Niente di nuovo … sotto “Il Sole” … di Roma …

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Piatto ricco mi ci ficco … “Il Sole” … sbarca a Roma …

A poche ore dall’apoteosi, dall’incoronazione, dall’intronamento del divo Walter … ancora più in alto sui colli fatali …
ecco un’altra coincidenza “epocale” per la capitale …
il giornale più “milanese” e confindustriale che c’è … la “voce” del padrone, come si diceva una volta, … della “grande” finanza … “Il Sole 24 ore” … sbarca a Roma e pubblica oggi il suo primo supplemento settimanale (uscirà ogni mercoledì) dedicato a Roma e Lazio …
data fatidica quindi per la città … vuol dire che anche Roma è diventata appetibile … degna di interesse per la finanza nazionale e non solo …
vuol dire che l’antico detto del vecchio Nathan … “non c’è trippa pe’ gatti” … ormai è solo un ricordo … come le municipalizzate … i servizi pubblici … la scuola per tutti … le case popolari …
evidentemente … investire, puntare su Roma … per qualcuno “rende” …
cuore dell’odierno supplemento, e come potevano non esserlo, quattro pagine centrali, da non perdere, dedicate ad una sedicente “inchiesta” sul “nuovo piano regolatore: … il futuro della città” …
una specie di foglione pubblicitario …
di variopinto menù in foglio rosa … per le prossime ordinazioni …
uno spottone che apre, sintomaticamente, con un articolo di Cuccia “padre” (il “figlio” dopo Citibank, Banca di Roma, Acea, è attualmente presidente di Eur spa), asteriscato come “ingegnere, studioso di urbanistica”, ma noto soprattutto, all’epoca, quale magna pars della Sogene (ai romani e non solo più nota semplicemente come l’Immobiliare, quella dell’Hilton, per intenderci) e dell’Italstat, poi (quella dell’Iri di Prodi e degli uffici postali di Spadolini, sempre, per intenderci), che ci spiega semplicemente come la città, attraverso le regole del nuovo piano: “riprende il cammino secolare di sviluppo, il che fa prevedere un avvenire di grande qualità grazie alla politica dei vertici della Amministrazione, … ma anche grazie all’incontro tra personalità della architettura italiana e straniera chiamate a sviluppare importanti opere” …
se lo dice lui … che di queste cose se ne intende …
in poche parole: … in tre pagine tutte le nefandezze di un modello di “sviluppo” dove il Re Mattone la fa, come non mai, da Padrone … e fa sentire la sua nuova voce quotidiana (come se ce ne fosse ancora bisogno … come se je fosse mancata fin’ora la carta stampata … che, in pratica, tutti ‘sti palazzinari, alla fine, il giornaletto loro ce l’hanno sempre avuto …)
avanti popolo … c’è trippa pe’ tutti …
niente di nuovo … sotto il “Sole” di Roma …
Moby Dick … sta finalmente risalendo il Tevere …

P.S.
un’unica soddisfazione … piccola, piccola:
a pagina 10, ad illustrare un articolo intitolato “Corsa alla torta …” c’è una nostra foto tratta da Archiwatch …
forse vuol dire che, non ostante tutto, qualcuno ancora ci legge …
e, di questi tempi, non è poco …

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Er sogno de Warter … l’incubo de Paolo …

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Dal Telefono al Mattone … New Economy … il giorno dopo …

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aspettando che “Il Sole” di Roma … ci illumini …

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Rothko … ‘n’artra aureola … pe’ Warter …

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Una splendida selezione di opere di Mark Rothko a far da scenario alla riapertura del Palazzo delle Esposizioni di via Nazionale …
con la tempestività che gli è consueta … con la “geometrica potenza” di una strategia mediatica magistrale … il Grande Warter inaugura la più importante mostra della stagione … riapre (era pure ora …) il Palazzo … e soprattutto chiude, alla grande, la sua campagna elettorale privata …
un vero colpo da gran maestro …

ma, a parte gli scherzi, la mostra di Rothko è davvero eccezionale, una signora mostra, … come si dice: “da non perdere” …

curata da Oliver Wick e “promossa dal Comune di Roma Assessorato alle Politiche Culturali, dall’Azienda Speciale Palaexpo e dalla Regione Lazio Assessorato Cultura, Spettacolo e Sport, organizzata e prodotta dall’Azienda Speciale Palaexpo e da Arthemisia” …
la mostra resterà aperta fino al 6 gennaio 2008 …
L’esposizione si compone di opere provenienti dai più importanti musei internazionali: Fondation Beyeler, Basel; Guggenheim Bilbao Museoa; Tate, London; High Museum of Art, Atlanta; The Baltimore Museum of Art, Baltimore; Walker Art Center, Minneapolis; Solomon R. Guggenheim Museum, New York; The Metropolitan Museum of Art, New York; Whitney Museum of American Art, New York; Allen Memorial Art Museum, Oberlin; National Gallery of Art, Washington; Los Angeles County Museum of Art; The Museum of Contemporary Art, Los Angeles; National Gallery of Australia, Canberra; National Gallery of Canada, Ottawa; Museo Tamayo Arte Contemporáneo, Mexico D.F.; Tel Aviv Museum of Art, Tel Aviv; molte opere arrivano anche da collezioni private e dalle collezioni di famiglia: Collezione Christopher Rothko e Kate Rothko Prizel.

una selezione di pezzi assolutamente unica, forse irripetibile …
peccato che sia stata penalizzata da un allestimento del tutto incapace di valorizzare, come necessario, gli straordinari materiali esposti …
quadri allineati e appesi come salumi … che, comunque … parlano da soli …
all’interno di una struttura che, nonostante il fiume di miliardi spesi, risente, evidentemente, di un’assoluta mancanza di strategia che non sia quella elettorale del sedicente principe di turno …
tante volte … per la “qualità” … non è questione di soldi …
se poi pensiamo che il povero Rothko … mandando giustamente a farsi fottere lo stesso Philip Johnson … tolse i suoi quadri dal Four Seasons al Seagram …
per evitare che fungessero da scenografia digestiva alle opulente mense dei nuovi ricchi newyorkesi …
figuriamoci se avesse visto, mezzo secolo dopo, la sua roba stesa, una vera lenzuolata, al mercatino elettorale di via Nazionale …
avrebbe sicuramente preso tutti a calci nel culo …

P.S.
… e, come nelle svendite di fine stagione … “tre al prezzo di uno” …
come nei matrimoni di provincia … il primo piatto, al Palaexpo, era un Tris … Rothko, Kubrick, Ceroli …
di Rothko abbiamo detto e ci auguriamo che nessuno si perda l’occasione …
Kubrick? … come dire di no … all’augusto ospite cinefilo …
ma … se Ceroli si fosse dato assente …
magari per un raffreddore qualsiasi …
ne avremmo tutti avuto un ricordo migliore …
la sua presenza, … veramente imbarazzante …
non sempre, … invecchiando … si impara …

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Parlar “bene” … o … parlar “male” …

Riceviamo da Davide Cavinato questa, implicita, risposta ad Attilio Pizzigoni e volentieri ve la giriamo …

“parlar bene di” è uno sforzo utile e forse nuovo, soprattutto in un luogo e in un momento storico in cui il tirar acqua al proprio mulino, vuoi per orgoglio teoretico vuoi per mero interesse professionale ergo economico, è attività gettonatissima e quasi sport nazionale all’ordine del giorno. Io credo che però finché ci si limiterà a “parlar bene di” o a “parlar male di” e, soprattutto, finché nelle facoltà di architettura la parte “teorica” dei laboratori di progettazione sarà proporre un campionario di esempi da imitare (come succede nel 90% de casi), credo che non ne usciremo mai. Finché sentiremo x incensare y (e lasciamo perdere l’esempio singolo del Tafuri…ha scritto anche cose importanti, via) oppure y gettare guano su w, rimarremo al punto di partenza: è un sogno immaginare una scuola di architettura in cui si insegni a problematizzare delle questioni e a guardare degli esempi in maniera critica, senza per forza idolatrare questa o quell’altra archistar? In cui, se devo progettare una casa unifamiliare, mi insegnano COS’E’ una casa unifamiliare proponendomi criticamente delle soluzioni alternative, e NON a copiare una casa fatta da questo piuttosto che da quest’altro? E’ un sogno sperare che la ricerca sulla didattica architettonica in Italia si spinga in maniera seria a isolare delle invarianti per costruire un linguaggio, capace di volta in volta di declinarsi a seconda del background dell’autore, dell’atmosfera ineffabile, eppure percepibile, del luogo (per parlare di gente importante che non si studia nelle scuole…)? Probabilmente allora riusciremmo a evitare l’imperdonabile errore di prendere per oro colato tutto ciò che esce dalla matita di questo o quell’altro, e al contempo di stroncare qualsiasi cosa venga partorita dalla mente di quell’altro. Quindi allora capiremmo l’importanza fondamentale di conoscere Gregotti e Tafuri (soprattutto Tafuri, provate a chiedere a uno studente italiano al terzo anno se sa chi è…), Piano, Rossi, etc., riusciremmo a lodare giustamente le loro opere meglio riuscite, ma avremmo anche il coraggio di dire, per esempio, che lo Zen è una bestialità, che il 90% dei municipi della pianura padana è un patetico e irritante revival rossiano senz’anima e che la spettacolare Chiesa di San Giovanni Rotondo, magnifica esaltazione dell’estro di un grande progettista, probabilmente con lo spirito del luogo e del culto cui è preposta forse non c’entra un granché. Credo che il problema sia questo: la colpa non è tanto di questo o di quello, ma veramente, e non è un luogo comune, penso (opinione personalissima di un laureando qualsiasi) che responsabile di tutto ciò sia un modo di considerare l’architettura e di rapportarsi con essa che ha sì prodotto grandi risultati negli anni, ma ormai ha fatto il suo tempo. Probabilmente c’è bisogno di un “parricidio”, che, bada ben, non è rinnegare il passato e i maestri, ma, anzi, conoscerlo a fondo per porsi l’obiettivo di superarli e di andare oltre, NON di scimmiottarli o peggio, di esserne gli epigoni. Allora forse vedremmo una coscienza architettonica più consapevole e condivisa, concorsi con esiti meno polemici e forse non vedremmo più ascensori sul Vittoriano, morfemi a Vema e via discorrendo. E anche i seguaci dei vari Gregotti, Rossi e compagnia cantante farebbero meno danni …”

a me di “parlar bene” … viene piuttosto “male”, …
ma questa lettera sul “parricidio” …
la condivido pienamente …

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Purini … precisa …

Franco Purini … precisa che …

Qualche giorno fa … riferendoci ai membri del Comitato per la qualità urbana ed edilizia di Roma avevamo segnalato, tra le tante altre, anche la presenza di Franco Purini per il periodo 2003-2006 …
riceviamo oggi una telefonata nella quale Purini ci precisa di aver dato le dimissioni da quell’incarico nei primi mesi del 2004 …

ne prendiamo atto …

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Warter … co’ ‘na “romanella” bbioecologgica ar Testaccio … se copre a sinistra …

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Fiato alle trombe per il Superwarter bbioecologgicodegradabbilenegeticoalternativo …
bio .. bio … architettura …
per il recupero dell’ex Mattatoio di Testaccio …
nuove mandrie al Campo Boario … per l’ennesimo abbraccio dei media …
prove tecniche di Partito Democratico …
strizzatine d’occhio a Rifondazione …
il fantasma di Nicolini …
tutto con un vago sapore di Festival dell’Unità d’antan …
a metà strada tra la San Vincenzo … e i centri sociali … tra la Caritas e la FGC …
reduci di tutti i girotondi … sessantottini ottuagenari e sciroccati di ultima generazione inframezzati da funzionari politici capitolini in arancione e da para-consulenti, portaborse, grisaglie e collettoni post-socialisti … brasseur di tutte le risme … preferibilmente se politicamente corretti, almeno oggi, …
architetti? … quanti ne vòi … ner campo de’ li bovi …
tutti vestiti a festa e soridenti …
là dove il tanfo del letame e le montagne di merda la facevano da padroni …
oggi ce so’ solo loro … ché magari ce scappa ‘na tartina ecologica …
dove dai tempi di Argan e di Petroselli ognuno aveva sognato qualche cosa …
di “alternativo” … eccolo che Superwarter bbioecologgicoenegeticoalternativo ne infila un’altra delle sue … questa volta pe’ coprisse a sinistra …
e, all’ombra de’ li cocci … s’inaugura ‘n’artra “Città” … che manco Benito ne le melme pontine … ne le Paludi zanzarose …
ma ‘sta vorta qui sò tutti bboni equi e solidali … nella Città dell’altra Economia …
“3.500 metri quadrati di esposizione, vendita, eventi e incontri nel centro di Roma” …
“Agricoltura biologica, commercio equo e solidale, energie rinnovabili, riuso e riciclo, turismo responsabile, finanza etica, comunicazione aperta, bioequobar, bioequoristorante” …
e, naturalmente, armeno a chiacchere, …
tanta, tanta … bioarchitettura …

naturalmente, a pochi passi … appena di là dall’Ostiense … l’altra faccia della Città dei Giovani … quella ai Mercati Generali … quella di Koolhaas … della Mills … della Nike … “dietro” … sempre … Risorse per Roma …
tutto si tiene a Weltronia …
di qua … “le iniziative del commercio equo e solidale, della finanza etica, del consumo critico, del turismo responsabile, delle pratiche del riuso e del riciclo dei materiali, delle energie rinnovabili, dei sistemi di scambio non monetario” …

il regno della carta … riciclata …

traversi la strada …

e di là …
le grandi multinazionali del consumo di massa …
The Mills Limited Partnership: … Consorzio Cooperative Costruzioni, Cinecittà Centro Commerciale Spa, Cogeim Spa, Fingen Spa e Lamaro Appalti Spa …
Per il progetto … Koolhaas … Moauro … Arup …
anzi Moarup, tuot court …
“spazi culturali, teatro, mediateche, terme ed enogastronomia … 101 mila metri di parcheggi … multisala cinematografico, centro di trasmissione radiofonica, bar e un club musicale … dove … molto spazio sarà lasciato ad attività commerciali” …
quelle inique e globali, … naturalmente, …

il regno della carta … di credito …

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Fantasmi sulla Colombo … Roma peggio di Milano? … Warter … fa impallidire Donna Letizia …

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Ricevo da Sergio Brenna questo testo e lo ringrazio …
per me è un po’ troppo impegnativo, dato che di numeri, di leggi, di finanza e quindi di “urbanistica”, non ci capisco praticamente un accidente …
quindi ve lo giro immediatamente …
augurandomi che qualcuno di voi lo possa apprezzare sicuramente …

per quello che sono riuscito a capire …
mi sembra l’ennesima sòla capitolina …
e, questa volta, di dimensioni acora più gigantesche del solito …

sarà che la politica … costa sempre più cara? …

“Caro Muratore,
non so se hai letto su Repubblica e Corsera del 21 settembre l’avviso di vendita dell’area dell’ex Fiera di Roma, in cui si informano gli aspiranti acquirenti che potranno realizzare 288.000 mc di costruzioni sull’area di 73.000 mq, con la cessione del 50% dell’area ad uso pubblico. Milano Finanza il 26 settembre informa che Fiera di Roma conta di ricavare dalla vendita circa 100 milioni di euro.
Avendo da tempo organizzato la resistenza dei cittadini milanesi all’attuazione del riutilizzo dell’ex Fiera di Milano con un indice edificatorio di 1,15 mq/mq e la cessione del 50% dell’area (i cui esiti avevo previsto nelle simulazioni che ti allego e puoi constatare dai rendering del progetto di Hadid, Libeskind, Isozaki, Maggiora per il gruppo Citylife – Ligresti, Lamaro/Toti, Ras, Generali), ho avuto un sobbalzo; ma come: Veltroni, il sindaco buono, l’amico dei cittadini e della città riesce a far peggio di quei vandali di Albertini e Moratti ? Proprio così, come dimostrerò in tre punti:

1) Che tipo di edificazione si realizzerà sull’area dell’ex Fiera ?

I conti sono presto fatti: 288.000 mc su 73.000 mq di area sono 3,94 mc/mq territoriali che (dividendo per l’altezza di interpiano di 3 mt.) corrisponde a 1,31 mq s.l.p./mq area, superiore al riuso di ex Fiera di Milano; come a Milano, anche a Roma è chiesta la cessione del 50% ad uso pubblico, e quindi sul 50% edificabile si avrà una densità fondiaria di quasi 8 mc/mq (a Milano, dove il progetto dell’acquirente vincitore cede un po’ più del 50% con il bel risultato che puoi vedere, l’indice fondiario è di circa 10 mc/mq !).
Tuttavia, é facile dimostrare che la cessione del 50% (sia a Roma che a Milano) è insufficiente a realizzare gli standard prescritti dal PRG e serve solo a dare l’impressione di un’equa spartizione mezzadrile tra pubblico e privato. Infatti, 288.000 mc/100 mc per abitante = 2880 abitanti x 22 mq/ab di spazio pubblico (prescritti dal PRG in approvazione) = 63.360 mq di area pubblica da cedere anziché 36.500 (73.000 x 50%). Se si cedesse quanto prescritto dal PRG rimarrebbero solo 9.640 mq su cui concentrare 288.000 mc, con lo strabiliante indice fondiario di 29,8 mc/mq ! Insomma, in un modo o nell’altro, ne verranno edifici così alti (a occhio non meno di 30-40 piani) e addossati che per renderli accettabili al mercato dovranno “affettare” il verde pubblico e infilarlo tra gli edifici per diluirne la densità e distanziarli tra loro, addossandoli sui bordi. Pazienza se finiranno addosso agli edifici circostanti, così come è accaduto ad ex Fiera Milano.

2) Quale sarebbe l’edificazione ragionevole su quell’area ?

E’ facile dimostrare che per ottenere spazi pubblici di 22 mq/abitante per le funzioni residenziali e l’80% della slp per le funzioni terziarie, come prescritto dal PRG, con la cessione del 50% dell’area a uso pubblico sul 50% rimanente si potrebbero edificare dai 67.600 mc di terziario ai 165.900 mc di residenza (valori intermedi tra i due per i vari mix di terziario e/o residenza), cioè dal 23,5% al 57% di quanto consentito dal Comune a Fiera di Roma.Veltroni spiegherà che ci sono oneri extra area su cui si impiegheranno le monetizzazioni delle aree non cedute, ma tutto ciò (oltre ad essere in gran parte illegittimo) non giustifica lo scarto tra quanto prescritto per legge dal PRG a tutti gli altri cittadini e operatori e quanto consentito a Fiera di Roma (ma non ci sarà anche qualche conflitto di interessi ?), con risultati disastrosi (vedi ex Fiera Milano) dal punto di vista urbanistico e progettuale.

3) Quanto ricaverà Fiera di Roma dalla vendita dell’area ?

All’ex Fiera di Milano l’indice di 1,15 mq slp/mq area (che è di 255.000 mq) è stato ottenuto dall’obiettivo di far realizzare a Fondazione Fiera Milano 250 milioni di euro ai prezzi correnti della rendita fondiaria (che erano di 300 euro/mc = 900 euro/mq slp realizzabili), per i quali occorreva far edificare 300.000 mq di slp = 900.000 mc, senza nessuna considerazione del risultato insediativo (di qui i blocchi di 30 piani sui bordi e i tre supergrattacieli da 200 metri di altezza al centro).
Tuttavia le offerte pervenute si sono aggirate dai 450 sino ai 523 milioni di euro dell’acquirente prescelto, cioè circa il doppio di quanto atteso, trattandosi di una delle poche grandi aree compatte in posizione semicentrale e ben servita. Fondazione Fiera si è tenuta ben stretta l’inatteso surplus, scaricando i costi dell’assurda volumetria sulla città e i cittadini.
Anche Fiera di Roma si attiene a tali valutazioni prevedendo di ricavare 100 milioni di euro da circa 90.000 mq di slp: tuttavia il precedente di ex Fiera Milano dovrebbe far ritenere attendibile (trattandosi di aree di caratteristiche analoghe) che si possa ricavare la stessa cifra con poco più della metà della volumetria assentita. Nel caso in cui, come è probabile, Fiera di Roma ricavi quasi il doppio di quanto atteso (ma come si è visto con un esito urbanistico disastroso), Veltroni non ci venga poi a raccontare che non poteva prevederlo !

Pensi che architetti e cittadini romani siano interessati a discuterne e, magari, ad opporvisi ?”

Sergio Brenna

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Chi renderà giustizia a Scipione? …

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Riceviamo da Carolina Marconi questo commento che, molto volentieri, vi sottoponiamo …

“Fino a qualche anno fa ad occuparsi dell’opera di Scipione c’erano Maurizio Fagiolo dell’Arco e Valerio Rivosecchi.
Resta memorabile la monografia edita da Allemandi nel lontano 1988 (io ho curato la parte relativa agli scritti del pittore), che seguiva la mostra di Macerata del 1985, una mostra che nel suo comitato scientifico comprendeva anche Giuseppe Appella e Antonello Trombadori.
Il problema di quando le persone scompaiono è che il testimone passa inesorabilmente di mano. Maurizio non c’è più ormai da cinque anni, e questo testimone è passato al trio Vespignani-Terenzi-Baldacci. Dunque non mi lascia affatto perplessa la stroncatura dell’attuale mostra dedicata a Scipione, perpetrata dal “Grande Escluso” Appella sulle pagine della cultura di Repubblica dello scorso 24 settembre: “Malinconico e protervo il doppio volto di Scipione”.
Appella insiste per dare a Cesare ciò che è di Cesare, ovvero a riportare Scipione nel solco della propria inesauribile, finissima fantasia, che senz’altro si imbevve dell’esperienza dei due amici Mafai e Raphael, ma si espresse con una forma unica, personalissima.
Lo stesso artista, in una lettera all’amico Mazzacurati, spiega che “…io, te e Mafai siamo partiti insieme e ci siamo intrisi delle stesse cose. Tutti e tre cerchiamo una data cosa che sta nello stesso piano, e in tre diverse personalità” (”Carte segrete”, Einaudi 1982). Ben venga dunque, da Appella, questo appello a farla finalmente finita con la storia del Tutti-Insieme-Appassionatamente.
Tanto più che nelle lettere e nei diari degli ultimi suoi anni di vita Scipione lamenta una solitudine estrema. Tra il sanatorio di Arco e una casa all’estrema periferia (all’epoca) di Roma, non erano molte le visite che riceveva. E proprio in quegli anni di solitudine e di malattia ha dipinto le sue cose più belle.
Ma il culmine del dispregio Appella lo esprime con la descrizione dei quadri che mancano nella mostra; almeno una decina erano probabilmente recuperabili. Vogliamo mettere, uno per tutti, il Ritratto di Ungaretti? Ma come! Scipione è stato un finissimo poeta, in una straziante lettera a Libero de Libero addirittura dice: “Voglio, forse avrei dovuto scrivere; vorrei, perché infine non faccio che rivoltarmi in questo spazio e l’infinito è grande come un lenzuolo. In esso ci si riposa; è un morire…”.
Mi chiedo a questo punto: nei prossimi anni, chi renderà giustizia a Scipione?”

Carolina Marconi

pur non essendo specialisti di Scipione, visitando la mostra, avevamo avuto la sensazione di qualche sostanziosa assenza …
e di qualche sintomatica presenza …
tra gli altri i vari pezzi provenienti dalla collezione Cerasi …
che, a meno di qualche nostra imperdonabile svista …
dovrebbero quindi appartenere al mecenate attualmente impegnato, tra l’altro, almeno nei cantieri del rinnovato Palazzo delle Esposizioni, della Vetreria Sciarra di San Lorenzo, del MAXXI di via Guido Reni, del Teatro di Villa Torlonia e del Parcheggio del Pincio …
e probabilmente ci siamo anche dimenticati qualche cosa …

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Gregotti Ottanta … la Novara-Pechino … dell’architettura chic …

Gregotti sta alla Pirelli come Piano sta agli Agnelli …
sembra un’equazione … fa anche rima e si potrebbe chiuderla lì …
ma quello che ante-Sgarbi e post-Savoia era il Vittorio “nazionale” …
compie de ‘sti tempi ottant’anni … e allora tutti all’osanna … al Santo Subito …
per Lui che ha fatto e disfatto Milano … che è stato inchiodato per decenni alla Triennale, manco fosse Ponti o Muzio … e pure alla Biennale, ché quando sbarcavi a Piazzale Roma pareva che già stavi a casa sua … e poi le riviste ché si nun le dirigeva lui … se nun je davano quarche cosa (manco fosse Boeri …) je veniva male … je pijava er coccolone … e tutti a pecoroni … bravo il Vittorio … chissà che scriverà Vittorio? … chissà che penserà Vittorio … e allora lui daje a scrive … scrivi, scrivi … nun s’è mai visto nessuno che ha scitto tanto … ‘na media di un tomo l’anno … almeno, … ma poraccio … quanno se scrive troppo la gente nun se ricorda gnente … manco li titoli … sempre furbi … paraculissimi … ma dentro sempre le stesse pippe … (manco Purini, che poi è un po’ fijo suo …) che a quarcuno che l’aveva letti … je pareva aria fritta … fritta bene per carità, coll’ojo bono, de’ prima spremitura … ad arte … per architetti di qualità … fina, finissima … pe’ l’artri (che se l’erano solo comprato er libro, pe’ fa li fighetti e non l’avevano manco sfojato …) un genio … il Verbo … la Vera Voce narrante del contemporaneo … con le sue crisi, i suoi crucci, i suoi tormenti, le sue ambasce, le sue “probblematiche” … maddeché? … e poi sempre sulle pagine che “contano” de li gionali che “contano” … de li padroni che contano (li sordi)… l’intervista semestrale delle firme più gettonate … oppure a scrive de che? … gira, gira, sempre de sé … che la prende sempre alla larga, storia, arte, filosofia, design, architettura, e poi zac … arriva sempre a bomba … ar dunque … ché, ar centro de tutto … der monno intero c’è sempre lui … e l’affari sua … ché gratta, gratta … resta sempre ‘n’industrialetto cispadano … c’ha studiato, … ma che nun sprecherebbe mai ‘na riga, ‘n’aggettivo, ‘n verbo, ‘na virgola … senza interessi … l’universo intero … tutto dentro er muro della fabbrichètta …
Novara-Pechino e ritorno …

Mi ha fatto sempre impazzire il Gregotti pensiero … sono quarant’anni che mi perseguita … più leggero della “Rocchetta” … che è sempre meglio l’acqua del rubinetto … almeno sa di qualche cosa … magari anche di merda, ma è sempre meglio del gnente … del distillato del nulla …

Sarà puro un genio stò Gregotti, per quarcuno, … ma per me resterà sempre (corpa dell’imprinting … come l’ho visto la prima volta sulla copertina di Vogue Uomo (o qualche cosa del genere), così me resta imperituro … anche se so’ passati tanti anni … era una rivista che mandavano, il primo numero, in “omaggio” all’architetti … così se sentivano tutti fighetti dopo il sessantotto … dopo l’eskimo d’ordinanza … e quello, er Vittorio, che stava furbo sulla copertina colla pelliccetta di scimmia pelosa (avete capito?) … sulla copertina patinata … il Vittorio, dentro l’orango … che più radical-chic nun se poteva, …
ma se lo chiappavano l’animaliste … se lo magnavano …
povero Vittorio tutta sta fatica … pe’ gnente …
mi resterai sempre in mente … dentro la scimmia … povera bestia …
comunque auguri … per i prossimi cento libri …
e poi ha costruito quanto nessuno al mondo, … 80 … ma è ancora una promessa … di chi si può dire altrettanto? … manco un metro cubo … per la Storia …
ma per l’occasione … presi dal dubbio … magari abbiamo esagerato … ci siamo andati a rileggere alcuni passi dello “storico” saggio che Manfredo Tafuri scrisse per uno dei tanti “eventi” gregotteschi, … la consacrazione dell’indimenticabile progetto per l’Università delle Calabrie … 1979 …
era il Manfredo furioso, reduce dai fasti delle utopie a scrivere:
“ Si badi bene: sulla scala geografica Gregotti riversa per intero il suo combattuto rapporto con la storia. La modernità egli scrive … procede a una “radicale revisione del tempo storico”, in cui “i fenomeni si appiattiscono in un concreto formale dentro cui si deve operare per scavo, annidandosi sino a forare lo spesso strato delle cose e degli eventi verso una nuova condizione di conoscenza”. Tuttavia quella medesima revisione porta per lui a condizioni di “quasi-sospensione del tempo storico”: verso una storia concepita come una serie di configurazioni successive e discontinue in attesa di significato. Chi dà significato è il voyeur che si annida nello spesso strato delle cose e degli eventi …
Gregotti, in fondo, ha ben cura di evitare frustrazioni. Il medesimo disincanto con cui aveva partecipato alla breve stagione “neoproustiana” viene da lui eretto ad argine contro gli ottimismi della città-territorio …
Il rapporto geografia-architettura non può esaurirsi per Gregotti in una nuova gestione dell’inesistente, né in una stategia sulla disegnabilità infinita dell’ambiente. Piuttosto, si tratterà di individuare “una strategia del discontinuo e del circuito … fondando sulla diversificazione” …

Forse siamo un po’ invecchiati, ma la prosa barocca di Tafuri non ci persuade, anzi … ci pare indulgere arzigogolando stucchevole e sostanzialmente … priva di senso, … ma, evidentemente, gli anni passano per tutti … e cerchiamo, qualche pagina più avanti, qualche cosa di più concreto, magari sullo Zen …

“ … la meccanica che presiede la morfologia complessiva è quella di una geometria stupefatta dei risultati del proprio rigore …
Un “troppo costruito”, dunque, proiettato come meteora staccatasi dal corpo urbano e condensatasi sotto l’incombere di un paesaggio minaccioso … intento a porsi come grande segno territoriale, ma anche a sottolineare che neanche a tale scala è lecito abbandonare lo strumento dell’allegoria …
Allegorico è il suo difensivo rapprendersi …
La compattezza del quartiere ZEN è anche quella del sintagma che si chiude in se stesso per individuarsi, farsi riconoscere come sistema strutturato, i cui segni fanno parte di un alfabeto inedito …”

Chissà se i palermitani sono ben consci di vivere in una “geometria stupefatta”, in “un’allegoria” difensiva o magari in un “sintagma” inedito … ci vorrebbe qualcuno che che glielo va a raccontare …
Ma veniamo all’Università cosentina …

“ … tendendo un filo d’Arianna sospeso nel vuoto, Gregotti si installa nell’alta valle del Crati. L’ambizione di raggiungere un’architettura fatta di pure relazioni sembra qui soddisfatta: ciò che rimane dell’oggetto, nell’ambiente naturale non abita; in esso, è piuttosto “spaesato”, sentendosi costretto a stringersi dappresso all’unico riferimento che in quell’ambiente è accolto come eco solidificata di una parola da sempre pronunciata dal coro delle colline e delle valli: la linea sicura e indifferente che scavalca ogni incidente naturale e si fa forte del proprio consistere come puro segno. “ …

boh? …

se questi sono i progetti migliori dell’architetto migliore … commentati dal critico più fico che c’era sulla piazza …
forse è meglio ‘na casa abusiva de’ Mastropippa all’Osteria del Finocchio … piuttosto che tutte ‘ste seghe mentali …

non c’è poi da meravigliarsi, quando qualcuno parla di “cattivi maestri” …

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