Ancora su via Giulia …

COVILE_630_via_Giulia

Ringraziamo Nikos Salingaros e Ettore Maria Mazzola per la gradita anteprima …

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46 risposte a Ancora su via Giulia …

  1. ettore maria mazzola ha detto:

    caro Professore,

    siamo noi che ringraziamo Lei!
    Il numero dovrebbe essere disponibile on-line, sul sito de “Il Covile”, forse già da domani

    Ettore Maria Mazzola

  2. Outsider ha detto:

    Voglio continuare a pensare che i ringraziamenti di Muratore verso i Salingarosiani siano ironici.

    Voglio continuare a pensare che un docente di Storia dell’Architettura Contemporanea abbia una concezione della contemporaneità diversa da quella qui sopra esposta.

    • Paolo Vecchio ha detto:

      caro Outsider,
      voglio pensare (e, per il bene di tutti, sperare) che tu non sia un architetto, che tu non sia un architetto di Roma, e soprattutto che tu non sia uno di quei pochi che ancora a Roma riesce a lavorare!!!!
      Paolo Vecchio

  3. Roberto Pagani ha detto:

    Approvo incondizionatamente il progetto di ricostruzione degli edifici demoliti.Se cosi’ fosse,quel luogo sara’ ROMA e basta,senza eponimi e autocompiacimenti(in cemento) del proprio Ego ipertrofico, che hanno massacrato il centro di Roma.Speriamo che non si dia luogo a nessun intervento alternativo,ce ne pentiremmo in ritardo e spenderemmo molto di piu’.

  4. ettore maria mazzola ha detto:

    per Outsider,
    proprio perché il Prof. Muratore è un bravo professore di Storia dell’Architettura Contemporanea, è uno dei pochi che ha capito che anche questa è un’espressione della contemporaneità, e molto probabilmente, in un futuro non lontano, quando non ci sarà più una goccia di petrolio a buon mercato (Kunstler docet), questo sarà anche l’unico futuro sostenibile. Ora, senza entrare nel merito di questi progetti, anche perché spero che, piuttosto che limitarti a giudicare dalle immagini – malattia tipica degli architetti che sfogliano i libri invece di leggerli – ti degnerai di leggere i testi esplicativi, voglio farti riflettere su questo: se, per una ragione qualsiasi che non ti auguro, dovessi esser vittima un incidente che ti sfiguri parte del viso, preferiresti avere una plastica facciale che riporti i tuoi lineamenti ad essere belli come prima, o preferiresti una maschera di platino che copra metà viso come un uomo bionico? Oppure, per essere meno cruento, spiegami questa: com’è che molti architetti fissati per gli edifici ipermoderni, oltre ad avere casa e studio nei più bei posti dei centri storici, guidano, o addirittura collezionano, auto d’epoca, e quando gli si rompe un pezzo, giustamente, esigono un pezzo identico all’originale? E allora perché, (se sono proprio i cittadini di via Giulia a chiederlo), la strada più importante di Roma non dovrebbe tornare ad essere ciò che era prima di uno stupido intervento demolitorio che, tra l’altro, venne operato su quei tre blocchi solo perché si trattava degli unici isolati borghesi e non appartenenti ai nobili romani?
    Il fatto che tu non possa essere in grado di rispettare gli altri a parole (non ti smentisci mai) e probabilmente con ciò che progetti, non significa che gli altri sbaglino.
    Spero che, come ti ho invitato a fare tempo fa a seguito di un tuo altro exploit di educazione, ti decida a relazionarti in maniera più civile e ti rimetta a studiare … magari finalmente ti accorgi che ti hanno preso in giro.
    Chiudo ringraziando Roberto Pagani per le sue parole.
    Cordialmente
    Ettore MAria Mazzola

  5. Nico ha detto:

    E per la storica via solo carretti tirati da cavalli. Pe riportarci un certo nonsoche’ de na’ vorta che nun guasta mai. Auguri a tutti.

  6. lorenzo ha detto:

    Ammazza Nico, sta battuta non l’aveva fatta mai nessuno… Originalissimo!!!

  7. pasquale cerullo ha detto:

    In tutti i prg, dall’Unità sino alla fine del Fascismo, era sempre riportata in progetto una strada che mettesse in collegamento Trastevere attraverso il ponte gianicolense (da realizzare e realizzato) con il centro all’altezza di Piazza della Chiesa Nuova. Doveva essere una fuga verso il Gianicolo. Piacentini disegnò anche una megalomane scalea che avrebbe collegato il nuovo quartiere alla Lungara con il piazzale soprastante. Dunque questa idea, e le sue varianti, rimasta per 70 anni in piedi poi non venne realizzata. Rimase una cicatrice. Se si fosse realizzata come per esempio la Spina di Borgo, nessuno avrebbe avuto più da ridire. Cambiano i tempi e cambiano le idee e si tende a preservare il passato, anche nella sua essenza urbana.

  8. Paolo Vecchio ha detto:

    mi sembra che i progetti siano di una qualità stupefacente per essere solo delle idee… La conosciamo tutti la forza delle idee. Il problema è quando non si lascia spazio affinché le idee circolino liberamente.
    Ma perché non si riesce a fare un concorso pulito per una volta?
    Se le idee dell’Architettura Razionalista Contemporanea sono così forti e potenti, di cosa hanno paura? Del confronto con i cittadini? Allora concettualmente hanno perso in partenza!!! L’architettura ha necessariamente i cittadini come utenti finali.
    grazie a tutti
    Paolo Vecchio

  9. Luigi ha detto:

    Salve a tutti,
    ricollegandomi a quello che dice Paolo Vecchio, vi invito a leggere la petizione presentata al riguardo dal movimento “Amate l’Architettura” e, qualora lo riteniate giusto, a firmarla.

    “amate gli architetti moderni – non ci sono altri architetti per voi – ma siate duramente esigenti con essi: è il modo vero di amarli, di operare con loro e per loro: richiamateli sempre alla loro responsabilità, alla purezza che animò ed anima i loro movimenti: essi non debbono seguitare gli stili del passato (sarebbe più facile), ma debbono seguitare la nobiltà che gli stili del passato ci dimostrano nell’incanto delle opere più pure (è il difficile); essi debbono salvare quel che il passato ha fatto, perché appartiene alla loro arte, ed è il loro blasone nella storia; essi debbono operare nella misura di quello che il passato ci ha dato, procedere con pari valore per non esserne indegni e per essere degni con la più pura dedizione di ciò che il futuro si aspetta da loro” – Giò Ponti

    http://www.petizionionline.it/petizione/lettera-aperta-ad-alemanno-e-al-presidente-dellordine-di-roma/3357

    Grazie a tutti

  10. sergio43 ha detto:

    Quelle case ridotte a mozziconi di contrafforti e stampelle per la casa accanto, avventurosamente rimasta in piedi, non avevano e non hanno diritto di essere considerate “CONTEMPORANEE”, come è contemporaneo qualsiasi vicoletto di Roma con la sua bella lapidina di Monsignor delle Strade che ingiunge di non gettare monnezza, vicoletto che una volta era attraversato dai carrettini e adesso è un posteggio per le SMART? Come non essere d’accordo, da contemporanei che vivono il presente, con E. M. Mazzola che certi sfregi debbono essere risanati, non con la presunzione che il linguaggio moderno sia “di per se” più attuale di una ripristinata e restaurata parete con ordinate e più classiche finestrature. Tutti noi giriamo per la nostra città, ora per lavoro, ora per svago e credo che tutti rimaniamo disturbati se, capitandoci di comprare un cartoccio di dolcetti alla piccola pasticceria in Ghetto, guardiamo con disgusto ai mozziconi di casa tra Piazza delle Cinque Scole e via S. Maria del Pianto. Ricotruire quell’angolo (non entro nei discorsi dei diritti di proprietà che in questo discorso teorico non ci competono) sarebbe un gesto compensatorio che renderebbe solo più evidente e storicistico il diradamento pesante dopo l’Unità d’Italia della parte del Ghetto prospiciente il fiume. Una situazione altrettanto fastidiosa ma al contrario, é nell’adiacente Monte Savello. Gli “Scavi archeologici” che mostrano, come gli scavi alla Moretta, più che altro la situazione delle cantine dei palazzi demoliti, una volta meritoriamente rilevati e trasposti nella Carta Archeologica, non sarebbe meglio fossero ricoperti, lasciando al godimento contemporaneo, uno slargo arioso invece di essere costretti ad ammirare l’inciviltà di chi getta una bottiglia di plastica e una lattina di Coca-Cola lì dove venivano ricoverati i cavalli per i suddetti carretti? Allo stesso modo, una volta studiato e rilevato il rilevabile di Piazza della Moretta, non sarebbe più opportuno ricoprire il tutto e lasciare un altro slargo sul fiume, ricucendo e reataurando il ricucibile dei palazzi all’intorno? Io penso che ci sono casi e casi cui la nostra sensibilità dovrebbe dare ogni volta la giusta risposta. Anche io, sempre per la stessa sensazione di disagio che si prova davanti a un rudere non nobilitato dal Tempo ma causato dalle nostre prepotenze, vorrei veder ripristinato il fronte dei palazzi tra via degli Acciaioli e S. Giovanni dei Fiorentini. Quelle pareti di stanze dove una volta trascorrevano le generazioni, ora sono un pò oscenamente esposte e solo l’arte di un Mafai era riuscito a significare il gesto brutale. Anche lì il risanamento evidenzierebbe in maniera storicistica, senza calcare troppo sull’offesa al rettilineo di Via Giulia, la necessità della demolizione per aprire la città, con Ponte Principe Amedeo e Traforo, ai nuovi quartieri al di là del Gianicolo. Ci sono altre situazioni in cui sarebbe onorevole intervenire con sensibilita “contemporanea”. Per esempio in Via delle Botteghe Oscure è, allo stesso modo, sgradevole l’accostamento dei contrafforti del Palazzo sulla traversa di Via Celsa con le due colonne superstiti del Tempio delle Ninfe. Ecco! Adesso farò sobbalzare E.M. Mazzola! Quell’angolo, avessi la bacchetta magica, lo concluderei con un edificio moderno che, ripristinando il filo stradale e musealizzando all’interno i ruderi, parlasse con lo stesso coraggio con cui la municipalità di Praga volle concludere l’angolo sul LungoMoldava chiamando O. Gehry per la sua “Ginger e Fred” o come la municipalità di Vienna volle concedere a Hans Hollein la sua Haas House di fronte alla Cattedrale di Santo Stefano.

  11. Davide Donati ha detto:

    Il solito rifugio negli ordini e nel barocchetto per rifuggire la vera ricerca sulla progettazione. Una copertina di Linus per evitare il problema del progetto contemporaneo pescando nel passato. Un lavoro da amanuensi. Niente di interessante.

    • ettore maria mazzola ha detto:

      e già caro Donati, perché per quelli come te, lavorare nel rispetto e in continuità con la storia è un crimine contro l’umanità (probabilmente perché sareste tagliati fuori dalla professione?), mentre scopiazzare le presunte e autoproclamate star (che tra l’altro si copiano a vicenda) invece è corretto. Questo modo di progettare, se non ti limitassi a sfogliare le immagini piuttosto che leggere, si basa sullo studio e sulla conoscenza di regole, cosa troppo pesante per chi vive la professione con l’animo del consumismo (prendi i soldi e scappa per citare Woody Allen), mentre il vostro amato modo di progettare non ha regole, oppure queste vengono inventate da un giorno all’altro come fa l’alter ego di Zaha, Schumacher, il profeta del “parametricism” … solo che poi vai a vedere cosa esce fuori e scopri che l’architetto è stato messo in secondo piano e rimpiazzato dal software che progetta per lui! Questo si che è più facile, così si che chiunque non sappia tenere in mano una matita può diventare architetto. Se la contemporaneità in architettura deve celebrare la vittoria dell’ignoranza, allora avete vinto voi, ma se, diversamente, la contemporaneità deve rispecchiare tutte le tendenze nel rispetto di tutti e non solo dell’ego dell’architetto, bhe allora le cose stanno diversamente!

      • Davide Donati ha detto:

        A mio modo di vedere il rispetto della storia non è il copiarne le forme quanto piuttosto la loro ‘critica’. Credo conosciate meglio di me Muzio, Asplund, Lewerentz, Plecnik, ecc. In loro si capisce il rapporto con la storia. Nelle immagini qui riportate si legge un acritico ‘copia-incolla’ dalla storia…
        In secondo luogo credo ci siano altre vie alla modernità che non quelle delle archistar. Ci sono solo loro? Non credo. Anzi sono convinto che si possa essere ‘moderni’ (in senso etimologico) senza scadere in storicismi paralizzanti nè in autoreferenziali esibizionismi.

  12. Alzek Misheff ha detto:

    Ripropongo un termine come risposta lapidaria al nostro Outsider: “Contemporaneo non più moderno”. Se non si dice che si rinuncia a qualcosa, inclusa la posmodernità, ma anche a tutti i padri della modernità, non si capirà mai niente.
    Come d’abitudine il jazz stritola tutto ciò che incontra per creare quel riconoscibilissimo spirito suo.
    Lo stile nel quale viviamo nell’arte, la produzione industriale detta design e l’architettura, fanno lo stesso. Da molto tempo si vive con la provocazione, con il ribaltamento di estetiche e di valori. Sì alla velocità del cambiamento; sì all’idea del non umano; sì all’allontanare la somiglianza umano-divino, sì all’alieno. Tutto è possibile e tutto è manipolabile, è la scomparsa di un qualsiasi concetto basilare unitario; è la giungla quotidiana metropolitana, è l’incubo dei surrealisti realizzato. Astrazioni e forme astratte: l’Arte è soltanto comunicazione (e il sesso pure!) …da molti anni dita mozzate o fresche pattumiere da vendere ai più grandi musei, e lungo la strada gli edifici possibilmente neanche uno dritto. Tutto ciò che non “buca lo schermo “ non è niente, non esiste, un incubo che tutti i cittadini, chi sa perché, devono subire, devono vivere!
    E’ alla fine tutto è diventato cosi familiare: è il nostro ”Zeitgeist”.
    Però esiste un altro “spirito dei tempi” contemporaneo“non più moderno” e nuovo, non di “avanguadie” come sopra, o come riedizione di quelle “storiche”. Uno spirito nel quale il fare artistico e architettonico va restituito alla vita per quello che era e quello che è. Elementi della rappresentazione e non della presentazione. Lo spirito di 18.000 anni di cultura dell’uomo “divino”. E non più l’uomo nuovo “mutante” o “ alieno” come lo vuole la lunga notte della modernità.

    Alzek Misheff

  13. Roberto Pagani ha detto:

    Nonostante io abbia compiuto studi regolari ed accademici per complessivi 24 anni rimango basito davanti a simile sfoggio di simile linguaggio.Ostico,oscuro,esoterico direi.Ma che non centra il problema,lo oscura e lo rende meno visibile,come un denso fumo.Le meravigliose intuizioni degli architetti-demiurghi,siano riservate negli spazi a loro piu’ affini:i nuovi quartieri.Per dare loro vita ed anima,per caratterizzarli fortemente e migliorare la vita di chi li vive.Si lascino in pace i centri storici,per carita’!!!E’ chiaro che un Ego ipertrofico sia maggiormente eccitato dall’idea di intervenire a Ripetta o Via Giulia,piuttosto che a Via delle Vigne Nuove!Ma vada li’c’e’cosi’ tanto da fare per lui!Gli onanismi verbali,incomprensibili ai piu’,lascino il passo al linguaggio chiaro,diretto,comprensibile e conciso.
    A Via Giulia,se proprio si deve intervenire,SI SANI LA FERITA DELLE DEMOLIZIONI RICOSTRUENDO “COME ERA E DOVE ERA”.Basta con la pippa mentale mistificatoria del “dialogo”tra vecchio e nuovissimo che si risolve sempre in un obbrobrio urbanistico!Meno autocompiacimenti,piu’ umilta’ e meno protagonismo porteranno piu’ frutti di quanto si creda…

  14. salvatore digennaro ha detto:

    Per Ettore Maria Mazzola,
    mi permetto di contraddirti su qualche punto, ovvero:
    – che gli edifici antichi siano ecologici non c’è dubbio ma che ci sia una relazione biunivoca tra forme classiche e risparmio energetico non è vero in quanto è possibile realizzare case “passive” con linguaggi, diciamo, non “in stile”.
    – sulla ricostruzione in questione penso che proprio chi rispetta ed ama la Storia si ponga qualche dubbio sulle soluzioni da adottare in questi casi e sono d’accordo con Davide Donati… è possibile rapportarsi con la Storia senza necessariamente ricorrere alle stranezze “internazionali” o a bellissime e perfette copie degli originali, altrimenti cadremmo, secondo me, di nuovo nell'”infantile ritirata dall’architettura italiana dal moderno”.

    • ettore maria mazzola ha detto:

      caro Di Gennaro,
      – Nessuno ha mai parlato di relazione diretta tra forme classiche e risparmio energetico, mi sembra quindi un cavillo inventato ad hoc per giustificare una critica.
      – ferma restando la ormai copiosa letteratura internazionale che chiarisce quanto “falso” sia il problema del “falso storico”, dico che i progetti qui presentati mostrano 3 soluzioni differenti (di oltre 40 elaborate dai nostri studenti e specializzandi) per lo stesso problema, e questo è già un motivo per ritenere assurda e gratuita l’accusa di “copia degli originali”.
      Inoltre, come ricorda Paolo Marconi, quando all’inizio dell”800 si presentò la necessità di restaurare le rovine greche e romane si andò sviluppando una tendenza a “intendere ed interpretare meglio possibile le rovine” al fine di riportarle in vita e peferzionarle. In particolare, nel caso di Roma, le rovine risultavano talmente “rovinate” da “abbisognare interventi di riparazione e ricongiungimento dei frammenti dispersi, sulla base di interpretazioni che avrebbero rischiato di essere fallaci, se non fossero state sorrette da un acume filologico speciale” (Marconi, I restauri dell’Acropoli di Atene, in Annuario Saia, volume LXXXVII, serie III, 9, Tomo I). Infatti, il “restauro filologico” è caratterizzato da una “tendenza al perfezionamento progressivo del proprio lavoro”! Detto questo, e guardando al di là della nostra professione, sconfinando nel mondo della letteratura e della musica, ci accorgiamo che non v’è mai stata alcuna chiamata alle armi contro gli eminenti cultori del completamento filologico di poemi, sonetti e opere giunte a noi mutile per le ragioni più disparate … addirittura si organizzano de festivals ad hoc!
      A questo punto concludo con questa riflessione, o amonimento: Se gli architetti, specie quelli italiani, non fossero stati educati in base alle teorie di Cesare Brandi – ormai quasi impossibili da smantellare – non staremmo qui a discutere.
      Nel caso specifico di questo post, fermo restando che non ravviso nulla di falso nei progetti qui presentati, tengo a sottolineare il ruolo “didattico” che interventi di questo genere potrebbero, e dovrebbero, avere, specie alla luce dei crolli della Cupola delle Anime Sante di L’Aquila e dei monumenti pompeiani, tutti maldestramente restaurati da tecnici che conoscevano solo ed esclusivamente la legge delle tecniche moderniste, il cui comportamento, e ciclo vitale, è lontano anni luce dalle strutture originarie. Avere dei cantieri scuola, che oltre a dare nuovi edifici, possano servire a ricreare la manodopera necessaria a mantenere in vita quel patrimonio che dovrebbe darci da vivere, non è un capriccio del “passatista” di turno, ma è un atto dovuto nei confronti dei monumenti che abbiamo ereditato, e che abbiamo il dovere morale di tramandare ai posteri.
      Chi ha interesse a costruire con un linguaggio e delle soluzioni tecniche moderniste, ha tutta la possibilità di realizzare ciò che gli piace altrove, ma lasci stare in pace il centro storico.
      Cordialmente
      Ettore Maria Mazzola

    • Paolo Vecchio ha detto:

      scusate l’intromissione, anche se infantile, ritiriamoci dal moderno, magari riusciremo a riappropriarci di quel primato che abbiamo perso quando abbiamo deciso di diventare “moderni”

  15. pasquale cerullo ha detto:

    “”sei sicuro che la Spina di Borgo non abbia suscitato polemiche ancora non sopite?””

    No, che non le abbia suscitate, e con esse progetti ricostruttivi anche recenti. Ma rimangono proposte, come proposta era la cancellazione di via dei Fori imperiali per un grande parco archeologico.
    Per conto mio cancellerei tutta via della Conciliazione, però la storicizzazione vale anche per questi interventi realizzati, nonostante siano originati da una mancanza di rispetto per la stratificazione storica.

  16. Roberto Pagani ha detto:

    CHE L’ARCHITETTURA ITALIANA MODERNA FIORISCA NELLA CITTA’ MODERNA!GIU’ LE MANI PROFANATRICI DAL CENTRO STORICO DI ROMA!Ma siamo sicuri che gli architetti che si ingarellano in “concorsi di idee”siano veramente dei buoni conoscitori del carattere di Roma?Al bando il narcisismo,siano umili!Ma,in casi selezionati,vi fanno proprio schifo le repliche architettoniche?Il Ponte di S.Trinita,il Campanile di Venezia ecc ecc non doveveno essere ricostruiti?Certi commenti puzzano di ideologia preconfezionata da un miglio!Umilta’ e studio,per favore…

  17. salvatore digennaro ha detto:

    Mi riferivo al passaggio “…in un futuro non lontano, quando non ci sarà più una goccia di petrolio a buon mercato (Kunstler docet), questo sarà anche l’unico futuro sostenibile.”

  18. ettore maria mazzola ha detto:

    Considerata la diatriba in corso, “costruire si – costruire no”, “costruire “in stile” – costruire “contemporaneo”, voglio render noto uno tra i tanti messaggi che ho ricevuto un po’ da tutto il mondo relativamente al numero del Covile dedicato al progetto di via Giulia. La ragione della mia decisione di renderlo pubblico è triplice:
    1) Chi lo ha scritto è uno dei più battaglieri membri di un’istituzione generalmente schierata in prima linea per bloccare le ruspe, a prescindere dalla conoscenza di ciò che verrà realizzato.
    2) Nonostante questa posizione, spesso e volentieri condivisibile, l’autore si è mostrato a favore della ricostruzione rispettosa del contesto.
    3) L’autore, non appartenendo all’èlite colta degli architetti, nel rispetto della società scientista che prevede che gli unici a poter esprimere un parere valido possano essere gli “esperti”, ha esordito quasi scusandosi del fatto di non essere un architetto.

    Del suo lunghissimo commento, che nonostante la sua mancata laurea denota grande conoscenza, stralcio solo alcune parti.

    “Bisogna fare una scelta di campo per la conservazione. Da meno che geometra, politicante dell’urbanistica da marciapiede, quale sono sempre stato, dico che bisogna dare un segnale forte alla popolazione.
    Falso o filologico che sia l’intervento a Via Giulia poco mi importa, affermo per paradosso: poiché oggi quel che conta è vincere politicamente. Voglio provocare nella gente, che ha sentimenti pronti ad essere in tal senso stimolati, la certezza che il giusto sia sempre “com’era e dov’era”.
    Fra venti anni andranno ad ammirare quelle forme come se fossero quelle antiche e vere.
    Entreranno alla trattoria dabbasso, con il gusto ed il piacere di impossessarsi anch’essi per qualche ora della Roma antica, delle viuzze, del tavolino sotto le finestre barocche, dell’aria che si respira lì, in centro, dove tutto è più bello (…)
    Poi come dissi una volta, e mettiamola, per colti ed incolti, una targa su ogni palazzo per dire quando è stato costruito e da chi, ed in che anno e secondo quale stile. E vuol dire che ci sarà scritto: Mazzola, Marconi, etc: anno 2012. E che li abbiamo fottuti quegli stronzi che cianciano di arte contemporanea.
    Ma certo che ci piace anche l’arte contemporanea! anche noi men che geometri la vogliamo e la sappiamo giudicare. Ma ci sono suoli che non sono contemporanei. E’ questo che non riesce ad entrargli in testa. Non vogliono avere limiti, poiché vivono una vita senza limiti: senza limiti di coscienza della loro modestia”.

    Questo è ciò che gli ho risposto:

    caro (…) esser “meno che geometra” piuttosto che essere una “menomazione culturale”, spesso e volentieri è una salvezza! Infatti, chi è rimasto immune dalla lobotomia modernista dei banchi universitari ha la capacità di mostrare ancora genuinamente il sentimento del popolo, che dovrebbe a mio avviso essere la guida per la mano degli architetti, sempre più convinti che debbano mettere la loro firma sul territorio fregandosene di tutto e di tutti. Questa loro presunzione ha fatto sì che la gente ne abbia le scatole piene del loro operato, sicché ogni allestimento di cantiere viene caratterizzato dalla GIUSTISSIMA nascita di movimenti popolari miranti a bloccarlo a prescindere: non occorre conoscere il progetto che si realizzerà, perché il risultato sarà con grande possibilità sempre lo stesso. E allora, progetti come quello che abbiamo sviluppato vogliono servire anche a dimostrare che un’altra possibilità, più rispettosa dei luoghi e della gente, è possibile, e visto che l’arroganza e il potere economico di chi porta avanti le scelte urbanistiche per la città alla fine, purtroppo, la spunta, se ci dotassimo di progetti come questo per via Giulia saremmo in grado di trovare un compromesso, una “transazione”, che dica “è possibile costruire in certi luoghi SOLO A PATTO CHE si rispetti il carattere locale e la volontà popolare”

  19. ctonia ha detto:

    Condivido la posizione di Davide Donati, e mi dispiace che gli si riponda parlando di Zazzà! Certo, forse perchè Asplund non lo conoscete, cari salingarosiani… E’ dura studiare! Però tocca farlo, a meno che non si voglia parlare di qualcosa che non sia architettura…
    A me interessa l’argomento “architettura”. A voi?
    Penso che in questa disciplina vi sia stata e vi sia ancora oggi la stessa continuità fraintesa che Benedetto XVI ha spiegato così bene esserci nella liturgia. Anche attraverso il Novecento, terribile banco di prova per qualsiasi sistema di pensiero dotato di senso, i nostri maestri non hanno mai smesso di “celebrare” il rito della composizione architettonica e dell’architettura in generale, della città, della forma dello spazio urbano, sovranamente indifferenti alla fama e alla notorietà. Così è nata la Roma che conosciamo, la Roma moderna e contemporanea, che sta così bene accanto a Michelangelo e a Adriano.
    Io sono per la continuità “liturgica” alla BXVI. E voi?
    saluti
    c

    • ettore maria mazzola ha detto:

      caro Ctonia,
      forse dimentichi che tutti noi, avendo studiato nelle facoltà di architettura di matrice Zeviana, siamo cresciuti conoscendo quasi esclusivamente Asplund e gli altri, forse Plecnick ci è stato insegnato molto poco perché era troppo “tradizionalista”, così almeno io sono andato a studiarmelo per i fatti miei.
      La differenza tra posizione di quelli come te e la nostra, è proprio che noi abbiamo deciso di continuare a studiare e siamo stati in grado di verificare quanto di vero c’era nell’indottrinamento ricevuto, mentre voi vi siete limitati a prenderlo come come se fosse il Verbo. E allora chi è che non ama studiare? L’unico che non studia forse sei tu, non noi. A proposito di conoscenze, il tuo commento mi ricorda tanto la ormai nota frase di Viollet-Le-Duc: «amiamo vendicarci delle conoscenze che ci mancano con il disprezzo … ma sdegnare non significa provare». Io dubito fortemente che tu sia per la continuità liturgica alla Benedetto XVI.

    • Roberto Pagani ha detto:

      Io sono per il rito tridentino tout court,abbasso le contaminazioni modernistiche,nella liturgia e nell’antico tessuto urbano di Roma.

    • Paolo Vecchio ha detto:

      ma dove hai studiato?

  20. ctonia ha detto:

    Caro Ettore,
    se avete studiato Plecnick e Asplund con Zevi e oggi fate clonazioni dell’edilizia storica – non variazioni o imitazioni, ma clonazioni – forse è l’ulteriore dimostrazione che i danni fatti da Zevi nelle facoltà di architettura sono davvero enormi…
    La pecora Dolly non è una buona strada, credetemi :-)
    saluti
    c
    ps: sulla continuità liturgica di BXVI leggi il Motu Proprio: realismo, concezione positiva e vitale della storia, nessuna paura della realtà così com’è, generosità nell’abbracciare tutta la ricchezza del culto così come si è venuta costruendo sino ad oggi, libertà vera nell’assumere la tradizione in tutte le sue forme consolidate.
    “Non abbiate paura!”

    • Roberto Pagani ha detto:

      Quale motu proprio?Il Motu proprio Summorum Pontificum? Questo,pero’liberalizza la liturgia millenaria che trae le origini nei riti codificati gia’ da Gregorio Magno.La continuita’in architettura,come in liturgia,e’ un’utopia,spesso…Dalla seconda meta’ del Novecento(ed anche prima) si opera in odio alla tradizione in senso lato.La “continuita’”liturgica ha permesso la distruzione di altari,balaustre,pulpiti,arredi,decorazioni,spesso antichissime e di gran pregio.Ora cosa c’e’:porcherie ignobili che hanno distrutto il senso del sacro ed arricchito parroci ed architetti,a discapito della comunita’ che,suo malgrado, ha pagato i lavori.E questi,venivano propagandatie spacciati come “adeguamento liturgico”alle disposizioni conciliari…Il sensus fidelium non approva le distruzioni della tradizione…Qui,cosi’ come in urbanistica,la gente comune e’ conscia dell’attentato,della violenza che si compie con le distruzioni e le ricostruzioni”moderne”.E ne diffida.Il parallelismo tra urbanistica e liturgia viene da me usato per lumeggiare i vulnera formidabili che l’ideologia modernista e d iconoclasta arreca al cuore dell’uomo stesso,snaturandolo e svuotandolo degli elementi costitutivi di cui si e’ nutrito per secoli e secoli.Il risultato e’IL BRUTTO che,il liturgia ed in architettura e’deviante,destrutturante e,pertanto,nocivo.

      • ettore maria mazzola ha detto:

        Caro Pagani,

        per comprendere quanto importante sia bel pensiero di Ctonia l’aspetto liturgico, ti invito a dare un’occhiata a questo:
        http://ctonia.wordpress.com/2010/10/30/risultati-del-1%C2%B0-grado-san-nicolo-a-trebbia/
        Spesso, le parole non seguono i fatti, del resto il modernismo si fonda sull’idea che dobbiamo ripartire da zero, Gropius e Zevi vedevano la necessità di non insegnare la storia “perché limitativa delle potenzialità dell’architetto”, “siamo tutti poeti!”. Grazie a queste “teorie” chiunque può svegliarsi la mattina e fare quello che gli capita, poi si trova il teorico di turno (o lo si fa in proprio) per dare la giustificazione artistica (da non svelare mai totalmente), e gli idioti di turno (che siamo tutti noi), come pecoroni crediamo che sia tutto vero. Nell’era scientista il parere “colto” è quello che conta, la massa “ignorante” deve solo star zitta ed accettare, nella speranza che un giorno, grazie all’opera evangelica dei colti architetti, possa capire

    • Roberto Pagani ha detto:

      Credimi e credici:riportare IN QUEL LUOGO il modesto e rassicurante edificio seicentesco,sara’ mille volte meglio del migliore aborto,ops…parto(!) del piu’ rinomato archidivo presente su piazza,destinato(dopo le pecoreccie iniziali,conformistiche, incensazioni )ad una precoce brutta vecchiaia stilistica.

      • ctonia ha detto:

        Il modesto e rassicurante edificio seicentesco? Voi vi ritenete in grado di riportare in quel luogo etc? Ma ve lo ricordate il secondo principio della termodinamica? Menomale che eravate biofilici… Siete intellettuali astratti della stessa specie che credete di condannare facendo strame della storia dell’architettura, che tagliate con l’accetta per farla “tornare”. Gli oggetti che voi credete di inserire in quel contesto sono monadi, non sono meravigliosi palazzi seicenteschi. Sono dei Frankenstein costruiti a freddo, con pura pratica “architettonica”.
        Si, mi riferivo ovviamente al Motu proprio del papa attuale. Se lo leggi con calma vedrai che proprio per recuperare quel grande affresco liturgico che la tradizione ci ha consegnato un pò malconcio, Benedetto ha consentito che accanto al rito attuale si potesse tornare a celebrare anche quello antico. Se provi a seguire una messa col rito antico vedrai che è molto suggestiva ma, per colpa del principio di cui sopra, stranamente ti sembrerà una messa contemporanea :-)
        saluti
        c

  21. ctonia ha detto:

    precisazione: “quel grande affresco liturgico che la tradizione ci ha consegnato un pò malconcio” intendevo dire quel grande affresco liturgico tradizionale che ci è giunto un pò malconcio etc etc. Ovviamente non è colpa della tradizione se si sono realizzate brutture e scempi etc etc

  22. ctonia ha detto:

    Caro Ettore, se vuoi parlare di liiturgia sfondi una porta aperta, ti prego però di smetterla di associarmi a gruppi, movimenti, ideologie che non mi appartengono. Hai imparato bene la lezione del tuo maestro Nikos Salìngaros, e cioè quella di polarizzare in due gruppi inesistenti (inesistenti per chi conosce la storia del Novecento, non solo architettonica) il dibattito architettonico: da un lato esaltati avanguardisti, dall’altra voi che amate il popolo e la tradizione. Dico per l’ennesima volta che questa è una bugia e chi la sostiene è disonesto intellettualmente.
    Se ne avete voglia, sforzatevi di parlare di architettura, senza schematizzare il mondo per ridurlo alla storiella che vi fa così comodo.
    Grazie
    c

  23. ettore maria mazzola ha detto:

    caro Ctonia,
    dalle parti mie si dice “il toro dice all’asino che è cornuto”.
    Penso che la provocazione e la decisione di metterla sul personale sia partita solo ed esclusivamente da te. I tuoi interventi tendono sempre a sparare a zero contro i “salìngarosiani” pur dimostrando di non conoscerne le idee, a partire dal fatto che noi non professiamo un pensiero dogmatico, infatti, come ha già ribadito Nikos stesso, tra di noi ci sono diverse interpretazioni del modo di progettare, tutte però nel rispetto della gente, dei luoghi e dell’ambiente.
    Se tu attacchi a testa bassa, argomentando in maniera errata, ma ad alta voce per vincere l’attacco, non puoi aspettarti che dall’altra parte si resti zitti. Se accusi gli altri di non studiare, non puoi aspettarti che gli altri ti facciano notare che la situazione è esattamente quella opposta rispetto a quella che hai prospettato. Se poi tiri in ballo gratuitamente la liturgia, (il post parla di edifici laici in via Giulia), non puoi non aspettarti che a qualcuno non venga in mente di chiederti di mostrare il senso liturgico e architettonico di quel discutibilissimo progetto che avete presentato per Piacenza (e non entro nel merito dell’attacco al blog Fides et Forma che si limitava ad esprimere dei dubbi su come s’è svolta la giuria).
    A proposito, visto che ci è stata mossa l’accusa infondata di fare un “copia e incolla” degli edifici antichi ti chiedo: ma non è che quella “chiesa” di Piacenza ti ricorda qualcosa vista di recente e che ha suscitato non poco sdegno tra i fedeli?
    Chiudo quindi suggerendoti di rileggere tutti i tuoi commenti postati da te nell’ultimo anno, probabilmente ti renderai conto che sei tu quello che “non si sforza di parlare di architettura, senza schematizzare il mondo per ridurlo alla storiella che vi fa così comodo”. Io sono sempre aperto al dibattito, purchè costruttivo e non puerile. Cambiate il tono, argomentate seriamente e in maniera colta le vostre critiche, non mettetela sul personale e, almeno da parte mia, troverete tutta la disponibilità a discutere le cose civilmente
    cordialmente
    Ettore

    • ctonia ha detto:

      Caro Ettore,
      mi pare che se vai a rileggere le mie discussioni con te e altri del vostro Gruppo avrai difficoltà a trovare attacchi personali. Dove li hai letti, me li segnali per favore? Non è il mio stile.
      Il mio stile è discutere e scrivere di architettura, e progettare quando me lo chiedono. Tempo fa scrissi una recensione di circa dieci pagine al testo “Il fondamentalismo geometrico” di N. Salìngaros e attualmente, anche se con grandi ritardi rispetto a quanto avevo previsto, sto scrivendo altri pezzi sugli stessi argomenti, comprese le vostre interpretazioni del calice di R. Schwarz apparse sul Covile. Segnalai molte volte queste cose, pubblicamente, ma la vostra capacità dialettica che tanto decanti non è mai giunta alle mie orecchie. In ogni caso, entrando nel nostro blog e poi nello spazio della rivista Ordinè troverai tutto quello che ho detto.
      A proposito di Piacenza, poi, il secondo grado è ancora in corso e preferirei non discuterne, lo farò se vi interessa un minuto dopo la conclusione del concorso. Come immaginerai, ho da dire molto anche sul tuo progetto. Ma niente di personale, e soprattutto dammi del tu, non del voi, io non faccio parte di nessun voi, al contrario di te.
      saluti
      c

  24. carlo saluzzo ha detto:

    Invece, caro Ctonia-cossu, spiegaci bene, bene, come non ti sia venuto in mente di dubitare sulla correttezza del concorso di piacenza? Dove una commissione esaminatrice ha selezionato 5 progetti, tra i qiali il tuo, per la seconda fase eesaminandone diverse decine, in pochi, pochissimi giorni, meno di una settimana? Esaminare decine di soluzioni progettuali, decine di relazioni liturgiche e altrettante opere d’arte sacra, in pochi giorni? TRASPARENZA, CORRETTEZZA PROCEDURALE Questo ci devi spigare, caro Ctonia?
    saluti
    e NON vinca il migliore…, come dici sempre tu, tra pochi giorni…
    saluti
    carlo saluzzo

  25. ettore maria mazzola ha detto:

    Caro Ctonia,
    magari basta questo per riassumere il tuo modo di accusare in maniera infondata le persone:
    “forse perchè Asplund non lo conoscete, cari salingarosiani… E’ dura studiare! Però tocca farlo, a meno che non si voglia parlare di qualcosa che non sia architettura…” oppure “se avete studiato Plecnick e Asplund con Zevi e oggi fate clonazioni dell’edilizia storica – non variazioni o imitazioni, ma clonazioni –”
    Sono due commenti a questo post. Ti bastano?
    Io non faccio parte di nessun voi, ho le mie idee che vanno d’accordo con quelle di molti membri del “Gruppo Salìngaros”. Conoscere il discorso sul “Fondamentalismo Geometrico”, che non ho scritto io, non significa conoscere a fondo tutto ciò che ognuno di noi porta avanti. Se conoscessi i contenuti dei miei ultimi 4 libri, probabilmente te ne accorgeresti. Sul discorso delle clonazioni sei totalmente fuori strada, a meno che non ti riferisca a qualsiasi progetto di matrice modernista, visto che ormai si rassomigliano tristissimamente tutti. Diversamente, il lavorare in continuità con la tradizione significa seguire un percorso per migliorarsi costantemente, mantenendo ciò che il tempo ha dimostrato funzionare, e correggendo o abbandonando ciò che si è dimostrato errato … esattamente l’opposto di chi progetta (scopiazzando i suoi idoli) solo per il suo ego e fregandosene dell’ambiente e delle persone.

  26. ctonia ha detto:

    Per non ammorbare ancora oltre i lettori, rimando gli interessati all’articolo che ho nominato poc’anzi, lì c’è quello che penso di questa maniera di intendere la progettazione architettonica.
    ciao
    c

  27. Francesco Colafemmina ha detto:

    Gentile Ctonia, non avrei capito bene la storia della “continuità liturgica” benedettiana. Sa, come tutti gli incompetenti e gli indotti, il mio cervello fatica ad elevarsi verso le vette d’acume e intelligenza che solo pochi eletti riescono a raggiungere.

    Purtroppo sono un povero mortale, che non capisce niente di architettura, tuttavia di archeologia qualcosina ci capisco e devo confessare che il genere “insula” del progetto lo ritroviamo già nell’antica Ostia… Forse, ma di sicuro mi sbaglio, non si tratta dunque di mera iterazione di modelli storicamente definiti, ma di un’architettura “umanistica”, ossia costruita attorno all’uomo e alla sua storia, non attorno all’architetto e alla sua privata erudizione o al suo contorcimento mentale.
    Ecco, so già di essermi sbagliato, perciò condoni subito il mio errore e lo riconduca alla mia indotta saccenteria… D’altronde mi viene spontaneo pensare di aver ragione…
    Anche perché si dà il caso che gli architetti eruditi e colti che producono fantasmagoriche opere di dubbio gusto, facilmente etichettabili come “contemporanee” solo perché non hanno alcun riferimento formale o estetico con l’architettura del passato, non vivano quasi mai negli edifici eccentrici che realizzano. E spesso li ritrovi a vivere nell’attichetto romano o milanese di un palazzo settecentesco con le volte affrescate e un arredamento in stile luigi filippo… Magari nel salotto espongono qualche installazione d’arte povera, ma si sa, il buon gusto non si compra neanche a suon di lauree.

    Ciò detto, per tornare alla questione “continuità liturgica” benedettiana e al motu proprio, vorrei porre un’umilissima domanda al signor Ctonia:

    lei crede che un rito codificato e rimasto immutato per quasi 500 anni possa essere replicato oggi nelle orripilanti chiese contemporanee o in quelle antiche orrendamente adeguate in nome dell’ideologia iconoclasta supportata dalla CEI e da certi architetti farneticanti?

    Non è forse la penetrazione arrogante di una certa architettura autoreferenziale e radical chic nella Chiesa a rendere impossibile alcuna forma di “continuità liturgica” con buona pace dei desideri di Papa Benedetto (onorato a parole ma disprezzato nei fatti)?

    Chiedo perdono se un povero ignorante come me, che non ha partecipato a master e concorsi e non ha neanche una laurea in architettura, si è permesso di agitare le proprie cellule cerebrali al fine di articolare un pensiero…

    Si sa d’altra parte che in Italia anche per (scusate la volgarità) andare al cesso serve esibire un qualche “patentino” o appartenere a qualche corporazione, sarà forse per questo che la nostra nazione è così… provinciale?

    • ctonia ha detto:

      Caro Francesco, che piacere leggerla anche quì su questi lidi muratorini. Di nuovo, per non annoiare nessuno non posso che rinviarla a quanto già spiegatole tempo fa nei commenti sul nostro blog in merito alla vicenda della Cattedrale di Alba:
      http://ctonia.wordpress.com/2010/08/04/colafemmina-su-alba/
      Mi permetto soltanto di suggerirle di evitare di attribuirmi spocchie che non ho. Le segnalo che esiste il mestiere dell’architettura, e che qualcuno studia e lavora per meritare di appartenervi.
      grazie
      cristiano

      • Francesco Colafemmina ha detto:

        Ma quale spocchia… si figuri…

        Io sono un semplice viandante… d’altronde che esista il mestiere dell’architettura mi sembrava di averlo letto da qualche parte, ma ora non ricordo, sa, la memoria di noi comuni mortali… ad ogni modo grazie per la segnalazione, non sapevo che gli architetti lavorassero per meritare di appartenervi.

        Quanto alla questione della continuità liturgica confesso di non aver compreso il senso del richiamo al post su Alba…

        Lì scriveva quanto segue:

        “La totalità degli edifici ecclesiastici di valore storico giunti fino a noi ha subito, per forza di cose, numerosi “adeguamenti liturgici”. Anticamente si operavano peraltro interventi ben più drastici, che spesso implicavano la trasformazione della stessa struttura architettonica dell’edificio. La nostra attuale sensibilità nei confronti della storia ci impedisce, fortunatamente, di fare altrettanto, ma il problema resta: la chiesa è uno spazio vitale destinato ad evolversi, non sempre in modo indolore, con la liturgia. A noi il compito di trovare, di volta in volta, il miglior compromesso possibile tra esigenze liturgiche e struttura dello spazio. L’introduzione di scenografici altari tridentini in basiliche absidate nate per ospitare tutt’altra liturgia non è stata forse uno “strappo”? E come commenterebbe il panorama estremamente variegato delle antiche basiliche siriache?”

        Ebbene, continuo a sostenere che la liturgia del XVI secolo non fosse difforme da quella del XII secolo. E ne abbiamo svariate testimonianze, anche iconografiche. Che nel medioevo vi fossero mense-altari non monumentali e prive di tabernacolo non significa che in quell’epoca celebrassero una liturgia diversa. Molto semplicemente il tridentino con l’intento di ristabilire la premazia dell’Eucaristia e della Centralità della Tansustanziazione ha voluto mettere in risalto l’altare con il tabernacolo. Ora, è innegabile che ogni evoluzione non possa constare di involuzioni paralogiche, come quella di chi – e si veda il caso di Alba – in nome del progresso o di una malintesa continuità liturgica scavalca 500 anni di tradizione della Chiesa e tutto sommato di storia, per recuperare il puro mito delle origini, la semplicità essenziale del medioevo vagheggiata da Guardini, Schwarz e i vari motori del movimento liturgico del XX secolo.

        Per questo la rimando al mio commento sull’adeguamento liturgico di Acerra, del tutto simile a quello di Alba (anche nell’esibizione del cattivo gusto… ma non si preoccupi, il giudizio di un non addetto ai lavori conta quanto quello del calzolaio correttore del pittore Apelle!).

        http://fidesetforma.blogspot.com/2011/02/elogio-dellorrido-il-caso-di-acerra.html

        Su Benedetto e la riforma liturgica del postconcilio, mi piace ricordarle quanto afferma tal Joseph Ratzinger (p.707 dell’XI volume della sua Opera Omnia):

        “Nel periodo in cui il nuovo Messale non era ancora uscito, quello precedente, però, veniva già bollato come vecchio, si è persa la consapevolezza che esiste un rito, cioè una forma liturgica prestabilita, e che liturgia in generale è se stessa soltanto per il fatto che è sottratta all’arbitrarietà di chi celebra. Persino i libri ufficiali, per quanto siano validi sotto molti aspetti, lasciano qua e là intravvedere troppo chiaramente la progettazione professorale ben studiata e rafforzano l’opinione che un libro liturgico verrebbe ‘fatto’ come si fanno anche altri libri. In questo contesto vorrei inserire una breve osservazione sulla controversia circa la cosiddetta liturgia tridentina. Non esiste, infatti, alcuna liturgia tridentina, e fino al 1965 nessuno avrebbe potuto immaginare che cosa volesse dire tale espressione. Il Concilio di Trento non ha ‘fatto’ alcuna liturgia. E in senso stretto non esiste neppure un Messale di Pio V. Il Messale che uscì nell’anno 1570 per disposizione di Pio V si distinse solo in minimi dettagli dalla prima edizione stampata del Missale Romanum uscita all’incirca 100 anni prima. Nella riforma di Pio V di trattò in fondo solo di eliminare le escrescenze del tardo medioevo, che si erano largamente insinuate, e gli errori verificatisi durante la trascrizione e la stampa.”

        P.708:

        “Al tempo stesso, pur con tutti i pregi del nuovo Messale, bisogna constatare criticamente che è stato presentato come se fosse un libro elaborato ex novo da professori e non invece come una fase di una crescita ininterrotta. Una cosa del genere non si era mai avuta prima; essa contraddice il typus dello sviluppo liturgico e solo questo fatto ha provocato l’idea assurda che Trento e, quattrocento anni fa, Pio V abbiano a loro volta redatto un Messale.”

        Ecc.ecc.ecc.

        Queste riflessioni non si applicano forse perfettamente all’edilizia sacra del movimento liturgico e del post-concilio?

  28. ctonia ha detto:

    Caro Francesco, l’identità sostanziale fra il suo pensiero biunivoco e quello del Gruppo Salìingaros è davvero notevole. Vi propongo di associarvi, ne avrete senza dubbio vantaggio. Credo che manicheismo+manicheismo farà soltanto manicheismo al quadrato, ma tant’è, vi divertirete di sicuro.
    Arrivederci a tutti, chiudo qui e mi scuso con i lettori di questo post per essere andato decisamente off-topic :-)
    saluti
    c

  29. Paolo Vecchio ha detto:

    scusate ancora l’intromissione,
    ma a me sembra, che sia il sig. Galassi che l’ormai famoso/a Ctonia, che tanto si prodigano ad intellettualismi da salotto ed ad alte citazioni letterarie d’altri tempi sfoderate fin dai tempi dell’università, (a proposito…meno male che loro non usano il copia e incolla con tutte queste frasi prese in prestitoi!!) si preoccupino tanto della forma e poco della sostanza.
    Tutti siamo interessati all’architettura? e parliamo di questa!
    Abbiamo una zona di Roma interessata da un problema di progettazione, da un vuoto urbano da riprogettare? bene.. pensiamo quello che sarebbe opportuno fare per chi dovrà vivere e fruire dello spazio urbano, cioè il cittadino…poco importa se questo potrà chiamarsi intervento modernista, contemporaneo, passatista o postmodern…chissenefrega!!!!
    Non mi voglio dilungare sulla percentuale delle persone che potranno diciamo così capire il linguaggio “pseudoarchitetturese” parlato da queste gentil persone…mi basterebbe citare, (visto che ormai è fatta e possiamo sdoganare il copia e incolla) una frase dal testo di Galassi (per chi non l’ha ancora letto, vedasi il post “Passatismo contro ModernoNonmoderno”): -Caniggia non ricava piante da rispettare o prospetti per farne copie più o meno anastatiche ma piuttosto ne trae insegnamenti per parlare la ‘langue’ architettonica di Roma con una «riprogettazione» (non restauro!) secondo una ‘parole’ contemporanea che al contempo tenga conto e aggiorni anche la cultura razionalista del novecento – prima che di Muratori Caniggia si sentiva figlio di Pagano – applicandola radicalmente anche alla storia (obliata dalla prima generazione del MM e recuperata dalla seconda generazione, soprattutto italiana) per utilizzarla infine non in senso citazionistico (anche se questo appare a uno sguardo superficiale) e mai con compiacimenti postmodern secondo la vulgata con la quale si mette giustamente all’indice questo stile –
    ma per favore…
    basta con queste frasi assurde e parliamo delle necessità dei cittadini; le persone che devono vivere l’architettura..
    hanno bisogno di spazi pensati per essere monumenti esaltazioni dell’estro del progettista oppure di spazi vivibili per le loro necessità quotidiane? lavoro…mangiare…dormire…vivere….con una qualità della vita più alta possibile.
    E’ importante che l’edificio risultante si distingui dal contesto per evitare il falso storico. Gli spigoli di metallo sono davvero necessari oppure è importante che dentro il fabbricato si riesca a vivere in modo “umano”?
    Recentemente sono stato a vedere la mostra di Nervi al Maxxi e la gentile guida, parlando del Museo, ci spiegava inorgoglita che l’idea uscita fuori dalla geniale mente della Hadid fosse quella di non avere una struttura che fosse uguale ad un’altra e a se stessa e che il tutto fosse “volutamente” pensato e presentato con la tecnica del cemento “a faccia vista”.
    Avete pensato che i costi di questa splendida “opera” sono lievitati sensibilmente (per usare un eufemismo) a causa di questa bella pensata d’artista? il Cemento a “faccia vista” va trattato e fatta manutenzione continua perchè non si deteriori nel tempo: tutto questo chi credete che l’abbia pagato? e chi credete che lo pagherà in futuro?
    La bellissima piazza che l’Hadid ha regalato alla città l’ha pensata lei oppure ce la siamo ritrovata quando, finiti i soldi, non si è potuto finire tutto quanto previsto dal progetto originario? Oltretutto questa piazza che ci hanno regalato, perchè viene chiusa tutte le sere e riaperta la mattina? Ma che piazza è?
    Vogliamo ritrovarci davanti gli stessi problemi a Via Giulia? Nel cuore di Roma?
    Parliamo di architettura: è più opportuno realizzare un fabbricato in cemento con vetrate spaziali…e poi necessariamente doverlo assistere da un grandioso impianto di termo-riscaldamento-raffrescamento, oppure pensare alle pareti in maniera da intervenire il meno possibile con impianti aggiuntivi?
    insomma i problemi della gente comune quelli di cui l’architettura moderna dovrebbe tornare ad occuparsi invece di discutere se il tale intervento è supportato da adeguato riferimento bibliografico-culturale!!!
    grazie e scusate lo sfogo di un cittadino anche se architetto!!!
    Paolo Vecchio

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