E pur sempre … è architettura …

Ci sono stati segnalati e volentieri vi sottoponiamo due siti altrimenti relativi al mondo degli architetti …
Il primo: http://www.gazprom-city.info/opros
che può facilmente riferirsi al mondo globalizzato dello star-system …
e alle sue ricadute … magari milanesi … dalle parti della vecchia Fiera …
Il secondo: http://www.sandroranellucci.it/blog/
specificamente relativo alla questione Piazza Armerina …
con tutti i delicatissimi problemi che essa comporta sui temi della conservazione e del restauro … dall’antico al contemporaneo …

due occasioni diametrali …
ma … schizzi di … fango … un po’ dappertutto … da Putin … a Sgarbi …
e … nel mezzo … c’è tutto il resto …
cioè l’architettura … di ieri … di oggi … di domani …

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Nebbia in Val Padana … e fumo, d’autore, sulla Fiera …

Riceviamo da Sergio Brenna la segnalazione, che qui di seguito volentieri vi giriamo, a proposito della scabrosa questione Fiera/Citylife:

“Nel caso vi fosse sfuggito vi segnalo l’articolo di Gregotti su Repubblica del 18 gennaio scorso in cui chiede l’intervento del Ministero dei Beni Culturali per sventare gli esiti del progetto Citylife (1 milione di mc su 100.000 mq fondiari e i tre bizzarri grattacieli di Libeskind,Hadid, Isozaki).
La tutela dei due unici padiglioni storici conservati (Palazzo dello Sport e Palazzine degli Orafi) potrebbe costituire lo spunto per ridiscutere anche la distribuzione planivolumetrica del progetto.
Speriamo che l’appello non cada nel vuoto
!”

Ed ecco l’articolo di Gregotti …
che, sicuramente, non vi era sfuggito:
“Quella Speculazione Alla Fiera Di Milano
Alla vicenda della speculazione edilizia dell’area storica della Fiera di Milano è stata dedicata un’attenzione distratta e locale. Dopo il mio primo, isolato testo sul Corriere della Sera (giugno del 2004), la stampa si è poco interessata della questione, tutta affidata alle proteste della popolazione circostante il futuro insediamento ed alla coraggiosa battaglia condotta dall’architetto Sergio Brenna e dal suo gruppo. Solo di recente le pagine milanesi di Repubblica hanno ospitato alcuni articoli di severo e giusto giudizio di Beltrami Gadola, che ha scritto ‘dell’eccellenza del peggio’.
Si è parlato anzitutto delle scandalose procedure di concorso ed istituzionali che hanno segnato il destino della più grande area centrale disponibile della città di Milano. Purtroppo il caso Fiera non è isolato ed a Milano altre decisioni su grandi aree sono state prese negli ultimi anni con una sottomissione acritica alle mode e con una totale indifferenza alla storia urbana della città.
Ma il problema ha risvolti che meriterebbero un’attenzione più ampia da parte del governo stesso ed in particolare del ministro per i Beni e le attività culturali. Non basta la giusta battaglia per la difesa delle città d’arte se poi si consentono errori duraturi che consegneranno ai posteri la testimonianza della nostra capacità di costruire immagini urbane rappresentative solo di una cultura mercantile.
Sappiamo bene che, nonostante l’Italia si vanti di essere il paese dei monumenti e degli artisti, la cultura della forma urbana conta assai poco (quando è separata dalla rendita turistica) e che il destino della qualità morfologica e di uso delle sue città e del suo territorio sembra essere l’ultimo dei pensieri che preoccupano la collettività. Anzitutto, credo, perché istituzioni e politici sono attraversati, per quanto riguarda l’architettura, da dubbi ed ignoranze tanto ampi da rendere i loro giudizi molto incerti e quindi indifesi rispetto alle pressioni delle convenienze finanziarie, alle opinioni dei falsi competenti ed alle celebrazioni multimediali. Ancor più perché la stessa connessione tra pensiero politico e pensiero culturale è andata perduta, coperta dall’idea di libertà dell’artista come pura assenza di limiti ancorché come progetto critico.
Sembra che basti vincere qualche ridicola sfida come l’accumulo in altezza delle costruzioni o un ‘Guinness dei Primati’ per l’edificio più inutilmente strampalato per affermare che la modernità globalizzata, cioè in realtà la sua provinciale imitazione, ha finalmente raggiunto la città più laboriosa d’Italia.
Naturalmente vi è anche l’aspetto, niente affatto secondario, delle critiche specifiche che al progetto dell’area Fiera sono state fatte; non solo alla frammentazione che rende insignificante il verde pubblico, alla totale astrazione dei principi ordinatori del nuovo insieme rispetto al contesto urbano, o all’estetismo privo di qualsiasi necessità delle forme inutilizzate con un puro obiettivo di marketing, ma anche a causa dell’indifferenza con la quale gli stessi responsabili della cultura si rendono complici, con evidente superficialità, di una posizione che vuole ridurre la pratica artistica dell’architettura a pura immagine comunicativa, rappresentazione iperrealista dello stato delle cose come il migliore dei mondi possibili.
L’assenza di ogni distanza critica, o meglio la sua trasformazione in estetica generalizzata, fa inesorabilmente decadere non solo le pratiche artistiche eccellenti ma anche il livello dell’onesto mestiere, lo trasforma nella cattiva coscienza dell’efficienza in sé o nella frustrazione, fatale per l’architetto di oggi, dell’assenza di successo mediatico, mentre trasforma l’architettura stessa in una forma di intrattenimento visivo.
Credo che tutto questo non interessi solo chi pratica la nostra disciplina, preoccupato del suo stato di corruzione ogni volta ingentilito da ingannevoli rappresentazioni pubblicitarie dove l’estetica diffusa delle mode trionfa. E quando tutto questo è estetico il giudizio può dissolversi. Ma purtroppo non si dissolvono né a Milano ma anche nel resto del paese, gli edifici durevolmente costruiti a partire da queste ideologie. “

Abbiamo riportato interamente il lungo testo … anche perché trovavamo qualche difficoltà a sintetizzarlo …
francamente, la prosa di Vittorio Gregotti non ci risulta molto chiara …
ma questo è un nostro vecchio limite …
da decenni, ormai, molte “idee” del poligrafico maestro ci sfuggono …
A proposito di questo ultimo intervento poi … se Brenna non ce ne avesse spiegato, in due righe, il senso … quasi non avremmo capito nemmeno di che cosa stesse parlando …
potremmo ben dire che Vittorio rasenta, ormai, l’ineffabile …
e spesso viene da chiedersi fino a che punto gli incolpevoli lettori di Repubblica siano in grado di decifrare quelle periodiche e misteriose prose …
chissà che idea si saranno fatta degli architetti? …
siamo sicuri che devono essere in molti quelli che concludono:
“non ci ho capito un accidenti … ma deve essere proprio interessante” …

comunque ben venga l’intervento del prode Rutelli …
ché quello che, in più di un’occasione, non è riuscito a Roma …
magari possa accadere a Milano …
buona fortuna …

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L’indocile asinello … e … il maestro di VeMa …

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Vallegiulia annisessanta … altre diligenze … altre dirigenze …

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La Sapienza si rinnova … all’ombra del cherubino …

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I° – la formazione dei quadri …

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II° – sogni di grandezza …

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III° – il grande progetto … culturale …

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Vallegiulia puzzle …

luglio 2006 …

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gennaio 2007 …

complimenti e auguri …

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L’Architettura salvata dai geometri … Antonio Pennacchi … in cattedra a Valle Giulia …

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Una splendida, torrenziale lezione quella che Antonio Penacchi ha tenuto giovedì scorso nell’aula magna di Valle Giulia sul tema a lui caro delle città di nuova fondazione …
Un affascinate percorso che ha attraversato insieme il Novecento italiano e le diverse regioni del paese toccandone luoghi e momenti, occasioni e personalità fondamentali per comprenderne la Storia …
Un itinerario che ha rincorso da Arsia a Pergusa, da Trisigallo a Tirrenia, da Tor Viscosa a Segezia, da Cortoghiana ad Arborea, solo per fare qualche nome, il senso di un’esperienza fondamentale della cultura urbana e architettonica contemporanea …
Con la sensibilità del filologo e l’attenzione dell’archeologo Pennacchi ha riproposto così anche la sua autobiografia scientifica, politica e culturale che lo vede oggi tra i più apprezzati “letterati” della penultima generazione …
Sotto lo smalto dello scrittore e dell’intellettuale di successo è poi emersa una specifica vena topografica e descrittiva (Pennachi, tra l’altro, prima di affrontare le Lettere Classiche, si diplomò Geometra …), attraverso la quale, quasi come in un “rilievo” sul campo, è stata fatta emergere la strutturalità di una trama complessa e reale, materiale ed ideale che disegna attraverso il tempo e lo spazio il ritratto complesso e spesso impietoso della nostra società … (e della nostra scuola) …

Una vera, grande Lezione di Storia Contemporanea … per gli aspiranti architetti di Roma … da parte di un geometra di Latina (anzi … di Littoria …)

Per chi non c’era e non li avesse ancora letti, di Pennacchi segnaliamo: Mammut,1994; Palude, 1995; Una nuvola rossa, 1998; Il fasciocomunista e Viaggio per le città del Duce, 2003; L’autobus di Stalin, 2005; Shaw 150. Storie di fabbrica e dintorni, 2006.

Grazie Antonio … alla prossima …

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Provaci ancora Norman … se l’America scopre la storia … fuori i grattacieli da Manhattan …

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Ne parla la stampa di tutto il mondo …
praticamente, uno scandalo internazionale …

Il povero lord Norman … cacciato a furor di popolo dall’Upper East Side …

Come ricordava pochi giorni fa il New York Times:
“The New York City Landmarks Preservation Commission resoundingly rejected a proposal yesterday to build a 30-story glass tower designed by Norman Foster atop a 1949 building on Madison Avenue. The decision was a major victory for a coalition of Upper East Side residents who argued that the tower would rend the fabric of their historic neighborhood.”
e oggi su Repubblica Riccardo Staglianò riprende l’argomento:
“New York boccia Lord Norman Foster. Il suo progetto non va bene. La torre di vetro che doveva costruire nell’Upper East Side è, come riassume velenosamente il New York Post, «troppo alta, troppo sbriluccicante e troppo pericolosa come precedente». Se si comincia con palazzi così imponenti, costruiti sopra begli edifici storici, non si sa dove si va a finire. È stato questo il ragionamento della Commissione per la difesa del paesaggio di Manhattan. Quindi, nonostante che l’architetto sia una stella, arrivederci e grazie.” …

a parte la soddisfazione di vedere, una volta tanto, riconosciuti i diritti dei cittadini in materia di tutela ambientale e di rispetto del patrimonio storico …
l’episodio newyorkese sottolinea anche altri aspetti che vanno ben al di là della mera tutela del diritto d’autore e che investono la dimensione storica e sociale del diritto all’ambiente …
“diritto alla città” … qualcuno diceva in tempi ormai preistorici …
ma anche un’altra banale osservazione merita l’episodio …
ché in Italia e in particolare a Roma dove da tante parti si insiste per “liberarci” da un eccesso di vincoli e di normative … come mai che non si ascoltano le voci dal basso … e tutto ciò proprio in nome di un americanismo d’accatto? …
(vedi l’affaire Meier e i suoi devastanti … effetti collaterali …)

comunque … verrebbe da dire:
“
Provaci ancora Norman” …
che se ti è andata male a New York …
sulla via del Kazakistan …
c’è sempre Roma che ti aspetta …
un grattacielo in più è proprio quello che ci manca …
potresti metterlo su qualche vecchio rudere …
per valorizzarlo un po’ …
a noi poi le risorse e gli uomini non mancano …
e gli “americani de’ Roma” non sono come quegli snob dell’Upper East Side …
qui con Rutelli, Veltroni e i loro tirapiedi…
il “moderno” … fa faville …

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Marachelle alla chetichella … papi e dinosauri … all’ombra di Re Mattone …

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dopo la Pasta coll’arzilla, la Trippa, la Cicoria, la Coratella còi carciofi, le Puntarelle … un nuovo piatto della cucina romana:
Marachelle alla Chetichella …

La Stazione Termini ha cambiato nome …
Su questo imprevisto e imprevedibile evento, argomento che coinvolge insieme alla toponomastica il senso più profondo del valore della memoria collettiva e dei luoghi urbani, abbiamo ricevuto un commento di Pasquale Cerullo che volentieri, qui di seguito, vi proponiamo …

“All’indomani della morte di papa Wojtyla, sull’onda emotiva generata delle migliaia di fedeli accorsi da tutta Italia, l’amministrazione capitolina lanciò una proposta: la stazione principale di Roma sarebbe stata intitolata a Giovanni Paolo II. Vi sono diversi modi per interpretare questa azione del Sindaco e dei suoi consiglieri, anche dandogli buonafede, con grande fantasia, ma nessuna giustifica serve a far passare un’idea così “bislacca”. La Stazione Termini ha un nome che affonda le sue radici nella storia profonda di Roma, nessuno lo ha imposto, solo il popolo nel corso dei secoli, secondo una caratteristica marcante che connota quel luogo, zona di terme, le immense terme di Diocleziano. Nessuno si era sognato di dare un nome alla stazione, neanche quando nel 1950 fu inaugurato il nuovo edificio di testa, neanche quando, per costruire la prima stazione, tra il 1860 e il 1876, fu distrutta la Botte di Termini, il primo vero e proprio edificio, una cisterna a più navate, lunga circa 90 metri, che serviva ad alimentare le terme con una deviazione dell’Acqua Marcia.
La Consulta laica, istituita dal Comune stesso, di cui fanno parte numerose associazioni laiche, protestò fermamente. Dopo quel gran battere di tamburi, l’idea sembrò rientrare nei ranghi da cui era nata: la suggestione del facile consenso. Invece, ci sono cose che un comune cittadino non sa ‘vedere’, non sa calcolare. C’erano ancora le elezioni al di là da venire, non si poteva scontentare nessuno, un colpo al cerchio e un colpo alla botte. Così passate anche queste, in una tranquilla giornata festiva di fine anno, con lo sciopero dei giornalisti, ecco che alla chetichella, il simpatico Sindaco della città di Roma va a scoprire una targa, alla presenza di un alto prelato e pochi intimi, che titola il nuovo nome allo scalo ferroviario internazionale: Stazione “Giovanni Paolo II”.
Non si può fare a modo proprio della storia, secondo le convenienze, nessuno è così stupido da credere che Veltroni sia stato fulminato sulla strada di Damasco, è un politico, calcolatore e a questo punto anche cinico. La scelta del nome prima di tutto, non Karol Wojtyla, ma quello del papa, il capo di una Chiesa, di una religione, di uno Stato, utilizzando un bene pubblico, che non appartiene neanche al Comune, ma ad un Ente Statale. Poteva essere una piazza, una via, un edificio, una villa ma non un ‘porto’, luogo di incontro di tutte le culture, le religioni, i popoli.
Sbagliato il nome, sbagliato il luogo, sbagliati i tempi; a chi giova? Al popolo romano? Agli utenti della Stazione? All’amministrazione ferroviaria, che non spenderà denaro per cambiare le tabelle, le titolazioni, gli orari? All’incontro multietnico e la comprensione tra popoli? Gioverà ad una sola persona e questa persona si chiama Walter Veltroni, uno dei tanti sindaci di Roma, che avrà la benevolenza e l’appoggio perpetuo del Vaticano, che in fondo piglia quello che gli danno.
C’è una sottoscrizione al sito di Italialaica.it, chiunque può lasciare la sua firma, perché è una questione nazionale, non comunale come ha pensato il primo cittadino di Roma.
Non che ci sia da aspettare che il sindaco retroceda, ormai l’ha fatta grossa e andrà avanti con il suo ‘madornale’ errore coperto dietro le sottane dei cardinali. Ma almeno sappia che non si cambia impunemente la storia di una città, che ci sono cose ben più sacre come la memoria la cui manomissione ha conseguenze molto gravi, che portano alla miseria umana.
È bene che le sappia queste cose, il caro sindaco, che tanto fa per la sua città e per quella che lui ritiene una sua succursale.”
P. C. 14.1.07

Che Roma fosse, da sempre, la Città del Papa … c’erano pochi dubbi …
ma l’astuta inopportunità del recente evento riapre interrogativi piuttosto inquietanti sul ruolo, i modelli e gli strumenti della politica e dei “nuovi” politici in questo contesto …

P.S.
se l’edificio, già di Termini, e già FF.SS., oggi Grandi Stazioni (Benetton, Caltagirone, Pirelli …), il “dinosauro” … è stato ribattezzato nel segno del Papa, evidentemente in una prospettiva politicamente più ampia, …”allargata” … che oltre al probo Walter “dietro” non ci sia magari anche il bel Pierferdinando …
e quindi tutti insieme a maggior gloria Azzurra? …
a Roma, comunque, …
non si è mai costruito tanto come di questi tempi …
e Re Mattone … regna sovrano …

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Pietro Barucci … e la mano pesante … delle “talpe” capitoline …

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Pietro Barucci, che ha appena visitato la nota mostra negli scantinati dell’Ara, ci manda queste sue riflessioni … “a caldo” …
“Caro Giorgio, ho visto la mostra dei progetti per la sistemazione dell’Augusteo, allestita nel nuovo edificio dell’Ara Pacis, e ti voglio comunicare le mie riflessioni.
Visitare i meandri di quel nuovo edificio è sconcertante. E ancora più lo sono i progetti esposti. La sensazione complessiva è che tutta la faccenda sia gestita dal Comune con tutta l’accortezza e la levità del classico pachiderma che si aggira nel negozio di cristalli.
Per l’ edificio sarebbe stato necessario un concorso, e invece è stato preferito un incarico diretto, salvo poi subire l’invadenza e le prepotenze di un grosso personaggio come Richard Meier, senza la possibilità di esercitare alcun controllo.
Fatta la frittata, sarebbe stato consigliabile adottare un profilo basso e limitare gli ulteriori interventi allo stretto indispensabile. Era chiarissimo che sulla piazza c’era poco da fare, se non sopprimere l’orrendo parcheggio e sistemare il giardino; poteva bastare un incarico di routine a uno specialista qualificato.
Invece si è voluto fare il concorso. Altisonante e molto pubblicizzato.
Visto nell’ insieme, il concorso ha confermato quello che si pensava, che c’era poco da fare.
Il progetto vincitore, del gruppo Cellini, è certamente il migliore.
Il gruppo è qualificato, Cellini è bravissimo, come si sa da tempo. Colto e dalla mano molto felice, da figlio d’arte quale egli è.
Ma la soluzione proposta risente della assurdità della richiesta, il concorso è fuorviante in sé.
Che bisogno c’è di scavare quella buca gigantesca, andando a raspare fre le due chiese e sotto il palazzo di via Tomacelli? Quelle due gigantesche scalinate contrapposte sono una forzatura, non c’è lo spazio necessario a un’impostazione così monumentale, anche se
Il gesto è felice e non privo di fascino.
Ma già esiste un’ampia scalinata in asse con l’ingresso al monumento, si potrebbe intervenire su quella senza sconvolgere tutto !
La sistemazione del giardino va benissimo come proposta dal gruppo vincitore.
Molto divertente il maniglione di Purini. Una provocazione, uno scherzo, un’idea che non è nemmeno stata sfruttata del tutto.
Che dire d’altro? Possiamo sperare in una attenuazione della proposta Cellini, confermando il mandato al suo gruppo ?
Penso con grande apprensione agli altri interventi programmati.
Scavare sotto il Lungotevere?
Va bene, ma per farci un parcheggio, non il sottopasso !
Secondo me il traffico deve restare in superficie, come è stato appena sistemato. Basta con altre elargizoni al baraccone di Meier, come la terrazza panoramica sul fiume.
E il parcheggio sotto il Pincio ?
Vista la mano pesante, tremo per quel gioiello di Valadier. ” …

P.B. 10.1.07

date le premesse, non c’è che da condividerne le preoccupazioni …
le talpe, infatti, che hanno talvolta anche un aspetto accattivante e
“simpatico”, e che gli etruschi amano chiamare, per lo più, “tope ceche”, sono animali pericolosissimi (lo sanno bene gli olandesi) che distruggono dighe e raccolti e che nel caso romano …
potrebbero obliterare quanto resta di orti e monumenti …

P.S. visti i risultati, non sarà ormai ora che il probo Walter apra gli occhi e sostituisca qualche suo suggeritore … più o meno occulto?
oppure … verrebbe da pensare che … condivida tutto quello che si fa in suo nome … che si scava … nella sua ombra … e questo, francamente, ci dispiacerebbe un po’ …
politique d’abord? …

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