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- E’ appena uscito il volume di Mauro Sàito, “Passeggiate architettoniche”, dedicato a trenta itinerari in Basilicata alla scoperta delle architetture del ‘900.
- Il Centro Studi Giorgio Muratore ricorda con grande affetto Susanna Nobili, con le parole di Flavia Rossi.
- AUGURI DARIO! 10 Agosto..
- Pubblicazione del volume “INNOCENZO SABBATINI. ARCHITETTO 1891-1983”.
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Archeologia industriale … alla romana …
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2 commenti
Un viaggio … fondamentale …
No Bonifica … No Pennacchi … catastrofe … epistemologica …
In Viaggio con Antonio … Tre …
Scrive Lucio Caracciolo sulla fascetta di copertina di “Fascio e martello, viaggio per le città del Duce” … del quale redige anche una godibile … “Presentazione aggratis”: …
“Ci sono due ragioni per cui dobbiamo rendere grazie al Duce per la bonifica delle paludi pontine. La prima è che dopo non l’avrebbe fatta nessuno. La seconda è Pennacchi. No bonifica, no Pennacchi. Una catastrofe epistemologica.”
Il libro, appena uscito per Laterza, ripropone, rivisti e ampliati, i testi, fin qui, raccolti e pubblicati da Asefi nel 2003 sotto il titolo “Viaggio per le città del Duce” e già usciti su Limes a partire dal ’99 …
Per chi non l’avesse ancora fatto … un viaggio, … fondamentale, … per tutti …
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Palme … rocche … e draghi …
Sergio 1943 …
commentando Emanuele Arteniesi …
e riprendendo le parole di Paolucci …
ci scrive: …
“Commoventi le parole di Antonio Paolucci che leggo qui sopra. Tempo fa, ero mosso dagli stessi sentimenti che, mentre sono espressi significativamente dallo storico (”é rimpianto e malinconia per il tempo che passa, per la vita da cui é così doloroso staccarsi”…. e allo stesso tempo…..”la capacità di essere nelle storia e nel sentimento della storia, di guardare il mondo con cuore caldo e mente serena, così da farne emergere con spirito di affettuosa compenetrazione i valori di ordine, di calma, di splendore”), a me risultavano confusi ed inesprimibili. Mi era morta da poco mia madre e, dopo una grave operazione, ero tornato a casa mia nelle Marche. Avevo bisogno di fuggire da quella Roma tanto amata e pure tanto difficile da vivere. Ho alzato gli occhi dalla marina al colle sovrastante dove, con i suoi campanili e le sue torri, si scalda al sole il mio paese, Torre di Palme. Da casa mia, ricostruita dopo l’esproprio della casa dei miei nonni per il passaggio dell’autostrada adriatica e il cui progetto ho pensato tutto nel rapporto visivo con il borgo sulla collina, si ha la stessa prospettiva che colpì Carlo Crivelli quando, dipingendo il Polittico di San Giorgio per l’omonima cittadina, pose il mio paese sullo sfondo della lotta tra il santo e il drago, nel modo in cui lo poteva rappresentare un pittore ancora intriso di gusti gotici ma anche e ancora perfettamente riconoscibile, specialmente nella torre che per una spinta di popolo e dopo tanti anni di richieste, é stata recentemente restaurata. Torre di Palme é un altro di quei pochi luoghi, come la rocca di Gradara qui citata, che ancora mantengono (ancora per quanto?) i valori paesaggistici che ispirarono i nostri Grandi. Spinto da quel pensiero che la vita mi sta passando oltre ma altresì che viviamo nella storia, generazione dopo generazione (anche la mia nipotina di quattro anni mi ha meravigliato quando, alzando gli occhi al borgo, mi ha detto, quasi sorpresa. Nonno! Come é bella Torre di Palme!) ho mandato una mail all’Isabel Gardner Museum di Boston richiedendo una copia della pala crivellesca che adesso, dopo la dispersione del Polittico, é di loro proprietà. Dopo pochi giorni la riproduzione mi é arrivata e adesso, ben incorniciata, é appesa in terrazza. Quando mi distendo sulla sdraio ho la piccola soddisfazione di poter godere della vista reale di Torre di Palme com’é ancora oggi e di poterla confrontare con quella che ispirò il Crivelli, veneziano anch’egli, conterraneo e contemporaneo del Giambellino.”
S.M.
Pubblicato in Architettura
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Tra cortili e scuderie …
Emanuele Arteniesi … al quale debbo la mia tardiva, eppur entusiastica, scoperta degli spazi del Collegio Santa Maria …
colgo qui l’occasione per ringraziarlo di nuovo, …
e, in qualche modo, quindi, corresponsabile del conseguente gioco di specchi e di riflessi che da lì si è innescato … dal pallone … all’ovo … via globo …
con intersezioni che coinvolgono, praticamente, ‘sto monno e quell’artro …
da Carimini … a Nicolosi … da Quaroni (Giorgio) … a Piero …
tanto per intenderci …
ci invia, … di conseguenza, … queste sue osservazioni, …
di striscio, … ad una recente, … “fidiaca” … ancorché … “patriottica” …
mostra romana: …“Caro professore,
stamattina sono sceso in bici lungo Via Nazionale in un incubo di automobili bloccate dai cantieri per il nuovo selciato.
Poi chiedendomi come fare a tornare verso l’Esquilino senza affogare nel marasma infame di Piazza Venezia ho colto al volo uno spiraglio tra le lamiere e , in apparente dirottamento, sono salito al Quirinale lungo una Via XXIV Maggio altrettanto intasata.
Così per ispirazione improvvisa mi sono diretto verso le Scuderie che ospitano da pochi giorni la mostra sul Giambellino. Uomo crocevia, uomo sintesi, uomo “fidiaco”, come fidiaco Roberto Longhi chiamava un miracolo artistico avvenuto in Italia tra gli ultimi due decenni del ‘400 e Giorgione Raffaello e Tiziano. Roba di maturazioni a scala cosmica. Robba che non ci si crede, come in Giambellino trovassero una sintesi le pitture ad olio di provenienza nord europea passate per Napoli e la Sicilia, portate a Venezia via Urbino da Antonello. Zone marchigiane fertili dove pure Bellini si veniva a trovare negli anni ’70 del Quattrocento. Lui che già risultava dal filone miracoloso Firenze-Donatello-Padova-Mantegna. Bellino già figlio d’arte, fiume d’uomo senza inizi nè fini, si ritrovava a sposarsi con gli olii di luce naturale. Bellino e Antonello ingravidati dall’ ” aritmetrica” di Piero della Francesca padrone di casa. Ecco la sintesi in Giambellino fiume d’uomo…
Così ricordando passati studi di lineamenti di Storia dell’Arte mi si sovrapponeva la considerazione di quale tremendo stupro Roma sopporta tutte le mattine e tutte le sere, alba e tramonto di ferraglia puzzolente.
Non ho visto la mostra ma ho comprato il catalogo, introdotto da un Antonio Paolucci così accorato che sembra aver sofferto anche lui oggi il mio shock di ciclista dadaista… che essere in bici a Piazza Venezia equivale a mettere dei chiodi su un ferro da stiro:
” Questa su Giovanni Bellini è una mostra patriottica. Lo è nel senso letterale della parola, perché propone ed esalta e rende a tutti comprensibili i valori poetici fondanti della nostra patria comune.
Prendiamo la pala di Pesaro. E’ un miracolo che sia qui, dopo la necessaria revisione compiuta dall’Istituto Centrale del Restauro, completa, per l’occasione, della cimasa con il Compianto sul Cristo morto prestata dai Musei Vaticani.
Il Giambellino all’altezza della pala di Pesaro rappresenta il punto zenitale della pittura italiana. Dopo, solo Raffaello della Scuola di Atene e della Messa di Bolsena, Giorgione della pala di Castelfranco e Tiziano, fra i Baccanali e l’Assunzione di Santa Maria Gloriosa dei Frari sapranno essere altrettanto grandi.
Il fatto è che la pala di Pesaro, insieme ai capolavori che ho prima citato, partecipa di quella congiuntura dell’arte italiana che Longhi chiamava ” , fidiaca”. E, infatti, come agli albori della classicità, tutto in quest’opera è infinita sapienza, ma tutto è allo stesso tempo calma, luce, splendore. Tutto è facilità, semplicità, verità ed equilibrio assoluti. Al punto d’incontro tra il nitore fiammingo di Antonello da Messina e la misura di Piero della Francesca, Giovanni Bellini contempla il mondo visibile ed è come se lo accarezzasse l’occhio di Dio in una chiara mattina di primavera.
Ciò che colpisce è il paesaggio.
Inquadrata in una cornice di marmo bianco e policromo che il sole scalda come carne viva, c’è la rocca di Gradara.
La rocca di Gradara, in provincia di Pesaro, nelle Marche, esiste ancora e ancora esiste – almeno nell’area di rispetto che circonda il monumento – il paesaggio luminoso e accidentato, fatto di rocce friabili e di tondeggianti colline che Giovanni Bellini ha descritto con tanta poetica intensità. nella devastazione dell’Italia contemporanea, la sopravvivenza di un pezzo della patria antica commuove.
Il più grande poeta del paesaggio italiano ( ecco il valore supremamente “patriottico” di questa mostra ) è stato Giovanni Bellini. L’Italia che Pier Paolo Pasolini amava e che è sopravvissuta intatta fino a ieri, l’Italia che quelli che hanno la mia età hanno fatto in tempo a vedere dai finestrini del treno – i neri campi arati, i pioppi ai confini dei campi, sulla collina il borgo scaldato dal sole e sullo sfondo i monti “divinamente azzurri” – nessuno l’ha saputa rappresentare come il Giambellino.
… Ma anche quando riconoscimenti precisi non siano possibili, Bellini riesce a cogliere lo spirito del paesaggio italiano con assoluta perspicuità, come solo Leopardi e Manzoni un giorno sapranno. Penso all’Orazione nell’orto della National Gallery di Londra e alle rocce ancora mantegnesche che si sciolgono per intacchi di luce, alle nuvole che attraversano gloriose i grandi meriggi d’estate…
… Ed è una mostra che ci fa capire anche, grazie all’opera di Giovanni Bellini, come gli italiani abbiano saputo guardare, nel momento apicale della loro storia, allo splendore del vero visibile. Che è nuvole grigie e violette nel cielo d’estate, riflessi d’azzurro e d’oro negli occhi di un giovane uomo, ma è anche teneri affetti, ombrosi pensieri, venerata religione, gratitudine per il miracolo che Dio ci regala con lo spettacolo del mondo.
E’ rimpianto e malinconia per il tempo che passa, per la vita dalla quale è così doloroso staccarsi.
“… Accordo pieno e profondo tra l’uomo, le orme dell’uomo fattosi storia, e il manto della natura; accordo tra le masse umane prominenti e le nubi alte, lontane, e cariche di sogni narrati; tra le chiostri dei monti e le absidi antiche, le grotte dei pastori e le terrazze cittadine, le chiese color tortora del patriarcato e il chiuso delle greggi, le rocche medioevali e le rocce friabili degli Euganei”. Così Longhi, nel celebre omaggio a Bellini del 1946.
Ma non è questo il genio profondo degli italiani così come lo hanno modellato secoli di arti figurative, di poesia, di letteratura, di musica? La capacità cioè di essere insieme nella storia e nel sentimento della storia, di guardare il mondo con cuore caldo e mente serena, così da farne emergere con spirito di affettuosa compenetrazione i valori di ordine, di calma, di splendore.
Antonio Paolucci
presidente della commissione scientifica delle scuderie del Quirinale”
Grazie ancora … Emanuele …
Pubblicato in Architettura
4 commenti
Il globo … appeso … a un filo …
A commento di una laconica immagine di qualche giorno fa … Isabella Guarini ci invia: …
“L’immagine di un globo elettrico che pende da un portale squadrato di per sè sarebbe banale se non rimandasse a un fatto mirabile che è la perla sospesa a un sottile filo in una conchiglia architettonica nella pala della Madonna di Brera di Piero della Francesca. Una perla- uovo , metafora della vita, globo che illumina la scena e punto di fuga ordinatore dello spazio glogale. A volte la memoria fa brutti scherzi!”
I.G.
Pubblicato in Architettura
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