-
Avviso
La biblioteca e l’archivio sono aperti al pubblico su prenotazione in osservanza delle norme anticovid.
Cerca
Contatti:
E-mail: centrostudigm@gmail.com
Tel: +39 347 1095386
Indirizzo: via Tevere, 20 – 00198 Roma
Orari: lun – ven dalle 09.00 – 15.00Classifica Articoli e Pagine
- VIA DELLA CONSOLAZIONE ... ERA LA STRADA PIU' BELLA DEL MONDO ...
- Un padre … architetto …
- E' appena uscito il volume di Mauro Sàito, "Passeggiate architettoniche", dedicato a trenta itinerari in Basilicata alla scoperta delle architetture del '900.
- «La Màrsica è una subregione dell'Abruzzo interno...»(Wiki) ...
- Addio a Lloyd Marcus Andresen
- Dante Tassotti ... tra Foschini e Minozzi ...
- Piano “verde” … e il “Vulcano Buono” …
- Il “sistema” … dell’architettura …
- Passatismo Contro ModernoNonModerno ...
- OSCAR? ... "UN ARCHITETTO MAI NATO" ...
Commenti recenti
- valentinabarucci su Un ricordo di Patrizia Pizzinato di Simone Ombuen
- Lazio su AUGURI DARIO!
- Mauro Risi su AUTOBIOGRAFIE SCIENTIFICHE. Marco Petreschi “L’arpa Birmana”. 22 giugno 2023.
- Franco ansrlmuvvi su Un ricordo per Paolo Portoghesi di Franco Purini
-
Articoli recenti
- VENERDI’ 30 OTTOBRE 2026 alle ore 17:30 il Centro Studi Giorgio Muratore. Osservatorio sull’architettura inaugura le attività del nuovo anno con l’invito alla presentazione del volume “INNOCENZO SABBATINI. ARCHITETTO 1891-1983” a cura di Clementina Barucci e Bruno Regni. Campisano Editore.
- E’ appena uscito il volume di Mauro Sàito, “Passeggiate architettoniche”, dedicato a trenta itinerari in Basilicata alla scoperta delle architetture del ‘900.
- Il Centro Studi Giorgio Muratore ricorda con grande affetto Susanna Nobili, con le parole di Flavia Rossi.
- AUGURI DARIO! 10 Agosto..
- Pubblicazione del volume “INNOCENZO SABBATINI. ARCHITETTO 1891-1983”.
Archivi
No … Dolce Vita …
Pubblicato in Architettura
1 commento
Il futuro è … nel Tratturo …
Ritorno all’Appennino …
Santo Stefano di Sessanio …
Il futuro possibile di un patrimonio “minore” …
L’Italia salvata da una pecora …
In questi ultimi anni in Italia, sull’onda del prevalente dibattito internazionale, si è fatto un gran parlare di architettura e di sviluppo della città contemporanea; ci si è dilungati sui nuovi linguaggi, sulle nuove tecnologie, sui limiti dello sviluppo, sulle ipotesi più e meno sostenibili di una pratica progettuale e costruttiva ove le leggi dell’economia, del mercato e della finanza la fanno da padroni nel promuovere e nell’indirizzare verso esiti omologati e globalizzanti.
La grande crisi di questi ultimi tempi costringe però ormai a riconsiderare, accantonandoli, i modelli prevalenti di sviluppo che hanno, fin qui, portato alla devastazione del nostro territorio, alla costruzione di città praticamente invivibili, alla distruzione del nostro bene più prezioso: il paesaggio.
Va colta quindi con grande interesse l’occasione offerta dall’esperienza di Santo Stefano di Sessanio ove troviamo applicata un’ipotesi affatto alternativa di recupero e di sviluppo di un patrimonio minore, tipico e caratteristico di tante regioni del nostro paese, dalle Alpi alle isole del Mediterraneo, per intenderci, e che dimostra delle reali possibilità e delle prospettive ancora aperte per restituire senso e dignità a gran parte del nostro patrimonio altrimenti destinato alla definitiva obliterazione.
Si deve all’intuizione, all’intelligenza e alla perseveranza di un personaggio come Daniele Kihlgren, un po’ industriale e un po’ filosofo, un po’ architetto e un po’ antropologo, infatti, se un borgo come Santo Stefano è potuto ritornare alla vita rinascendo da una situazione di totale emarginazione, peraltro tipica di tante altre realtà della dorsale appenninica segnate dalla povertà e dalla ristrettezza di risorse che ne hanno, nel tempo, decretato l’abbandono.
Paradossalmente, oggi, nella crisi di un modello di sviluppo prevalentemente legato al consumo e alla conseguente devastazione dei luoghi, qui, sono proprio gli aspetti che ne hanno decretato la crisi ad essere argomento potenziale della rinascita. Luoghi abbandonati e perciò rimasti intatti come Santo Stefano si offrono quindi ad un recupero attento e capace di metterne in luce le caratteristiche e le qualità proprio partendo da quei valori intrinseci che ne hanno connotato la storia, spesso, millenaria.
Sviluppandosi lungo la dorsale appenninica, un’infinità di piccoli borghi ha rappresentato per secoli l’armatura urbana prevalente di un sistema insediativo, produttivo e difensivo legato intimamente al suo territorio e che, una volta venute meno le ragioni economiche che l’avevano vista fiorire, è sopravvissuta come un relitto intatto e abbandonato. Ora proprio le caratteristiche che ne avevano decretato l’abbandono si pongono alla base del nuovo modello di sviluppo.
Da Santo Stefano a i Sassi di Matera è quindi tutto un susseguirsi di piccole e grandi realtà organizzate dal punto di vista insediativo lungo le direttrici degli antichi tratturi (le vie storiche della transumanza pastorizia stagionale, le vere autostrade dell’economia antica) che potrebbero, in un futuro non lontano, grazie anche ad un uso intelligente delle nuove risorse europee sullo sviluppo sostenibile, ritrovare il senso e il valore di una loro ritrovata centralità produttiva.
Importante quindi nel caso di Santo Stefano anche e soprattutto la metodologia applicata per raggiungere lo scopo di un recupero non fine a se stesso, ma capace di proiettarsi operativamente attraverso formule innovative, innanzitutto, capaci di rendere vive una tradizione e una cultura sull’orlo della loro definitiva obsolescenza.
In particolare, sembrano assai significative alcune formule metodologiche contemplate dal progetto di recupero che prevede tra l’altro: a) un uso esclusivo del materiale architettonico originario o di recupero; b) la conservazione della destinazione d’uso all’interno della organizzazione domestica originaria; c) l’arredamento con materiali poveri tipici della montagna appenninica; d) la riproposizione di alcuni aspetti delle culture materiali autoctone. In tal senso “l’approccio di tutela si spinge fino alla conservazione di quelle tracce di vissuto sedimentate negli intonaci, nelle stratificazioni del costruito … che rimandano al destino di povertà delle popolazioni della montagna appenninica. … Proprio in questi segni di sofferenza del tempo, sedimentati col susseguirsi delle generazioni, si ritrova l’anima più profonda di queste pietre, il genius più autentico di questi luoghi legati profondamente al destino delle popolazioni che hanno costruito e abitato questi spazi vivendo glorie e decadenza della civiltà pastorale”.
Nell’iniziativa promossa da Kihlgren si intrecciano quindi le dimensioni di una operazione imprenditoriale che nell’ipotesi dell’albergo diffuso trova naturalmente la sua ragion d’essere economica, ma altresì quelle di una ricerca estetica e progettuale che nella conoscenza delle antiche tecniche rintraccia il presupposto metodologico, la memoria e il significato etico di un approccio culturalmente alternativo.
G.M.
(da: “Bauwelt” 46.08)
Pubblicato in Architettura
1 commento
D’Agostino … incazzatissimo …
Salvatore D’Agostino, che evidentemente ci legge con profitto e con una certa assiduità, … e del quale avevamo intravisto e ascoltato qualche poco decifrabile borbottio in alcuni oscuri suoi commenti recenti, … finalmente, … raccoglie le forze e ce la mette giù dura … anzi … durissima … accomunandoci ad altre incolpevoli vittime dei suoi strali … e collettivamente …
ci incenerisce …
“Cari Muratore, Guarini e Salingaros,
Guarini: «Penso che oggi permanga il distacco dalla realtà fisica sostituita dalla realtà virtuale di cui si nutrono i nostri studenti.»
Vi ricordo che anche le più belle prospettive, spaccati assonometrici, piante e sezioni disegnate a china/matita erano rappresentazioni virtuali del progetto. Sono semplicemente cambiati gli strumenti.
Gli studenti non sono gli unici a nutrirsi di realtà virtuale, come dimostrano le vostre dispute su questa piattaforma virtuale ‘archiwatch’.
Mi auguro che l’equivoco virtuale non sia utilizzato per alimentare il solito tormentone del “distacco generazionale” per evitare il dialogo e barricarsi su sterili posizioni ‘passatiste’.
Invece, sono le vostre tesi a essere scollegate dalla realtà, parlate della città e dell’architettura senza nessun riferimento alla vera condizione dell’architettura in Italia:
corruzione politica;
cantieri insicuri;
imprenditori improvvisati;
università logora e baronale;
manodopera mal equipaggiata e spesso al nero;
tangenti;
architetti demotivati e in sovrannumero;
architetti rampanti;
considerazione della disciplina dell’architetto pessima;
critica immatura e incapace a leggere la realtà perché legata ai poteri forti;
critici del decoro, perbenisti e borghesi (esempio questo blog);
provincialismo e interventismo politico mediatico;
ignoranza sui nuovi linguaggi architettonici;
ignoranza sull’architettura del passato;
ignoranza sulle potenzialità dei nuovi strumenti informatici;
incapacità a relazionarsi con la gente;
incapacità a leggere l’architettura per empatia;
incapacità a leggere la non architettura
e ostinatamente chiusi in parole senza senso come “periferia” e “centro storico”.
Ma vi chiedo è possibile cambiare rotta e ricostruire questa nostra Italia, cercando di non alimentare il ‘super ego’ nascosto nel nostro essere sempre italiano medio?
L’ultimo che ha pensato di avere la ricetta risolutiva, pubblicando anche un libro dal titolo emblematico: “L’Italia che ho in mente”, ci sta inabissando.
Ma non capite che con queste idee da piccolo borghesi ‘mi sono fatto da solo’ o ‘la gente non capisce’ avete rovinato i sogni della vostra e delle nuove generazioni?
L’architettura del futuro ha bisogno di: ascolto, condivisione, intelligenza e senso dell’urbanità.
Chiudo con un paradosso di C. Guzzanti: «Se i partiti non rappresentano più gli elettori, cambiamoli questi benedetti elettori…»
Saluti,”
Salvatore D’Agostino
Non credo di aver compreso, in pieno, il senso di tanto risentimento, …
anzi, buona parte di quanto ho appena letto mi resta, per lo meno, oscuro, … mentre, altrove, invece, concordo, addirittura, …
ma tant’è … se uno si vuole incazzare … si incazzi pure, …
se ci vuol leggere, … ci legga, … altrimenti si risparmi la fatica, …
ma non ci accomuni ad altri incolpevoli oggetti delle sue vindici filippiche … ognuno ha (o almeno dovrebbe avere) … la sua testa …
e con quella il diritto di sbagliare … da solo …
Pubblicato in Architettura
5 commenti
Guarini … risponde a Salingaros …
In riferimento a: “POLITICS, PHILOSOPHY, CRITICAL THEORY, AND HUMAN PERCEPTION“ … una prima risposta di Isabella Guarini: …
“Nikos Salingaros non specifica le questioni da me poste su cui non sarebbe d’accordo, per cui la risposta, che sto elaborando dopo aver tradotto il testo, potrebbe ancora generare discussioni.
In primis, penso che sia stato il mio riferimento all’uso della geometria come base della composizione architettonica. A ciò Nikos Salingaros potrebbe opporre la sua teoria della “evolutionary compulsion” che nei millenni avrebbe indotto gli esseri umani a stabilire relazioni tra il corpo fisico e la percezione mentale. E sarebbero tali relazioni, tra il mondo fisico e la percezione della mente umana , che fanno sviluppare il senso di benessere, di appartenza e riconoscibilità e consentono agli esseri umani di costruire strumenti artificiali per la vita ( sopravvivenza), dagli utensili alla città.
Evolutionary compulsion forces human beings to establish a system of relationships between the physical body and the human mind’s mental perceptions, which enable us to experience the world and our existence. These relationships provide us with our sense of wellbeing, our sense of belonging, and our deeper sense of who we are. Through the physical and the visual aspects of human perception, the body managed humankind’s earliest interactions with the world. Evolution developed a neurological structure in humans by which they could negotiate the immediate conditions of their lives. Through the surrounding informational fields — physical and visual information embedded in the natural structure of the world — humans successfully evolved to construct artifacts for living. These creations range from jewelry, to furniture, to buildings, and ultimately to cities.
Tuttavia, quando gli esseri umani si sono distaccati dal rapporto con la realtà quotidiana della vita, come negli anni trenta, ispirandosi all’astrazione intellettuale, soggettiva, politica o filosofica, vi sono state catastrofi. e atrocità.
As the human mind continued to develop through the impulse of emotion, there came a point where humans were able to manufacture abstract ideas and thoughts, outside the physical reality that confronted them on a daily basis. The schism between the subject/object natures of perception permits the manufacture of an alternative reality. This mental capacity has been the protagonist of human thought and enquiry for millennia — leading to some of the greatest achievements of the human mind — at other times it led humankind towards the greatest atrocities imaginable. During the last century, architecture — as the formation of a world outside our bodies — has been consigned by contemporary doctrine to the intellectual creations of a purely subjective mind.
Penso che oggi permanga il distacco dalla realtà fisica sostituita dalla realtà virtuale di cui si nutrono i nostri studenti. Se ho ben interpretato la tesi posta dal saggio di Salingaros, dico subito che sono d’accordo, in generale, nell’ambito della definizione di realtà fisica a cui gli architetti debbono fare riferimenti. Per me, inoltre, la realtà è complessa, fatta di materialità naturale e storica, per cui intendo la storia, come materializzazione delle relazioni tra la fisicità della natura e sua percezione intellettuale, medium che ci consente di arricchirci della esperienza accumulata senza ripeterne le tappe evolutive. Insomma considero la storia come un facilitatore delle relazioni tra realtà fisica e percezione intellettuale con cui si sono esperiti il senso del benessere e dell’appartenenza e della riconoscibilità..
Il riferimento alla geometria è un esempio di astrazione dalle forme naturali, come strumento di conoscenza e progettazione , quando si rende necessario all’uomo di riprodurre artificialmente le forme naturali per costruire attrezzi e componenti costruttivi per il proprio benessere e per la loro riproducibilità nella società.
Nell’immagine della sezione di un tronchetto d’albero, come nella foto allegata, è riscontrabile la forma di un cerchio quasi perfetto che potrebbe aver dato l’impulso di riprodurlo quando se ne fosse determinata la considerazione di ricavarne un beneficio. Ma quanto tempo sia passato dalla percezione della forma naturale alla sua riproducibilità artificiale, non è dato saperlo perché si perde nella notte dei tempi, per cui a chi oggi studia il cerchio come astrazione geometrica e matematica non verrà mai in mente che la sua esistenza materiale è nelle forme naturali e che la sua perfezione in astratto è un compromesso stabilito per convenzione, per facilitarne la diffusione della conoscenza e l’applicabilità. Ma non è tutto così lineare e semplice, perché la realtà delle forme naturali è complessa e la traducibilità artificiale è un risultato a cui si perviene o per evoluzione delle forme semplici o per capacità percettiva fondata sulla divinazione delle relazioni tra il mondo fisico e mente umana. “
Pubblicato in Architettura
2 commenti
Nikos … Vs. “Critical Regionalism” …
Isabella … ha, evidentemente, toccato sul vivo la sensibilità di Nikos …
che prontamente risponde e allega …
e noi volentieri ospitiamo: …
“Gentile Isabella,
Leggo i tuoi commenti su Regionalismo Critico ospitati nel blog del
professor Muratore. Non ne sono d’accordo, ma voglio soltanto spedire
un brano del saggio che ho scritto sul questo tema. Forse tu non sei
d’accordo con me, ma almeno abbiamo aperto una posizione esplicita.
Qui negli Stati Uniti, non consideriamo Frampton nessun’autorità,
piuttosto un membro dell’establishment che ha fatto tanti danni
all’architettura.
Cari saluti”
Nikos
POLITICS, PHILOSOPHY, CRITICAL THEORY, AND HUMAN PERCEPTION.
Evolutionary compulsion forces human beings to establish a system of relationships between the physical body and the human mind’s mental perceptions, which enable us to experience the world and our existence. These relationships provide us with our sense of wellbeing, our sense of belonging, and our deeper sense of who we are. Through the physical and the visual aspects of human perception, the body managed humankind’s earliest interactions with the world. Evolution developed a neurological structure in humans by which they could negotiate the immediate conditions of their lives. Through the surrounding informational fields — physical and visual information embedded in the natural structure of the world — humans successfully evolved to construct artifacts for living. These creations range from jewelry, to furniture, to buildings, and ultimately to cities.
As the human mind continued to develop through the impulse of emotion, there came a point where humans were able to manufacture abstract ideas and thoughts, outside the physical reality that confronted them on a daily basis. The schism between the subject/object natures of perception permits the manufacture of an alternative reality. This mental capacity has been the protagonist of human thought and enquiry for millennia — leading to some of the greatest achievements of the human mind — at other times it led humankind towards the greatest atrocities imaginable. During the last century, architecture — as the formation of a world outside our bodies — has been consigned by contemporary doctrine to the intellectual creations of a purely subjective mind.
The informational fields that surround us are more important today than ever, given the dependency of students on image-based learning. Supplanting natural information by intellectual abstraction effectively removes the essential informational content needed for human engagement with the outside world, replacing it with blank walls. Throughout the twentieth century, one of the important situational constructs that enabled architects to substitute images for what is real was their ability to use the written word to subsidize their informationally-poor structures. So began a long history of political and polemical texts operating as the philosophical surrogate for embedded knowledge, which was henceforth lost from the built world.
Architecture schools now rely heavily, if not exclusively, on loosely-construed philosophical postulates for educating their students. Schools proffer philosophical doctrines (we cannot call them theories) in the absence of intelligence-based design and direct human experience. The way philosophy is currently taught to architects tends to mix political ideology with idiosyncratic and subjective insights into society, and this muddled mess is presented as a theoretical basis for architectural and urban design. This practice is a terribly dangerous mix, as it gives students a perverted and erroneous, if not fraudulent basis for their profession. Students are normally unable to separate what is useful analysis from what is political rhetoric and so learn little or nothing about buildings and cities.
Certain authors on the political left provide a picture of what is wrong with aspects of contemporary society, offering useful critiques from outside the capitalist economic system. Nevertheless, their proposed solutions are the same unworkable utopian dreams that have in the past led to totalitarian states. One stream of philosophy running throughout contemporary architectural education goes back to the Frankfurt School, which introduced “Critical Theory” into philosophy. The essence of this 1930’s movement was to apply extreme anti-traditional prejudices to the new industrial society of the post World-War-I era. The original Marxist authors proposed radical social change through revolution, technology, and the subjection of the individual to collective class structure. They declared tradition to be the enemy of progress, a position that of course included all architectural traditions. Historical notions of beauty were condemned, while art was to be produced henceforth though the negation of universal truths, inspired instead by contradiction, despair, and the shock of human suffering. Schools inherited this prejudiced approach to analyzing built form, in many writings that bear the epithet “critical”. Such texts are not helpful in designing buildings but only in the formation of ideological tenets.
Independent of the written legacy of Critical Theory and the Frankfurt school, the post-war tradition in architecture and the arts has inherited the misdirected anger and desperation of 1930’s European intellectuals. Those individuals were reacting against earlier class oppression while being threatened by the rise of Nazism. After the Second World War, those same intellectuals reacted to the horrors that had just been perpetrated by casting the blame onto traditional society and its humanistic architecture. These extremely powerful emotions survive in a visceral hatred of traditional architectural forms — an indignation that is transmitted to architecture students today through Pavlovian conditioning.
Even though the majority of architecture professors are not overtly political, and even less declared Marxists, architecture schools have been dominated by a philosophy that arose from the radical political left. Critical theory and its architectural derivatives (which represent ideology rather than theory) continue to dictate architectural texts. Students lack sufficient knowledge to recognize when fourth-generation derivative authors talk about architecture using hidden agendas about the supremacy of technology, class struggle, and abolishing traditional society. While this ideological objective is never made explicit, it colors supposedly theoretical expositions and situates itself in the values of students. After all these years, few people have caught onto the original deceit: while pretending to censure the aristocracy, this rhetoric in fact reviled all of popular vernacular architecture, to boost the personal careers of the Bauhaus members. Now the very same system is used to prop up an architectural elite.
Critical Theory has had its most insidious effect on architecture with the spread of the doctrine known as “Critical Regionalism”.
(continua …)
Section of “Intelligence-Based Design: A Sustainable Foundation for Worldwide Architectural Education” by Nikos A. Salingaros & Kenneth G. Masden II, ArchNet-IJAR: International Journal of Architectural Research, Volume 2, Issue 1 (March 2008), pages 129-188.
Pubblicato in Architettura
Lascia un commento
Archeologia romana … “protezione” incivile …
SuperBertolaso … verrebbe da dire … vista l’impressionante mole di lavoro che dovrebbe assumersi il malcapitato coinvolto da una valanga di “calamità” nazionali di così grande rilievo … dalla monnezza napoletana … ai mondiali di nuoto … dalle celebrazioni patriottiche del centocinquantenario … all’allestimanto del G8 alla Maddalena … fino all’archeologia romana, … solo per citarne alcune, le prime, che ci vengono in mente …
Ma forse la vera “calamità” … potrebbe essere proprio Lui … almeno stando alle recenti cronache che per volontà di Bondi lo vedrebbero super-responsabile e quindi commissario per una fantomatica emergenza “archeologica” romana …
I tecnici e gli addetti ai lavori sono giustamente in allarme e denunciano l’assurdità delle procedure, degli obiettivi e degli strumenti recentemente adottati: …
“Il corpo tecnico-scientifico della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, avuta notizia dell’annuncio da parte del Ministro Bondi della richiesta di un commissariamento straordinario del proprio Ufficio, ricordando il dettato costituzionale, la normativa vigente e i propri obblighi istituzionali in relazione alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio archeologico di Roma, non ritenendo plausibili le motivazioni addotte a sostegno di un tale gravissimo provvedimento, che solo un’ emergenza di protezione civile potrebbe giustificare, dichiara lo stato di agitazione permanente.
La nomina di un Commissario straordinario, attualmente responsabile del dipartimento della Protezione Civile, di un vicecommissario attuatore (incompatibilmente Assessore del Comune di Roma) e di consulenti tecnico-scientifici esterni, oltre a porre l’attività dell’Ufficio di tutela al di fuori dell’amministrazione ordinaria, esautora di fatto il corpo degli Archeologi, degli Architetti e di tutto il personale tecnico-amministrativo, della pienezza del proprio ruolo istituzionale determinando una sovrapposizione (o forse meglio uno svuotamento) di funzioni in evidente gravissimo contrasto con ogni criterio di economicità e di controllo della Pubblica Amministrazione, oltre che di quella valorizzazione della sua produttività tanto proclamata dal Governo e in particolare dal Ministro della Funzione Pubblica.
E’ evidente che gli obiettivi sono altri da quelli dichiarati a mezzo stampa di creare una fruizione unitaria dell’Area Archeologica Centrale di Roma, per la quale sarebbe bastato un semplice protocollo d’intesa tra Uffici statali e comunali, ratificato dagli organi di controllo amministrativi per le parti economiche di riscossione dei biglietti d’ingresso, così come per quanto riguarda la necessità di realizzare opere urgenti finalizzate al 150° Anniversario dell’Unità d’Italia, considerato che è ben noto a tutti come la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, con impegno costante e competenza tecnico-scientifica abbia saputo rispondere positivamente ad altri impegnativi appuntamenti straordinari come quelli della Legge Biasini, della legge per Roma Capitale, del Giubileo 2000, del Piano Nazionale per l’Archeologia e dei fondi del Gioco del Lotto, dimostrando capacità di spesa e ampiezza di risultati.
Questa manovra gravissima si lega invece al confronto politico – la cui asprezza è nota a tutti – sul conferimento di poteri a Roma Capitale in materia di tutela e valorizzazione del patrimonio storico artistico, ed in particolare archeologico. La gestione (e gli introiti), perché di questo si tratta, di Aree Archeologiche Monumentali di rilevanza mondiale, quali sono il Colosseo, la Domus Aurea, i Fori Imperiali, costituiscono il vero perno di questa vicenda, che prelude ad un nuovo assetto gestionale, forse di diritto privatistico ?
Il corpo tecnico-scientifico della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma denuncia con forza – e fa appello ad ogni Cittadino, Rappresentante istituzionale, parlamentare e politico, ad ogni giurista e costituzionalista, ad ogni Istituto di ricerca nazionale e internazionale, ad ogni Associazione che vorrà condividere tale opinione – il rischio cogente della distruzione di un Ufficio di tutela di grande rilevanza storica e culturale, con una spaccatura insanabile per la conoscenza, la tutela e la valorizzazione del patrimonio archeologico di Roma, attraverso la determinazione sul territorio urbano di un’”Archeologia ad alto reddito” e un’ “Archeologia senza reddito”, contro i principi fondamentali della Repubblica, garantiti dall’Art. 9 della Costituzione, per i quali il valore della tutela del patrimonio culturale è sovraordinato ad ogni altro interesse, anche economico.”
Per chi vuol saperne di più:
http://www.articolo21.info/8020/notizia/roma-archeologi-e-architetti-dchiarano-stato-di.html
Pubblicato in Architettura
Lascia un commento
Povero Piero …
Riceviamo da Giuseppe Centauro … “l’appello della prof.sa Lina Guadagni, presidentessa del comitato che si è mobilitato da tempo per difendere l’opera e il paesaggio di Piero della Francesca nel territorio di Monterchi.
Una chiamata urgentissima che invita gli uomini di cultura ad alzare forte la protesta per l’incongrua sistemazione che si paventa a breve (ndr. la decisione pare già essere stata presa dall’attuale Sindaco!) per la Madonna del Parto che, dopo l’aspra querelle che dal 1994 si è accesa per la collocazione definitiva del capolavoro pierfrancescano, “rischia di essere collocata nella chiesa dell’ex monastero benedettino che verrà trasformato in un resort di lusso.”
Credo che sia necessario rispondere in modo compatto a questa assurda e totalmente speculativa ipotesi di sfruttamento dell’opera, aiutando ad ostacolare in tutti i modi tale “insano progetto”, in primis manifestando la nostra diretta solidarietà con chi (lina.guadagni@yahoo.it) si sta battendo a nome dei diritti delle opere d’arte …”
APPELLO AL MONDO DELLA CULTURA PER LA DIFESA DEI DIRITTI DELLA MADONNA DEL PARTO DI PIERO DELLA FRANCESCA
Il capolavoro pierfrancescano, custodito a Monterchi ( AR), rischia di essere collocato nella chiesa dell’ex monastero benedettino che verrà trasformato in un “resort di lusso”.
Questo l’accordo che il sindaco di Monterchi sta per firmare, tanto per chiudere, a tre mesi dalla scadenza del suo mandato, la tormentata vicenda della rivendicazione della proprietà dell’affresco, inoltrata dalla Curia di Arezzo.
Ci sentiamo delusi dall’operato del sindaco, a cui sono state da tempo consegnate le firme dei cittadini che da sempre sostengono la necessità della valorizzazione dell’opera attraverso una sua dignitosa collocazione in un ambiente rispondente, per caratteristiche spaziali e riferimenti ambientali, alle condizioni originarie nel tempo perdute, ma perfettamente conosciute attraverso documenti e reperti.
Siamo preoccupati per il futuro della Madonna in quanto la chiesa dell’ex monastero benedettino è stata dichiarata luogo inadatto ad ospitare l’opera da ben due nuclei di ispettori ministeriali e da numerosi storici dell’arte. Oltre alle indiscusse ragioni estetiche, la suddetta chiesa ha gravi problemi strutturali e pertanto è soggetta ad elevati rischi sismici.
Siamo sconcertati dalla decisione di trasformare una struttura religiosa millenaria, quale era appunto il monastero benedettino di clausura, in una struttura alberghiera che avrebbe il suo richiamo nell’opera collocata nella chiesa attigua, comunicante attraverso il coro, la sacrestia, la grata, con il resto dell’edificio. E’ lecito chiedersi a questo punto quale tipo di gestione potrebbe derivare da questo pasticcio.
Ci domandiamo poi quali vantaggi derivino alla comunità di Monterchi da questa transazione che vede nettamente sconfitta la volontà popolare che, fin dal Convegno Internazionale del 1980, aveva posto all’attenzione del mondo la necessità di intervenire nei confronti del capolavoro pierfrancescano e con il restauro e con una collocazione più dignitosa della piccola cappella del cimitero, costruita nel 1956 in stile neoclassico.
Vogliamo ribadire che mai opera fu tanto legata al territorio quanto questa nostra Madonna che trae pienezza di significato dalle caratteristiche di questa terra e dal suo ruolo svolto nel corso della storia. Che mai popolazione fu tanto attaccata ad un suo bene quanto questa che la curò, la difese, la ospitò nelle sue case, che oggi si batte perché si giunga ad ottenere il meglio possibile per i suoi figli e per le generazioni future.
Vorremmo che a Monterchi si realizzasse il patto d’alleanza tra comunità civile, religiosa, culturale per varare un’operazione all’altezza della fama della Toscana nel mondo, e per offrire l’occasione unica di ammirare un capolavoro nel contesto ambientale straordinario di questo nostro paese, in condizioni di fruibilità che consentano di cogliere appieno lo straordinario messaggio universale di Piero della Francesca e le straordinarie vicende di un affresco giunto fino a noi, sopravvivendo ad eventi tragici come guerre e terremoti, eventi commerciali come vendita o trasferimento di opere.
Ci appelliamo pertanto a tutti gli uomini di cultura perché ci aiutino ad ostacolare questo insano progetto dell’amministrazione comunale, che ha perso il ruolo di amministrazione pubblica, e a realizzare una sistemazione dell’opera nel centro storico, in uno degli edifici di proprietà comunale opportunamente trasformato e rispondente alle diverse esigenze dei visitatori.
Questo l’accordo che il sindaco di Monterchi sta per firmare, tanto per chiudere, a tre mesi dalla scadenza del suo mandato, la tormentata vicenda della rivendicazione della proprietà dell’affresco, inoltrata dalla Curia di Arezzo.
Ci sentiamo delusi dall’operato del sindaco, a cui sono state da tempo consegnate le firme dei cittadini che da sempre sostengono la necessità della valorizzazione dell’opera attraverso una sua dignitosa collocazione in un ambiente rispondente, per caratteristiche spaziali e riferimenti ambientali, alle condizioni originarie nel tempo perdute, ma perfettamente conosciute attraverso documenti e reperti.
Siamo preoccupati per il futuro della Madonna in quanto la chiesa dell’ex monastero benedettino è stata dichiarata luogo inadatto ad ospitare l’opera da ben due nuclei di ispettori ministeriali e da numerosi storici dell’arte. Oltre alle indiscusse ragioni estetiche, la suddetta chiesa ha gravi problemi strutturali e pertanto è soggetta ad elevati rischi sismici.
Siamo sconcertati dalla decisione di trasformare una struttura religiosa millenaria, quale era appunto il monastero benedettino di clausura, in una struttura alberghiera che avrebbe il suo richiamo nell’opera collocata nella chiesa attigua, comunicante attraverso il coro, la sacrestia, la grata, con il resto dell’edificio. E’ lecito chiedersi a questo punto quale tipo di gestione potrebbe derivare da questo pasticcio.
Ci domandiamo poi quali vantaggi derivino alla comunità di Monterchi da questa transazione che vede nettamente sconfitta la volontà popolare che, fin dal Convegno Internazionale del 1980, aveva posto all’attenzione del mondo la necessità di intervenire nei confronti del capolavoro pierfrancescano e con il restauro e con una collocazione più dignitosa della piccola cappella del cimitero, costruita nel 1956 in stile neoclassico.
Vogliamo ribadire che mai opera fu tanto legata al territorio quanto questa nostra Madonna che trae pienezza di significato dalle caratteristiche di questa terra e dal suo ruolo svolto nel corso della storia. Che mai popolazione fu tanto attaccata ad un suo bene quanto questa che la curò, la difese, la ospitò nelle sue case, che oggi si batte perché si giunga ad ottenere il meglio possibile per i suoi figli e per le generazioni future.
Vorremmo che a Monterchi si realizzasse il patto d’alleanza tra comunità civile, religiosa, culturale per varare un’operazione all’altezza della fama della Toscana nel mondo, e per offrire l’occasione unica di ammirare un capolavoro nel contesto ambientale straordinario di questo nostro paese, in condizioni di fruibilità che consentano di cogliere appieno lo straordinario messaggio universale di Piero della Francesca e le straordinarie vicende di un affresco giunto fino a noi, sopravvivendo ad eventi tragici come guerre e terremoti, eventi commerciali come vendita o trasferimento di opere.
Ci appelliamo pertanto a tutti gli uomini di cultura perché ci aiutino ad ostacolare questo insano progetto dell’amministrazione comunale, che ha perso il ruolo di amministrazione pubblica, e a realizzare una sistemazione dell’opera nel centro storico, in uno degli edifici di proprietà comunale opportunamente trasformato e rispondente alle diverse esigenze dei visitatori.
COMITATO “ LA MADONNA DEI MONTERCHIESI “
Monterchi 7 febbraio 2009
Monterchi 7 febbraio 2009
Pubblicato in Architettura
8 commenti









