“INVENTARSI UN LINGUAGGIO”? …

Schermata 2013-12-05 a 22.01.31Francesco su: Riflessioni dopo l’ultim …
“Sergio, forse le può interessare il parere di un non addetto ai lavori come me.
Anzitutto mi sembra abbastanza evidente come quella che io -semplicisticamente- chiamo architettura moderna (diciamo da Le Corbusier a Zaha Hadid) abbia fallito sotto tutti i punti di vista, non solo nella “traduzione del senso del sacro”. In questi ultimi 70 è stato costruito molto di più di quanto lo si fosse fatto in tutte le epoche precedenti messe assieme, con una tecnologia inimmaginabile per i nostri antenati…eppure è innegabile che la qualità del costruito sia scesa in modo impressionante: le nostre periferie, diciamolo, fanno sembrare anche il centro storico più modesto un paradiso in terra (questa forse è una questione che non riguarda solo l’ architettura, ma anche l’ urbanistica…) praticamente un bel giorno si è deciso che tutte le regole, tutti codici che avevano regolato l’ architettura fino ad allora (che in buona misura possono riassumerai nei cinque ordini classici…se conoscevi quelli sapevi tutto) non andavano più bene. Perchè continuare con le solite cornicette, modanature, colonne, roba trita e ritrita, quando il cemento armato ti permette di costruire una finestra a nastro? Siamo partiti da questo pensiero e siamo arrivati a negare tutto il nostro patrimonio culturale pregresso. Lei dice che “Costruire oggi una chiesa secondo gli schemi dell’ architettura classica equivale ad attaccare una bombola d’ ossigeno ad un morto…” Ma su quali basi lo dice? Se l’ Architettura classica andava bene per un greco, per un romano, per un uomo del rinascimento, perchè non dovrebbe andare bene per gli italiani di oggi? Quale abisso, secondo lei, ci separa da quella gente? E se invece le dicessi che secondo me non c’è nessuna differenza, che mi sento a mio agio sotto il Partenone così come doveva sentircisi un greco, mentre invece provo una sensazione di malessere di fronte alla migliore delle architetture novecentesche? Non mi stupisco che l’ architettura contemporanea abbia perso la capacità di trasmettere un senso di sacralità, in quanto non ha mai avuto un anima (in un intervista Fuksas diceva che un architetto deve INVENTARSI un linguaggio…persino io che studio giurisprudenza- e che quindi non sono molto sveglio- capisco che è una boiata pazzesca)…forse l’anima dell’ architettura sta proprio in quegli antichi canoni disattesi? Forse non erano semplici regole per facilitare il compito dell’ architetto, ma c’ era dietro qualcosa di più profondo…

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28 risposte a “INVENTARSI UN LINGUAGGIO”? …

  1. sergio de santis ha detto:

    Certamente mi interessa il suo parere … anzi la ringrazio dell’attenzione!
    Non le nascondo che da architetto anche io cerco di capire perchè accade quello che accade e, che di fatto, per quel che mi riguarda non è più solo un discorso da “addetto ai lavori” quanto piuttosto un problema intorno al quale è giusto che si svolgano riflessioni più approfondite e coinvolgenti anche altri settori professionali (e non) della nostra società… e questo soprattutto perchè qualora fosse vero che “l’architettura moderna ha fallito” è vero che ha fallito tutto un sistema che indiscutilbimente ha fatto della sua più importante manipolazione della materia che lo circonda il fallimento che lei rileva e sul quale io in parte sono d’accordo …
    Ma poi … ha fallito il moderno o ha fallito l’architettura moderna?
    E’ molto semplice, come lei può intuire , fare del discorso che intraprendiamo una lunga e pericolosa discesa molto scivolosa!
    Ma lasciamo per un attimo da parte parte questa differenza poi non così sottile ..
    Restiamo sul fallimento dell’architettura moderna …
    Bene!
    Alla fine forse sarebbe il caso prima di tutto di estromettere o posizionare relegati ad un margine lontano tutta la stragrande maggioranza dei professori che dentro al sistema dell’educazione all’architettura fino ad oggi hanno prodotto quel modo insano di insegnare l’architettura senza che “tutto questo insegnare”, per il quale vengono peraltro profumatamente pagati, riuscisse ad essere quella occasione di formare l’uomo giusto … il giusto professionista … proprio quello che di fronte alla evidente crisi delle città dei nostri tempi sarebbe poi stato in grado di riscattare, con i giusti correttivi, il normale svolgersi delle attività umane in questo campo, che per qualche motivo è andato a prendere una piega che non era quella giusta …
    Insoma chi avrebbe dovuto, se non loro che attraverso le facoltà , gli istituti, le accademie , i dipartimenti , i soldi, … analizzano, verificano, osservano e studiano ciò che accade negli spazi aperti e chiusi nei quali viviamo?
    Quindi ha fallito l’architettura moderna … benissimo! Però questo significa che prima di tutto ha fallito il professore moderno …
    Detto questo è evidente che nessuno di noi può non rilevare il profondo stato di crisi della città moderna … ma ci siamo mai chiesti cosa ha veramente fallito della città moderna?
    Siamo veramente sicuri che ha fallito il linguaggio della architettura moderna e non magari qualche altra componente del moderno? …
    Non so … ad esempio … i modelli di gestione della città moderna?
    Per esempio … sappiamo veramente cosa sia l’urbanistica e quali siano gli aspetti di questa o altra disciplina vicina che invece, assolutamente disattesi oggi, possono aiutarci a fare della città moderna una città migliore?
    Temo che spesso confondiamo le cose o che al limite si sia così straordinariamente abituati a navigare in superficie al punto tale da non vendere tutte quello che invece sotto sotto è nascosto!
    Certo è vero … dobbiamo riconoscerlo … quello che oggi viene costruito è generalmente di una mediocrità allarmante … ma bisogna essere più attenti … questa mediocrità non dipende molto spesso dalla impossibilità di poter parlare con il linguaggio del moderno un linguaggio adatto al benessere dell’uomo moderno quanto piuttosto dal non saper parlare il linguaggio del moderno!
    Si credo proprio che viviamo in una società , almeno la nostra, in cui l’architetto medio, l’architetto X … quello come me … è in realtà un analfabeta …
    E’ come andare dal medico che non ha studiato … non saprà cosa fare …
    è paradossalmente (generalmente) colui che dovrebbe sapere quello che non sa … e con lui tutta una schiera di altri signori “professionisti del territorio” che non sanno … e non sanno perchè il moderno tutto insieme non sa o sa poco … cioè … nessuno sa più nel paese in cui viviamo cosa è giusto fare e perchè non andrebbe fatto questo quanto piuttosto quello … non sanno gli architetti … ma non sanno i chimici … non sanno gli avvocati , i magistrati , gli insegnanti … nessuno sa più niente …
    Effettivamente ci siamo persi …
    Certo … restano delle eccezioni … restano quelli che sono assolutamente convinti che SI DEVE FARE IN QUESTO MODO! … ma purtroppo sappiamo che anche urlare molto covintamente che “questi cani dovrebbero andare un galera” e che si deve fare così probabilmente in una società di derelitti servirà a poco …
    Che fare?
    Mah?! .. vediamo …
    Ci siamo persi!
    ma ci siamo persi dove? … prima di tutto ci siamo persi dentro i confini del nostro territorio … cioè è stato come perdersi dentro all’ovile … cioè da stupidi …come le pecore … (sono stupide?)
    Chi viaggia … chi vede il mondo, sa infatti che esistono luoghi in cui il moderno ha dato e dà dei risultati anche positivi … che possono essere ritenuti mediamente accettabili … e tornando a bomba nell’architettura … quindi … sia nella residenza che nell’edilizia pubblica che nella relazione tra le parti.
    Qualcuno potrebbe chiedersi …. ma dove sono questi posti … la risposta è : questi posti ci sono! Sono in giro per il modo e sono li dove “fette” di società moderne hanno saputo ritagliare oggi e ieri “fette” di dignità per i propri cittadini.
    Al di là della confusione che una discussione come questa può generare in chi ama approcciare alle cose in maniera frettolosa, sbrigativa, convinta della esclusiva bontà delle proprie idee, dobbiamo anche dire , affinchè tutta questa pappa archiuoccica non sia insipida come tanto spesso è che vanno aggiunti tutti gli ingredienti che sono assolutamente necessari. E sono molti!
    Per esempio dobbiamo sapere che in un apparente periodo di democrazia come il nostro … un tempo nel quale il potere , estremamente frazionato si distribuisce per mille rivoli, la possibilità che “le cose” si facciano sono molto ridotte … che poi si facciano bene …direi ancora meno … siamo nella normalità ! …voglio dire … accade quello che normalmente accade nelle democrazie non illuminate … e siccome mi sento, come dicevo prima, su un terreno scivoloso … beh … calmi amici … rimanete ai vostri posti … non è successo niente (apparentemente)…
    MANTENETE LA CALMA!
    RIFLETTIAMO!

    Francesco … senta … la risposta non è completa … è che devo interrompere lo scritto … non mancherò di tornare sul tema cercando di rendere la risposta più esaustiva … sempre dentro i limiti della mia personale interpretazione di questo mondo …
    scusi sa ……
    scrivo di notte ………..
    al buio ……………………………
    come i carbonari ………………………
    nascosto …………………………………………
    vergognoso …………………………………………..
    silenzioso ……………………………………………………
    rognoso …………………………………………………………….

    saluti,
    sergio de santis.

    • ettore maria mazzola ha detto:

      Si Sergio!

      Una grossissima fetta di responsabilità del fallimento dell’architettura moderna, anzi la quasi totalità della responsabilità, è da attribuire al fallimento dei docenti lobotomizzatori delle facoltà di architettura.
      Sono d’accordissimo anche sull’ignoranza galoppante in molti altri campi, cosa che attribuisco alla perdita di capacità di una visione olistica del mondo … cosa che è stata causata dalla settorizzazione delle competenze.
      E’ indubbio che in alcuni campi servano delle specializzazioni, ma è altrettanto vero che non si possa fare a meno di una visione più ampia dei problemi che consenta di indirizzarsi nelle giuste direzioni.
      Per esempio nel campo medico purtroppo, molti medici di oggi preferiscono somministrare medicinali “ad ampio spettro” piuttosto che sforzarsi di capire le ragioni di determinati mali … molti dei quali causati dalla “società malata” che abbiamo generato, tuttavia non è una buona soluzione quella di nascondere i sintomi piuttosto che curarne le cause sicché, sempre più spesso, si finisce con l’arrecare danni ai pazienti piuttosto che curarli.
      Quanto alla nostra professione e alle responsabilità dell’assassinio urbanistico architettonico del “modernismo” (il moderno è ben altra cosa che non la sua visione personale e distorta), volendo, conosciamo molto bene i nomi dei mandanti e quelli dei sicari. A questo link puoi trovare ciò che ebbi modo di scrivere sull’inizio della fine dell’urbanistica e dell’architettura “moderna”
      http://www.de-architectura.com/2009/07/dietro-il-modernismo-alcune-verita.html
      Penso che una delle risposte più interessanti, anche in relazione ai tuoi giusti interrogativi, la troverai nelle parole di Ferdinand Léger al termine dello sciagurato IV CIAM del ’33.
      Quanto invece alle responsabilità più recenti dello scempio delle nostre città, ed alla loro possibile attribuzione ai “professoroni” delle facoltà di architettura che invece avrebbero dovuto dare il buon esempio, in questo momento non riesco a trovare il link da segnalarti, ma tempo fa ho pubblicato da qualche parte un post dove elencavo una serie di progetti, con relativi autori, delle peggiori periferie italiane … tutte realizzate dai “più grandi” accademici delle nostre facoltà
      ciao
      Ettore

    • Francesco ha detto:

      Aspettando la seconda parte della sua risponda provo a replicare…non so se il fallimento dell’ architettura moderna sia legato ad un fallimento in generale di tutta la “modernità”, probabilmente in parte è così, ma non è detto che se la modernità ha partorito un mondo ingiusto, stressante e nevrotico eccetera eccetera (argomento assai vasto che ci porta un po’ fuori tema), questo mondo debba essere anche, detta in modo molto semplice, brutto. Cioè: non viviamo in una società perfetta, ma nessuna società lo è, non lo erano la Firenze del ‘400, la Roma del ‘600, ne’ l’ Atene di Pericle, (Dove il mio amico oplita mi sta aspettando per andare a fare quattro passi…non so come le sia venuta in mente ma devo ammettere che è stata una bella trovata!) eppure queste società hanno saputo dar vita ad un costruito migliore, utilizzando più o meno quelle regoline che oggi più nessuno utilizza (Ed è bello constatare come, pur basandosi sui soliti canoni, ovvero gli ordini classici, queste tre città abbiano dato vita ad ambienti totalmente diversi tra loro…ma anche questo ci porta un po’ fuori tema).
      Credo invece che sia vero, come ha scritto, che questo fallimento della città moderna non sia imputabile solo all’ architettura moderna, ma anche (direi 50 e 50) all’ urbanistica di quest’ ultimo secolo…anch’ essa nata dalla mente di un tizio che un bel giorno decise che i quartieri tradizionali non andavan più bene perchè non erano pensati per delle automobili…e se queste erano le basi concettuali della nuova urbanistica…ma forse quello dell’ urbanistica è il problema più facilmente risolvibile, in quanto regolata da una legge, migliorabile e modificabile…mentre quello dell’ architettura moderna è un problema assai più arduo! Non si tratta di cambiare una legge, ma di cambiare il modo di pensare di tutta una classe professionale… questo è più complicato. Lei dice (parafrasando un po’): “ma è il linguaggio moderno che non sa parlare un linguaggio adatto all’ uomo’ oppure è l’ uomo che non sa parlare il linguaggio del moderno?” Io credo che sia…la seconda! Come si fa a saper parlare un linguaggio che un altro si è inventato? (Come consiglia di fare Fuksas?) è mai possibile che ogni architetto debba ripartire da zero, come se prima di lui non fosse stato fatto nulla? È chiaro che poi viene fuori un gran casino. E se le opere dei più grandi architetti del novecento comunicano un senso, nella migliore delle ipotesi, di confusione e di incompresibilità, immaginiamoci cosa comunicano quelle degli architetti mediocri…che poi rappresentano la maggior parte del costruito..e quelle dei geometri, che imitano gli architetti…dopotutto ha fallito l’ Esperanto, che era un miscuglio di linguaggi esistenti…l’ architettura moderna invece è un miscuglio di linguaggi inesistenti…
      Per quanto riguarda i professori non so che dirle, io ho seguito qualche lezione di architettura, anche in atenei diversi. Quelle che mi hanno lasciato più stupito sono quelle di progettazione…non ho mai capito cosa ti insegnino.

      Forse è vero che ci siamo persi…in tutti i campi, non solo nell’ architettura. Ma, se volete un consiglio: provate a tornare un attimo sui vostri passi, forse la situazione diverrà un po’ più chiara…Verdi diceva che il tornare all’ antico sarebbe stato un progresso…se fosse vissuto oggi ne sarebbe stato ancora più convinto!

  2. ettore maria mazzola ha detto:

    Ottimo!
    La dimostrazione che chi non subisce danni cerebrali su banchi delle facoltà di architettura ha molto da insegnare a chi presume di poter sapere tutto di architettura e liturgia sole perché possiede il titolo di “architetto”
    Quando gli architetti scenderanno dal piedistallo su cui sono saliti ed impareranno ad ascoltare i commenti della gente comune, realizzando così delle opere miranti a soddisfare le esigenze e i desideri degli esseri umani, piuttosto che imporsi arrogantemente sul territorio per il piacere dell’architetto, l’architettura tornerà ad essere amata da tutti e non pù vista con sospetto e timore

  3. ctonia ha detto:

    Ma inventare è un antichissimo termine di origine latina, niente di meglio dell’inventare come invenio e cioè ritrovamento. Esiste (non dal Novecento, ma da sempre) una forma dello spazio “classica” o classicista che può anche fare a meno degli stili codificati mantenendo tutto il suo rigoroso ordine intrinseco al variare contingente della forma degli oggetti. Molti poi si impegnano a costruire dei com’era-dov’era, e io li rispetto molto: facciano altrettanto loro, curando uno schematismo di pensiero che li affligge e che eleva a dogma etico ciò che è solo normale e umanissimo arbitrio.
    Saluti!
    ps: amo capitelli, colonne, architravi, ma non sono Tavole della legge, sono solo… invenzioni (a proposito).

    • sergio de santis ha detto:

      ecco! … appunto …
      PASSED!
      … anche non nascondendo che sarei molto interessato ad un approfondimento del tema “Esiste (non dal Novecento, ma da sempre) una forma dello spazio “classica” o classicista che può anche fare a meno degli stili codificati mantenendo tutto il suo rigoroso ordine intrinseco al variare contingente della forma degli oggetti” … di cui intuisco la portata che volete attribuirgli anche se però in maniera non così chiara …

    • sergio de santis ha detto:

      … volevo aggiungere , cari Ctonia, data l’aria che tira, che il commento non ha nessuna intenzione subdola o chissa quale secondo fine… ho semplicemente richiesto un approfondimento su una osservazione che mi è sembrata interessante …
      saluti!
      … speriamo di aver sgomberato il campo da possibili interpretazioni non in linea con la sostanza della mia richiesta ….

      • ctonia ha detto:

        Caro Sergio, no, non c’era bisogno della precisazione, nessun problema solo mancanza di tempo per scrivere qualcosa che non sia troppo stupido :)
        A noi per ormai non più recentissima educazione appassiona molto il gioco “è la stessa cosa”, oppure “immagine e somiglianza” come una strepitosa canzone dei PGR, lo conoscerai :) Si tratta di individuare un tema (nel nostro caso spaziale, in altri musicale, pittorico, letterario, etc) in espressioni diverse per tempo, forma, materiali etc. Detta grossolanamente, questo gioco è molto adatto per intuire la logica del sistema estetico classico o classicista, ma in realtà è adatto a qualsiasi logica estetica, forse anzi è un gioco estetico tout-court. Le regole per giocarci sono minimali e c’è molto spazio per l’interpretazione personale, ma fino ad un certo punto naturalmente… In Spagna Carlos Martì Arìs è stato forse il maggior campione, e non solo nel suo splendido libro “Le variazioni dell’identità. Il tipo di architettura”, in Italia come non ricordare Saverio Muratori ma direi forse di più, per noi, per questioni affettive e biografiche, la follia giocosa e intellettualistica e combinatoria di Gian Carlo Leoncilli Massi che si abbeverò certamente da un maestro della logica estetica come Luciano Semerani. Ma c’è anche un bellissimo libro di Elena Pontiggia che ne parla benissimo, di questo gioco, nella sua variante classico-mediterranea.
        E’ un gioco che, come la composizione, “è inutile ma magico, meraviglioso, quindi assolutamente necessario”. Un po’ come gli scacchi.
        Alcune “mosse” storiche, portate alle mente a caso così come vengono: la prospettiva berlinese/schinkeliana di Giorgio Grassi per Chieti; il gran muro curvo petrino di Ridolfi a Roma per un concorso fascista di cui non ricordo ora il soggetto; Mies greco a Berlino; Terragni che ricostruisce il palazzo classico mediterraneo a Como; Moneo che fa una cattedrale antica a Los Angeles; Carmassi che a Roma fa (no, non lo fa, lo progetta e basta, ci pensa Fuksas al posto suo) un Palazzo dei Congressi come immenso Danteum contemporaneo… Sergio43 forse ci metterebbe dentro anche il nostro massimo architetto gotico e cioé il Sen. A Vita Renzo Piano, che a Parigi col Beaubourg… mah, ho qualche dubbio, comunque il gioco è bello perché vario.
        Ripensando al nome del gioco mi viene in mente che potrebbe essere migliore il titolo “Ritratti di famiglia”: rende meglio l’idea e gli dà un’aria più calorosa, umana, meno astratta e combinatoria.
        saluti!
        ps: a proposito: Cùperlo sembra il figlio di Giorgio Grassi, l’avevate notato? :))

    • Francesco ha detto:

      Questa è una bella domanda! Ma, secondo me, alla fine sono proprio “gli stili codificati” che fanno sì che l’ arte classica abbia il suo “rigoroso ordine intrinseco”, o, detta in altro modo, la forma di spazio classica è…contenuta e definita dai codici. Se quindi si abbandonano gli stili codificati (che poi stiamo parlando dei 5 ordini, no?) è molto difficile, se non impossibile, riuscire a salvare il rigoroso ordine intrinseco…perchè è vero che anche questi stili sono tutte invenzioni, ma sono invenzioni partorite nel corso di secoli, non da una sola persona! Si tratterebbe in sostanza di inventare un sesto ordine classico…cosa molto difficile. (Però non è detto che sia impossibile)

  4. ettore maria mazzola ha detto:

    qui ci sono un po’ di nomi di luoghi della desolazione e dei loro autori

    Fai clic per accedere a COVILE_602.pdf

    • Manuela Marchesi ha detto:

      So per certo che a meta’ degli anni ’70 andava di moda il tema di cellule abitative modulari di due o tre metrature massimo 30 mq. ( erano quelle di lusso…) perche’ si era ancora sotto l’influenza delle contestazioni globali degli anni precedenti, che contestavano anche il modo di vivere in case “borghesi”. “Funzione, case come ricovero notturno e espletamento delle principali necessita’ corporee, navette spaziali progettate imponendo gesti ergonomici rispetto all’intorno…” Secondo questa malata ‘utopia’ la vita accadeva fuori, nel cosiddetto sociale, fra sezioni di partito e circoli culturali (nulla da dire sulle sezioni di buona memoria e sui circoli culturali…) e dentro casa per andare in bagno bisognava dire “scansati un po’, devo aprire la porta del cesso”. Negli stessi anni la rivista Abitare metteva in copertina un interno scavato nel polistirolo, e per metterlo in copertina lo aveva prima considerato “creativo” e innovativo. Sono ricordi-simbolo di come si ragionava e operava in quel periodo, sono realta’ vissute con la tesi di laurea di un mio amico impegnato con le famose “cellule abitative”, altrimenti dette loculi per vivi…sono il sintomo di rivoluzioni mal concluse e portate avanti nelle loro peggiori e mai metabolizzate ideologie, perche’ gia’ le idee sono tutt’altra storia. non significa nulla essere moderno, salvo lo stare al di fuori della contemporaneita’ che chiede di essere vissuta, anche professionalmente, prestando attenzione al mondo circostante. Il trionfalismo del “moderno” che satura l’articolo di “Repubblica” prima citato, e non solo, mi ha indotto a non comperare mai piu’ quel giornale perche’ non mi voglio far girare le scatole giorno dopo giorno. Ho fatto un discorso un po’ scucito perche’ ho chiuso gli occhi e ho dato ascolto a ricordi e sensazioni di allora e di adesso.

  5. Andrea Di Martino ha detto:

    Quel “qualcosa di più profondo”, di cui Francesco, giustamente, lamenta la perdita, non era altro che la partecipazione corale di un popolo alla costruzione della propria città, quando ciò significava (tra le altre cose), la costruzione di monumenti nei quali identificarsi: proprio quelli di cui perfino il Giedion (il primo ideologo della modernità), arrivati ad una certa fase, ne lamentava la mancanza (mi riferisco al manifesto “Nove punti sulla monumentalità come esigenza umana”, che l’ingegnere svizzero scrisse insieme a Leger e Sert). In tal senso, i grandi edifici termali dell’antica Roma, una delle tante istituzioni che la contemporaneità non riesce a rimpiazzare, neppure con le “nuove cattedrali del XXI secolo” (ovvero quei musei che, nella peggiore delle ipotesi, rischiano un (maxxi) commissariamento), possedevano un’aura di sacralità che non era certo inferiore a quella delle cattedrali propriamente dette, ovvero tutte quelle chiese che, nel Medioevo, furono costruite con quello spirito di partecipazione collettiva che non ha eguali nella Storia. Non a caso, il Bauhaus si poneva l’obiettivo di riesumarlo (basti pensare al manifesto programmatico del 1919, il cui testo era accompagnato dalla famosa xilografia di Feininger, che raffigurava una cattedrale, appunto). Considerazioni, queste, che prescindono perfino dalle regole dell’architettura, poichè quel (famigerato) concetto di “grado zero” propugnato dal Bauhaus, in se stesso non era meno radicale di quello propugnato (non a voce ma nei fatti), dai principali costruttori di cattedrali, i quali, com’è noto, non si ispiravano al “De architectura” di Vitruvio, ma, al massimo, al “Livre de portraiture” di Villard de Honnecourt, che non era certo un intellettualistico trattato scritto a tavolino, bensì un modesto taccuino scaturito dalla pratica di cantiere: quella svolta da chi, a dispetto dei propri “titoli”, non disdegnava certo di sporcarsi le mani al pari delle maestranze (sperimentando così in prima persona la fatica di un lavoro solo in apparenza stereotipato, e quindi l’importanza di quella fattibilità costruttiva che i vari Fuffas, al massimo, ritengono essere un problema da ingegneri e nulla più). Se la storia dell’architettura si identificasse con la storia delle tecniche costruttive, prima ancora che con la storia degli stili (o linguaggi che dir si voglia), ci accorgeremmo inoltre che il deludente contributo della penisola allo stile gotico (almeno se rapportato alle blasonate cattedrali d’oltralpe), potrebbe dipendere da considerazioni di ordine pratico, prima ancora che da quel presunto ritardo culturale ipotizzato da Zevi. Infatti, uno dei principali equivoci storiografici di matrice zeviana (forse il più persistente di tutti), è quello di considerare la gabbia struttiva dell’architettura gotica, con con tutte le sue bellezze “stilistiche” (“linee forza”, archi rampanti, vetrate istoriate), come l’espressione di un “grado zero” concettualmente analogo alla gabbia struttiva di cemento armato (ovvero una delle principali espressioni dell’architettura moderna). In realtà, dal punto di vista strutturale, non c’è nulla di più sbagliato, poichè la gabbia petrosa dell’architettura gotica, nei confronti delle azioni sismiche tende a comportarsi come un insieme di elementi autonomi, piuttosto che come un tutt’uno (che corrisponde al comportamento della gabbia di cemento armato). Questo per dire che la chiesa “neogotica” del Sacro Cuore del Suffragio, di Giuseppe Gualandi, non a caso ingegnere (e quindi più avvezzo alle questioni di tecnica che a quelle del “linguaggio”), è una di quelle chiese che, più che “falsa”, ci farebbe apparire “false” tutte le più blasonate cattedrali d’oltralpe, qualora fossero state realizzate in un territorio a rischio sismico come buona parte del territorio italiano. False, perchè, valutate a posteriori, difetterebbero della coerenza tra forma (intesa come “gabbia”) e potenzialità strutturale della stessa (intesa come risposta al sisma). Ciò premesso, io voglio augurarmi che almeno gli archivoccici più attenti, o, in altri termini, “non lobotomizzati” (per la gioia di Ettore), abbiano visitato, almeno una volta nella vita, la succitata chiesa, sebbene realizzata da un’anonimo ingegnere bolognese. In caso contrario, come incentivo a visitarla, mi permetto di segnalarvi 3 link a quello che era (e resta) “el dom de noantri”. Una cattedrale di un tempo ormai lontanissimo (ma più culturalmente che anagraficamente). Quando le cattedrali erano bianche (pur avendo una “grigia” intelaiatura di cemento armato):

    1) http://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_del_Sacro_Cuore_del_Suffragio

    2) http://www.flickr.com/photos/attilio47/8258072833/in/photostream/

    3) http://www.flickr.com/photos/fotofilo/5157784392/in/photostream/

    • ettore maria mazzola ha detto:

      ottimo Andrea

      • sergio 43 ha detto:

        Densissimi interventi di cui ringrazio gli avveduti estensori, profondamente inseriti nei dibattiti accademici (purtuttavia non posso credere che a un professore possa essere attribuita tutta la responsabiita’ delle sconfitte. Parliamo di immobili Facolta’ statali mica di peripatetiche Accademie ateniesi!). Quindi considerate le mie parole come quelle di un archiuoccio sbrigativo nel suo dire. Incolonno alcuni termini che mi hanno colpito, specialmente nell’intervento di De Martino: “perdita di qualcosa di profondo”, “costruzione di monumenti in cui identificarsi”, “aura di sacralita’, sia laica sia religiosa”, ecc. ecc. Racconto soltanto due mie esperienze. Ritto in piedi su una piattaforma del Beaubourg mi accorgo di una cosa che mi affretto a fotografare: ai tralicci e agli anatomici mensoloni di Piano e Rogers rispondono i tralicci gotici di Notre Dame e laggiu’ in fondo i tralicci della Torre Eiffel. Provo il piacere di pensare che i due architetti moderni abbiano saputo interpretare secoli e secoli di una peculiare tecnica costruttiva cosi’ come Parigi , a livello urbanistico, abbia mantenuto, attraverso l’asse Place de la Concorde, Champs Elisee, Etoile, Defense, il Cardo di Lutetia Parisorium. Due: stavo sul terrazzo dell’edificio piu’ alto del mio Casilino 23 e colgo come anche Calatrava abbia saputo intepretare con la sua cupola (non ultimata) che monumentalizza la piu’ povera periferia romana, il Genius strutturale precipuamente nostro. Alla vicina cupola di Don Bosco risponde laggiu’ la cupola di Santa Maria Maggiore e altre, via via, fino alla lontana cupola vaticana rammemorando invece la madre di tutte con i suoi strutturali lacunari, il Pantheon. Penso che ogni agglomerato urbano a ogni latitudine conservi il suo senso profondo. Brasilia, Chandigar, Abu Dabi? Sono l’ineluttabile, e perche’ no, felice risultato di un ossimoro: il pianeta globalizzato (a beneficio di altri sinceri innamorati, ricordiamo che in lontani paesi hanno costruito al contrario nuovi ambienti urbani imitando un villaggio austriaco).

    • sergio de santis ha detto:

      Caro Andrea,
      Quale sarebbe quel processo che oggi potrebbe sostituire “la partecipazione corale di un popolo alla costruzione della propria città, quando ciò significava (tra le altre cose), la costruzione di monumenti nei quali identificarsi” ? … oppure intendi con i capoversi di apertura proprio affermare che anche oggi, per risolvere la questione, è necessario che ci sia “la partecipazione corale di un popolo alla costruzione della propria città”,

      Cosa intendi per partecipazione corale alla costruzione della propria città?

      1) partecipazione corale alla progettazione … tutti a progettare su ogni singolo progetto!
      2) partecipazione corale alla progettazione… nel senso che dopo che è stato fatto un progetto lo si propone alla popolazione e questa con il metodo della democrazia lo approva o meno…ogni volta
      3) partecipazione corale alla realizzazione … tutti a lavorare … faticamo tutti … siamo contenti … l’opera è anche un po’ nostra pure se fa cagare ….

      4) puoi spiegarmi con precisione quali sarebbe secondo te i metodi partecipazione corale applicati effettivamente a quei monumenti di cui parli , in quei tempi, che possano essere compatibili oggi con le nostre modalità , almeno quelle scritte, (me sa manco quelle…) di esercizio dei diritti e della democrazia?

      O si tratta di qualcosa “di meno materiale” … diciamo … di più simbolico … che ne so … un rito?
      Vorrei capire bene ‘sto qualcosa di più profondo che ce siamo persi … e come tu ben sai … senza alcuna ironia

      e grazie …
      Sergio

      • Francesco ha detto:

        Forse sarebbe il caso di iniziare a discutere seriamente, ma molto seriamente, l’ eventuale attuazione della seconda ipotesi. Non sarebbe nulla di trascendentale, basterebbe istituire delle circoscrizioni territoriali, dando la possibilità a chi vi risiede di esprimere (in modo vincolante, s’ intende) il proprio parere (solo per i concorsi pubblici?)…non è una cosa infattibile, basterebbe che qualcuno iniziasse a parlarne con una certa convinzione. D’ altronde questo blog è frequentato da diversi professionisti romani del settore…l’ autore è un professore della Sapienza a Valle Giulia…insomma persone il cui parere potrebbe avere anche una certa autorevolezza in un eventuale dibattito.

      • Andrea Di Martino ha detto:

        “Libertà non è uno spazio libero. Libertà è partecipazione”, recitava una nota canzone di Gaber. Ma questa frase acquista un senso compiuto solo se la partecipazione è intesa nel senso più ampio possibile. Se partiamo dal presupposto che la parola vale nella misura in cui coaudiuva l’azione, allora ammettiamo l’esistenza di circostanze nelle quali la parola (anche intesa come manifestazione di assenso generalizzato), diventa complementare all’azione (intesa come costruzione). In tal senso (e solo in tal senso) avevo parlato di “partecipazione corale di un popolo alla costruzione della propria città”. Che l’architettura delle terme fosse oggetto di consenso generalizzato, lo dimostra il fatto che le terme erano frequentate con regolarità da tutti i cittadini dell’urbe: dal primo dei patrizi all’ultimo dei plebei. Monumenti nei quali identificarsi, in quanto concepiti come case comuni (proprio come le cattedrali), almeno in quei casi (che poi sono la maggioranza), in cui se entrava a gratise, a differenza delle nuove “cattedrali del XXI secolo”, dove pe’ entrà devi pure pagà (13 euro per il museo di Morticia e 11 per quello di Zazà: praticamente un salasso, almeno in rapporto alle collezioni in essi contenute). Il fatto poi che il citato manifesto di Giedion, Léger e Sert sia stato scritto nel 1943, dimostra che l’esigenza di monumentalità costituiva un problema già parecchi decenni prima del “problema Rossi”. Circa le possibili proposte finalizzate a rimpiazzare le terme e le cattedrali (quelle vere), io non mi sono neppure pronunciato, perchè non era questo lo scopo del mio intervento. Molto più modestamente, io ho solo cercato di mettere in evidenza ulteriori contraddizioni insite nella teoria del Brandi, ovvero quella teoria che disapproverebbe la chiesetta armena indipendentemente dal suo reale costo di costruzione (e tu sai benissimo quanto sia radicata tale teoria nelle università italiane). Per questo mi sono avvalso di esempio concreto: la citata chiesa “neogotica” del Gualandi. Con ciò, non credo neppure di essere andato fuori tema, perchè il tema del post era quello del linguaggio in architettura, come preannunciato nel titolo stesso del post, che poi non è altro che la riproposizione di un commento: quello di Francesco, studente di giurisprudenza: uno dei tanti non addetti ai lavori che però, date le circostanze, vorrebbero far sentire la propria voce. Il che, se ci pensi, è istintivo come respirare, perchè l’architettura si può anche vedere come un campionario di edifici che non ci appartengono, però si tratta di un campionario che, nel suo insieme, costituisce la città. E la città, nel bene e nel male, appartiene a tutti. Ergo: tutti (ma proprio tutti) devono sentirsi in diritto di giudicarla, anche a partire dal singolo edificio, magari anche solo perchè ci passiamo davanti ogni volta che usciamo. Per il resto, ciò che tu avevi definito “esercizio di stile” (senza che ciò ti abbia impedito di usare la parola “bella” riferita alla chiesetta armena), io preferisco chiamarlo “citazione” (non foss’altro perchè l’espressione “esercizio di stile” mi ricorda troppo la bislacca teoria del Brandi). E allora, se è vero, com’è vero, che il senso di una citazione dipende dal contesto in cui la si usa, ho un motivo in più per ricordarti che anche A. Rossi (che non era certo un architetto formatosi alla Notre Dame), si è avvalso della citazione: precisamente, nella seconda schiera di case della Friedrichstadt a Berlino, in mezzo alla quale spicca la ricostruzione di una parte del cortile di Palazzo Farnese, incastonata in mezzo a una serie di prospetti coloratissimi. Questo per dire che la citazione non è “una bombola d’ossigeno attaccata ad un cadavere” (sempre per usare un’altra delle tue espressioni, che sicuramente non voleva offendere la Notre Dame, ma soltanto alludere alla marcia inarrestabile del progresso). Del resto, se la citazione fosse davvero “una bombola d’ossigeno attaccata ad un cadavere”, la Notre Dame neppure esisterebbe, tantomeno in un paese (gli USA), che nonostante la crisi è ancora la prima potenza industriale del pianeta (e quindi il principale vettore di quella marcia inarrestabile del progresso cui alludevi tu con la tua infelice espressione). Per il resto, è evidente che il citato intervento berlinese di Rossi può piacere o non piacere; e se questo è vero per una singola architettura, figuriamoci per un manufatto infinitamente più complesso come la città: sicuramente uno di quei manufatti che non riuscirà mai a mettere tutti d’accordo. Ciò nondimeno, ti faccio notare che il pdf allegato al tuo ultimo post (quello relativo a quella pregevolissima iniziativa nota come “City BeautifIcation AWARDS”) contiene una serie di immagini che, per lo più, mostrano edifici e spazi pubblici (foss’anche semplici cortili), che non sono certo “contemporanei” nel senso che un docente di oggi darebbe a quella parola. E questo, caro Sergio, la dice lunga su come la maggior parte della gente vorrebbe che fosse la propria città. Anche per questo, io vorrei tanto che simili iniziative trovassero spazio anche da noi, ma conoscendo i nostri fottuti politicanti, dubito fortemente che questo possa accadere. Con ciò, spero di aver risposto alle tue domande. Naturalmente, resto a disposizione per qualsiasi altra richiesta di chiarimento. Domande chiare per risposte chiare, perchè Archivocce è un servizio pubblico che rendiamo all’Italia. E non solo ad essa, poichè, grazie alla rete, ci seguono anche dall’estero. Nun se famo riconosce come la solita Itaglietta. Grazie.

  6. ettore maria mazzola ha detto:

    ottimo Andrea,
    nulla da aggiungere se non una precisazione, che non è diretta a te ma a chi parla di “citazioni e bombole d’ossigeno”.
    Nè gli “architetti tradizionali” seri, né alla Notre Dame, l’architettura va avanti per “citazioni”, ma semplicemente lavorando in continuità con il carattere e la tradizione locale. Le citazioni potevano far parte della cultura post-modernista, che ha avuto il merito di aver dato uno scossone contro la pialla modernista. Poi le cose sono andate avanti. Ricordo che, come ho raccontato un paio di mesi fa dopo aver dovuto lavorare a braccetto con Michael Graves, egli stesso ammise che lui (e la sua generazione) una volta giunto a Roma per il premio dell’Accademia Americana, dovette rendersi conto che, per colpa della sua formazione con Gropius e Mies, era profondamente ignorante (per la precisione si definì un illetterato) perché gli era stato impedito di studiare certe cose, così nella sua professione è andato avanti da “amante” di certe cose, spesso citandole gratuitamente nei suoi progetti. Oggi la storia (almeno da qualche parte) si studia e anche bene, sebbene nella maggioranza dei corsi di progettazione venga fatto divieto di relazionarsi al passato. Quindi sta a noi decidere il da farsi in base alla nostra sensibilità … una sensibilità che è molto più colta di quella della generazione delle “citazioni”

    • sergio de santis ha detto:

      … sei confuso … ti invito ad una esposizione più ordinata … e ad una più precisa attribuzione dei “pensieri” …
      Un caro saluto,
      SDS

  7. sergio de santis ha detto:

    Caro Andrea,
    Vabbè!
    … ‘sta partecipazione corale alla costruzione della città deve essere ampia e la parola deve essere complementare all’azione … e allora?
    Mi sembra che comunque si resti in uno stato di astrazione e di pura teoria … qui si tratta di discutere un modello che risolva praticamente il principio!
    Per quanto si possa sostenere la validità di un modello di condivisione di un “monumento” come quello delle Terme … ecco … su questo circostanzierei un poco meglio … le Terme Romane come modello di condivisione dei valori espressi da una volontà di agevolare in “senso alto” la vita pubblica, come magari poteva succedere meglio per strutture simili nell’antica grecia, mi sembrano francamente un poco deboli, visto anche l’alto senso pratico “appiccicato” dai romani alle “cose” … ‘ste terme che come tutti sappiamo erano un po’ si un po’ no gratuite e che nascono comunque come un business, non erano poi tutto sto principio de virtù … a parte come vengono rappresentate nelle varie opere degli anni a noi più vicini … erano sostanzialmente posti che venivano costruiti da una parte perché i poveracci se dovevano pure lavà’ e se non sbaglio me pare pure che non se lavassero insieme ai “patrizi” , che le terme spesso ce l’avevano a casa loro … e dall’altra venivano pure costruite con scopi di convenienza … l’imperatore così come faceva scannà i gladiatori nell’arena … te concedeva pure il lusso de lavatte se eri ‘n poveraccio … e se eri un patrizio t’agevolava i rapporti co’ l’artri “patrizi”… certo è che non possiamo avere dubbi sulla loro utilità in senso sociale … buono favorire i rapporti in pubblico tra i cittadini … e non possiamo nemmeno averli sulla grandiosità e la bellezza degli impianti architettonici …
    E quindi noi? …manco un museuccio gratis? beh .. che dire … qui siamo debolucci effettivamente … se pensiamo che per esempio che a Londra … o in Inghilterra si entra gratis , tutti i giorni , nei musei pubblici … certo un poco di giramento ti viene … ma questo credo che attenga alla fetida gestione della cosa pubblica italiana … lì penso proprio che non ce la faremo mai …
    Io direi di saltare Leger Sert Giedion circa l’esistenza di un problema sulla qualità dell’espressione della monumentalità … ma non salterei a piè pari Rossi relativamente al tema della citazione che, a prescindere dall’opportunità o meno data da un determinato contesto, è certamente un tema che ha affascinato e può affascinare ogni architetto con un minimo di sensibilità .. saperlo fare è poi un altra cosa …
    Coglierei l’occasione per ricordarti di ricordare al Mazzola che il tema della “citazione” l’hai sollevato tu e non io … per questo gli ricordavo di essere più preciso ….
    Però tornerei a bomba sul tema delle proposte finalizzate a rimpiazzare nel pratico quei “sistemi condivisi della antichità” … a riempire quel buco … quella mancanza generata “dall’orrido mostro moderno” … quella mancanza intesa come “assenza del senso di appartenza” … che poi detto così … e per come abbiamo cominciato a pastrugnarlo ‘sto senso di appartenenza … più ne parliamo e più invece mi sembra che in fondo … in mezzo alle nebbie del pensiero “lobotomizzato” qualcosa si vede … e più ne parliamo e più lo vedo quel qualcosa che s’allontana dall’architettura per confondersi invece con la nostra realtà di uomini … come se avessi l’impressione che il vero senso di appartenenza che abbiamo perso sia in realtà quello all’indirizzo di noi stessi …
    riflettete fratelli … riflettete …
    Insomma una cura non ce l’hai …
    però ti interessa discutere quella teoria di Brandi che “disapproverebbe” la costruzione di una bella chiesetta armena in un paesino del Nagorno Karabakh … ma sei propro sicuro di questo? Per come la penso io quella chiesetta non la vedo nemmeno come un falso artistico …anzi la vedo perfettamente allineata al tempo ancora vissuto in quei luoghi puri … questo quindi non avrebbe creato nessun fastidio nemmeno all’eventuale “brandiano” di passaggio!
    … pensaci…
    … sui costi di costruzione torneremo anche in relazione al post Barocchi e Tarocchi o Tarocchi e Balocchi o qualcosa del genere …
    e che la volemo fa’ passa’ così?
    Sulla questione dell’esercizio di stile direi che tutto ciò che viene progettato secondo regole comunemente accettate , senza cioè che siano applicate alla forma ed allo spazio ricerche particolari nel tentativo di avanzare nell’espressione, ovvero nel senso di una sempre maggiore corrispondenza nella trasformazione della materia ai propri tempi … beh … io quello continuo a chiamarlo “esercizio di stile” … brandiano o no … la vuoi chiamare citazione ? Va bene lo stesso … al di là delle parole non mi sembra che il senso della cosa cambi di molto …
    anche se …
    anche se quella che tu chiami citazione nel caso di Rossi mi sembra qualcosa di molto diverso da quella che chiami citazione nel caso della bella chiesetta armena costruita in un lontano villaggio del Nagorno Karabakh dove le chiese si costruiscono così e basta! … e me la voi chiamà citazione? capito? …. non ce niente da inventare … e me sembra pure giusto … vista la situazione … insomma mi sembra che le cose ti si confondano un poco … ma non tantissimo come a EMM …
    A seguire.
    la città la dobbiamo giudicare tutti…
    !!! almeno quello …
    la frase invece poi era:
    “Costruire oggi una chiesa secondo gli schemi dell’ architettura classica equivale ad attaccare una bombola d’ ossigeno ad un morto…”
    e significa una cosa semplice …
    pensare di passare attraverso la restaurazione dei codici per superare i malanni dell’architettura moderna è effettivamente come attaccare una bombola di ossigeno ad un morto … non sortirà alcun effetto … il morto …l’architettura moderna … oggi è sostanzialmente morto … in realtà trattasi di un corpo in profondo stato comatoso che non rivivrà, per quanto ne vogliano alcuni, con la debole soluzione “dell’ariappicicamoce li codici e l’ordini” ma solo attraverso radicali e profondi cambiamenti nella interpretazione del moderno … interpretazione nella quale tecnologia e nuovi materiali non siano comunque nemici …
    Oggi è necessario superare la mediocrità della preparazione ed è fondamentale recuperare l’importanza e la coscienza dell’urbanistica che ritengo, come attività molto pratica, legata agli aspetti anche più “minuti” dell’architettura e di fondamentale importanza per tenere insieme i pezzi di una cultura del moderno che schizzano di qua e di là accellerati dal frullatore del progresso tencologico …
    Ecco … mi pare anche che una parte grave e grande di colpa ce l’abbiano più dei Meier che costruiscono le Are Pacis in giro per il mondo , quei quattro o quattrocento cojoni di urbanisti da due soldi che distruggono le nostre città la dove queste mettono nuovi germogli !
    Andrè …
    te saluto…
    S.
    p.s.
    Ho postato il City Beautification Award semplicemente per chiarire come in taluni luoghi ci sia attenzione alla sorte del proprio territorio … parlo della capoccia della gente … ti potrei postare luoghi in cui si agisce più o meno nella stessa maniera ma in un contesto di architettura decisamnete moderna …
    Ciao!

    • Andrea Di Martino ha detto:

      A Sè, mo nun stamo a fa’ i filosofi (che poi magari se lamentamo pure se i non addetti ai lavori ce piano per culo). Da che monno è monno, la citazione non è altro che una copia, proprio come quanno famo er “copia e incolla” de ‘na quarsivoja frase estrapolata da ‘n quarsivoja testo, “classico” o “romantico” che sia. Certo, un conto è copiare una parte di qualcosa (come nel citato edificio di Rossi), un altro conto è copiare tutto di qualcosa (o quasi tutto, diciamo così, perchè io faccio davvero fatica a pensare che la chiesetta armena non rechi, sia pure in piccolissima parte, la firma dell’autore, magari anche solo a livello di singoli dettagli come un particolare decorativo, l’altezza di una trabeazione, la dimensione di un vano e/o di una finestra). Ma il punto è: se ammettiamo la possibilità di copiare una parte di qualcosa (sebbene la teoria del Brandi ci vieterebbe anche quello), per quale motivo dovremmo vietare la possibilità di copiarla integralmente? (o quasi, nel senso che dicevo prima). A dispetto del Brandi, la Notre Dame esiste, e gode di un certo prestigio. E questo è un fatto. Porfirios esiste. E anche questo è un fatto. E lo dico senza nessuna volontà di sponsorizzare l’architettura di Porfirios. L’ipotesi che un brandiano possa approvare la chiesa in questione nel sito d’origine, non interessa nè a me nè tantomeno al dibattito. Ti ricordo, infatti, che tu ed Ettore vi siete già accapigliati su un punto ben preciso: quanto costerebbe tale chiesa se fosse realizzata in Italia. E’ quindi figurandocela in Italia che ci interessa il suo impatto con la teoria del Brandi (visto il radicamento di tale teoria nelle nostre università). E’ quindi sotto tale ipotesi che io ho fatto le mie considerazioni. Chiaro, no? Se poi mi dici che hai postato il “City BeautifIcation AWARDS” solo per “chiarire come in taluni luoghi ci sia attenzione alla sorte del proprio territorio”, allora le immagini visibili nel relativo pdf non sono altro che la conferma di una legge di natura, ovvero quella naturale relazione tra la cosa (intesa come valore) e la cura della stessa (intesa come salvaguardia di quel valore). Infatti, al di là del premio elargito come incentivo (beninteso, encomiabile), è evidente che se una cosa ti soddisfa, è probabile che te la curi. Se nun te soddisfa, che cazzo che voi curà??? Prova a confrontare (anche mentalmente) il Corviale con la Garbatella, e poi mi saprai dire! Se poi, come dici tu, avresti potuto “postare luoghi in cui si agisce più o meno nella stessa maniera ma in un contesto di architettura decisamente moderna” (ammesso e non con(cesso) che la Garbatella sia “antimoderna”), allora tanto vale che li posti ‘na vorta pe’ tutte ‘sti esempi che dovrebbero servì da contraltare a luoghi come la Garbatella o giù di lì, anche al fine di sottoporli all’attenzione dei non addetti ai lavori (non foss’altro perchè ‘sto dibattito è stato scatenato da uno de loro!). Sarebbe auspicabile anche ai fini di quella “cura” cui alludevi tu, sennò più che un servizio di divulgazione, rischiamo che Archivocce diventi un servizio di intrattenimento di natura umoristica (per la gioia di coloro che hanno fatto dell’architetto contemporaneo la figura professionale più caricaturizzata della Storia). Del resto, se ai fini del (pur sacrosanto) audience, puntassimo tutto sull’umorismo, rischieremmo di soccombere sotto il peso di “LPP”, il cui radicamento sul territorio è garantito dalle “presS/Tletter” (difficile pensare a qualcosa di più efficace sotto il profilo umoristico). Una volta di più dobbiamo quindi accogliere il suggerimento di Francesco: quello cioè di acquisire una “certa autorevolezza in un eventuale dibattito”, perchè oramai è chiaro a tutti (non solo a Francesco), che la gente non ne può più di tutto questo presS/Appochismo. Grazie.

      • sergio de santis ha detto:

        Andrea,
        sei il cosidetto tipo che a Roma chiamiamo “quello che se la canta e se la sona” …
        e come al solito te la cani e te la soni in maniera un poco arruffata … ma comi ti dicevo 357 post fa … sei giovane … e ti farai!

        Io ho la “vaga” sensazione che ti sfugga momentaneamente il senso più profondo del termine citazione …che è anche il motivo vero per cui nell’arte la si usa …
        permettendoci solo per un momento di includere in questa categoria anche l’architettura e giusto per via di quei rari casi in cui si è resa tale … l’architettura … arte …
        Mi sembra comunque che in parte la risposta te la dai da solo … infatti che copiare “tutto di una cosa” difficilmente si possa definire citare qualcosa sembra quasi espresso in quello che scrivi e che comunque non riesce mai ad essere definitivamente chiaro …
        Ti faccio un esempio … se mentre stai andando a Tor San Lorenzo decidi de girà per Ardea , ma lì … proprio al bivio ti fermi e dopo un paio d’ore decidi di costruirci la copia esatta di San Pietro e magari in cinquanta anni ci riesci , secondo te hai fatto una citazione o una copia?
        Vabbè … lasciamo perdere …
        Nel caso “di una bella chiesetta armena costruita in un lontano e sperduto villaggio del Nagorno Karabakh da un amico di Ettore” io francamente non ricordo nemmeno più se l’intervento in questione è stato realizzato in quanto precedentemente distrutto e ricostruito in poco più in là esattamente come era oppure se l’architetto ha costruito la chiesetta semplicemente nel classico stile locale … hai capito no? … che ne so …ti ricordi quando camminavamo insieme per il centro di Atene e ad ogni angolo incontrando una chiesetta bizantina tu, molto più giovane a quel tempo , mi chiedevi sempre : “a Se’ … ma ste chiesette so tutte uguali?” … e io che paziente ti rispondevo ingenuamente: “guarda bene Andre’ … non sono uguali … sono realizzate nello stesso stile”.
        Per quanto riguarda la polemica sulle teorie di Brandi devo dire che non la trovo interessante, parlarne mi sembra così sterile al punto tale da non riuscire a partorirci sopra nemmeno un poco di ironia, condizione che ritengo essenziale nell’incedere verso l’ignoto…
        Brandi esiste, Porfirios esiste, la Notre Dame esiste e quindi pure Mazzola, Ctonia si … Galassi? mica tanto!…se sarà sdoppiato in qualche altra sottounità? … ed esiste fortunatamente ancora anche il mio studio …
        Per quanto riguarda il brandiano di passaggio in quello sperduto villaggio mi rendo conto che ti è sfuggito il senso della mia battuta … ma certamente per via del fatto che mi sono espresso in maniera non adeguata alla piranesiana struttura dei tuoi lobi.
        Volevo dire che la chiesetta in questione probabilmente non è nè una citazione nè una copia ma semplicemente una nuova costruzione che è stata realizzata in quello che può essere inteso in N.K. “ancora” come lo stile locale in uso attuale … tipo … dico tipo … Giovannoni a C.G.A. … da cui nessuna opposizione … chiaro? Mo però basta co ‘sto Brandi!
        E comunque … finchè me dici che l’argomento non interessa te … va pure bene … ma quando te vuoi sostituire “AL DIBATTITO” (CHE ME FAI VENI’ IN MENTE LA CORAZZATA POTEMKIN) mi fai sorridere … credimi … c’hai un effetto terapeutico …
        anche il modo in cui relazioni la questione dei costi (che non hai colto nella giusta maniera) alle teorie di Brandi mi sembra “leggermente svalvolato” …
        Sul City Beautification Award …parlo di mentalità … cioè di quella educazione che ti permette di partecipare alla collettività in maniera costruttiva …cosa che nonè certo l’elemento tipico dell’italiano medio … su Garbatella e Corviale c’hai le idee confuse … e questo non ti permette … di considerare alcune questioni importanti , anzi importantissime che affondano le radici nella questione sociale … ti lancio giusto un boccone … vatti a vedere certi interventi del 23/24 sempre a Roma “paragonabili” architettonicamente alla Garbatella ma nel quale vivere non fa così “fico” e ti accorgerai da cosa nasce il degrado .. non ci arrivi? …te lo dico io … dalla minore capacità economica (avevo scritto povertà)! … ma ne riparleremo perchè è evidente che ci sono anche altre questioni … solo che al momento la cosa come l’hai messa tu è un pò troppo grossier … bisogna riprendere fiato …
        sugli esempi uguale … però anche qui te lancio un boccone … guardati, tanto per parlare di moderno, So.Be. … e poi mi dici !
        Divulgazione, intrattenimento, professione caricaturizzata, audience, umorismo, autorevolezza, dibattito, Luigi Prestinenza Puglisi?
        Aoh!
        Datti una calmata che è meglio!
        Un caro saluto,
        S.

  8. ettore maria mazzola ha detto:

    Cari Sergio e Andrea,
    bene! Mettiamo da parte l’ascia di guerra, prendiamo il calumet della pace e iniziamo a parlare senza inutili e sterili battibecchi e rodimenti.
    Chiunque abbia parlato di “citazioni” non ha importanza, quello che conta è iniziare a capire da che parte andare e perché.
    Sono ben felice di vedere che si stia dando in testa agli urbanisti e non solo agli architetti … ma questo è uno dei tanti problemi causati dalle “specializzazioni” di una disciplina, l’ARCHITETTURA, che non dovrebbe mai scindere la progettazione della città da quella degli edifici … semmai dovrebbe guardarsi maggiormente intorno e aprirsi all’interdisciplinarità, coinvolgendo una serie di materie nate per studiare gli effetti collaterali dell’operato degli architetti … del resto Vitruvio nel primo libro è molto chiaro nel descrivere quelle che dovrebbero essere le conoscenze dell’architetto per esser riconosciuto come tale!
    Detto ciò, penso che occorra anche fugare qualche malinteso, non nostro di questo blog, ma molto più antico. Un malinteso che guarda all’antica Roma, o all’antica Grecia, ed ovviamente al Rinascimento, come unici modelli storici da considerare come validi (tra coloro i quali rispettano la storia … ovviamente) per pensare al come migliorare le città e l’architettura.
    Io penso infatti che dovremmo invece iniziare col riconsiderare seriamente ed onestamente il medioevo, troppo semplicisticamente accantonato come l’epoca buia!
    È nel periodo dei Comuni infatti che viene a svilupparsi (o a rinascere se vogliamo) il senso della città, il senso della comunità, la “voglia di comunità” per dirla come Zigmunt Bauman, è nel medioevo dei Comuni che si viene a sviluppare il senso del bene e del bello condiviso. È nel medioevo che si sviluppa maggiormente quel “senso di appartenenza” sfociato nel “campanilismo”. È nel medioevo che vengono a svilupparsi straordinari codici urbanistici e statuti urbani come quelli di Siena, Vicenza, Orvieto, ecc., ovvero ben oltre due secoli prima del progetto di Pienza che viene erroneamente (per ragioni ideologiche) ritenuto il primo esempio di progetto urbanistico degno di nota.
    Quando parliamo quindi di capire da dove si debba ricominciare, penso che occorra, con umiltà, studiare i modi e gli strumenti in cui gli abitanti di questo pianeta hanno saputo rimboccarsi le mani e ripartire all’indomani di qualche disastro.
    Per far questo, come ho detto, occorre innanzitutto fare un bagno di umiltà e comprendere, una volta per tutte, che l’architetto non è il depositario del verbo, ergo l’unico abilitato ad esprimere giudizi e trovare le soluzioni per riparare i danni che egli stesso ha creato.
    Non è un caso se abbiamo appena assistito a dei commenti “illuminanti” lasciati da Francesco, uno studente di giurisprudenza, il quale sembra avere le idee molto più chiare di tutti noi su certi argomenti! … Non sarà mica perché egli non ha subito alcun lavaggio del cervello sui banchi universitari?? Io penso proprio di si, del resto è da diversi anni che vi sbomballo con la storia della “lobotomia”.
    Quindi, quando parliamo di “processo partecipativo” necessario a rivedere il modo di progettare, significa proprio un doversi aprire al dialogo ed ascoltare gli altri, prima di autoproclamarsi il demiurgo di turno!
    Del resto, all’inizio della fine, ovvero al termine del IV CIAM del ’33, Fernand Léger, uno dei pochi presenti con un po’ più di senso logico, ammonì il dittatore Le Corbusier e i suoi adepti con queste parole:
    «penso che la vostra epoca eroica sia conclusa […] Lo sforzo di pulizia è terminato. Fermatevi perché state superando il limite […] Un’élite ha seguito la vostra epoca eroica. È normale. Avete costruito delle case per gente che era all’avanguardia […] Voi volete invece che le vostre idee si estendano .. che la parola “urbanistica” domini il problema estetico”. […] “L’urbanistica è sociale. Siete entrati in un campo del tutto nuovo, un campo nel quale le vostre soluzioni pure e radicali dovranno combattere […] Abbandonate questa minoranza elegante e accondiscendente […] Il piccolo uomo medio, l’“urbano”, per chiamarlo col suo nome, è preso da vertigini […] Voi avete creato un fatto architettonico assolutamente nuovo. Ma da un punto di vista urbano-sociale avete esagerato per eccesso di velocità. Se volete fare urbanistica credo dobbiate dimenticare di essere degli artisti. Diventate dei “sociali” […] tra la vostra concezione estetica, accettata da una minoranza, e la vostra visione urbana, che si trova ovunque in difficoltà per l’incomprensione delle “masse”, c’é una rottura […] avreste dovuto guardare all’indietro: avreste visto di non avere seguito […] C’è bisogno che uomini come voi osservino più attentamente uomini che stanno dietro e a fianco di loro e che si attendono qualcosa, […]. Rimettetevi i vostri piani nelle tasche, scendete nella strada, ascoltate il loro respiro, prendete contatto, confondetevi con la materia prima, camminate nel loro stesso fango e nella stessa polvere»
    A questo punto, senza andare troppo lontano chiedendo di tornare al medioevo (sebbene una lettura dei codici urbanistici di quell’epoca risulti estremamente utile) penso che, volendo capire come e perché sviluppare un processo partecipativo per migliorare l’urbanistica e l’architettura delle nostre città – lo ricorderò fino alla noia – basta tornare indietro di 103 anni e studiare l’operato di Domenico Orano e del Comitato per il Miglioramento Economico e Morale di Testaccio, nonché il criterio di gestione degli appalti dell’ICP del tempo e la capacità di architetti (ingegneri in realtà) come Giulio Magni e Quadrio Pirani i quali, ascoltate le richieste del Comitato, seppero trasformare il quartiere più pericoloso e malfamato di Roma in un “gioiello” in grado di migliorare le aspettative di vita dei residenti, ridurre drasticamente il livello di mortalità e, soprattutto, risolvere il problema della disoccupazione imperante, migliorando infine le finanze del Comune di Roma.
    È dunque inutile che gli architetti pretendano di voler inventare ogni giorno la ruota … essa è già stata inventata! Essi debbono limitarsi a rimetterla in funzione e, gradualmente, essa saprà evolversi in maniera naturale, senza necessariamente doversi avvalere dell’intervento di un nuovo Dio che deve le sue conoscenze a sé stesso, neghi tutto il passato obbligando gli esseri umani a fargli da cavie per sperimentare il suo nuovo sistema che, molto probabilmente, si rivelerà errato!
    Tutto si evolve, anche le tradizioni … ma gradualmente e molto lentamente!
    I geni del passato sono venuti fuori da lunghe gavette e da una pratica di cantiere basata sulla conoscenza della tradizione. Molti di questi geni sono stati riconosciuti tali a posteriori, molti sono rimasti nell’anonimato, o hanno avuto molta meno fortuna di alcuni loro contemporanei, sebbene abbiano operato anche meglio di altri. Non siamo noi a doverci sentire legittimati a credere di essere dei “poeti” dell’architettura, più umili saremo, più ci adatteremo alle reali esigenze del genere umano, più la gente tornerà ad amare e comprendere la nostra professione. Scendiamo dal piedistallo!
    Ciao
    Ettore

  9. Andrea Di Martino ha detto:

    Credimi Sergio, vorrei poter replicare all’accusa di mettere troppa carne sul fuoco senza mai riuscire a cuocerla al punto giusto, diciamo così, ma quand’anche volessi dimostrare che la tua accusa deriva dall’attribuzione di cose non dette, mi rendo conto che il mio potrebbe sembrare un atteggiamento inutilmente cavilloso, tipico di chi vuole avere sempre l’ultima parola, pur trattandosi, in realtà, una pura e semplice questione di principio, tipica di chi crede in qualcosa. Posso solo dirti che in questo qualcosa (qualunche cosa sia), io ci ho creduto fermamente fino al momento di una replica (la tua), che più che una replica è un “colpo di grazia”. Prova a metterti nei panni di uno che ha appena scoperto che la Garbatella è un quartire che è stato concepito per classi agiate (o che comunque è diventato tale nun se sa bene pe’ quale motivo); oppure che esistono “certi interventi del 23/24 sempre a Roma “paragonabili” architettonicamente alla Garbatella ma nel quale vivere non fa così “fico” (in quanto abitati da (presunti) indigenti, n.d.r.); oppure che la teoria del Brandi è molto più elastica di quanto possa apparire ad un’analisi superficiale (la mia). E’ come se ciò in cui hai sempre creduto, all’improvviso si trasformi in qualcosa di inutile, già solo per il fatto di non averlo saputo neppure descrivere. E allora, caro Sergio, a quale certezza posso aggrapparmi se non alla certezza di relegare ad altri la difesa delle mie certezze? (anche solo al fine di descriverle in modo chiaro). Consentimi di credere almeno a questo, visto che ora come ora non posso più credere in nient’altro. Vorrei ma non ce la faccio. Non dopo la tua replica. Sento che le forze mi stanno abbandonando…

    • sergio de santis ha detto:

      Andrea,
      la tua ironia è sempre molto apprezzabile … mi fa sentire a mio agio … e le questioni di principio non sono mai da me schifate pertanto qualora trovassi la forza, tornando dai campi elisi (perchè mi sembra che verso quelli ti sei indirizzato ) possiamo pure parlarne … in alcune questioni quel problema tipico “dell’ultima parola” non trova motivo di essere se l’argomento ha contenuti che possano reggere in piedi più di qualche replica … il fatto è che bisogna avere la forza di andare avanti per chiarire alcune questioni … sempre che questo sia nell’interesse di chi discute … guarda per esempio lo scambio con Cpuntino nel post L’Edizione Definitiva … quella si che è una discussione scema … che merita di essere interrotta in quanto la zecca s’attacca senza motivo e solo pe’ succhià’ un po’ de sangue …
      Cosa vuoi dire precisamente quando mi parli di “credere in qualcosa”?
      O anche …
      Cosa c’è di incomprensibile nell’affermare che esistono “certi interventi del 23/24 sempre a Roma “paragonabili” architettonicamente alla Garbatella ma nel quale vivere non fa così “fico”?… è così! … la Garbatella ha vissuto da certi anni in poi una nuova gioventù dovuta anche ad una spinta arrivata da tante e diverse direzioni … anche dalla televisione … spinta che ha sostenuto quel quartiere oltre quello che era pensabile … avere la casa alla Garbatella “fa fico” .. è così … se tu vai a vedere certi lotti per esempio a Monte Sacro …costruiti dall’ ICP che forse non così belli come la Garbatella ma comunque apprezzabili … ti rendi conto di come l’aria cambi … e come non facendo “fico” ‘ste casette alla fine rimangono nelle mani di una classe sociale che , essendo dotata di minore capacità economica, pur apprezzando il valore del luogo in cui vivono non riescono a curare (come invece facevi notare per la Garbatella) i luoghi facendoli così scivolare nel degrado … e questo non curare non significa non amare … te lo posso assicurare … ma questo te lo ricordo perchè segnalavi il confronto Garbatella /Corviale sulla base di una presunta accettazione e conseguente cura dell’una ed altrettanto rifiuto con altrettanto disprezzo per quei luoghi dell’altro … io sono d’accordo sul fatto che quella merda di edificio non si sarebbe dovuto costruire ma per quanto mi riguarda è anche vero che al di là del problema della qualità della vita di chi ci vive (che è sempre e comunque il punto principale) bisogna dire che, anche alla luce di certe esperienze simili su estero, forse si sarebbe dovuto provare ad operare un recupero, per quanto possibile, capace di agevolare pian piano un certo minimo senso di appartenenza al luogo di chi quel luogo lo vive… e questo senza arrivare all’atto estremo della demolizione … ma non è questa la società che si può permettere ciò …
      Per quanto riguarda l’elasticità della teoria di Brandi non credo che questo c’entri alcunchè … mi sembra di aver chiarito su quello che secondo me è un “non essere pertinente” in quanto alla fine quella chiesetta è perfettamente calata nel suo tempo e quindi di conseguenza non c’è teoria che tenga … che ne so … proviamo a chiedere a Mazzola che in questo caso è lui il professore … io la vedo perfettamentente integrata in quel luogo in questo tempo perchè il luogo regge ancora bene in questo tempo quel linguaggio…al contrario seppur magari in contrasto con l’idea di alcuni, difficilmente potrei concepire come integrato in questi tempi , nel nostro territorio una qualsiasi chiesa in perfetto stile … che ne so’ … Rinascimento … o quello che te pare a te … La metto così perchè questo mi è sembrato di capire dalle parole di Mazzola e dalle tue …

      Per quanto riguarda il lasciare agli altri la difesa delle tue certezze … e beato te che ce le hai … non saprei che dire … ma de quali certezze parli?
      Questo mi incuriosisce…
      Io per il momento me so guadagnato il titolo di professore in “fuffesco” … m’ha incoronato quer genio de Cpuntino …

      Riprenditi presto
      Un abbraccio,
      Sergio

      • Andrea Di Martino ha detto:

        A Sè, vista la delicatezza del tema trattato dal post (il linguaggio in architettura, come già preannunciato dal titolo stesso del post), qui bisogna capisse ‘na vorta pe’ tutte, se non altro per dare ad ogni lettore la possibilità di maturare una propria idea, ma di maturarla sulla base di informazioni scientificamente fondate. Io credo solo a quelle, al di là di ogni mio (personale?) apprezzamente per talune architetture di Rossi, per il “barocchetto romano” (che io preferisco chiamare “razionalismo classico”), e, last but not least, per talune opere dell’odierna “architettura tradizionale”, compresa la chiesetta armena, che a me ricorda tanto il teatrino veneziano di Rossi. E già questo la dice lunga circa la trasversalità spazio-temporale di quel concetto di “analogia” sul quale Rossi ha incentrato la sua opera, ma che non per questo dobbiamo considerare come un concetto “rossiano” (e quindi personalistico). Certo, esiste lo “stile rossiano” (come esistono innumerevoli altri “stili”), ma l’analogia è analogia e basta. E ciò costituisce una certezza su cui possiamo sempre contare. E’ come quando due scienziati, lavorando in laboratori diversi, giungono, con i loro strumenti, ad un risultato analogo. Non uguale, ma analogo, poichè le condizioni nelle quali si svolgono gli esperimenti (precisione degli strumenti, condizioni al contorno, ecc.), danno luogo a tutta una serie di variazioni che però sono irrelevanti ai fini della costruzione di un modello di rappresentazione della realtà, ovvero un modello che possa ritenersi oggettivo, non dai due scienziati in questione, ma dall’intera comunità scientifica. Se ora sostituiamo la parola “strumenti” con la parola “archetipi”, allora possiamo dire che Rossi e l’architetto armeno, utilizzando lo stesso archetipo (leggi: organismo turrito a pianta centrale), hanno ottenuto una forma analoga. Non uguale, ma analoga. Il fatto poi che l’abbiano ottenuta in tempi e in spazi così lontani tra loro (Italia e Armenia), per me è semplicemente meraviglioso, indipendentemente da tutto ciò che di personalistico vi è nell’opera di Rossi, così come da tutto ciò che di “oggettivo” vi sarebbe (stando al Galassi) nell’opera di Purini, che poi, ad un’analisi più attenta… bhè, guarda, lassamo perde, chè ortretutto qui er tema è quello del linguaggio; e parlà de linguaggio avendo in mente Purini, è come parlà de sex appeal avendo in mente Rosy Bindi (la senti, anche qui, l’analogia? del resto, quello dei sensi è un linguaggio che non possiamo certo eludere). Ma il punto è: per quale motivo tu mi ritieni in errore se dico che la citazione non è altro che una copia? Certo, si tratta di una copia di una parte estrapolatata da un tutto (col preciso intento di citare quel tutto per mezzo di una parte), ma sempre di copia si tratta. Quando Isozaki ha copiato il disegno stellare di piazza del Campidoglio nel centro civico di Tsukuba, il suo intento era quello di citare il Campidoglio, non certo di copiarlo (e infatti dei tre edifici michelangioleschi non ve n’è traccia), ma la copia del disegno di quella piazza (perchè di copia si tratta), costituisce pur sempre la violazione di un dogma: quello che dice che le copie so’ vietate pe’ legge. E quale legge lo dice se non la teoria del Brandi? Perciò, se ammettiamo la possibilità di infrangere quella legge, allora ammettiamo l’infondatezza scientifica della teoria del Brandi. Ma ammettere questo, equivale a dire che ognuno deve sentisse libero de ispirasse a chi jè pare (che poi è quello che mi hai detto anche tu di persona quando parlammo seriamente di architettura alla “fiera der mobile”, sia pure tra ‘na sortita e l’artra ar buffè. Remember?). Allora, dando per scontata tale libertà, tra i vari motivi per cui uno pò sceje de ispirasse a Giovannoni piuttosto che a Fuffas (tanto pe cità du’ nomi a caso), qual’è il motivo principe se non quello del rapporto qualità-prezzo? Che la chiesetta armena sia “bella” lo hai detto tu. Che costa “poco” lo ha detto Ettore, la cui parola, per quanto autorevole, non può certo sostitursi al valore (anche legale) di quel computo metrico-estimativo che tu hai affermato di poter redigere, per poi presentarlo in anteprima al pubblico di Archivocce. In attesa dello scoop, io direi che una considerazione di carattere generale la possiamo pur fare. Lasciamo da parte la questione delle dimensioni, tanto, ai fini di una qualsivoglia analisi comparativa, ciò che ci interessa è il costo unitario (ossia quello riferito al singolo metro quadro di superficie utile). Orbene, se pensiamo ad un tipico edificio a pianta centrale come S. Pietro (perchè tale doveva essere nelle intenzioni di Michelangelo), ti sembra che la complessità volumetrico-spaziale di tale edificio si possa anche lontanamente equiparare alla chiesetta armena? Dalle immagini contenute nel relativo pdf, si capisce immediatamente che tale chiesa è lontana anni luce da quella complessità (e quindi dalle complicazioni costruttive dell’architettura contemporanea, che poi sono quelle che fanno lievitare i costi in modo esponenziale). Rifletti su un punto: se la chiesa armena fosse intonacata (in modo cioè da occultare la reale tecnica costruttiva), potremmo ancora considerarla come un “revival del Rinascimento”? Per quanto mi riguarda, se quella chiesa fosse intonacata, potremmo considerarla addirittura loosiana. Altro che rinascimentale! Ad ogni modo, di fronte all’ipotesi che un architetto armeno possa essere legittimato a costruire in stile “rinascimentale” solo perchè la sua cultura è rimasta ferma al Rinascimento (perchè tale era il senso delle tue parole, almeno per chi, come me, sa leggere tra le righe), mi verebbe da chiederti: sei proprio sicuro che la chiesetta in questione non disponga di corrente elettrica? Devo forse pensà che gli abitanti di quel villaggio se fanno luce co’ le lampade a petrolio? Devo forse pensà che cacano nei secchi e poi buttano tutto ar pozzo nero? E annamo, a Sè… Siamo seri (almeno per rispetto di chi ci legge). Vabbè che ‘sta gente non naviga nell’oro, però… Per quanto riguarda la Garbatella, sei proprio sicuro che viverci fa “fico” solo perchè ha fatto da sfondo a importanti pellicole cinematografiche? E se fosse vero il contrario? Del resto, se fosse vero quello che dici, come te la spieghi la situazione di Testaccio e San Saba? Forse sei tu che vivi di (false) certezze! Fatti una passeggiata per viale Giotto e poi mi saprai dire! Ciao :)

  10. sergio de santis ha detto:

    Si guarda … effettivamente … devo essermi confuso … però è stato bello … finchè è durato!

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