dentro mi ritrovo…. dentro una casa di lusso della Collina Fleming! Adesso, non dico ritrovare le gabbiette per i topi ma mi aspettavo una calda casa di campagna che avesse mantenuto un po’ della sua anima. Che vuoi che dica? Per lo più sto zitto, faccio qualche complimento, usciamo sulla loggia e mi dice: “E poi, guardi! Il paese sulla collina! Non sembra una cartolina?” Mi mozzico la lingua e penso tra me e me: “Ma Vaffan….!!! Sono 1000 anni che sta lassù e non ne sai neanche il nome!”
Passo e chiudo questo sproloquio, Ettore, ringraziandoti per la tua Cronaca e per i pensieri che mi hanno suscitato, sentendo mio un tuo rimprovero: …la visione ideologica( e mercantilistica) dell’urbanistica (e dell’architettura) lascia sfuggire quelle che sono le “banalità” della vita di tutti i giorni, indispensabile per la gente comune”.

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De Telegraaffe …

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“Dal Corriere del Mezzogiorno, ve lo giro serale, ferale: l’articolo dell’olandese sul centro antico di Napoli è scritto volando, ma tutto sommato è buonista. La situazione è, purtroppo, molto peggiore. Per qualche restauro di sculture urbane siamo ridotti all’elemosina, al vostro buon cuore, agli sponsor …..
Saluti,”

Eldorado

arte e misfatti
L’ olandese «De Telegraaf» denuncia l’abbandono dei monumenti di Napoli
Il prestigioso quotidiano pubblica un reportage sul saccheggio del patrimonio artistico.
Interlocutori Angelo Forgione, Antonio Pariante e Umberto Bile
NAPOLI – Alla lista dei media internazionali che si occupano del collasso del patrimonio artistico di Napoli si aggiunge l’olandese «De Telegraaf» che pubblica un reportage di Maarten van Aalderen sull’abbandono e il saccheggio del nostro patrimonio monumentale, realizzato dialogando con Angelo Forgione per il centro storico, Antonio Pariante per la Napoli antica e di Umberto Bile per il complesso dei Girolamini.

Ecco la traduzione: «Le più belle chiese e i monumenti di Napoli, che testimoniano il grande passato della città, abbandonati nell’indifferenza generale. Scuote la testa il giovane scrittore Angelo Forgione, un vero napoletano, indicando il soffitto del colonnato della Basilica di San Francesco di Paola in Piazza del Plebiscito. C’è una rete che dovrebbe evitare che i detriti crollino a terra. Il famoso teatro San Carlo, che si trova dietro la curva, qualche anno fa è stato restaurato. A quanto pare, però, non a regola d’arte. «Guarda la facciata laterale. I primi pezzi di intonaco si sono già staccati», dice l’orgoglioso e attivissimo Angelo. Non meno di duecento bellissime chiese si trovano nel vecchio centro storico, il più grande d’Europa. I restauri spesso durano molti decenni. Grandi chiese barocche sono state saccheggiate o vengono utilizzate come discarica. Anche la camorra le adibisce a deposito di stupefacenti e di armi. A volte c’è l’occupazione abusiva di intere famiglie o, senza autorizzazione, di abusivi che ne fanno luogo di commercio. «Napoli ha più di 500 chiese, più di Roma. È una città unica al mondo. Ma non siamo assolutamente in grado di preservarle», dice Antonio Pariante. È presidente del comitato di Portosalvo, che si dedica alla conservazione e alla tutela del ricco patrimonio culturale della città. «Il centro storico è patrimonio dell’umanità. Il sindaco deve provvedere ad un piano di gestione. Se non è in grado di farlo, meglio uscire dalla lista Unesco». Il 56enne napoletano mostra vecchi e affascinanti quartieri come San Lorenzo, San Giuseppe e Forcella. La nostra attenzione è rapita. Napoli è un gioiello di città, non meno bella di Roma o Firenze. Ma durante il percorso, incontriamo chiese sbarrate. «A volte le sbarra la criminalità organizzata che usa le chiese abbandonate per nascondere qualcosa», dice Pariante. «Ma vogliamo che riaprano. È importante che la ricchezza culturale delle chiese sia accessibile a tutti, in modo da conoscere la nostra storia». Forcella, è il fortino della camorra. Attraversiamo strade strette e buie. Visitiamo la Chiesa di Sant’Agostino alla Zecca, una chiesa barocca con affreschi e tele di Giacinto Diano, una delle più grandi chiese di Napoli. Ma dal terremoto del 1980 è chiusa e non ci sono soldi per il restauro. C’è una vasca da bagno rotta con la spazzatura dentro. Pezzi di pezzi di recinto di marmo della chiesa sono stati rubati. A trenta metri di distanza si trova una chiesa la cui parte superiore è abitata abusivamente. Poco dopo spunta un negozio di scarpe. «Che non dovrebbe esserci, perché è ufficialmente ancora una chiesa. Al commerciante non è mai stata concessa in licenza». Quando finalmente troviamo una chiesa aperta, vediamo all’interno poche persone che pregano ad alta voce. «Una bella chiesa, ma spogliata di oggetti. Ceramiche, pezzi di marmo, affreschi, sculture, oggetti di valore che vengono venduti al mercato nero». Il furto è un problema noto a Napoli. Umberto Bile, responsabile della conservazione e della custodia giudiziaria del complesso religioso dei Girolamini, racconta ciò che ha fatto il suo predecessore: «Ha rubato molte migliaia di libri antichi di inestimabile valore dalla preziosissima biblioteca. Fortunatamente, ne sono stati ritrovati 3000. La maggior parte erano a Monaco di Baviera». Bile deve provvedere alla cura di tutto il complesso. «Non ci sono soldi per la manutenzione. Per mesi siamo andati avanti senza luce. Ho dovuto imporre ai visitatori un biglietto d’ingresso, così almeno possiamo pagare le bollette».

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