La riforma … del prosecco …

lariformadelpiccione

Niente da declarare …

Messa a norma …

Declaratorie e proseccature varie …

Non usare il cavatappi …

Avvilito e depresso dall’ennesima riunione accademica (anche se cerco di evitarle … qualcuna, … ogni tanto, … pure, me tocca …) … dove si era parlato, per lunghe e inutili ore, di messe a norma … crediti … ordinamenti … indirizzi … moduli … tabulati … ancillare … apicale … frattale … centralità … progggetto … nuove facoltà e vecchi atenei … nuovi atenei e vecchie facoltà … di tutto e di niente, … ma dove, soprattutto, una cosa mi aveva definitivamente annichilito devastandomi l’umore e non solo … il lancinante problema della declaratoria … sì … la declaratoria, …
ma checazzè stà “declaratoria” mi ero chiesto, invano, per ore, per tutto il pomeriggio … e l’unica cosa che ne avevo dedotto era la declaratoria essere cosa semplicemente essenziale per il buon funzionamento continentale della nostra università … ingenuamente, per quanto riguarda l’università, credevo che i problemi fossero altrove, ma, evidentemente, ero fuori strada se non avevo capito la centralità della declaratoria stessa, e dei suoi effetti collaterali … arma e sugello esiziale della nuova didattica rinnovata, rinormata, internazionale, europea, futuribile e progressiva …
embé a me ‘sta declaratoria, comunque, nun entra ne la capa … sarò cretino, ma, a me, nun m’entra … che ce voi fà, … anzi, … più spingo … più spremo … più mi c’incazzo pure … perché l’dea di infilare in tre righe sulla tabellina il senso di quello che l’università dovrebbe insegnare, … sarò all’antica, … ma nun me convince proprio pe’ niente … anzi … credo che sarebbe giusto … l’esatto contrario, …
ma quelli insistono … i finanziamenti … il prin .. il miur … il murst … il cun … il dip .. il lab … on line … sul web … cineca … password … username … e l’accidenti che se li frega … per cui declaratoria über alles … a morte i detrattori, i disfattisti … qui si fa la rifoma … le riforme … quale riforma? … o si declara … o si muore …

me ne torno a casa, che pure pioveva, … la circolare che nun passa … i lampioni spenti che aspetti solo er maniaco … finalmente s’apre er frigorifero … dico m’bè sai che faccio … crepi l’avarizia … me stappo un prosecchino … e almeno, fino a cena, … chi se ne frega, …
ma se vede che il giorno era proprio nato storto … manco a farlo apposta …
mentre stappo … sul culo del prosecco che te ce trovo? …
‘na bella … d e c l a r a t o r i a …

“Avvertenze: fare attenzione quando si apre. Non puntare la bottiglia verso se stessi o altre persone per evitare eventuali danni seri agli occhi.
Il tappo potrebbe fuoriuscire con violenza mentre si sta togliendo la gabbietta o in qualsiasi momento dopo averla tolta.
La bottiglia è ad alta pressione che potrebbe aumentare se scossa o scaldata.
Per aprire: 1) raffreddare bene; 2) non scuotere; 3) non puntare la bottiglia verso se stessi o altri; 4) togliere la gabbietta; 5) ruotare il tappo con le mani, non usare mai un cavatappi.”

Capito? … “Non usare mai un cavatappi” … per il prosecco …
e te credo … ché sei cretino? …
Che giornata di merda; … poi dicono: … l’Europa …

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La vasca … e il braccio pendulo …

mondriam2a

A proposito di alcune recenti installazioni napoletane riceviamo da Isabella Guarini:

“Caro prof.Muratore,
le invio una mia composizione chiedendole di pubblicarla sul blog, perché sintetizza concetti che avrei potuto esprimere a parole, ma sono stata attratta dal braccio pendulo dell’uomo che legge nell’acqua nella vasca, tra le sette di bronzo dorato che fanno parte dell’ installazione natalizia di Jan Fabre nella Piazza del Plebiscito in Napoli. Ripeto: un braccio pendulo da una vasca da bagno. Ci sono, è quello della Morte di Marat di Jacques-Luis David, conservato a Bruxelles nel Musées des Beaux Art. C’è, dunque, un forte legame identitario tra il belga Jan Fabre e l’uomo che legge nell’acqua, quell’acqua che costituisce uno degli elementi di dissidio in Belgio tra “Flemish and the Walloons”. Comincio a interrogarmi sulla scelta di esporre un presepio così particolare nella terra di “quanno nascette ninno alla capanna”. Ma il braccio pendulo della memoria oscilla e si ferma qua e là sul braccio del Cristo della Pietà di Michelangelo.Poi, di Pietà in Pietà, di Raffaello, Pontormo Caravaggio, David e Sinäkin, Marat! – You Too, Marat! Öljy kankaalle – oil on canvas.Di quest’ultimo so poco, ma si tratta pur sempre della macabra scena del braccio pendulo da una vasca simbolo della morte violenta. Di recente ho visto pubblicizzato un deodorante con il particolare dell’ascella di un braccio palestrato, non molle come quello di chi muore. Ma quale relazione ci può essere tra il Natale a Napoli e la morte di un rivoluzionario francese per mano di una donna, che ora riposa in un museo belga? Ci penserò! Saluti,”
I. G.

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Per un’architettura semplice … da Bahia al Quadraro …

quadraretto

Emanuele Arteniesi, a proposito di cose semplici e possibili, ci invia:

“Lina Bo Bardi, amica intima di Glauber Rocha e dell'”estetica della fame”…

Roma, amici der Riccetto…

Bahia, il cantastorie del sudore negro, branco e cannella…

conosceva anche lui Lina? Quasi sicuro…

Bahia, per un museo delle arti popolari.

Roma, il Quadraretto…?”
E.A.

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Vecchia ruggine …

ruggine

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Crediti plenari …

crediti

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Pinocchio e Biancaneve …

pinocchio

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Normalità …

normalità

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Decoro …

casa romana

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Ogni cortile … la sua Facoltà …

A proposito della situazione delle facoltà di Architettura …
riceviamo da Sergio Cardone e volentieri vi giriamo: …

…

“Che l’Italia sia il paese dei paradossi (”dei barocchi”) non è una novità. D’altro canto non è possibile adagiarsi su questo luogo comune ma, ahimé, le re-azioni che scaturiscono vanno in netta controtendenza rispetto a quanto sia lecito aspettarsi.
L’ultima neonata fra le facoltà di Architettura è quella di Matera. Quando ho saputo della “nascita” ho pensato a quali potessero essere i motivi alla base di tale scelta..e alcuni, nella mia ingenuità di studente pugliese fuorisede, ne ho trovati. Un’alternativa (purché valida) alle due facoltà campane e all’unica facoltà pugliese (la cui linea continua ad essere, per il sottoscritto, un mistero) sarebbe stata ragionevole…ma ecco la sorpresa: la facoltà di Architettura dell’Università della Basilicata attiva il primo anno del corso di laurea in Ingegneria Edile-Architettura, lasciando attivi i rimanenti quattro anni (a esaurimento) nella facoltà di Ingegneria. Il dubbio è: perché attivare una facoltà di Architettura per poi proporre un corso di laurea prettamente ingegneristico? Non vogliamo dire ingegneristico? Bè..prendiamo atto del fatto che tale corso sia attivato in Italia solo in facoltà di Ingegneria..un motivo ci sarà.
A Udine, invece, situazione opposta: si scalcia per vedere riconosciute didattica e ricerca di corsi in Architettura in una facoltà che non sia quella di Ingegneria. E l’elenco dei precedenti vede le esperienze di Cagliari, Parma ecc.
Ma del resto…è normale avere così tanti corsi di laurea e così sparpagliati? Vorrei citare dei frammenti da un altro editoriale di Casabella (737, ottobre 2005) in cui il Prof. Dal Co scriveva: “Le lauree specialistiche in Scienze dell’architettura e dell’ingegneria edile […] sono 47. Vengono offerte nelle più diverse località, da Roma a Milano, da Pisa a Reggio Calabria, da Rieti a Mondovì, da Rende a Dalmine. I Corsi di laurea triennali in Scienze dell’architettura e dell’ingegneria edile (classe 4) sono 61. Le relative attività didattiche coinvolgono l’intero territorio nazionale, da Torino a Enna, da Campobasso a Udine, da Aversa a San Donà di Piave. […] I nuovi Corsi di laurea per il 50% sono stati generati da orripilazioni, come attestano le perifrasi delle loro titolazioni (Scienze dell’Architettura [il più diffuso], Architettura delle Costruzioni, per arrivare a Progettazione dell’Architettura, dove la perifrasi diventa tautologica, anche se bisogna riconoscerle il merito di ribadire che l’architettura non è un prodotto del ciclo naturale delle stagioni, né di movimenti tellurici, che non nasce come una melanzana e non si forma come una collina). È lecito pensare che simili invenzioni abbiano preso forma da accese discussioni, nel corso delle quali gli insegnanti avrebbero dovuto dar prova della loro dedizione all’interesse comune, invece (come attestano i “nomi”) che a usi e costumi tribali. L’altro 50% dei nuovi Corsi è nato per garantire i posti di lavoro degli insegnanti di ingegneria. Scorrendone l’elenco, quando nel titolo di una laurea si incontra la parola “edile” non si sbaglia pensando che quel Corso è stato istituito per accogliere insegnanti-ingegneri, privati dei loro ruoli, perché così stabilito dal pur glaciale movimento di adeguamento delle qualifiche professionali italiane a quelle europee. […] Per comprendere come la patologia che le Facoltà di Architettura italiane denunciano sia degenerata, basta leggere il Piano strategico 2005–2015 presentato recentemente dalla Bocconi, per rendersi conto dell’abisso che separa le nostre Facoltà da ciò che sarebbe serio proporsi di fare e che, per l’università milanese, è così riassumibile: reclutare il 50% dei nuovi docenti sul mercato internazionale; non sottostare all’“egualitarismo salariale” e agli automatismi che vigono nell’università di stato per selezionare il personale docente; sviluppare la ricerca; aumentare del 35% in dieci anni gli insegnanti di ruolo; affidare il 20% del carico didattico a docenti esterni; assumere 50 docenti stranieri stabili; portare al 15% la presenza degli studenti stranieri; incrementare strutture, assistenza, programmi di formazione postlaurea, ecc. […] Le scuole serie (di solito si trovano in grandi città o in campus attrezzati) possono contare sui progettisti e professionisti migliori; costoro raramente diventano “professori di ruolo”; viaggiano e insegnano sino a quando questa attività li interessa o è utile – anche per poco tempo, perché oltre ad insegnare tutti costoro sono architetti (Mies van der Rohe non aveva dubbi: per insegnarla, l’architettura bisogna saperla fare). Ma vi immaginate Jacques Herzog a insegnare a Rende, Moneo a Dalmine, Cecil Balmond spiegare come un edificio si regge in piedi ad Aversa?”
Chissà..magari al posto della generazione di portaborse e “appecoronati” che sistematicamente passano in rassegna in facoltà con contratti privati prima di trovare una procedura di valutazione comparativa per sistemarli si potrebbe “ripensare” l’intero sistema di reclutamento ma…
ma ripropongo l’interrogativo del Prof. Muratore: quante “poltrone” si perderebbero?
Mi scuso per la lunghezza ma la citazione di Dal Co di oltre tre anni fa era necessaria.
S.C.

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Pincio … come prima … peggio di prima? …

Carlo Ripa di Meana ci invia il testo di un suo recente intervento sullo stato delle alberature del Pincio dal quale, preoccupati e perplessi, associandoci, stralciamo: …
 “… Un disastro. Come prima del 10 settembre 2008. Solo le fontane, che allora quasi tutte non buttavano acqua, ora hanno l’acqua. Anche l’Orologio ad acqua inventato nel 1867 dal padre domenicano Giovan Battista Embriaco, che aveva sospeso il suo ritmo per i lavori del Supergarage, ha ripreso. Seppure avanti di tre ore sull’ora esatta. Per tutto il resto, nada de nada. Peggio, per il tempo trascorso inutilmente da quel giorno di settembre, quando il sindaco Gianni Davide Alemanno, all’inizio del suo mandato, ha detto no allo sventramento del Pincio per ricavarne il Supergarage deciso dal suo predecessore Veltroni.
Nelle due prime rampe da Piazza del Popolo è rimasto un solo albero. Scomparsi gli olmi, meno uno, in salita appunto. Scomparsi tutti i lecci verso Santa Maria del Popolo, in discesa. Non c’è più la statua di Dioniso sdraiato nella prima fontana addossata al muro dell’Hotel de Russie. La balaustra della seconda “prospettiva del Pincio” è sfondata da molti anni ed è ancora chiusa da un telaio di tavole, tra la prima e la seconda delle statue, i Prigioni con il cappello frigio, che decorano la balaustra. Scomparso sulla grande curva che si affaccia sui propilei del Canina il guerriero greco con spada e fodero. Rovesciato il cubo di marmo su basamento di travertino, cippo stradale dell’ultima curva. Scomparsi i cancelli dal lato Canova, statua dell’Estate, e dal lato statua della Primavera e Santa Maria del Popolo. Egualmente scomparsi i cancelli di fronte a Villa Medici sulla curva di San Sebastianello. Le opere murarie che segnano i tornanti sono zuppe di umidità e senza intonaco. I sentieri slabbrati, le Rocailles  incomplete, il Roseto ai piedi della Casina Valadier distrutto, alcune panchine in travertino divelte, vari busti decapitati, tra questi Plinio il Vecchio. La torre dell’acqua circondata da una serie di gonfiabili sgargianti, dedicati al Bob per le discese e ai Saltarin per il trampolino, e completati dal cavallo di cartapesta, Fulmine, pronto a dare, dimenandosi, emozioni da rodeo.
Poco più in là ecco la maestosa gibbosità di plastica per contenere centinaia di coperti in più (perché tornino i conti della gestione attuale della Casina Valadier) nel gazebo per grandi rinfreschi e matrimoni, il tutto sovrapposto, lato sud, senza imbarazzo al disegno neoclassico della Casina Valadier, già seviziata da infissi anodizzati. Le statue di benvenuto della città, il duo SPQR alla porta di Villa Medici, con i poveri torsi smembrati sui due basamenti di travertino. Il busto di Garibaldi, beato lui il Nizzardo, l’unica edicola curata del Pincio, avvolto in uno chador di ciclamini. E, soprattutto, dopo 139 giorni dalla decisione di bloccare il cantiere e salvare il Pincio, il bandone verde, altezza muro di Berlino, del cantiere ATAC – Cerasi, è ancora lì come allora, con le quattro palme alte e staccate sulle loro piccole zolle, e tutto il resto come un anno fa, quando fu aperto. Tutto fermo da mesi, ancora tutto lì, tutto tale e quale al gennaio 2008. Anche il bric a brac degli extra comunitari. Tutto immobile e già un po’ corroso. …”

C.R.D.M.

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