UN PO’ DI BUON SENSO …

rosanna bucchi capri 1950

Ettore Maria Mazzola su: Cronaca di una celebrazione fuori luogo

“Caro Fabrizio,

sebbene debba riconoscere che molti architetti che si improvvisano urbanisti facciano danni – ma si parla di architetti che di danni ne fanno già limitandosi a fare solo gli architetti – non comprendo le ragioni per le quali ritieni che architettura e urbanistica non debbano essere sovrapponibili … io penso che insieme a queste discipline debbano coesistere almeno la sociologia urbana, l’economia e l’antropologia.
Il male delle città e dell’architettura nasce anche dalle assurde gelosie professionali tra architetti, urbanisti e restauratori.

Per avere la dimostrazione del fatto che urbanistica e architettura non siano separabili basta vedere cosa succeda all’interno di quei contesti storicizzati ove siano stati realizzati degli edifici autoreferenziali ed irriverenti.
Lo stesso New Urbanism presenta questo limite assoluto … Vuoi per paraculismo, vuoi per altre ragioni, il fatto che promuovano un impianto urbano dove l’architettura possa risultare fine a se stessa fa sì che certi interventi risultino fallimentari, per questo ritengo la lezione di Giovannoni anni luce più avanzata di quella di Duany & co.

Ti riporto un passaggio – attualissimo – estratto da “Caratteri dell’architettura delle città moderne”, in Vecchie Città ed Edilizia Nuova, di Gustavo Giovannoni:

«[…] In questi temi dell’Architettura degli spazi e dell’Architettura degli edifici, lo stile regionale e locale deve avere la massima importanza, e non può e non deve soffocarlo la banalità di uno stile internazionale diffuso da teorie e da esempi nelle riviste e nei libri di propaganda estera. Ogni centro ha le sue condizioni permanenti di clima, di ambiente naturale, di tradizione artistica in cui si riflette la comunità del sentimento della stirpe: e tutto questo ci dà visuali, luci, ambientismo nelle masse, nella linea, nel colore, cioè gli elementi essenziali che reagiscono contro gli schemi belli e fatti […] Nelle città antiche vi era la tendenza ad “individualizzare” lo schema e ad avvalersi di elementi monumentali e delle visuali caratteristiche per accentuarne la bellezza; mentre nelle città moderne la fretta e la banalità tendono a tutto livellare rendendo le città tutte uguali […] Lo stile locale deve anzitutto avere diversissime espressioni nelle grandi città, in cui il numero e il movimento hanno creato specialissime condizioni dinamiche, o nei piccoli centri dove ancora si vive placidamente in modo non molto dissimile dai secoli scorsi. […] Più che gli architetti, questa bella architettura semplice, moderna e insieme tradizionale, che ancora fiorisce ad esempio nei paesi della Toscana e dell’Umbria, nella riviera amalfitana, nei villaggi del Trentino, del Cadore, della Valle d’Aosta, è affidata alle maestranze locali, che converrebbe aiutare in ogni modo dalla volgarità che tutto vuole unificare per rendere tutto ugualmente brutto».

Ma mi piace ricordare anche questo passaggio estratto da “L’Architettura rustica nell’Isola di Capri”, in “Le Madie” di Plinio Marconi, datato 1923:

«[…] più che del dettaglio di ciascun edificio in sé, conta l’architettura d’insieme delle strade, assai varie e pittoresche nel casuale comporsi di tanti elementi disparati – crocicchi, androni, sottopassaggi angusti, l’improvviso alzarsi e scorciare di muraglie, i balconi fioriti, le loggette, le altane».

Non trovi quindi che certe discipline non si debbano poter separare?

Magari occorrerebbe più interdisciplinarietà, per evitare che gli incapaci – magari incaricati per grazia ricevuta – possano fare ciò che vogliono, ma non mi dire che gli urbanisti possano fare a meno del “RITORNO AL DISEGNO DELLA CITTA'” che solo con gli architetti possono concretizzare, diversamente resteremo legati all’urbanistica dello zoning monofunzionale e delle grandi reti di trasporto, dove l’essere umano è ammesso solo marginalmente.

Un caro saluto”
Ettore

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Una risposta a UN PO’ DI BUON SENSO …

  1. ettore maria mazzola ha detto:

    grazie

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