ARCHITETTURA BUONA COME IL PANE n.19: LUCA ARCANGELI …

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Giuseppe Nicolosi scritti 1931-1976, a c. di Luca Arcangeli, Casa dell’Architettura Edizioni

 La sua ronda per il quartiere la fa silenziosamente in bicicletta ogni mattina verso le 6 e un quarto. Controlla ogni cassonetto come fossero buche delle lettere da cui, con un lunga stampella, estrae oggetti di metallo che ficca nello zaino sulle spalle.

Se c’è un lavoro che bisogna fare in architettura è rovistare nell’immensa discarica edile del più grande boom edilizio della storia dell’uomo per trovare qualcosa da isolare, sgrossare dal resto e posare sulla bilancia della storia per ricavarne non quei pochi spicci di vanità come cultori della materia ma, in un confronto diretto con la realtà, la misura delle proprie possibilità come architetti, la comprensione di quanto sia davvero lunga la pista che si ha a disposizione per staccarsi da terra. Per molti stai facendo solo dei passi indietro ma tu sai bene che è una rincorsa.

Sabato prossimo a Latina viene presentato il libro “Giuseppe Nicolosi scritti 1931-1976”, la prima opera di architettura di Luca Arcangeli. Capita il giorno che, sommo sacerdote di una processione di bambine uggiolanti, c’è da tirare fuori dalla cantina gli scatoloni di Natale, da fare il censimento dei pastori neanche fossi Quirino nel 6 d.C. per ordine di Augusto, contare quanti ne ha decapitati il gatto l’anno scorso e prepararsi, domenica a Piazza Navona, a rinfoltirne le schiere. Lo confesso: preferisco di gran lunga Betlemme finta con l’asino e il bue finti a Latina vera con Cefaly e Muratore veri, però ci metto uguale del mio con questo sfondo di carta da regalo a stelline su quest’altro presepe che è Archiwatch.

Il libro in questione è un atipico «Bildungsroman», atipico perché non narra della formazione di Giuseppe Nicolosi ma, in filigrana, di quella di Luca Arcangeli nel momento stesso in cui sta accadendo. 600 pagine; praticamente una bibbia; ma per volontà dell’autore e di Pietro Cefaly, direttore della Casa dell’Architettura di Latina, grazie al finanziamento dell’Ordine degli Ingegneri, è messo in vendita a soli 27 Euro. Questo ha comportato una stampa su patinata di sole 500 copie, come si trattasse della tiratura di una litografia di Mattotti. Ogni archibibliomane si faccia due conti su quante possibilità ha di portarsene a libreria una copia.

Nel libro sono raccolti tutti gli scritti di Giuseppe Nicolosi comprese, cosa rara in pubblicazioni del genere, le illustrazioni originali che, a chiarimento dei testi, Nicolosi aveva voluto alla loro apparizione su riviste di settore.

L’ingegnere Nicolosi parla di architettura senza distinguerla dall’ingegneria (“sintesi” la chiama Arcangeli) con quello sguardo “innocente” sul Costruire che è andato perduto in Italia dopo Zevi e Tafuri, perduto in maniera irrimediabile nonostante i tanti nostalgici che affollano questo blog e che vorrebbero vedere gli orologi tornare a quegli anni ’20 del secolo scorso prima che il funzionalismo imboccasse la sopraelevata (del resto se accettiamo l’architettura di Rossi, Gehry o Fuksas (tre nomi tra i tanti) che si disinteressano degli aspetti costruttivi dell’architettura potremo ben accettare il lavoro di passatisti che trascurano non solo  Deleuze ma anche Schelling e Brentano – tre nomi tra i tanti).

E’ alla luce dello straordinario sguardo, sincero e virtuoso, di Nicolosi, uno sguardo a cui non siamo più abituati, a cui siamo “maleducati” da troppa educazione (per il quale, ad esempio, la Venustas coincide con l’indefinibile, romantica, moderna bellezza dell’architettura e non con una frigida regola proporzionale romana come adesso sappiamo interpretando meglio Vitruvio), che Luca Arcangeli scopre, e noi con lui, un mondo edile contemporaneo e più completo e integrale di quello cui siamo abituati, fatto cioè, oltre che di murature in mattoni e peperino trattati in maniera “impressionistica”, di cemento armato “realista” la cui cassaforma è attentamente considerata per il disegno che le impronte delle sottomisure lasceranno a vista sulle strutture.

Questo tema del “passaggio tecnologico al moderno senza smarrire una tradizione costruttiva antica” è il tema che rende indispensabile il libro per tutti quelli che sperano che non possa essere dimenticato niente, che niente può essere davvero ricominciato a meno di non prendersi in giro, puttosto tutto deve, tra tante difficoltà (anche teoriche), continuare finché c’è tempo.

Infatti, passa un quarto d’ora e, alle 6 e mezza, ecco l’autocompattatore che si porta alla bocca e ingoia il contenuto dei cassonetti e mastica tutto.

 Gian Carlo :Galassi

[duepuntig@gmail.com]

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3 risposte a ARCHITETTURA BUONA COME IL PANE n.19: LUCA ARCANGELI …

  1. sergio 43 ha detto:

    Come ogni sera mia figlia, uscita dallo studio nei pressi della Basilica di San Paolo, si e’ incolonnata nel traffico per raggiungere la lontana Via Taro. Il viaggio e’ lungo e mi telefona. Parliamo del suo lavoro, tocchiamo con leggerezza i soliti temi, l’architettura di oggi e quella di ieri, i difficili rapporti sempre conflittuali tra la burocrazia comunale e quella soprintendenziale (sic), poi arriva a casa e ci diamo la buonanotte. Prima di andarmi a cercare un filmetto in TV apro Archiwatch e mi gusto una imprevista pagnottella. Alla fine della lettura mi fermo a considerare che, per diversi motivi, il filo dei nostri discorsi riescono ad intrecciarsi con molte delle argomentazioni della Premiata Forneria. Fosse un buon segno? Lo stato di crisi che raggiunge tutti gli operatori si stesse aprendo verso un comune sentire e verso un generale recupero dei nostri fondamentali? Dipende da noi e solo da noi? La Scuola ritrovera’ il suo compito di attrezzare le nuove generazioni di fiducia e coraggio senza alieni velleitarismi? Riusciremo di nuovo a offrire una risposta giusta, sana e libera?

    • stefano salomoni ha detto:

      Caro Sergio, in risposta alle tue domande penso che nel reale, più che nella realtà, il lievito madre rimarrà sempre e solamente nelle mani di pochi fornai. E non sfamerà.

  2. Un paio di link notevoli su Nicolosi nel nostro blog:

    Questa è l’ INTRODUZIONE del nostro blogger al libro di Arcangeli.

    Questo invece (dovremo pur impastarci una pgnottella…) è SAN POLICARPO dove si intende quell’uso “vitruviano” del cemento armato “moderno” proprio dei tentativi (riusciti!) del nostro e di tanti architetti ingegneri della sua generazione la cui memoria è stata ingiustamente dannata.

    Nicolosi compare solo due volte nei primi trent’anni de L’Architettura di Zevi e sempre come cofirmatario di case popolari. Mai come autore di edifici come questa chiesa. La cosa negli anni ’50 era forse giusta e sicuramente comprensibile ma credo che oggi abbiamo compreso cose nuove e più belle per maggiore complessità, per un incremento ineludibile dei nostri contatti neurali.

    Per questo non credo possiamo auspicarci “demolizioni” di architettura moderna, né di pensieri né di opere e nemmeno di omissioni.

    :G

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