BANALITA’ INDISPENSABILI PER LA GENTE COMUNE …

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sergio 43 commented on

“Sono d’accordo, Eldorado! Adesso non allarghiamoci! Va bene la nostalgia ma non il rimpianto! In una casa/casale come questa, la casa di mio nonno paterno, ci ho passato tutte le lunghissime estati della fanciullezza durante le vacanze scolastiche. Ricordo ogni stanza e locale come fosse adesso perchè da qualche parte, indelebilmente nel nostro profondo,siamo sempre i ragazzini d’allora. Potrei farne l’elenco: la stalla, pieno di vacche e buoi, in un angolo i vitelli, le rastrelliere con gli attrezzi e i sostegni per i gioghi. i granai colmi di colline di sementi da cui ci rotolavamo, il frantoio per la spremitura, la fucina per aggiustare gli attrezzi, il cucinone con il camino che ti ci potevi sedere dentro, la dispensa sul retro con le lonze e i salami appesi, i ripiani pieni di bottiglie con le passate di pomodoro e di vasi colmi di miele, i sacchi di legumi, una bisnonna vecchissima seduta su una sedia, immobile come una cicala, due fratelli, nonno e zio, mogli, figli, nipoti, i cani da caccia, gabbiette per i topi, tante camere da letto, non ricordo quante!, allineate per un corridoio lunghissimo interrotto da una botola da cui si scendeva nella stalla e un’altra da cui si saliva in una soffitta piena di cose strane, vecchissime e ammucchiate da far la gioia di un antiquario piuttosto che di un rigattiere, i letti in ferro battuto, i materassi sonori con le foglie di granturco raccolte durante le giornate dello “scartoccià”. Insomma una casa come questa qui sopra, colma di fiabe e di racconti. Poi mio nonno morì, la famiglia si arrangiò nei dintorni, cercando nuovi lavori più redditizzi in un mondo che cambiava rapidamente e io, con i miei genitori e sorelle, ci spostammo per le vacanze estive, nella casa del nonno materno nel paese vicino, alto sul colle da cui si poteva vedere il mare. La nuova sistemazione, anche se più urbana di quella di campagna, manteneva lo stesso senso di “onda lunga della Storia”, concetto compreso molto più tardi ma che allora era soltanto come una sottile melodia incantatrice così differente da quella rimbombante della città che pure sentivo più mia. Il mondo che cambiava raggiunse pure la casa del nonno materno sotto forma di una lunga lingua di autostrada in costruzione che ci raggiunse e ci ingoiò tutti. Qualche soldo di esproprio, una lottizzazione improvvisata nei campi agricoli sottostanti oramai abbandonati, il mio primo progetto per la famiglia, come sempre capita, seguendo gli insegnamenti appena appresi in facoltà, una casa moderna per il futuro che chissà se piacerebbe a E.M. Mazzola e rimpianto di case trascorse. A dire i vero, il mio consuocero sembrò apprezzare più la nuova casa del vicino, con i coppi, le canne fumarie alla cappuccina e altri dettagli che anche lui aveva usato quando si era costruito a sua volta l’abitazione. Però grande soddisfazione me l’ha data recentemente la nostra nipotina di sei anni quando, pensierosa, disse a me e all’altro nonno diventato silenzioso: “Nonno Sergio, casa tua mi piace di più perchè si può andare di qua e si può andare di là! No una casa tutta dritta!”, allungando le braccine parallele. Lì per lì non capii la spontanea lezione di architettura, poi compresi l’omaggio innocente alla “pianta libera”. L’efficacia dei “pilotis” venne invece verificata qualche anno dopo, A differenza del paese posto in alto, la frettolosa lottizzazione per recuperare l’esproprio fu impostata poco lontano dall’alveo di un fosso che io avevo visto sempre asciutto. Però mi aveva molto colpito da piccolo il racconto di quel fosso insignificante che aveva allagato in tempi oramai lontani la parte bassa e una vecchina vi era affogata. Certo che l’acqua scorra sempre nel letto che si é predisposta, innalzai la casa su pilastri. Il torrente, come c’era da aspettarsi in giornate piovosissime, dette fuori, allagò il paese, riempiendo di fango le stanze a piano terra e gli scantinati scavati per ricavare nel sottosuolo: garage, sale-hobby, luoghi di lavoro su suggerimento di altri professionisti “più adatti a soddisfare intenti speculativi”, come afferma Alberto Clementi nel puntuale reportage del Prof. Mazzola. Fui l’unico a salvare la proprietà. Non potei purtroppo disporre la casa, cosa che avrei voluto, nella migliore linea di insolazione, come era normale per gli antichi capimastri guardando il cielo. Però, caro Ettore, almeno in una cosa ci fu l’intelligenza di disporre l’impianto urbano, come da lei giustamente colto nel Sistema Viario della Piana dei Colli, rispettando i secolari percorsi interpoderali e la strada verso la spiaggia. Un altro fenomeno interessante o “strano”, come dice Purini, é quello delle dinamiche urbane dei ceti più fortunati che nei loro pendolari spostamenti alla ricerca della loro elitaria qualità della vita, creano, invece che delle città nuove o “rigenerate”, città morte o “depotenziate”, Riporto tre fenomeni solamente perchè li ho conosciuti direttamente. Quello di chi, da un quartiere semiperiferico si sposta sulla Collina Fleming, vantando la vista dal suo attico dello Stadio Olimpico, per poi adesso spostarsi a Via del Boschetto, vantando che dal suo attichetto può vedere uno spicchio del cornicione del Palazzo della Banca d’Italia, anzi! “adesso lui vive dentro le Mura Aureliane!” (che cosa vuol dire la cultura!). Il mio vecchio paese collinare, secolo XII°, venne rapidamente abbandonato negli anni ’50/’60 per occupare le nuove espansioni della città rivierasca al di sotto. Rimasero solo alcuni vecchi, anche il pievano e il curato, su ordine del vescovo, se ne erano andati via. le case si vendevano letteralmente a due soldi; negli anni ’70, mi informai dopo l’esproprio autostradale, con 200/500 mila lire ti compravi quello che volevi. Adesso, contro-ordine, compagni! Artisti di vaglia, attori famosi, nobili proprietari, industriali calzaturieri, il vescovo oramai emerito, perfino dei cinesi ultimamente, stanno sgomitando per acquistare a prezzi d’affezione un quartierino nel paesino vista mare, “e poi nella pievania c’è un polittico del Crivelli!”, come se non si sapesse che ci sta appeso da 500 anni! L’ultimo fenomeno mi tocca personalmente. La casa di mio nonno paterno, dopo la sua morte, era rimasta vuota, praticamente abbandonata nella campagna. Anche io non ci ero più voluto andare anche se le lanciavo da lontano uno sguardo, ogni volta che tornavo da Roma e ogni volta dicevo alle mie nipotine. “Quella è la casa di mio nonno!”. Anzi, adesso con tono canzonatorio mi anticipano: “Ecco la casa del nonno di nonno!”. Incontro un mio cugino architetto che mi dice che quella casa é stata acquistata ed é stato chiamato a restaurarla. Gli dico che mi piacerebbe andare a vederla. Il proprietario ci aspetta, ci presentiamo, gli dico per quale motivo affettivo ho accompagnato il cugino. Anche lui é contento di farmi vedere che cosa ha potuto fare. La casa é ancora lei, l’intonaco é azzeccato, e dentro mi ritrovo…. dentro una casa di lusso della Collina Fleming! Adesso, non dico ritrovare le gabbiette per i topi ma mi aspettavo una calda casa di campagna che avesse mantenuto un po’ della sua anima. Che vuoi che dica? Per lo più sto zitto, faccio qualche complimento, usciamo sulla loggia e mi dice: “E poi, guardi! Il paese sulla collina! Non sembra una cartolina?” Mi mozzico la lingua e penso tra me e me: “Ma Vaffan….!!! Sono 1000 anni che sta lassù e non ne sai neanche il nome!”
Passo e chiudo questo sproloquio, Ettore, ringraziandoti per la tua Cronaca e per i pensieri che mi hanno suscitato, sentendo mio un tuo rimprovero: …la visione ideologica( e mercantilistica) dell’urbanistica (e dell’architettura) lascia sfuggire quelle che sono le “banalità” della vita di tutti i giorni, indispensabile per la gente comune”.

Schermata 2013-02-10 a 00.05.39

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Una risposta a BANALITA’ INDISPENSABILI PER LA GENTE COMUNE …

  1. ettore maria mazzola ha detto:

    Caro Sergio 43,

    che belle le tue memorie!
    Sul mio parere per la casa, se non vedo non posso esprimermi, ma potrei fidarmi del tuo parere vista la tua sensibilità.

    Ciao
    Ettore

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