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Cronaca di una celebrazione fuori luogo

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10 risposte a Cronaca di una celebrazione fuori luogo

  1. ettore maria mazzola ha detto:

    peccato non aver incontrato né lei nè altri “bloggaroli”

    cordiali saluti
    Ettore

  2. regolablog ha detto:

    Gustosissima cronaca della messa in scena di una farsa autocelebrativa e autoreferenziale. Solo che gli attori non recitavano la parte di altri ma la propria.
    Saluti
    Pietro

  3. Fabrizio ha detto:

    Caro Ettore, grazie per il tuo lavoro, ma che aggiungere a tali sproloqui?

    “La visione urbanistica di Pasolini”? Ora scopriamo che Pasolini era urbanista… Ma che sostanze usa questa gente? Pasolini è stato un grandissimo intellettuale, un uomo di cultura, mica un cialtrone come chi inopinatamente lo cita e lo assimila al suo gruppo di tronfi quanto vuoti e dannosi buffoni, come fosse un suo pari!

    Le operazioni di demolizione e ricostruzione per uno come Purini non possono che far riferimento al Colosseo o al Foro Romano… L’unica cosa che tale misera mente può generare potrà essere: “buttiamo via quella robaccia antica e costruiamoci un parallelepipedo di cemento armato!”

    Personalmente non sono affatto d’accordo sulla sovrapponibilità tra urbanistica ed architettura. Un architetto può anche STUDIARE e specializzarsi in urbanistica, ma come lo può fare un ingegnere civile/ambientale, un economista, un sociologo e soprattutto un geografo, visto che sono quest’ultimi, a livello mondiale, i migliori urbanisti. Forse è l’unica cosa sensata (se intendeva quello nell’intervento che tu Ettore riporti) che abbia mai detto Gregotti in tanta lunga e dannosa vita. Ed è ovvio (razionalmente) e lampante (vedendo quello che combinano architetti ed ingegneri che si improvvisano urbanisti) che sia così.

    • ettore maria mazzola ha detto:

      Caro Fabrizio,

      sebbene debba riconoscere che molti architetti che si improvvisano urbanisti facciano danni – ma si parla di architetti che di danni ne fanno già limitandosi a fare solo gli architetti – non comprendo le ragioni per le quali ritieni che architettura e urbanistica non debbano essere sovrapponibili … io penso che insieme a queste discipline debbano coesistere almeno la sociologia urbana, l’economia e l’antropologia.
      Il male delle città e dell’architettura nasce anche dalle assurde gelosie professionali tra architetti, urbanisti e restauratori.

      Per avere la dimostrazione del fatto che urbanistica e architettura non siano separabili basta vedere cosa succeda all’interno di quei contesti storicizzati ove siano stati realizzati degli edifici autoreferenziali ed irriverenti.
      Lo stesso New Urbanism presenta questo limite assoluto … Vuoi per paraculismo, vuoi per altre ragioni, il fatto che promuovano un impianto urbano dove l’architettura possa risultare fine a se stessa fa sì che certi interventi risultino fallimentari, per questo ritengo la lezione di Giovannoni anni luce più avanzata di quella di Duany & co.

      Ti riporto un passaggio – attualissimo – estratto da “Caratteri dell’architettura delle città moderne”, in Vecchie Città ed Edilizia Nuova, di Gustavo Giovannoni:

      «[…] In questi temi dell’Architettura degli spazi e dell’Architettura degli edifici, lo stile regionale e locale deve avere la massima importanza, e non può e non deve soffocarlo la banalità di uno stile internazionale diffuso da teorie e da esempi nelle riviste e nei libri di propaganda estera. Ogni centro ha le sue condizioni permanenti di clima, di ambiente naturale, di tradizione artistica in cui si riflette la comunità del sentimento della stirpe: e tutto questo ci dà visuali, luci, ambientismo nelle masse, nella linea, nel colore, cioè gli elementi essenziali che reagiscono contro gli schemi belli e fatti […] Nelle città antiche vi era la tendenza ad “individualizzare” lo schema e ad avvalersi di elementi monumentali e delle visuali caratteristiche per accentuarne la bellezza; mentre nelle città moderne la fretta e la banalità tendono a tutto livellare rendendo le città tutte uguali […] Lo stile locale deve anzitutto avere diversissime espressioni nelle grandi città, in cui il numero e il movimento hanno creato specialissime condizioni dinamiche, o nei piccoli centri dove ancora si vive placidamente in modo non molto dissimile dai secoli scorsi. […] Più che gli architetti, questa bella architettura semplice, moderna e insieme tradizionale, che ancora fiorisce ad esempio nei paesi della Toscana e dell’Umbria, nella riviera amalfitana, nei villaggi del Trentino, del Cadore, della Valle d’Aosta, è affidata alle maestranze locali, che converrebbe aiutare in ogni modo dalla volgarità che tutto vuole unificare per rendere tutto ugualmente brutto».

      Ma mi piace ricordare anche questo passaggio estratto da “L’Architettura rustica nell’Isola di Capri”, in “Le Madie” di Plinio Marconi, datato 1923:

      «[…] più che del dettaglio di ciascun edificio in sé, conta l’architettura d’insieme delle strade, assai varie e pittoresche nel casuale comporsi di tanti elementi disparati – crocicchi, androni, sottopassaggi angusti, l’improvviso alzarsi e scorciare di muraglie, i balconi fioriti, le loggette, le altane».

      Non trovi quindi che certe discipline non si debbano poter separare?

      Magari occorrerebbe più interdisciplinarietà, per evitare che gli incapaci – magari incaricati per grazia ricevuta – possano fare ciò che vogliono, ma non mi dire che gli urbanisti possano fare a meno del “RITORNO AL DISEGNO DELLA CITTA'” che solo con gli architetti possono concretizzare, diversamente resteremo legati all’urbanistica dello zoning monofunzionale e delle grandi reti di trasporto, dove l’essere umano è ammesso solo marginalmente.

      Un caro saluto
      Ettore

  4. Fabrizio ha detto:

    Caro Ettore,

    rispetto il tuo pensiero, ma il mio è opposto. E sono sicuro di essere nella ragione. Perché gli architetti (assieme agli ingegneri) hanno distrutto le nostre città. Che tu mi porga uno scritto di un architetto mi serve a poco. A me basta girare per le città, vedere in che letamai sono ridotte. L’urbanistica è arte (nel senso di “artigianato”, e non ha nulla a che vedere con la tracotante ambizione d’artista di taluni) ma soprattutto scienza (sociale) che si DEVE avvalere di diverse figure. Tra cui gli architetti, ma “inter pares”, assieme (e non sopra) le professionalità precedentemente elencate, ed altre ancora come ad esempio botanici, geologi, ecc.

    Gli architetti soffrono di bulimia dell’ego, quindi non diamo loro inutili ed ingiustificabili appigli per sentirsi padroni anche di qualcosa come l’urbanistica, settore che è basato su una evidenza che gli architetti (come gli ingegneri) 9 volte su 10 non solo non capiscono, ma scansano con disprezzo: le città sono abitate da persone!

    Sai bene a cosa mi riferisco (distribuzioni, servizi, varietà, funzioni, accessibilità, mobilità), perché condivido le tue idee di una città costituita da edifici di stile tradizionale. Una volta fatto un Piano degno di questo nome, realizzato passeggiando per le strade come diceva Patrick Geddes – e non coi rendering, con GIS o usando qualche modello matematico magari sviluppo a migliaia di chilometri di distanza! -, ascoltando le necessità delle persone e delle forze economiche presenti, vengano pure gli splendidi edifici che tu meravigliosamente sai creare. Ma prima pensiamo a strutture ed infrastrutture urbane concepite per chi va a viverci e lavorare, altrimenti facciamo il gioco dei modernisti, di Gregotti e pattume simile.

    Questo è il mio pensiero, che è già molto comprensivo e malleabile rispetto al passato. Già è tanto che ho superato la fase in cui ritenevo che – visti i menzionati danni – i tecnici lasciassero in pace l’urbanistica, ed architetti ed ingegneri si occupassero invece solo di ciò che sanno fare, i tetti delle case i primi e le fognature i secondi.

  5. Fabrizio ha detto:

    Aggiungo una postilla, perché temo che stiamo dicendo la stessa cosa ma non ci capiamo: l’architettura dovrebbe andare a braccetto con l’antropologia, la storia e la storia dell’arte, perché nella realizzazione di spazi ed edifici è opportuno rispettare il DNA del luogo. E’ il tuo famoso abaco, idea che sposo appieno.

    A mio vedere l’urbanistica è però più un processo (strategico) socio-politico-economico. Un Piano normalmente ha rilevanza regionale o municipale, mentre gli interventi di cui parli tu sembrano avere più un respiro locale, di quartiere. Ciò non ne pregiudica il valore o l’importanza, ma ne caratterizza le specificità.

    Quindi ribadisco quanto in cui credo: il Piano prima, l’architetto dopo.

    • isabella guarini ha detto:

      Condivido il pensiero di Ettore maria Mazzola del ritorno al “DISEGNO DELLA CITTA'”, come cambiamento culturale ed operativo per rimediare ai danni compiuti dallo zoning dell’espansione urbana, della crescita per zone specializzate in accrescimento dei centri storici, depauperati e abbandonati. Ancor più ora in presenza di decrescita e di mutamenti profondi del sistema economico, per la sopravvvenza della città è necessario ricongiungere l’architettura all’urbanistica, quest’ultima spesso gestita per quantità senza qualità. La città nono può fare a meno dell’architettura perché l’architettura conserva la misura della qualità, che può essere scadente e ottima, non misurabile in rapporto alle quantità minime o massime dell’urbanistica funzionalista!” Con ciò non intendo fare l’apologia dell’architettura del fare, ma intendo assegnare all’architettura, come arte del costruire l’ambiente da abitare, il ruolo di sintesi di tanti altri saperi che concorrono a determinare l’ arte del costruire la città.Nonc’è un prima o un dopo, ma un sincretismo sincronico!!!!

  6. Fabrizio ha detto:

    Se non è una apologia dell’architettura questa tua risposta, architetto Isabella, cos’è?

    Perdona la schiettezza, ma è lo stesso delirio di onnipotenza che ha distrutto le città.

    In tutta onestà, fatico a vedere quali siano “i saperi” che l’architetto padroneggerebbe con tale sapienza. Per quanto visto, l’architetto generalmente non ha alcuna conoscenza, oltre a quella sua di “geometra, ma mi sento artista”, per poter ergersi a demiurgo di “sintesi di tanti altri saperi”. NESSUNA. L’architetto in genere non sa nulla di economia, di antropologia, di sociologia, di geologia, di ingegneria idraulica, poco di geografia e botanica, combina enormi disastri in ambito di mobilità, accessibilità e trasporto (che tende a confondere, dall’alto della sua encomiabile “sintesi di tanti altri saperi”). E soprattutto non ha la “forma mentis” scientifica per farlo, cadendo invece nel riduzionismo di tutti i tecnici. Per quanto ho visto io (che ho studiato e lavorato con architetti), l’architetto in genere è qualcuno da tenere il più lontano possibile dalle città, perché è disposto a tutto (anche creare inferni, come Corviale e lo Zen) pur di sublimare il proprio insaziabile ego di primadonna. Scaricandone ovviamente le colpe sui cittadini, con indegni processi di costruzione del consenso che spaccia per “partecipazione” (che lui, da architetto, probabilmente intende come “tu cittadino partecipi dandomi ragione, ma anche prendendoti ogni responsabilità di quanto accade”).

    L’architetto raramente studia ed ascolta, PONTIFICA (anche se neanche riesce più a costruire ponti degni di questo nome).

    Un architetto, di per sé, NON è urbanista in quanto architetto. Un architetto, se sta al posto suo (senza che si creda la reincarnazione di qualche sacerdote egizio, che ricordo, erano anche architetti) può essere una risorsa per la costruzione delle città. Se poi è persona intelligente ed intellettualmente vorace come Ettore può essere un grande urbanista.

    Ma è Ettore ad essere un grande urbanista in quanto umile nei confronti degli altri saperi, e non perché – per qualche insindacabile volere divino – da architetto si arroga il diritto di mettere il naso dove non gli compete. Ettore non solo attinge a piene mani da altre arti e scienze, ma tali conoscenze costituiscono l’humus dove affonda la sua capacità di essere urbanista. Non perché arrogantemente sproloquia sull’architettura, elevandola a improbabile “sintesi di tanti altri saperi”.

    Mi dispiace dirtelo, Isabella, ma quanto affermi ti mette sullo stesso piano di Gregotti e Purini. E noi urbanisti con una visione antropocentrica (e non architettura-centrica) spingiamo per cancellare le onte con cui tali figuri hanno insozzato il territorio. Cercando di ostacolare qualsiasi delirio di onnipotenza di chi vuole ergersi a demiurgo o guru, qualsiasi sia la sua provenienza accademica e/o professionale.

    Se vogliamo costruire città dove tutti noi vorremmo andare ad abitare, dobbiamo collaborare mettendoci tutti allo stesso livello, ascoltando soprattutto chi ha conoscenze specifiche del territorio dove intervenire.

    Ho offeso qualcuno dicendo che prendersi un diploma di laurea in architettura non rende onniscienti ed onnipotenti?

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