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EX … EX … EX …
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“INVENTARSI UN LINGUAGGIO”? …
Francesco su: Riflessioni dopo l’ultim …
“Sergio, forse le può interessare il parere di un non addetto ai lavori come me.
Anzitutto mi sembra abbastanza evidente come quella che io -semplicisticamente- chiamo architettura moderna (diciamo da Le Corbusier a Zaha Hadid) abbia fallito sotto tutti i punti di vista, non solo nella “traduzione del senso del sacro”. In questi ultimi 70 è stato costruito molto di più di quanto lo si fosse fatto in tutte le epoche precedenti messe assieme, con una tecnologia inimmaginabile per i nostri antenati…eppure è innegabile che la qualità del costruito sia scesa in modo impressionante: le nostre periferie, diciamolo, fanno sembrare anche il centro storico più modesto un paradiso in terra (questa forse è una questione che non riguarda solo l’ architettura, ma anche l’ urbanistica…) praticamente un bel giorno si è deciso che tutte le regole, tutti codici che avevano regolato l’ architettura fino ad allora (che in buona misura possono riassumerai nei cinque ordini classici…se conoscevi quelli sapevi tutto) non andavano più bene. Perchè continuare con le solite cornicette, modanature, colonne, roba trita e ritrita, quando il cemento armato ti permette di costruire una finestra a nastro? Siamo partiti da questo pensiero e siamo arrivati a negare tutto il nostro patrimonio culturale pregresso. Lei dice che “Costruire oggi una chiesa secondo gli schemi dell’ architettura classica equivale ad attaccare una bombola d’ ossigeno ad un morto…” Ma su quali basi lo dice? Se l’ Architettura classica andava bene per un greco, per un romano, per un uomo del rinascimento, perchè non dovrebbe andare bene per gli italiani di oggi? Quale abisso, secondo lei, ci separa da quella gente? E se invece le dicessi che secondo me non c’è nessuna differenza, che mi sento a mio agio sotto il Partenone così come doveva sentircisi un greco, mentre invece provo una sensazione di malessere di fronte alla migliore delle architetture novecentesche? Non mi stupisco che l’ architettura contemporanea abbia perso la capacità di trasmettere un senso di sacralità, in quanto non ha mai avuto un anima (in un intervista Fuksas diceva che un architetto deve INVENTARSI un linguaggio…persino io che studio giurisprudenza- e che quindi non sono molto sveglio- capisco che è una boiata pazzesca)…forse l’anima dell’ architettura sta proprio in quegli antichi canoni disattesi? Forse non erano semplici regole per facilitare il compito dell’ architetto, ma c’ era dietro qualcosa di più profondo…“
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ARCHITETTURA BUONA COME IL PANE n.20: GIOVANNI MICHELUCCI …
GESU’ TI ODIO
da: don Lorenzo Milani, “Perché mi hai chiamato?”, Edizioni San Paolo 2013
———-
Gesù ti odio
tu non mi dovevi chiamare.
Senti come bolle
questa indefinibile voglia?
Non vedi che dove passo
infetto le tue creature?
Gesù ti odio
tu non mi dovevi chiamare.
Gesù ti adoro mi sei restato tu solo
Gesù m’aggrappo
alla tua unica mano
Gesù m’aggrappo
perché non voglio sparire
Ahi!
la tua mano è cosparsa di spine
Accidenti alle spine
della tua corona
Gesù ti odio
maledetta la tua croce
Gesù ti odio
ma non mi lasciare solo
Gesù ti odio
ma tu sai se è amore
Don Lorenzo Milani, 14 Ottobre 1950
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ARCHITETTURA BUONA COME IL PANE n.19: LUCA ARCANGELI …
Giuseppe Nicolosi scritti 1931-1976, a c. di Luca Arcangeli, Casa dell’Architettura Edizioni
La sua ronda per il quartiere la fa silenziosamente in bicicletta ogni mattina verso le 6 e un quarto. Controlla ogni cassonetto come fossero buche delle lettere da cui, con un lunga stampella, estrae oggetti di metallo che ficca nello zaino sulle spalle.
Se c’è un lavoro che bisogna fare in architettura è rovistare nell’immensa discarica edile del più grande boom edilizio della storia dell’uomo per trovare qualcosa da isolare, sgrossare dal resto e posare sulla bilancia della storia per ricavarne non quei pochi spicci di vanità come cultori della materia ma, in un confronto diretto con la realtà, la misura delle proprie possibilità come architetti, la comprensione di quanto sia davvero lunga la pista che si ha a disposizione per staccarsi da terra. Per molti stai facendo solo dei passi indietro ma tu sai bene che è una rincorsa.
Sabato prossimo a Latina viene presentato il libro “Giuseppe Nicolosi scritti 1931-1976”, la prima opera di architettura di Luca Arcangeli. Capita il giorno che, sommo sacerdote di una processione di bambine uggiolanti, c’è da tirare fuori dalla cantina gli scatoloni di Natale, da fare il censimento dei pastori neanche fossi Quirino nel 6 d.C. per ordine di Augusto, contare quanti ne ha decapitati il gatto l’anno scorso e prepararsi, domenica a Piazza Navona, a rinfoltirne le schiere. Lo confesso: preferisco di gran lunga Betlemme finta con l’asino e il bue finti a Latina vera con Cefaly e Muratore veri, però ci metto uguale del mio con questo sfondo di carta da regalo a stelline su quest’altro presepe che è Archiwatch.
Il libro in questione è un atipico «Bildungsroman», atipico perché non narra della formazione di Giuseppe Nicolosi ma, in filigrana, di quella di Luca Arcangeli nel momento stesso in cui sta accadendo. 600 pagine; praticamente una bibbia; ma per volontà dell’autore e di Pietro Cefaly, direttore della Casa dell’Architettura di Latina, grazie al finanziamento dell’Ordine degli Ingegneri, è messo in vendita a soli 27 Euro. Questo ha comportato una stampa su patinata di sole 500 copie, come si trattasse della tiratura di una litografia di Mattotti. Ogni archibibliomane si faccia due conti su quante possibilità ha di portarsene a libreria una copia.
Nel libro sono raccolti tutti gli scritti di Giuseppe Nicolosi comprese, cosa rara in pubblicazioni del genere, le illustrazioni originali che, a chiarimento dei testi, Nicolosi aveva voluto alla loro apparizione su riviste di settore.
L’ingegnere Nicolosi parla di architettura senza distinguerla dall’ingegneria (“sintesi” la chiama Arcangeli) con quello sguardo “innocente” sul Costruire che è andato perduto in Italia dopo Zevi e Tafuri, perduto in maniera irrimediabile nonostante i tanti nostalgici che affollano questo blog e che vorrebbero vedere gli orologi tornare a quegli anni ’20 del secolo scorso prima che il funzionalismo imboccasse la sopraelevata (del resto se accettiamo l’architettura di Rossi, Gehry o Fuksas (tre nomi tra i tanti) che si disinteressano degli aspetti costruttivi dell’architettura potremo ben accettare il lavoro di passatisti che trascurano non solo Deleuze ma anche Schelling e Brentano – tre nomi tra i tanti).
E’ alla luce dello straordinario sguardo, sincero e virtuoso, di Nicolosi, uno sguardo a cui non siamo più abituati, a cui siamo “maleducati” da troppa educazione (per il quale, ad esempio, la Venustas coincide con l’indefinibile, romantica, moderna bellezza dell’architettura e non con una frigida regola proporzionale romana come adesso sappiamo interpretando meglio Vitruvio), che Luca Arcangeli scopre, e noi con lui, un mondo edile contemporaneo e più completo e integrale di quello cui siamo abituati, fatto cioè, oltre che di murature in mattoni e peperino trattati in maniera “impressionistica”, di cemento armato “realista” la cui cassaforma è attentamente considerata per il disegno che le impronte delle sottomisure lasceranno a vista sulle strutture.
Questo tema del “passaggio tecnologico al moderno senza smarrire una tradizione costruttiva antica” è il tema che rende indispensabile il libro per tutti quelli che sperano che non possa essere dimenticato niente, che niente può essere davvero ricominciato a meno di non prendersi in giro, puttosto tutto deve, tra tante difficoltà (anche teoriche), continuare finché c’è tempo.
Infatti, passa un quarto d’ora e, alle 6 e mezza, ecco l’autocompattatore che si porta alla bocca e ingoia il contenuto dei cassonetti e mastica tutto.
Gian Carlo :Galassi
[duepuntig@gmail.com]
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Venzone città riprogettata …
“Caro professore,
invio il nuovo recente elzeviro di Alessandro Camiz su Venzone (ne parlavamo dieci giorni fa) comparso sull’ultimo numero di “Urbanistica DOSSIER online”, n.5 Novembre 2013,INU Edizioni, numero monografico su «LA RICOSTRUZIONE DOPO UNA CATASTROFE: DA SPAZIO IN ATTESA A SPAZIO PUBBLICO«» a cura di Valter Fabietti, Carmela Giannino, Marichela Sepe.
Il pretesto è anche pubblicare un’altra immagine prima e dopo la riprogettazione caniggiana di Venzone. In particolare in via Mistruzzi è ben evidente come, anche nella possibilità di replicare in toto tecniche edili originarie, come in “quantità” maggiore si è fatto con l’edilizia speciale (di “qualità” differente) del duomo, si sia scelto di ricostruire le case, sulle parti di muri non sbriciolatesi al suolo, in ben altro modo.
Quello che si è reputato importante era non perdere il valore di edilizia spontanea (anche se riprogettata! – per questo ci vogliono gli architetti che hanno studiato!), un “aura” povera che aggirasse il rischio “Moena” e che in senso contemporaneo pertiene alle “invisibili” case di base semplicemente in intonaco (come erano a Moena).
Non è quindi un dov’era com’era, ma nemmeno un restauro alla Andrea Bruno che ci tiene a mostrare fili di sutura e piercing. E’ tutto maledettamente acido e oggettivo” e, come dicevamo degli architetti romani: impoetico”.
:G
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A CHE PUNTO SIAMO CON LE NUOVE COLLABORAZIONI? … non ci tenete sui tribula …
“Il numero 11/12 di Erasmo, Bollettino di Informazione del Grande Oriente d’Italia”, ha pubblicato il 15 giugno del 2009 un articolo a cura del “Servizio Biblioteca” dal titolo “Esoterismo della Costruzione”.
L’occasione è stata quella della Lectio Magistralis, tenuta in aula magna a Valle Giulia, dal titolo “De Divina Architectura.L’esoterismo nella costruzione.”
Sono intervenuti tra gli altri “Marcello Fagiolo, storico dell’arte e dell’architettura, (…) Franco Purini, una delle figure più importanti (?) della scena architettonica e culturale italiana e il celebre designer (?) Marco Petreschi.
Al termine (dell’incontro) Ghezzi (Gran Maestro Onorario) ha ringraziato il preside della Facoltà di Architettura Benedetto Todaro per la promozione dell’iniziativa e per aver ospitato la mostra su Architettura e Massoneria auspicando nuove collaborazioni con il Servizio Biblioteca del Grande Oriente d’Italia.”
Sergio De Santis
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******* SOLITARIA (O DEL DESERTO) …
“Dalle luci della ribalta alle luci Rosse: il fascino (in)discreto di Zazà. O forse dovremmo considerarlo un tributo al nome di colui che, dalle pagine di Archiwatch, si erse a sua (solitaria) difesa?”
http://www.dagospia.com/rubrica-30/Sport/a-chi-hai-detto-fica-lo-stadio-di-zaha-hadid-per-i-mondiali-del-67540.htm
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