Roma sotto i ponti …

Abbiamo appena ricevuto da Pietro Barucci questa lettera aperta a Walter Veltroni che tocca una serie di argomenti di scottante attualità …
sui quali ci siamo più volte soffermati negli ultimi tempi …
e sui quali merita riflettere ancora con attenzione …

All’illustre Sindaco di Roma Walter Veltroni

Sono un architetto, ho ottantatre anni, a torto o a ragione sono considerato il maggior responsabile del Quartiere Laurentino, ormai detto Trentotto, ho progettato i cosiddetti edifici-ponte, ero presente Mercoledì pomeriggio all’Auditorium, ho ascoltato il suo discorso conclusivo dell’importante forum sull’architettura a Roma.
Sono un suo estimatore, nonché elettore.

Ho ammirato la sua sicurezza nel dichiararsi “distributore di bellezze” davanti a un pubblico di addetti ai lavori, per i quali la bellezza è il fine supremo per cui si sacrifica tutto, alla ricerca di un esito sempre vacillante e misterioso. Di fronte a orecchie così avvertite e sensitive ha avuto un bel coraggio a parlare in quel modo.

Ho peraltro notato un accento di vanteria nel suo comunicato circa un edificio ponte del Laurentino che fra breve sarà abbattuto mentre altri subiranno la stessa sorte, come se questo fosse un gran titolo di merito per l’amministrazione e non l’ultima conseguenza di una penosa e colpevole conflittualità che fin dall’inizio oppone il Comune all’IACP. Non lo ha detto esplicitamente, ma ha lasciato intendere che oltre a distributore di bellezze lei si propone anche quale distruttore di bruttezze, come evidentemente considera i famosi ponti.

La bellezza del giorno è il grande edificio di Meier all’Ara Pacis, inaugurato oggi con notevole pompa. Da molti osservatori qualificati considerato inutile, spaventosamente ingombrante, del tutto estraneo all’ambiente circostante, anche se di buona qualità quanto alla tecnologia costruttiva e ai materiali impiegati.
In una parola, brutto e inutilmente pomposo.

Ho girato il mondo e conosco le principali opere di Meier. Aveva i titoli per fare la chiesa di via Tor Tre Teste, ma non per intervenire nel Centro Storico, è tosto, piuttosto incolto e monocorde. Ha dato il meglio di sé nelle ville sperdute nei grandi spazi della natura americana; abile nel maneggiare le tecnologie, con grande esperienza di realizzazioni importanti, di cui alcune riuscite.

Dal canto mio non avrei difficoltà a proporre la demolizione di questo edificio autocratico e del tutto inatteso. Opterei per la ricostruzione di una semplice teca di cristallo, delle dimensioni di quella di Vittorio Morpurgo testè abbattuta, magari disegnata dallo stesso Meier.
Non si scandalizzi, fra trent’anni questa potrebbe essere un’idea vincente.
Trent’anni fa il progetto del Laurentino e dei suoi edifici ponte facevano furore. Sono stato invitato a Harvard per tenere un corso di sette settimane sulla edilizia pubblica italiana e in particolare romana. Oggi i ponti sono in demolizione e non è neppure stata usata la buona creanza di interpellarmi al riguardo.
Vale il tedioso “sic transit gloria mundi”! Dobbiamo essere sempre circospetti e dosare il trionfalismo, non le pare?
Con ossequio e simpatia.

Pietro Barucci 21 aprile 2006

Grazie Pietro …

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Architettura. Contrassegna il permalink.

7 risposte a Roma sotto i ponti …

  1. Isabella Guarini ha detto:

    La lettera dell’architetto Pietro Barucci non mi sorprende per le riflessioni riguardanti le demolizioni dell’edilizia pubblica, peraltro prodotta con i sacrifici dei contribuenti italiani nel dopoguerra. Anche in altri paesi europei l’edilizia economica e popolare spesso subisce la sorte degli edifici fatti implodere, come Le Vele di Secondigliano a Napoli e altri in programma nella capitale. Penso che dietro questa prassi vi sia il mero interesse delle lobby legate all’edilizia economica e popolare, non esclusa la ragione di sopravvivenza degli Istituti Autonomi, visto il decremento demografico. Dal punto di vista economico, si muovono risorse pubbliche, stagnati, una volta per l’abbattimento dei vecchi edifici, un’altra per la ricostruzione. Poi ci sarà la riassegnazione degli alloggi agli stessi abitanti che, nel giro di qualche decennio, si vedranno assegnate ben due alloggi di nuova costruzione. La questione diventa ciclica quando nella ricostruzione non si correggono gli errori del primo insediamento inerenti la composizione sociale degli abitanti. Un monoceto deportato nelle periferie che, nonostante gli interventi integrativi con attrezzature pubbliche, restano sempre zone deboli da assistere continuamente. Se la manutenzione viene a mancare, come avviene, il ciclo del degrado ricomincia con le rivendicazioni degli abitanti. Non è, quindi, la ragione estetica che spinge a chiedere la demolizione degli insediamenti degradati di edilizia pubblica, ma il bisogno di rimettere in funzione il ciclo costruttivo su aree già espropriate. Per l’Ara Pacis il discorso mi sembra diverso ed è quello di cambiare l’identità della città, ritenuta da sempre romana, in euro-americana. Emerge nella scelta degli architetti per le opere a forte valenza simbolica, il desiderio della rivoluzione culturale, in salsa antistorica, tipica della generica cultura architettonica moderna che coincide con quella rivoluzionaria di sinistra. Comunque, se, in un lontano futuro, si dovesse decidere di abbattere la casa sull’oceano in cui si è depositata la nostra memoria mediterranea, certamente non darei più l’incarico a Meier, come propone Barucci, forse per cortesia deontologica.

  2. Valentino Chiapparelli ha detto:

    L’ accanirsi contro un “simbolo” dell’ edilizia romana che ormai faceva parte della storia moderna di Roma….. la soddisfazione di chi distrugge che pensa di passare per il “salvatore del bello” senza rendersi conto che sta solo distruggendo e che il mostrum romano non si limita al Laurentino 38, ma ad una lunghissima serie di borgate abusive che per ovvi motivi non possono essere tutte sventrate….. le relative speculazioni economiche che, a distruzione ultimata, rendono il gioco dell’ artificiere e della ruspa più appetibile a tutti…. le idee sono perverse quasi come quelle di un terrorista… fortuna che non ci scappa il morto…

  3. Andrea Trincardi ha detto:

    Di questa esperienza la cosa più intreressante sono proprio i ponti che si vogliono abbattere. L’idea è quella di tenere separato lo spazio automobilistico da quello pedonale ricorrendo ad una delle soluzioni più affascinanti, quella del ponte abitato. Qualcosa è andato storto in fase esecutiva, e ci saranno dei responsabili. Per un fatto di altezze minime non rispettate i ponti non hanno mai svolto la funzione per cui erano stati progettati. Tuttavia hanno mantenuto un valore di spazio pubblico, di aggregazione sociale, anche se di una socialità non prevista e prevedibile. A me pare che Laurentino come Corviale e tante altre realtà del nostro paese siano luoghi vivi, abitati, in cui molte persone, per iniziativa personale e non per assistenza sociale pubblica, si impegnano a costruire rapporti sociali, a migliorare lo spazio pubblico a dare il proprio contributo di civiltà. Forse le Vele di Scampia sono da abbattere e perché il centro direzionale di Napoli è bello? Togliamo i ponti al Laurentino e mettiamo palazzine tinte pastello con timpanetto decorativo su corpo scala?
    Vi faccio una proposta, a Muratore, a Barucci, ai lettori del blog, perchè non organizzare un laboratorio di lettura di che cosa è il Laurentino, cosa è diventato, a partire da chi ci abita, da chi lo occupa, senza faciloneria, paternalismo, assistenzialismo, non per dare soluzioni (la soluzione finale) ma per contribuire alla trasformazione, in una visione dinamica delle società. Se gli architetti devono essere il capro espiatorio che si diano almeno la possibilità di riflettere, di proporre nuove strade, nuovi ponti. Incontriamoci, dedichiamo un pò del nostro tempo a una ricerca non accademica, interdisciplinare, interagendo con gli abitanti, e lasciamo ai politici il dilemma: miccia lunga o miccia corta?
    Giù la testa! ma non non prima dei botti.

  4. Isabella Guarini ha detto:

    Vista la disponibilità del progettista si potrebbe esaminare lo scarto tra progetto e realizzazione, il discrimine per cui un edificio può divenire architettura, sfidando il trascorrere del tempo, o implodere nel giro di qualche decennio. Sarebbe davvero un evento straordinario se, come propone Trincardi, si potesse fare su questo blog un seminario aperto alle opinioni degli abitanti e degli addetti ai lavori, nonchè degli amministratori che hanno diritto di vita o di morte su gli edifici. Negli ultimi trent’anni si è tanto parlato di partecipazione, ora che gli strumenti della comunicazione in tempo reale consentono di comunicare, al di là dello spazio, nessuno mette a frutto questa possibilità . Certo i rischi sono imprevedibili, ma il moderatore del blog è molto affidabile.

  5. Filippo De Dominicis ha detto:

    Andrea credo che tu abbia centrato l’obiettivo del discorso:i ponti del Laurentino sono, non è un caso, il cuore della cosiddetta insula progettata da Barucci.E non è un caso ,di nuovo,che da sempre l’intero quartiere venga designato col nome de “i ponti” da ogni cittadino romano.Anche questo è un dato su cui riflettere.Distruggendoli ci troviamo di fronte a una sorta di ibrido insensato e snaturato,il quale ha saputo di suo,gia far fronte alla mancata realizzazione o impiantazione dei numerosi servizi progettati e paralleli al sistema; se è vero che non hanno ricoperto quel ruolo “funzionale” che gli si voleva attribuire, è altrettanto vero il dato “sociale” che quegli elementi significano.Perdippiù,il valore del complesso va esteso a tutta una serie di componenti di tipo paesaggistico che non bisogna trascurare,e che gli stessi progettisti hanno tenuto in gran conto in sede di progettazione.Distruggere gli ultimi tre ponti,quelli lungo via Marinetti, è una sciagura anzitutto di quel genere li:il piano di zona numero 38 si trova nel cuore della Riserva Naturale Laurentino Acqua Acetosa, e il blocco di cui si medita la demolizione è proprio quello piu a sud,il piu “inserito” dal punto di vista paesaggistico,alla confluenza della valle del fosso dell’acqua acetosa e di quella del fosso cosiddetto del “ciuccio”(non chiedetemi perche…).La rinuncia di fronte all’impegno progettuale è manifesta, per chi pianifica la demolizione.La superficialità della riflessione, la mancanza di strumenti necessari,altrettanto. L’ultimo blocco di via Marinetti, gia attualmente il piu degradato, cosi mutilato andrebbe verso un isolamento che ne sancirebbe forse una volta per tutte la “morte sociale e civile”.Lo stesso isolamento di cui vivono,non so se malgrado loro,le villette quadrifamiliari dirimpetto,che guardano un po di sbieco tutto il complesso nascoste tra fronde e alberi…e sul nome del progettista vorrei tacere…
    Lo scorso anno nell’ambito di un Laboratorio di Urbanistica ho avuto modo di affrontare piu o meno approfonditamente il problema..tanto per dire che nella scuola italiana forse a certi problemi si è ancora attenti.C’è un intero numero di “Parametro” dedicato al quartiere.Non ci basta?

  6. Marco Di Francesco ha detto:

    scusate ma non capisco questo essere legati ai ponti.
    Forse voi non vivete in un posto in cui non riesci a vedere bene il cielo che hai sopra la testa.
    Gli ultimi in particolare poi non vedevano proprio alcuna socialita’, ne’ alcuna attivita’ di interesse per gli abitanti.
    Non credo che il loro abbattimento possa nuocere all’aspetto del quartiere, anzi.
    L’isolamente non preoccupa nessuno, c’e’ poco traffico, direi inesistente e tanto verde, ora si vede anche il cielo.
    Dei parchi si poteva godere prima e si puo’ godere anche ora.
    Sicuramente servirebbero un po’ di servizi e soprattutto mezzi pubblici piu’ efficienti, ma dei ponti nessuno sentira’ la mancanza.

    saluti,
    un abitante.

  7. Anna Obersaxer ha detto:

    appena ricostruiranno la stessa cubatura di cemento li intorno dove ora vedi la campagna o quando avrai difficolta’ a far passare un bambino da una parte all’altra del… ponte ne potremo riparlare

    dire che non si vede il cielo mi pare esagerato e’un quartiere costruito ad anello intorno ad un bel parco e i suoi problemi sono sociali e non architettonici
    il primo e’ sicuramente l’abbandono scolastico

    comunque non ha senso demolire SOLO il ponte e’ anzi la cosa piu’ sbagliata che si poteva fare perche’ snatura quel minimo di funzione urbanistica che aveva.

    Se poi Veltroni (che voterò per evitare periodi bui) vuole levare bruttezze gli consiglierei di passare ad esempio alla Magliana un quartiere ostaggio delle auto parcheggiate e provare a renderlo meno inumano

    saluti, un’abitante anche io

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...