E’ scomparso pochi giorni fa Gian Carlo Leonicilli Massi … un vecchio amico dei lontani sessanta … più recentemente ritrovato, dopo decenni, perché, anche lui scandalizzato dall’affaire Meier, si era impegnato nella scuola fiorentina a risarcirne l’insulto romano …
aveva da poco pubblicato La leggenda del comporre, un libro colto e sofisticato sulle aporie della modernità, edito da Alinea nel 2002, e nel quale faceva il punto, a suo modo, sui nodi e sui modi del progettare …
La sua era una posizione controcorrente che voleva la “occultissima arte” del comporre architetture … come una messa in scena dello spazio ove armonia, proporzione, costruzione, imitazione, forma, consonanza, figura, tipo, variazione, diventavano strumenti di un comporre cui il “segreto della pianta” conferiva ulteriore suggestione di significati … e tutto poi rifluiva in uno straordinario sincretismo capace di unire progetto e restauro, passato, presente e futuro in una sintesi di cui, da tempo, si nutre rimpianto e nostalgia … grande appassionato ed esperto di musica si districava con abile familiarità tra Mozart e Valéry, attingendone metafore fulminanti …
ci ritrovammo poi ancora, che non è passato neanche un anno, nella perugina Sala dei Notari, in occasione della presentazione del suo ultimo libro (da lui curato insieme a Bruno Mario Broccolo e pubblicato dalla Banca Popolare di Spoleto nel 2005), intitolato Rocca albornoziana di Spoleto, studi e riflessioni sul restauro, un vero e proprio testamento spirituale dedicato al monumento principe della sua citta, a parlare, ancora una volta, … di Architettura … antica, moderna … chissà?
Per quel volume avevo preparato una breve nota, che qui di seguito vi ripropongo … per non interrompere un dialogo iniziato tanti anni fa … con un amico che ha dedicato la vita alla scuola …
Monumenti antichi e progetti “moderni”.
“Si è fatto un gran parlare, ancora in questi ultimi anni e soprattutto nel nostro paese, del rapporto tra l’architettura contemporanea e quella del passato più o meno remoto delle nostre città e dei nostri monumenti. Molte pubbliche amministrazioni hanno così intrapreso un’attiva stagione di interventi sul proprio patrimonio al fine di valorizzarne attraverso forme d’uso rinnovate la funzionalità, la vitalità economica, la rinnovata centralità culturale ed estetica. Nell’insieme e negli obiettivi ultimi si è trattato, per lo più, di tentativi assai complessi di dismissione, recupero e valorizzazione cui non è stato sempre agevole far corrispondere esiti condivisi e convincenti. Troppo spesso infatti si è trattato di una forzatura procedurale, amministrativa e finanziaria, messa in atto in periodi di emergenza economica che, a partire ormai da qualche decennio, almeno da quando si è cominciato a parlare di “giacimenti” culturali, ha innescato nel paese, sotto forma di progetti stategici, di programmi Fio e di quant’altro avesse per scopo il più generale recupero dell’ovvia centralità del bene culturale nel nostro paese, una serie di perversi percorsi politico-amministrativi che sulla scorta di una generica e ambigua nozione di “cultura”, ha consentito ad alcuni settori già decotti della nostra economia e della nostra imprenditoria di sopravvivere nelle piege di una burocrazia interministeriale fatta di comitati, commissioni, consulenti e interventi di emergenza, cui si sono di volta in volta sovrapposte ed intrecciate le diverse emergenze sismiche, frane, alluvioni, crolli e quant’altro. In questo contesto la vicenda sintomatica della Rocca di Spoleto rappresenta nel coacervo delle sue palesi contraddizioni e nell’evidenza patetica dei suoi esiti materiali la sintesi di una tipica “storia italiana”. Qui si incontrano infatti, solo a riferirci agli ultimi trent’anni tutti gli argomenti specifici di una contraddizione, lo ripetiamo, tipicamente italiana, ove vengono a mescolarsi i temi della storia e quelli della cronaca, quelli della burocrazia e quelli e quelli dell’amministrazione pubblica, quelli della politica, e per venire finalmente a noi architetti quelli del “restauro” e quelli della “composizione”. Naturalmente non è questa la sede per analizzare nel dettaglio tutto l’insieme dei tanti argomenti così coinvolti ché, per opportunità, ci limiterremo soltanto ad alcune notazioni specifiche attinenti quindi ai temi del progetto di architettura, ma ci piacerebbe tornare altrove e altrimenti sul tema anche generale perché siamo certi che è proprio dall’analisi di questi contesti, di questi condizionamenti ambientali, che possono meglio comprendersi le dimensioni reali
attraverso le quali si forma o, meglio si è andato deformando, il significato stesso del “progetto di architettura” nel nostro paese in questi ultimi disgraziati decenni.
Volendoci perciò limitare agli aspetti relativi al nostro edificio e alla nostra disciplina non v’è quindi chi non veda le evidenti contraddizioni metodologiche che hanno portato allo stato attuale della fabbrica, alla sue più e meno palesi aporie che si sintetizzano, anche visivamente nell’incongruità del fastigio di coronamento delle torri.
I testi e i materiali raccolti in questo volume documentano al di là di ogni ragionevole dubbio la evidente precarietà di una soluzione raggiunta a scapito di un’attenzione più approfondita e meditata nei confronti delle ragioni della storia intesa quale scenario di una distesa e complessa esperienza culturale e materiale, ove intervengono ragioni anche contraddittorie che vanno affrontate quindi con cautela e insieme con coraggio, ove quindi non valgono le scorciatioe di un’adesione contingente ad una moda, fossanche l’ultima e perciò stesso la più facile preda di un consumo ravvicinato.
La proposta che qui viene avanzata, e che ha dalla sua la dichiarata dimensione accademica che ne funge da scenario e da premessa metodologica, non ponedosi come risposta tecnica di immediata fattibilità, consente quindi di valutare al meglio e al di fuori delle contingenze materiali, il valore, il significato e la necessità di un approccio alle diverse tematiche in oggetto cui la scuola può e deve offrirsi quale luogo privilegiato di esperienza.
E’ proprio partendo dalle contraddizioni dei palesi anacronismi del progetto di recupero e di restauro recentemente realizzato che meglio si possono comprendere le ragioni di una proposta che ancorché circoscritta alla dimensione accademica contingente, riesce a toccare i gangli vitali, i nervi ancora e vieppiù scoperti di una metodologia di intervento densa di lacerazioni metodologiche ancora difficili da sanare.
La soluzione adottata dal progetto Dardi risente infatti e in forme tanto evidenti di un clima culturale, tipico degli anni settanta, ove al crollo di alcune certezze ideologiche e metodologiche, nella scuola e in certa professione, si fece strada il, tentativo ricorrente di conciliare i temi del progetto di architettura con quelli di un’avanguardia figurativa che aveva le sue ragioni in una piuttosto banale forma di mimesis ideologica di stampo utopico-macrostrutturale da un lato e di stampo effimero-minimalista dall’altro. In questo senso i contributi di Costantino Dardi, come quelli di Franco Purini e di alcuni altri ben si intrecciarono con la dimensione sperimentale della prima gestione nicoliniana della cultura romana e trovarono poi il loro coronamento nella famosa Biennale veneziana dell’ottanta che sancì il definitivo incontro tra lo storicismo neobarocco di Paolo Portoghesi e il realismo magico di Aldo Rossi. Furono allora individuate, nella professione, facili vie di fuga dalla volgarità di tanta produzione edilizia commerciale e, nella scuola, altrettanto e ancor più facili scappatoie tese a privilegiare, da un lato, una definitiva separatezza dalla realtà materiale delle cose del mondo, e dall’altro l’arrogante censura nei confronti di metodologie più meditate e peraltro radicate da decenni (per non dire secoli) nella vicenda stessa delle scuole di architettura italiane.
Non che non esistessero ragioni evidenti e contingenti alla base di quelle scelte, ma i risultati, men che miserevoli, stanno ancora oggi a testimoniare del disastro perpetratosi in quegli anni nella scuola e quindi delle sue implicite riverberazioni sulla ricerca e sulla stessa pratica della costruzione.
Da un lato, si è quindi assistito alla sedicente fuga in avanti di una pratica compositiva incapace di confrontarsi con i dati ancorché minimi di un realismo procedurale indispensabile per rendere concreto qualsiasi intervento progettuale e, dall’altro, nel campo del cosiddetto restauro, si è assistito alla messa a punto di una specie di percorso “politicamente corretto”, fatto di analisi, di confronti, di schedature e di contiguità con l’apparato amministrativo, ma del tutto incapace di confrontarsi con i significati veri, con i valori e la qualità intrinseca di un Progetto di Architettura degno di questo nome.
La sistemazione attuale della Rocca di Spoleto è il frutto evidente di quell’insieme di condizionamenti incapaci di andare oltre una superficiale visione della storia complessa del monumento e per di più impaniata da una malintesa dimensione effimera, neo-avanguardistica e post-moderna insieme, del progetto.
Bene fanno quindi i promotori di questa pubblicazione nel sollecitare una ripresa di attenzione e di interesse nei confronti di un approccio ai temi del progetto di architettura che sia in grado, come nel passato, una volta disarticolata la speciosa dimensione delle attuali discipline (non corrispondenti ad altro che all’attuale suddivisione para-specialistica dei poteri accademici), di ritrovare una qualche e più complessa sinteticità nell’approccio ai temi complessi e congruenti del progettare.
Magari potesse essere anche questa un’occasione per ritornare sui temi della storia e del progetto capace di riportare all’attualità il contributo di quanti, in un passato ormai lontano, furono in grado, con modestia, ma con consapevolezza, di far avanzare gli argomenti e le ragioni di una disciplina la cui riscoperta non potrà non portare nuova linfa e nuove ragioni alle dimensioni del progettare contemporaneo.
In questo senso la riscoperta del fondamentale contributo di un personaggio da molti dimenticato come Ugo Tarchi appare sintomatica di un ritrovato interesse per la storia dei nostri monumenti e per il progetto di architettura cui quel grande Accademico dedicò tante energie nel suo magistero nella scuola perugina. E ci piace quindi qui ricordare proprio con le sue parole quale fossero stati allora gli obiettivi di un’attività didattica cui, dopo tanto tempo, pare giusto riguardare con rinnovato interesse proprio per l’attualità intrinseca del suo fondamentale contributo didattico e metodologico.
Scriveva il Tarchi presentando con semplicità i risultati didattici dei suoi corsi all’Accademia di Belle Arti di Perugia pubblicati per i tipi di Bestetti e Tumminelli nel ‘23: “Intento precipuo e costante di ogni insegnamento è stato quello di alternare, con sano discernimento, ai temi di composizione, lo studio dei monumenti più meritevoli … i primi costituendo il più alto e indispensabile esercizio per educare e stimolare le singole attitudini all’originalità ed all’assiduità più operosa, l’altro affinando grandemente lo spirito d’osservazione e d’assimilazione, nonché il gusto delle forme e del bello. Fu quindi sollecitudine del maestro scegliere e vagliare ogni miglior studio di restauro e ripristino di quelle opere che, a causa del tempo o di inconscie devastazioni, subirono gravi mutilazioni e manchevolezze e che al presente reclamano, per l’imperioso decoro dell’arte, maggiori cure e cautele …
Ciascuno sa che ogni monumento ha la sua particolare ragione di essere nei tempi in cui fu eretto e che non può essere ben compreso senza riportarne l’esame a quell’epoca; che occorre inoltre scoprire ed analizzare le molteplici trasformazioni da esso subite durante le vicende della storia e, ove fosse stato profondamente deturpato, riconoscerne le aggiunte o le manchevolezze; cose tutte che richiedono una rara competenza storica. … Si è fatta così opera prudente di storico e di archeologo.”
Parole, semplici, ponderate, condivisibili ancora oggi e che ci fanno intravedere in quell’opera “prudente di storico e di archeologo” la naturalezza di una condizione mentale di un architetto che, al di fuori e al di sopra di surrettizie alchimie disciplinari, si assume la responsabilità di un progetto che è sintesi necessaria di dimensioni conoscitive ed espressive, filologiche, linguistiche, estetiche e formali al di fuori delle quali non potrà mai esistere un risultato progettuale decente.
Ci piace quindi riandare ancora con la memoria al quella stagione straordinaria che vide nascere le nuove scuole di architettura italiane e dove la capacità di riflettere con capacità, intelligenza e disinvoltura sul proprio passato consentì di raccogliere i frutti di una tradizione importante di lì a poco travolta da un’acerba adesione ai miti di un facile modernismo troppo spesso privo di radici consistenti.
Le proposte del Tarchi anche per la Rocca spoletina ben si inquadrano quindi in questo clima culturale che, particolarmente in Umbria, era da tempo sensibile ad una rinnovata attenzione ai motivi contestuali di una memoria storica cui i prevalenti caratteri medievali, a partire dagli anni dell’Unità nazionale, costituirono lo scenario, anche teorico, di una più vasta riappropriazione simbolica cui non restarono esenti motivi, politici, ideologici, etici, estetici e culturali.
Il progetto di restauro degli antichi edifici medievali riveste così attraverso la sua forte connotazione simbolica un ruolo fondamentale nella costruzione di una moderna presa di coscienza civica del patrimonio storico cui la rimodellazione procede nei termini di una marcata contemporaneità. I nomi di Boito, di D’Andrade, di Schellino, di Rubbiani, di Partini, di Fumi, di Cavalcaselle si affiancano nella memoria a quelli di Schinkel, di Viollet-le-Duc, di Ruskin, di Morris a definire uno scenario che porterà ad una rinnovata consapevolezza critica e storica insieme.
Per l’Umbria, esempi numerosi in tal senso si sono avuti a Perugia e ad Orvieto, soprattutto, dove la prodigiosa attività di un architetto straordinario quale Paolo Zampi ha rappresentato al meglio proprio questo tentativo di riconnessione e di riconversione figurativa della stessa immagine urbana secondo un modello cui più tardi lo stesso Tarchi, appunto, sembra volersi ricollegare anche nelle sue proposte per la Rocca e cui lo stesso giovane autore della proposta che qui presentiamo pare implicitamente volersi riferire nelle sue “invenzioni” architettoniche così attente all’evocazione di una riappropriazione figurativa ove l’immagine sublimata del passato torni da protagonista nella costruzione di un’architettura futura.
Con un procedimento analogo a quello che porterà attraverso la lezione di Giovannoni il giovane Vincenzo Fasolo a riflettere sulle matrici figurative della nuova architettura tradizionale, anche qui rintracciamo le matrici di un percorso logico-filologico fortemente segnato dai motivi e dalle aspettative di una creatività imperniata sul contemporaneo e insieme metologicamente affine alla tradizione più sperimentata.
Sempre attuale quindi, ancora una volta e anche in questo caso, il monito del Boito “Vergogna ingannare i contemporanei; vergogna anche maggiore ingannare i posteri” che vede riaprirsi un dibattito di assoluta attualità e coinvolti temi e problemi ancor oggi vivi e rispetto ai quali il confronto si rinnova quotidiano. E’ appunto sull’eterno argomento che ancora affligge la cultura architettonica italiana che Boito già si dilungava da par suo mettendo a nudo le contraddizioni dei comportamenti prevalenti sempre in bilico, allora come oggi, tra l’istanza della conservazione e quella dell’innovazione, tra il rispetto dell’antico e la necessità del moderno, tra l’urgenza della salvaguardia, della protezione e della valorizzazione del patrimonio storico e i modi attraverso i quali intervenire per meglio raggiungere l’obiettivo di un progetto capace di dirsi contemporaneo senza tradire i valori della storia, dell’ambiente e del monumento.
In pochi versi scherzosi sintetizzò quindi il senso che, ancora oggi, in fin dei conti, mutatis mutandis e dopo tanto dibattere accademico tra metodi e teorie, potrebbe valere di ammaestramento a chiunque si accingesse ad intervenire sui monumenti del passato: “Serbare io devo ai vecchi monumenti / L’aspetto venerando e pittoresco; /E se a scansare aggiunte o compimenti / Con tutto il buon volere non riesco, / Fare devo così che ognun discerna / Esser l’opera mia tutta moderna”. …”
GM, novembre 2005















