Gian Carlo Leoncilli Massi … e la Leggenda del comporre …

E’ scomparso pochi giorni fa Gian Carlo Leonicilli Massi … un vecchio amico dei lontani sessanta … più recentemente ritrovato, dopo decenni, perché, anche lui scandalizzato dall’affaire Meier, si era impegnato nella scuola fiorentina a risarcirne l’insulto romano …
aveva da poco pubblicato La leggenda del comporre, un libro colto e sofisticato sulle aporie della modernità, edito da Alinea nel 2002, e nel quale faceva il punto, a suo modo, sui nodi e sui modi del progettare …
La sua era una posizione controcorrente che voleva la “occultissima arte” del comporre architetture … come una messa in scena dello spazio ove armonia, proporzione, costruzione, imitazione, forma, consonanza, figura, tipo, variazione, diventavano strumenti di un comporre cui il “segreto della pianta” conferiva ulteriore suggestione di significati … e tutto poi rifluiva in uno straordinario sincretismo capace di unire progetto e restauro, passato, presente e futuro in una sintesi di cui, da tempo, si nutre rimpianto e nostalgia … grande appassionato ed esperto di musica si districava con abile familiarità tra Mozart e Valéry, attingendone metafore fulminanti …
ci ritrovammo poi ancora, che non è passato neanche un anno, nella perugina Sala dei Notari, in occasione della presentazione del suo ultimo libro (da lui curato insieme a Bruno Mario Broccolo e pubblicato dalla Banca Popolare di Spoleto nel 2005), intitolato Rocca albornoziana di Spoleto, studi e riflessioni sul restauro, un vero e proprio testamento spirituale dedicato al monumento principe della sua citta, a parlare, ancora una volta, … di Architettura … antica, moderna … chissà?

Per quel volume avevo preparato una breve nota, che qui di seguito vi ripropongo … per non interrompere un dialogo iniziato tanti anni fa … con un amico che ha dedicato la vita alla scuola …
Monumenti antichi e progetti “moderni”.
“Si è fatto un gran parlare, ancora in questi ultimi anni e soprattutto nel nostro paese, del rapporto tra l’architettura contemporanea e quella del passato più o meno remoto delle nostre città e dei nostri monumenti. Molte pubbliche amministrazioni hanno così intrapreso un’attiva stagione di interventi sul proprio patrimonio al fine di valorizzarne attraverso forme d’uso rinnovate la funzionalità, la vitalità economica, la rinnovata centralità culturale ed estetica. Nell’insieme e negli obiettivi ultimi si è trattato, per lo più, di tentativi assai complessi di dismissione, recupero e valorizzazione cui non è stato sempre agevole far corrispondere esiti condivisi e convincenti. Troppo spesso infatti si è trattato di una forzatura procedurale, amministrativa e finanziaria, messa in atto in periodi di emergenza economica che, a partire ormai da qualche decennio, almeno da quando si è cominciato a parlare di “giacimenti” culturali, ha innescato nel paese, sotto forma di progetti stategici, di programmi Fio e di quant’altro avesse per scopo il più generale recupero dell’ovvia centralità del bene culturale nel nostro paese, una serie di perversi percorsi politico-amministrativi che sulla scorta di una generica e ambigua nozione di “cultura”, ha consentito ad alcuni settori già decotti della nostra economia e della nostra imprenditoria di sopravvivere nelle piege di una burocrazia interministeriale fatta di comitati, commissioni, consulenti e interventi di emergenza, cui si sono di volta in volta sovrapposte ed intrecciate le diverse emergenze sismiche, frane, alluvioni, crolli e quant’altro. In questo contesto la vicenda sintomatica della Rocca di Spoleto rappresenta nel coacervo delle sue palesi contraddizioni e nell’evidenza patetica dei suoi esiti materiali la sintesi di una tipica “storia italiana”. Qui si incontrano infatti, solo a riferirci agli ultimi trent’anni tutti gli argomenti specifici di una contraddizione, lo ripetiamo, tipicamente italiana, ove vengono a mescolarsi i temi della storia e quelli della cronaca, quelli della burocrazia e quelli e quelli dell’amministrazione pubblica, quelli della politica, e per venire finalmente a noi architetti quelli del “restauro” e quelli della “composizione”. Naturalmente non è questa la sede per analizzare nel dettaglio tutto l’insieme dei tanti argomenti così coinvolti ché, per opportunità, ci limiterremo soltanto ad alcune notazioni specifiche attinenti quindi ai temi del progetto di architettura, ma ci piacerebbe tornare altrove e altrimenti sul tema anche generale perché siamo certi che è proprio dall’analisi di questi contesti, di questi condizionamenti ambientali, che possono meglio comprendersi le dimensioni reali
attraverso le quali si forma o, meglio si è andato deformando, il significato stesso del “progetto di architettura” nel nostro paese in questi ultimi disgraziati decenni.
Volendoci perciò limitare agli aspetti relativi al nostro edificio e alla nostra disciplina non v’è quindi chi non veda le evidenti contraddizioni metodologiche che hanno portato allo stato attuale della fabbrica, alla sue più e meno palesi aporie che si sintetizzano, anche visivamente nell’incongruità del fastigio di coronamento delle torri.
I testi e i materiali raccolti in questo volume documentano al di là di ogni ragionevole dubbio la evidente precarietà di una soluzione raggiunta a scapito di un’attenzione più approfondita e meditata nei confronti delle ragioni della storia intesa quale scenario di una distesa e complessa esperienza culturale e materiale, ove intervengono ragioni anche contraddittorie che vanno affrontate quindi con cautela e insieme con coraggio, ove quindi non valgono le scorciatioe di un’adesione contingente ad una moda, fossanche l’ultima e perciò stesso la più facile preda di un consumo ravvicinato.
La proposta che qui viene avanzata, e che ha dalla sua la dichiarata dimensione accademica che ne funge da scenario e da premessa metodologica, non ponedosi come risposta tecnica di immediata fattibilità, consente quindi di valutare al meglio e al di fuori delle contingenze materiali, il valore, il significato e la necessità di un approccio alle diverse tematiche in oggetto cui la scuola può e deve offrirsi quale luogo privilegiato di esperienza.
E’ proprio partendo dalle contraddizioni dei palesi anacronismi del progetto di recupero e di restauro recentemente realizzato che meglio si possono comprendere le ragioni di una proposta che ancorché circoscritta alla dimensione accademica contingente, riesce a toccare i gangli vitali, i nervi ancora e vieppiù scoperti di una metodologia di intervento densa di lacerazioni metodologiche ancora difficili da sanare.
La soluzione adottata dal progetto Dardi risente infatti e in forme tanto evidenti di un clima culturale, tipico degli anni settanta, ove al crollo di alcune certezze ideologiche e metodologiche, nella scuola e in certa professione, si fece strada il, tentativo ricorrente di conciliare i temi del progetto di architettura con quelli di un’avanguardia figurativa che aveva le sue ragioni in una piuttosto banale forma di mimesis ideologica di stampo utopico-macrostrutturale da un lato e di stampo effimero-minimalista dall’altro. In questo senso i contributi di Costantino Dardi, come quelli di Franco Purini e di alcuni altri ben si intrecciarono con la dimensione sperimentale della prima gestione nicoliniana della cultura romana e trovarono poi il loro coronamento nella famosa Biennale veneziana dell’ottanta che sancì il definitivo incontro tra lo storicismo neobarocco di Paolo Portoghesi e il realismo magico di Aldo Rossi. Furono allora individuate, nella professione, facili vie di fuga dalla volgarità di tanta produzione edilizia commerciale e, nella scuola, altrettanto e ancor più facili scappatoie tese a privilegiare, da un lato, una definitiva separatezza dalla realtà materiale delle cose del mondo, e dall’altro l’arrogante censura nei confronti di metodologie più meditate e peraltro radicate da decenni (per non dire secoli) nella vicenda stessa delle scuole di architettura italiane.
Non che non esistessero ragioni evidenti e contingenti alla base di quelle scelte, ma i risultati, men che miserevoli, stanno ancora oggi a testimoniare del disastro perpetratosi in quegli anni nella scuola e quindi delle sue implicite riverberazioni sulla ricerca e sulla stessa pratica della costruzione.
Da un lato, si è quindi assistito alla sedicente fuga in avanti di una pratica compositiva incapace di confrontarsi con i dati ancorché minimi di un realismo procedurale indispensabile per rendere concreto qualsiasi intervento progettuale e, dall’altro, nel campo del cosiddetto restauro, si è assistito alla messa a punto di una specie di percorso “politicamente corretto”, fatto di analisi, di confronti, di schedature e di contiguità con l’apparato amministrativo, ma del tutto incapace di confrontarsi con i significati veri, con i valori e la qualità intrinseca di un Progetto di Architettura degno di questo nome.
La sistemazione attuale della Rocca di Spoleto è il frutto evidente di quell’insieme di condizionamenti incapaci di andare oltre una superficiale visione della storia complessa del monumento e per di più impaniata da una malintesa dimensione effimera, neo-avanguardistica e post-moderna insieme, del progetto.
Bene fanno quindi i promotori di questa pubblicazione nel sollecitare una ripresa di attenzione e di interesse nei confronti di un approccio ai temi del progetto di architettura che sia in grado, come nel passato, una volta disarticolata la speciosa dimensione delle attuali discipline (non corrispondenti ad altro che all’attuale suddivisione para-specialistica dei poteri accademici), di ritrovare una qualche e più complessa sinteticità nell’approccio ai temi complessi e congruenti del progettare.
Magari potesse essere anche questa un’occasione per ritornare sui temi della storia e del progetto capace di riportare all’attualità il contributo di quanti, in un passato ormai lontano, furono in grado, con modestia, ma con consapevolezza, di far avanzare gli argomenti e le ragioni di una disciplina la cui riscoperta non potrà non portare nuova linfa e nuove ragioni alle dimensioni del progettare contemporaneo.
In questo senso la riscoperta del fondamentale contributo di un personaggio da molti dimenticato come Ugo Tarchi appare sintomatica di un ritrovato interesse per la storia dei nostri monumenti e per il progetto di architettura cui quel grande Accademico dedicò tante energie nel suo magistero nella scuola perugina. E ci piace quindi qui ricordare proprio con le sue parole quale fossero stati allora gli obiettivi di un’attività didattica cui, dopo tanto tempo, pare giusto riguardare con rinnovato interesse proprio per l’attualità intrinseca del suo fondamentale contributo didattico e metodologico.
Scriveva il Tarchi presentando con semplicità i risultati didattici dei suoi corsi all’Accademia di Belle Arti di Perugia pubblicati per i tipi di Bestetti e Tumminelli nel ‘23: “Intento precipuo e costante di ogni insegnamento è stato quello di alternare, con sano discernimento, ai temi di composizione, lo studio dei monumenti più meritevoli … i primi costituendo il più alto e indispensabile esercizio per educare e stimolare le singole attitudini all’originalità ed all’assiduità più operosa, l’altro affinando grandemente lo spirito d’osservazione e d’assimilazione, nonché il gusto delle forme e del bello. Fu quindi sollecitudine del maestro scegliere e vagliare ogni miglior studio di restauro e ripristino di quelle opere che, a causa del tempo o di inconscie devastazioni, subirono gravi mutilazioni e manchevolezze e che al presente reclamano, per l’imperioso decoro dell’arte, maggiori cure e cautele …
Ciascuno sa che ogni monumento ha la sua particolare ragione di essere nei tempi in cui fu eretto e che non può essere ben compreso senza riportarne l’esame a quell’epoca; che occorre inoltre scoprire ed analizzare le molteplici trasformazioni da esso subite durante le vicende della storia e, ove fosse stato profondamente deturpato, riconoscerne le aggiunte o le manchevolezze; cose tutte che richiedono una rara competenza storica. … Si è fatta così opera prudente di storico e di archeologo.
”
Parole, semplici, ponderate, condivisibili ancora oggi e che ci fanno intravedere in quell’opera “prudente di storico e di archeologo” la naturalezza di una condizione mentale di un architetto che, al di fuori e al di sopra di surrettizie alchimie disciplinari, si assume la responsabilità di un progetto che è sintesi necessaria di dimensioni conoscitive ed espressive, filologiche, linguistiche, estetiche e formali al di fuori delle quali non potrà mai esistere un risultato progettuale decente.
Ci piace quindi riandare ancora con la memoria al quella stagione straordinaria che vide nascere le nuove scuole di architettura italiane e dove la capacità di riflettere con capacità, intelligenza e disinvoltura sul proprio passato consentì di raccogliere i frutti di una tradizione importante di lì a poco travolta da un’acerba adesione ai miti di un facile modernismo troppo spesso privo di radici consistenti.
Le proposte del Tarchi anche per la Rocca spoletina ben si inquadrano quindi in questo clima culturale che, particolarmente in Umbria, era da tempo sensibile ad una rinnovata attenzione ai motivi contestuali di una memoria storica cui i prevalenti caratteri medievali, a partire dagli anni dell’Unità nazionale, costituirono lo scenario, anche teorico, di una più vasta riappropriazione simbolica cui non restarono esenti motivi, politici, ideologici, etici, estetici e culturali.
Il progetto di restauro degli antichi edifici medievali riveste così attraverso la sua forte connotazione simbolica un ruolo fondamentale nella costruzione di una moderna presa di coscienza civica del patrimonio storico cui la rimodellazione procede nei termini di una marcata contemporaneità. I nomi di Boito, di D’Andrade, di Schellino, di Rubbiani, di Partini, di Fumi, di Cavalcaselle si affiancano nella memoria a quelli di Schinkel, di Viollet-le-Duc, di Ruskin, di Morris a definire uno scenario che porterà ad una rinnovata consapevolezza critica e storica insieme.
Per l’Umbria, esempi numerosi in tal senso si sono avuti a Perugia e ad Orvieto, soprattutto, dove la prodigiosa attività di un architetto straordinario quale Paolo Zampi ha rappresentato al meglio proprio questo tentativo di riconnessione e di riconversione figurativa della stessa immagine urbana secondo un modello cui più tardi lo stesso Tarchi, appunto, sembra volersi ricollegare anche nelle sue proposte per la Rocca e cui lo stesso giovane autore della proposta che qui presentiamo pare implicitamente volersi riferire nelle sue “invenzioni” architettoniche così attente all’evocazione di una riappropriazione figurativa ove l’immagine sublimata del passato torni da protagonista nella costruzione di un’architettura futura.
Con un procedimento analogo a quello che porterà attraverso la lezione di Giovannoni il giovane Vincenzo Fasolo a riflettere sulle matrici figurative della nuova architettura tradizionale, anche qui rintracciamo le matrici di un percorso logico-filologico fortemente segnato dai motivi e dalle aspettative di una creatività imperniata sul contemporaneo e insieme metologicamente affine alla tradizione più sperimentata.
Sempre attuale quindi, ancora una volta e anche in questo caso, il monito del Boito “Vergogna ingannare i contemporanei; vergogna anche maggiore ingannare i posteri” che vede riaprirsi un dibattito di assoluta attualità e coinvolti temi e problemi ancor oggi vivi e rispetto ai quali il confronto si rinnova quotidiano. E’ appunto sull’eterno argomento che ancora affligge la cultura architettonica italiana che Boito già si dilungava da par suo mettendo a nudo le contraddizioni dei comportamenti prevalenti sempre in bilico, allora come oggi, tra l’istanza della conservazione e quella dell’innovazione, tra il rispetto dell’antico e la necessità del moderno, tra l’urgenza della salvaguardia, della protezione e della valorizzazione del patrimonio storico e i modi attraverso i quali intervenire per meglio raggiungere l’obiettivo di un progetto capace di dirsi contemporaneo senza tradire i valori della storia, dell’ambiente e del monumento.
In pochi versi scherzosi sintetizzò quindi il senso che, ancora oggi, in fin dei conti, mutatis mutandis e dopo tanto dibattere accademico tra metodi e teorie, potrebbe valere di ammaestramento a chiunque si accingesse ad intervenire sui monumenti del passato: “Serbare io devo ai vecchi monumenti / L’aspetto venerando e pittoresco; /E se a scansare aggiunte o compimenti / Con tutto il buon volere non riesco, / Fare devo così che ognun discerna / Esser l’opera mia tutta moderna”. …”

GM, novembre 2005

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Piazza Armerina … se le cose stanno così …

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ci è stato segnalato che la gara d’appalto per la risistemazione degli straordinari reperti di Piazza Armerina sia stata aggiudicata con un ribasso del 38,8% …
data la delicatezza dell’operazione la cosa appare piuttosto inquietante …
ma il risultato si spiegherebbe facilmente …
alla luce del progetto …
per parte nostra …
non vogliamo però credere che i “disegni” di “progetto” fossero veramente quelli che abbiamo fin qui avuto la possibilità di conoscere …
“roba” del genere … come può garantire la “qualità” di una sistemazione tanto complessa … di un “progetto” degno di tal nome? …
ma, se le cose stanno realmente così …
che abbiano ragione i difensori del “restauro” dell’allestimento Minissi? …
e che l’operazione Sgarbi si sia conclusa con una bufala colossale? …
che ne pensa il Ministero “competente”? …

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comunque, per saperne di più: http://www.unipa.it/monumentodocumento/progetto.html

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Armando Brasini … un maestro romano … per l’architetto di Stalin …

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Anacronismi di un “barocco” contemporaneo.

Ricordo con assoluta chiarezza il disprezzo con il quale, negli anni sessanta, si guardava all’opera e alla figura di Armano Brasini da parte di una certa intellighenzia architettonica romana che definiva “tronfia e ottusa” la sua pur cospicua presenza nel panorama culturale della città.
Erano anni nei quali si guardava con sufficienza e scetticismo alla cultura architettonica dell’ottocento e della prima metà del ventesimo secolo per tutto quello che essa ancora conteneva di “accademico” e di “classico”, nella considerazione che la modernità, nella sua acerba affermazione, avrebbe dovuto far tabula rasa di ogni rapporto, di ogni continuità e di ogni radicamento nella tradizione e nella storia, sia della specifica disciplina architettonica, che dei luoghi, dei simboli e dei significati relativi al suo passato più e meno recente. Si trattava allora di una diffusa tendenza critica che ebbe facile alimento e affermazione in un contesto, come quello italiano, e romano in particolare, fortemente ipotecato dalle contiguità ideologiche con il regime politico appena trascorso e quindi propenso alla facile rimozione della stessa memoria storica più e meno recente.
In tale contesto la figura di Armando Brasini giocava un ruolo egemone per la sua presunta negatività e la damnatio memoriae del suo lavoro restava alla base di qualsiasi rituale di purificazione critica e storiografica tesa a costruire una palingenetica ipotesi di “modernità” italiana di stampo internazionalista.
A questo si deve aggiungere la specificità della vicenda personale del Nostro, che dalle più umili origini era assurto ad un’invidiabile posizione artistica e sociale di assoluto prestigio e ben al di fuori, anzi, in palese antagonismo metodologico ed esistenziale con il mondo delle già affollate corporazioni accademiche, così nella scuola, come nella professione.
Armando Brasini veniva quindi considerato, per lo più, come un originale mestierante che, costruitosi una solida fama ed una solida posizione professionale al di fuori dei circuiti “colti” dell’Accademia locale e, senza cedere, più di tanto, alle sollecitazioni delle mode straniere, continuava imperterrito il suo anacronistico dialogo con i grandi architetti del passato. La sua passione per il barocco romano e per Bernini, in particolare, lo faceva apparire come l’ultimo e spaesato epigono di una grandiosità romana del tutto fuori dei tempi e dei modi, dei modelli e delle mode, di più recente e diffusa affermazione internazionale.
Ventenne al passaggio del secolo era, per apparteneza generazionale e per precocità espressiva, ancora testimone e interprete di quell’eclettico Ottocento romano che aveva visto, negli anni immediatamente successivi all’unità nazionale, svilupparsi la difficile metamorfosi della città di Roma da capitale pontificia a capitale di quello che si sarebbe voluto un moderno stato europeo. Sue erano le aspettative verso quelle profonde, radicali trasformazioni del volto e della stessa struttura urbana della città, capaci di trasformare la pur affascinante città dei Papi, in una moderna metropoli in grado di fare di conti e di dialogare con le stagioni più esemplari del suo passato storico, dalla grandiosità delle vestigia imperiali, fino alla ritrovata dimensione scenografica del barocco trionfante. Brasini si sentiva erede ed interprete di questa continuità storica e tutta la sua opera fu impostata nella ricerca appassionata dei modi più efficaci per una sua possibile realizzazione. La sua formazione artigianale, la sua straordinaria capacità manuale, il suo entusiasmo creativo, la sua esuberanza figurativa, lo fecero aderire senza inibizioni ad un programma di ricostruzione complessiva dell’universo urbano della sua città secondo un modello metodologico sicuramente più affine ai modi dei suoi antichi maestri piuttosto che ai metodi della più consueta e corriva contemporaneità. E’ così che si dà vita ad uno dei più evidenti paradossi culturali del novecento italiano: praticamente negli stessi anni in cui le nuove avanguardie europeizzanti davano spazio al loro sogno di ricostruzione futurista dell’universo, il nostro Brasini, in assoluta e solitaria controtendenza, ricostruiva il “suo” universo barocco, romano, classico, “accademico” pur “fuori” dell’Accademia ufficiale. Brasini sceglie quindi, nel momento di più accelerata e diffusa tendenza alla modernità macchinista e industriale, di procedere a ritroso nella storia e, tanto più le avanguardie contemporanee sembravano addentrarsi negli inesplorati ititerari di un futuro possibile e nell’invenzione di una metropolitanità di segno tecnologico, tanto più Brasini procedeva all’inverso nel riappropiarsi dei metodi, delle tecniche, dei segni e delle forme, della stessa manualità gestuale di un passato rivissuto in prima persona attraverso formule autobiografiche, vuoi attraverso la conoscenza dei materiali e delle tecniche, vuoi attraverso l’immaginifica ricostruzione di un’universalità barocca capace, a suo avviso, di corrispondere ancora in forme attuali e vitali ai bisogni della società e quindi della città contemporanea.
Il suo capolavoro, in tal senso, fu la pubblicazione di quello straordinario volume intitolato “L’Urbe Massima”, presentato da un lungo e articolato saggio di Paolo Orano, nel quale si ripercorreva l’intera vicenda culturale di Brasini dalle sue origini formative fino agli anni cruciali della prima grande guerra mondiale e che raccoglieva, in una veste editoriale assai sfarzosa, almeno vent’anni di lavoro.
Pubblicato dall’editore Formìggini nel ’17 il volume sintetizza, con una straordinaria quanto inedita abbondanza di materiale iconografico, il percorso apparentemente paradossale di un artista barocco del ventesimo secolo che si vuole erede diretto dell’esperienza berniniana e che si produce, dal dettaglio più minuto di una decorazione a stucco realizzata secondo le più antiche e “segrete” ricette, fino alla immaginifica prefigurazione di soluzioni urbane di respiro metropolitano e fin’anche territoriale, con assoluta e disinvolta capacità di manovra e di interpretazione dei fatti plastici, architettonici ed urbani della città.
Scriveva Paolo Orano nella presentazione del colossale volume: “Armando Brasini è il caso rarissimo dell’uomo che vince per forza propria; è il ragazzino del manovale, è il muratore, è il “pittore” – come lo chiamiamo noi romani – che un giorno s’accampò col pennellone innestato alla canna faccia a faccia ai motivi delle decorazioni sul ponte sospeso ai conicioni. … Il gusto e le attitudini di Armando Brasini trovarono, oltre che nel lavoro, e cioè nel mestiere vero e proprio dell’adolescente, il loro vital nutrimento nel lungo studio e nel famelico amore con cui questo giovane si è dato per anni a meditare il vivente libro, il libro santo dell’architettura: Roma. Non c’è portone o porticina, non cortile, non finestra, non angolo d’oscura mole, non paesaggio della vecchia edilizia romana, che egli non abbia studiato da costruttore ed amato da artista. … Quanto la mia comprensione estetica è antico il mio amore per Roma secentesca e per Bernini; ma perché capissi la parola di vita che il diverso Seicento parla dal suo audace cuore fecondo, mi ci voleva l’incontro con questo vertiginoso creatore a cui Seicento Barocco e Bernini son serviti d’incitamento, non di falsariga.”
In questa sua volontà di interpretazione del vero spirito della città capace di porsi come elemento vitalizzante dell’architettura contemporanea romana Brasini, pur nell’autonomo manifestarsi della sua vena creativa non fu comunque del tutto solo e le sue ricerche ben si possono confrontare con quelle di altri, magari meno esuberanti, ma altrettanto singnificativi interpreti di quella specifica stagione che prese il nome di “barocchetto” romano.
In particolare ci piace qui riferirci al lavoro di Giulio Magni che attraverso il suo monumentale lavoro storiografico e documentario sul barocco romano funge da essenziale punto di incontro tra il mondo della ricerca filologica e quello dell’esperienza progettuale e creativa più espressamente e disinvoltamente interpretata dal Brasini proprio in quegli stessi anni. Sono infatti questi primi anni del ventesimo secolo quelli più fertili di esperienze e di sperimentazioni nel senso più sopra adombrato, di una ricerca capace di riattualizzare il senso profondo di un’appartenenza contemporanea al flusso di una storicità barocca che sarebbe alla base di quel genius loci capace di rigenerare l’architettura romana contemporanea. Ricerca questa che vide Armando Brasini, tra i primi, ma che comportò anche il contemporaneo sviluppo di altre omologhe sensibilità artistiche a partire da quella del Magni, appena citato, per comprendere quella di Guglielmo Calderini, di Giovan Battista Milani, di Vincenzo Fasolo e dello stesso Marcello Piacentini, per procedere poi, pur attraverso formule e personalità altrimenti complesse, verso l’esperienza più recente di Mario Ridolfi, di Luigi Moretti e, non ultimo, di Paolo Portoghesi, tutti comunque debitori, in un modo o nell’altro, nei confronti dell’esperienza manierista e barocca, con contaminazioni diverse che, da Michelangelo, attraverso Bernini, procedono poi fino a Borromini.
Tornando al lavoro di Brasini non v’è quindi chi non colga attraverso l’esuberanza figurativa dei diversi progetti realizzati, oppure soltanto disegnati, la linea di diretta discendenza da una creatività tipicamente e specificamente “romana” che si voleva intessuta di rinvii e contaminazioni tra forme e livelli diversi di espressività artistica, dal disegno alla pittura, dalla decorazione plastica alla scultura, dall’architettura all’urbanistica, dalla modanatura alla città, in una koinè sinestetica le cui valenze giustamente Brasini poteva comunque ritenere “contemporanee” perché capaci di travalicare, nel senso più profondo del loro estrinsecarsi, le contingenze, al fondo effimere, della loro ricorrente attualità.
Dai suoi visionari progetti per l’Urbe Massima fino alle numerose realizzazioni, dall’ingresso monumentale al nuovo Giardino Zoologico capitolino, al Villino Tabacchi, dagli allestimenti effimeri per la Mostra dell’Agricoltura alla Villa Flaminia, da Villa Manzoni al completamento del Vittoriano, dal palazzo Inail al Ponte Flaminio, dall’Istituto del Buon Pastore alla ciclopica chiesa di Piazza Euclide, soltanto per citare alcune delle più cospicue realizzazioni romane, la complessa articolazione delle moderne, eppur “barocche”, fabbriche brasiniane si sviluppa secondo un originalissimo e fascinante filo logico capace di radicarle tutte e spesso fuor di metafora nel corpo vivo della città, nel cuore della citta eterna come nelle sue più remote e agresti periferie, quasi a prolungamento di una preeesistenza che fa del “rudere” una presenza ancora contemporanea e dell’addizione “moderna” un elemento di congruenza e di logico prolungamento dell’antico. Spesso la nuova costruzione si immedesima in formule talmente intime con la preesistenza secondo un sapiente gioco di contaminazione, di mimesi e di mascheramento, da rendere assai ardua la possibilità di decifrane la reciproca autonomia; Brasini diventa effettivamente “barocco” ma altresì “moderno” nel senso più complesso e alto del termine e così corona il suo sogno anacronistico che lo vuole attivo, di volta in volta, sotto le spoglie e la “maschera” dei suoi “maestri” da Pietro da Cortona, al Bernini, al Serpotta.
Gli edifici nuovi si fanno, a loro volta, preesistenza, rudere, contrafforte, natura, rupe, scoglio, argine, monte e su questa sua ritrovata e artificiale, ma mai artificiosa, storicità Brasini intesse il suo dialogo fecondo, spesso sotto le mentite spoglie di un “non finito” sapientemente dissimulato, con il passato che è altresì rara capacità di confrontarsi con un presente “altro” dalle effimere ed elitarie formule di una modernità corriva e sradicata. E proprio quella del “non finito” diventa categoria brasiniana per eccellenza capace di conferire, in più di un caso, alle sue opere quella straordinaria capacità di porsi a ponte tra passato, presente e futuro che consentono di leggere talune delle sue architetture migliori come sospese in un’aura di contemporaneità tra le più significative, cariche ed espressive del novecento romano.
GM, Roma, ottobre ’06.

In: Il Palazzo Italiano dei Soviet (catalogo della mostra curata da Irina Sedova), museo dell’Architettura “Schusev” (MuAr),
Mosca, 15 dicembre 2006 – 20 febbraio 2007.

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Il Palazzo “italiano” … dei Soviet …

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una bella mostra al MUAR di Mosca …
documenta attraverso una selezione di eccezionali materiali d’archivio …
un aspetto poco noto della vicenda relativa al concorso per il Palazzo dei Soviet … ove, per la prima volta, viene affrontato il rapporto tra Jofan e Brasini …
mettendo in luce i rapporti tra Roma e Mosca …
relativamente ad una vicenda cruciale del XX° secolo …

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Donna Letizia … Leonardo … la mela … e la democrazia …

L’astuto polacco … colpisce ancora …

Sulla rassegna stampa di qualche giorno fa, a proposito del viaggio della soave Letizia a New York per “vendere” Milano 2015 sulla piazza finanziaria Americana …
ci ha colpito, tra l’altro, la cerimonia della visita, allo studio Libeskind …
(evidentemente, ci ricordava l’analogo tour pre-giubilare di Rutelli in visita allo  studio Meier … per perfezionare, si fa per dire, i dettagli dell’Ara …)
e pure assai stimolanti, quasi sublimi, … le osservazioni della Star che si è esibita con la consueta modestia … ché, magari, se credeva Fuksas e a proposito del suo parto fieristico Milanese (quello suo naturalmente … non quello del lituano …) ha osservato garbatamente:
“Credo sia un progetto non solo europeo, ma di carattere mondiale …
Ovunque nel mondo l’abbia mostrato ho visto risaltare negli occhi della gente la storia di Milano, le sue tradizioni e la sua voglia di cambiamento …
Milano … è ‘una città mondiale’ …
abbiamo creato un tessuto nel quale si presentano le varie anime della città …
Il verde si irradia e raggiunge il centro della piazza che si presenta come un’area tonda da cui si snodano vari spazi …
accessibile e permeabile per la gente …
Sarà una celebrazione degli spazi aperti e gli edifici residenziali sono stati pensati non solo per chi ci vivrà ma anche per creare qualcosa di realmente sano dal punto di vista ambientale …
nello spazio Domodossola … e’ prevista la costruzione di un museo …
Se si parla di Milano si pensa subito anche a Leonardo  …
come avrebbe realizzato questo museo?
Leonardo avrebbe preso il quadrato e lo avrebbe trasformato in cerchio rendendolo dinamico …
Il museo dunque parte come un quadrato e si trasforma alla sommità in un cerchio …”
L’architetto infine ha affrontato il tema delle proteste dei cittadini contro il progetto, che parlano di eccessiva cementificazione:
“Succede sempre che si creino polemiche …
ma non c’è niente di più grande della democrazia …
Io, da sempre, cerco di confrontarmi con la gente …”

Un vero “Maestro” … di musica … “mondiale” …

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Piano “verde” … e il “Vulcano Buono” …

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un vero “Plebiscito” … per Piano … sotto il Vulcano …

Debbo riconoscere che mi era, fin qui, sfuggito …
e che solo una recente, fortuita, segnalazione mi ha annunciato lo straordinario evento partenopeo …
Piano … sfida il Vesuvio …
C’era da spettarselo … il Padreterno … gli fa un baffo …
E il grande Renzo … che, piano, piano … si è anche montato un po’ la testa …
dopo i grattacieli .. che ti fa? … ti fa i Vulcani … quelli “buoni”, naturalmente …
“Cacchio! … – verrebbe da dire – … ma questo si è rimbecillito” …
E invece no … la figura … ce la facciamo noi che ci “beviamo” tutto, ma proprio tutto, quello che gli passa per il capo … ai “capi” …
Così cliccando un po’, qua e là, …
apprendiamo da http://www.TheNetNola.it, che, effettivamente:

“Il Centro Servizi di Renzo Piano si presenta come una struttura a forma di Vulcano, situata proprio nei pressi del Vesuvio. Alta 40 metri e con un diametro di oltre 170, il centro è destinato ad ospitare un ipermercato, alberghi, ristoranti, un cinema multisala, e, soprattutto un’enorme piazza al centro.
Il progetto di Piano riserva grande attenzione anche alla sostenibilità ambientale: attorno alla struttura nascerà un enorme parco verde, con oltre 2000 alberi …(c’era da dubitarne? n.d.r.)
Per Renzo Piano … a Nola si è realizzata “un’interpretazione della cooperazione in chiave moderna. Non vogliamo costruire un triste shopping center ma una piazza dove il vuoto è l’elemento di incontro tra le persone” …
“Si tratta di uno straordinario investimento – ha sottolineato Bassolino – Insieme con il Cis e l’Interporto a Nola si sta creando una struttura di alta competizione a livello internazionale. Sarà il più grande centro commerciale del Mezzogiorno con una vastissima serie di servizi. Si va a completare così il distretto Interporto-Cis-Vulcano Buono, un modello davvero straordinario di aggregazione di imprese del terziario avanzato“.
Il governatore ha poi espresso il suo pieno accordo a Renzo Piano per la scelta della piazza vuota: “Abbiamo fatto la scelta di fare a Napoli un altro straordinario vuoto, dopo quello di piazza Plebiscito.
Un modo per rispettare il vuoto come originalità, che si riempie anche di socialità
” …

Blà, blà, blà … ché fa anche rima …

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Archeologie romane …

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sarebbe un vero peccato che, mentre si cerca giustamente di conservare, e con tanta attenzione, anche la traccia più minuta del passato più remoto …
come testimonia l’interessante rassegna dei reperti venuti recentemente alla luce nei nuovi cantieri romani e attualmente allestita nei locali del Museo Nazionale Romano di piazza Esedra …
si volesse fare piazza pulita di uno dei più interessanti esempi di archeologia “industriale” della capitale in nome di un malinteso ambientalismo fatto di tunnel chilometrici e di “valorizzazione” dei suoli e delle aree attigue alla, ormai storica, “sopraelevata” …
l’archeologia, come la storia … è, o almeno dovrebbe essere, … una sola …

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GNAM … Cosenza … Diener & Diener … Cosenza …

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Un vero frammento di … storia italiana …
e gli “effetti collaterali” dell’affaire Zazà …

Da qualche giorno circolano con insistenza nuove voci attorno alla annosa questione GNAM-Ala Cosenza …
Cantiere fermo da anni … polemiche a non finire … concorso assai discusso … tormentata gestazione amministrativa … interventi ministeriali e capitolini di ogni sorta …
quasi stucchevole ripercorrere un itinerario che ci ha visto, fin qui, soccombere più volte … bersaglio di agressioni giornalistiche e accademiche astiose e portate sempre nel nome di una nostra presunta e inaccettabile fobia per il “nuovo” …

veniamo così a sapere, proprio di questi giorni, che del nuovo progetto …
non se ne farebbe più niente …
che sarebbe stato addirittura “definanziato” …
magari per raccattare fondi per l’insaziabile Zazà …
oppure …
per qualche altra, insondabile, circostanza, piovuta dal cielo …
non sappiamo, esattamente, come siano andate le cose …
ma, se stanno “realmente” così, …
tutto dovrebbe quindi ripartire … da zero …
che Dio ce la mandi buona, almeno questa volta …
e che magari in un periodo di vacche tanto magre …
non sarebbe male che si cominciasse finalmente a ragionare, seriamente, sul tema …
a partire dal “rudere” Cosenza …

per i disegni di Diener … c’è sempre la DARC … con i suoi archivi …

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Salvare Del Debbio … dal soffocante abbraccio … delle suffragette … del post-post-post-moderno …

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non so esattamente come si chiami la sindrome opposta a quella del mitico re Mida … ma è sicuramente quello che si continua a riscontare nelle iniziative MAXXI-DARC …

per l’occasione del Maxi-catalogo …
per massacrare il povero Del Debbio …
hanno anche scoperto una nuova forma di femminismo curatorial- editoriale …
12 -1 è il rapporto donne-uomini nell’ultimo parto …
per carità, … niente di male, …
ma forse è ora di rivendicare la par condicio …

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Loos e Del Debbio … a Roma …

La Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Valle Giulia torna, finalmente, ad ospitare l’architettura contemporanea …
era ora …
due mostre in contemporanea … su due interpreti del novecento …
la prima “Adolf Loos 1870 – 1933, architettura, utilità e decoro” a cura di Richard Bösel e Vitale Zanchettin in collaborazione con l’Istituto Storico Austriaco di Roma e l’Albertina di Vienna corredata di un bel catalogo Electa …
la seconda “Enrico Del Debbio architetto, la misura della modernità” curata da Gigliola Del Debbio, Maria Luisa Neri, Erilde terenzoni e Alessandra Vittorini promossa da DARC, MAXXI, GNAM …
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basterebbe leggere la differenza tra due plastici altrimenti indicativi dello “spirito” delle due mostre …
per rendersi conto, al di là di ogni ragionevole dubbio, dell’abisso culturale che le separa …

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